La Valle Blu e le sue pinete

Pubblicato sul n. 71 di PROGRESSIONE

Grotta del Cimitero Militare. Primo rilievo di R. Battelini, 1924.

Il nome di questa valle l’ho coniato io, traducendo dallo sloveno per i non conoscitori di questa lingua: la valle di cui trattasi è nota agli autoctoni come “Plavi dol”, nome poetico e dolce come quello tradotto in italiano. Però, se traduco la forma dialettale usata dagli abitanti del posto, il nome citato diventa piuttosto inquietante: “Plavi dù”. Per me il Plavi, ossia il Blu, era sempre stato un colore legato al mistero, quasi un suo sinonimo, equivalente a profondità ed oscurità. Consideravo quel sito altamente maligno, grazie anche ai racconti fatti dalla nonna materna – avevo appena compiuto i 5 anni d’età – sui fatti tragici che vi erano accaduti. Sono certo che tali fatti, reali e non di fantasia, alla maggioranza dei miei “numerosi” lettori non sono noti.

Il “Plavi dù” è situato a Nord Nord Est del paesetto di San Pelagio e a Nord di quello di Prepotto, tra il monte Sedlen, il Bitaconia e le pendici occidentali del monte Gradine.

Geologicamente, grosso modo, la zona è interessata da calcari dolomitici, dolomie e calcari nerastri del Cretaceo medio ed inferiore, terreni non molto favorevoli per l’instaurarsi del fenomeno carsico ipogeo. Comunque, qualche grotta c’è! Un paio le ho individuate io da ragazzino sul versante Ovest del Gradine, ove mi recavo spesso con la nonna per raccogliere legna per il riscaldamento domestico. In seguito sono pure sceso in quelle grotte, durante gli anni del mio “exploit” speleologico.

Rilievo del 1951 di E. Rabusin.

Le essenze vegetali del “Plavi dù” sono rappresentate dai soliti carpini neri, nella profondità di qualche dolina di quelli bianchi, numerosi frassini, qualche ginepro e sterpaglia varia. Predominante però è il pino nero che, fino a qualche decina di anni fa, era considerato dallo Stato il “Sancta Sanctorum” e per tale motivo veniva protetto in maniera morbosa e curato meglio degli esseri umani. Mi ricordo di un conoscente di San Pelagio che voleva costruirsi la casa sul proprio terreno. Il permesso, però, gli era stato negato. Motivo: per eseguire i lavori doveva necessariamente abbattere due striminziti pini! Incredibile, ma vero. Per poter eseguire i lavori e costruire la sua casetta aveva scritto una lettera all’allora Presidente della Repubblica, che finalmente gli aveva fatto ottenere il sospirato benestare. Pazzesco! Per non parlare poi della feroce lotta che le Guardie Forestali, unitamente con gli abitanti dei paesi vicini, avevano ingaggiato contro le processionarie che a centinaia si annidavano nei loro bianchi rifugi rassomiglianti ai batuffoli di zucchero filato che si comperavano alle fiere. I rami dei pini su cui erano abbarbicati tali nidi venivano tagliati e bruciati in grandi falò. Non so quali danni procurassero alla Natura quelle bestiole una volta uscite dall’involucro setoso che le proteggeva. L’Homo Sapiens doveva saperlo, vista la spietata guerra che a tali animaletti dedicava. Ad un tratto, improvvisamente, il citato Homo Sapiens ha deciso che il Pino Nero aveva svolto egregiamente la sua funzione, consistente nel modificare il clima rendendolo più umido a beneficio dell’agricoltura. Immediatamente le pinete furono distrutte ed il pino stesso quasi considerato un fuorilegge.

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Per arrivare al Plavi dù bisogna percorrere la strada in discesa, chiusa al traffico veicolare (ti pareva) che dal quadrivio situato a settentrione di San Pelagio conduce, o conduceva, a Boriano (Brje). Dopo un breve percorso in discesa, alla propria destra, si raggiunge l’ingresso della “Grotta delle Traversine”, 3874 VG, chiusa “industrialmente” da alcune traversine in cemento dalle quali poi la cavità ha preso nome. Il suo pozzo d’accesso, piuttosto malagevole e fangoso, profondo una sessantina di metri, sbocca in un’ampia caverna dove, alcune decine di anni fa, degli imprenditori avevano tentato una coltivazione di funghi. Impresa senza alcun risultato positivo, vista anche la tortuosità e la profondità della cavità. Nelle immediate vicinanze dell’ingresso di questa grotta ho individuato delle piantine di primule piuttosto rare sul Carso. Del fatto ho subito informato il nostro valente speleo botanico Elio Polli che, complimentandosi con me, mi disse di essere già a conoscenza di quella stazione fiorifera (di nuovo: ti pareva!)

Proseguendo il cammino, dopo qualche centinaio di metri, a sinistra della strada, nella rada boscaglia si apre l’ampio ingresso di un pozzo naturale profondo una quarantina di metri., la Grotta del Cimitero Militare, 1492 VG. Durante la Grande Guerra, quando il cimitero militare attiguo era ormai pieno, venivano inumati – per non dire gettati – in detta cavità i corpi dei soldati austroungarici caduti nelle ultime battaglie dell’Isonzo. Ho letto da qualche parte, o sentito dire, che tra quei morti ci fosse qualcuno ancora vivo che l’urto della caduta aveva ridestato dal coma in cui si trovava. Per breve tempo i suoi lamenti giunsero in superficie, poi tutto finì e fu silenzio di tomba. Nel secondo conflitto mondiale vennero gettati in quel pozzo i corpi di alcuni soldati germanici uccisi dai partigiani locali; al fine che i loro corpi non fossero scoperti, provocando qualche rappresaglia, un abitante di Prepotto, che conoscevo, si calò nella cavità e dopo aver irrorato i corpi con la benzina, diede loro fuoco.

