ALBANIA -NIKAJ MERTURI 2025

Alle volte ritornano

Partenza (Ph Amanda Vertovese)

 Questa primavera è tornata alla ribalta una idea che da tempo era rimasta sospesa nelle buone intenzioni, tornare il Albania per finire il lavoro cominciato nel lontano 2009 poi proseguito nel 2011 che grazie ai contati con il sindaco  di Lekbibaj (Gezim Meshi), ed il nostro socio onorario Ndoc Dede Mulaj (che causa un incidente in montagna a fine anno 2021 ci ha lasciati) ci permise già all’epoca di battere zona ed esplorare zone mai interessate prima da spedizioni speleologiche. Tali contatti ci permisero di visitare nel 2016 alcune cavità scoperte da Ndoc che si aprivano in un’area tra i villaggi di Palce e Kotec presso la località di Varg affacciata al lato nord del lago Koman in quello che è l’innesto della vallata di Nikaj–Merturi.

In particolare all’epoca la spedizione si concentrò sulla grotta Shpella e Kole Geges per noi “Antro del Polifemore” (42° 16’ 16.9’’ N – 19° 54’ 49,5’’ E, quota 510 slm – 42.27136389 – 19.91375278) che presenta il ramo principale come un  inghiottitoio attivo che venne mappata e topografata per uno sviluppo di 1050 m ed una profondità di 228 m. La corsa esplorativa dell’epoca si fermò nei pressi di una frana sotto cui il ruscello scorre ancora rumorosamente e che da una prima analisi risultò superabile ma non esplorato. La voglia di conoscenza portò la CGEB verso la fine del 2017 a tornare con una mini spedizione nella grotta Shpella e Kole Geges con lo scopo principale di verificare la possibilità di superare la frana finale lasciata in sospeso nel 2016 che fu possibile by-passare con la grotta che continuava con buone dimensioni e notevole corrente d’aria portando lo sviluppo e profondità ai valori sopra indicati.

Nel 2022 tra la fine agosto e la prima settimana di settembre la CGEB torno in Albania a ripercorrere la speciale struttura sotterranea di Shpella Kole e Geges con il preciso scopo di controllare ed aggiornare la documentazione topografica esplorando la parte finale la quale però non diede i risultati attesi in quanto la zona attiva risultò impraticabile mentre un passaggio, non tanto agevole al tetto, dopo una risalita di circa 10 metri portò ed uno sbarramento in deposito che chiuse la via. Dopo tale esplorazione la cavità, fermo restando la sua profondità guadagnò un centinaio di metri in termini di dimensione spaziale arrivando  a svilupparsi per 1.218 mt.

A questo punto, direte voi perché la CGEB nel 2025 è tornata a Shpella Kole e Geges quando, dopo tre spedizioni svolte da soci non sicuramente di primo pelo, se né era dichiarata la conclusione esplorativa ? Come sempre avviene in questi casi le solite chiacchere tra soci, che raccontano in modo più o meno colorito le loro avventure esplorative, ha risvegliato la curiosità del nostro socio Lucio Comello che forte di alcune testimonianze che garantivano che con un piccolo movimento di ghiaia conglomerata sarebbe stato possibile allargare il passaggio dove si erano fermati nel 2022, ha riacceso la speranza di poter by-passare in qualche modo la frana finale per chissà dove arrivare. Da dire ancora che della poligonale fatta nel 2022 sulla via del fondo non si trovò traccia e quindi quantomeno sarebbe stato utile rilevare quanto fin qua scoperto.

Traccia KLM caricata su Google Earth

Da questa idea nacque una prima squadra di attempati soci che condivisero l’idea di Lucio di tornare in Albania ai quali si associarono dei nuovi e forti giovani ai quali “insegnare” cosa significa organizzare una spedizione estera e tutte le problematiche da affrontare oltre l’importanza dei collegamenti locali, senza i quali muoversi in certe aree è cosa veramente difficile da fare e con scarsi risultati sul campo. Grazie ai vecchi contatti di Lucio quale l’amico Afrim Gjergji e suo fratello Ndue Gergeji di Palci, che resero possibile la spedizione rendendosi disponibili ad ospitarci, come già avvenuto negli anni passati, la spedizione prese forma anche grazie ad alcune notizie data da Afrim che raccontò di altre grotte da lui conosciute e mai esplorate tanto che la “pillola Albania” si fece sempre più appetitosa

Non ci volle molto per riorganizzare la spedizione con alcuni obiettivi specifici: cercare di forzare la strettoia finale, rivedere alcune zone del rilievo dove i nostri predecessori avevano lasciato dei punti interrogativi, eseguire una documentazione fotografica di qualità e perché no svolgere anche dei rilievi scientifici sulla presenza di RADON in quella grotta.  Alcuni problemi di salute impedirono ad alcuni soci di aggregarsi e quindi la squadra si ridusse a soli 6 partecipanti (Lucio Comello, Paolo Toffanin, Fabrizio marchesi, Enzo Caruso, Umberto Mikolic e Laura Bertolini) mettendo così in discussione già alla partenza il completo raggiungimento degli obiettivi prefissati considerato che una squadra sarebbe stata impegnata con Afrim a battere zona per individuare altre grotte. Ma questi eravamo e questi siamo partiti.