Proseguendo lungo la strada e prima che questa arrivi all’ex sbarra confinaria con la Slovenia, possiamo dire di aver raggiunto la parte centrale del “Plavi dù”. Ma perché ha questo nome se di blu non c’è niente? Suppongo si tratti di questo: all’imbrunire gli obliqui raggi del sole, filtrando tra i folti rami dei pini, creano una luminescenza bluastra che rende ancor più sinistra la zona.

Sulle pendici Sud Ovest del monte Gradine si apre una vasta zona prativa, oggi rimaneggiata da un’industria, suppongo casearia. Tale zona prativa nei tempi passati era adibita a libero pascolo per gli armenti degli abitanti dei paesi vicini. Gli addetti a questo lavoro, nella grande maggioranza dei casi, non erano bambini o ragazzini, in quanto loro erano impegnati con i genitori nel duro lavoro agricolo, bensì bambine di età compresa tra i sei e i nove anni.

La relazione autografa di Dario Marini sull’uso della 1492 VG durante la Grande Guerra.

E’ incredibile e oggi inconcepibile, nonostante sia passato solo un secolo, che i genitori mandassero le loro figliolette a pascolare il bestiame in un luogo piuttosto lontano da casa ed in più disabitato. Eppure dovevano sapere che in quei siti si aggirasse un individuo che a volte tentava di molestare le pastorelle. Quel tale era, come si dice nella terminologia moderna, un pedofilo. Ma non era un pedofilo “normale” bensì un pedofilo killer. Nella sua insana mania sessuale, dopo aver approfittato di due bambine, le uccise.

Quando la nonna mi ha narrato questi tragici avvenimenti ero poco più che un bambino e non recepivo totalmente la drammaticità dei suoi racconti. Diventato adulto mi è venuto il dubbio, se non la certezza, che pure la mia futura mamma avesse subito qualche molestia da quel maniaco. Lo dimostrerebbe il fatto che un giorno, abbandonando le mucche al pascolo, si presentò tutta piangente nella casa degli zii dicendo che un uomo laggiù voleva farle del male. La mamma allora aveva otto anni e da quel giorno si era rifiutata di portare le mucche al pascolo, e questo sino a che l’individuo venne identificato e arrestato. Constatata la sua colpevolezza, gli organi inquirenti di allora, per non incorrere in qualche burocratico cavillo legale, lo misero immediatamente al muro fucilandolo. Così la storia raccontatami dalla nonna.

L’erta zona prativa adibita nei tempi passati a luogo di pascolo termina a ridosso di un muro a secco, oltre il quale si estendono le folte pinete del monte Gradine. Verso la fine della II Guerra Mondiale dietro tale muro alcuni partigiani, armati di mitragliatrice, attendevano il passaggio di un camion militare transitante per Boriano. Quando questi giunse al punto ottimale aprirono il fuoco. I proiettili sparati incendiarono l’automezzo staccandogli pure pezzi di carrozzeria che – ormai arrugginiti – rimasero lì a muta testimonianza sino alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso. Molto evidenti, allora, anche i segni dell’impatto dei proiettili sulle rocce e sugli alberi circostanti. Lo stesso giorno di quell’agguato, nella stazione di Aurisina, dove avevo iniziato ad abitare con la mia famiglia, sentivo le camicie nere lì di stanza, inviperite per l’agguato appena descritto, che gridavano “A Comeno! Domani andiamo a bruciare Comeno!” E così poi è stato.

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Tempo fa sono passato per il paesino di Prepotto per rivedere la casa in cui ho abito da bambino, quella della nonna e degli zii della mamma. Fuori dal circondario delle case, a destra dell’”Agriturismo Lupinc”, vi è una zona pianeggiante attraversata da strade asfaltate percorse oggi da autobus di linea e traffico automobilistico. Dove, nei primi anni venti del secolo scorso, è stato piantato un ippocastano che oggi non c’è più. Quell’albero era stato messo a dimora nel punto esatto in cui un giovane si era tolto la vita a causa di un amore non corrisposto dalla fanciulla amata. Ovvero “… per gli spasimi dell’amor disprezzato … “ come recita Amleto nel suo famoso monologo.

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Dopo questi racconti di tragiche e orripilanti vicende, una storiella più lieve, anche se non per mia madre che l’ha vissuta da bambina, sempre nei primi anni venti del secolo scorso, mentre pascolava le mucche degli zii nel Plavi dù. Mi ha raccontato che un giorno, essendo assetata, si era recata a bere da una vaschetta (quelle vaschette di corrosione che qualcuno oggi chiama Kamenize) da lei vista su di un bancone roccioso. Essendo la vaschetta – lunga trenta centimetri, larga dieci e profonda altrettanto – sita in un luogo ombreggiato, l’acqua piovana durava più a lungo e si manteneva molto più fresca. Distesasi bocconi iniziava a bere qualche sorso d’acqua, stando attenta a non smuovere il fondo costituito da foglie morte e bestioline varie. Alzata lievemente la testa rimase paralizzata dalla paura: a trenta centimetri dal suo naso, sull’altra sponda della vaschetta, stava attorcigliata una grossa vipera che la fissava con la sua “cattiva” pupilla verticale. Tutto si risolse nel modo migliore: la mamma balzava in piedi allontanandosi in fretta mentre la vipera sciolte le spire se ne andava a rintanarsi nei suoi segreti nascondigli. Dopo quel poco simpatico “incontro ravvicinato” la mamma ebbe per tutti i rettili una repulsione profonda, la stessa che avrà in seguito per le grotte.

Ma questa, come spesso si dice, è un’altra storia (vedi Progressione 47).

Bosco Natale Bone