 Questa volta forti del nuovo furgone NISSAN della Società e dopo oltre 20 ore di viaggio via Slovenia, Croazia, Bosnia Serbia, Montenegro e Kossovo siamo finalmente giunti in Albania nel distretto di Tropoja, Nikaj-Mërtur, Lekbibaj, Palç;  questa volta senza bisogno del passaggio in gip da Lekbibaj fino a Palc in quanto la strada sterrata era stata un pò sistemata grazie a degli investimenti su alcuni agriturismi che stanno sorgendo in zona. Il primo approccio fu senza ombra di dubbio incredibile in quanto questa volta l’amico Afrim, probabilmente memore del piccolo incidente avvenuto nel 2016, ci aveva preparato il sentiero di avvicinamento dalla sua casa fino all’ingresso della grotta facendo una vera e propria autostrada, disboscando e sistemando il terreno in modo veramente incredibile; ciononostante in un punto molto esposto abbiamo preferito installare un passamano fisso che ci ha dato maggior sicurezza nel transito con gli zaini pesanti; problema questo non sentito dai locali che si muovevano agevolmente anche con le scarpe di cuoio da passeggio senza alcun pensiero.

Ma prima di lasciare la parola all’amico Enzo per la cronistoria della spedizione, facciamo alcune considerazione sull’aspetto scientifico del RADON.

Da alcuni anni negli ambienti speleologici è tornato alla ribalta il monitoraggio del gas RADON (222Rn) e dei suoi isotopi di decadimento quali il 218Po, 214Pb, 214Bi che attaccandosi al pulviscolo possono venir respirati e permanere nell’apparato respiratorio oltre il loro tempo di decadimento e poiché sono elementi radioattivi se inalati in dosi massicce (300 bq/m3) e con elevate dosi efficaci annue (6 mSv) sono una delle principali cause di insorgenza del tumore polmonare che il Piano Nazionale d’azione per il radon 2023-2032 del Ministero dell’Ambiente e la sicurezza Energetica stima essere la causa del 10% di tutti i tumori polmonari con un rischio  25 volte più alto nei soggetti fumatori.

 

Ma da dove nasce questo rinnovato interesse per questo inquinante che essendo circa 8 volte più pesante dell’aria tende ad accumularsi negli ambienti confinati e quindi anche nelle grotte stratificando in assenza di flussi d’aria. Nella letteratura troviamo indagini di RADON sulle grotte di questa provincia fin dall’anno 1983 ma solo da alcuni anni non c’è gruppo speleologico che non annoveri tra le sue ricerche le misurazioni di RADON in grotta con strumenti più o meno professionali e con metodiche alle volte meramente puntuali. Riteniamo che questo nuovo interesse sia legato ad alcuni aspetti sostanziali:

  • Ormai sono numerosi i contributi scientifici sull’argomento che hanno già dato molte risposte su buona parte delle dinamiche che coinvolgono questo gas nobile e le sue interazioni con le grotte; ma non tutto è stato ancora spiegato
  • la presenza sul mercato di strumentazioni per la misura in aria di questo gas a basso costo economico e di facile utilizzo nell’ambiente grotta.
  • Quanto sopra, misurare il RADON in grotta anche solo in maniera puntuale, ha valenza documentativa e di serie storica di misure che potranno in futuro essere correlate ad aspetti ambientali e/o geologico che solo più approfondite ricerche potranno aiutare a leggere questi dati quali indicatori di altri fenomeni. Sulla materia una dato di fatto è che nelle grotte le concentrazioni medie nel tempo si alzano nei periodi estivi e si abbassano in quelli invernali, fattore questo legato ai diversi movimenti d’aria nelle due stagioni ma la grande incognita restano ancora le modalità e condizioni di emissione di questo gas dalle rocce tale che nel medesimo territorio con le stesse formazioni geologiche possiamo riscontrare valori di emissione diametralmente opposti come dimostrano i dati del 1996 che davano alla grotta Skilan (5720VG) 13.400 bq/mc mentre nella vicina Grotta Savi (5730VG) solo 5.400 bq/mc. La discussione scientifica è ancora aperta con molte ipotesi che tirano in ballo anche la presenza o meno di acque di percolazione o di fondo in quanto essendo il RADON un gas solubile, le acque nel loro percorso potrebbero assorbire tale inquinante che poi si libererebbe quando questi liquidi raggiungono ambienti a pressione atmosferica. Ricordiamoci sempre che questi isotopi hanno una vita di decadimento molto breve compresa tra i 19,9 e 23,0 minuti tale per cui se non ci fosse un’emissione continua ma solo legata ad eventi ambientali di tipo puntuale, difficilmente nelle grotte potremmo trovare qualcosa. A concludere questa beve premessa ben venga la raccolta dei dati e lo studio di questo fenomeno che potrebbe associarsi anche alla presenza di altri gas di miscela quale per esempio la CO2  e forse qualcosa di scientificamente valido ne potrebbe uscire.

Strumento portatile per la misura del RADON tipo TSR4DM (RPP-D ) – (Ph Paolo Toffanin)

Ma torniamo a noi e nello spirito di quanto sopra espresso, anche la CGEB si è dotata di strumenti portatili di tipo professionale per la misura del RADON in continuo  del tipo TSR4DM (RPP-D ) con display incorporato della Active Radsys che consentono sia di osservare la misura istantanea che quella cumulata a lungo termine per la misura delle concentrazioni ambientali per un intero anno rappresentativo. Nel merito delle due metodiche, le misure puntuali hanno un mero valore documentativo di quel sito, in quel giorno, in quella stagione ma nulla più.

Ben consci di questi aspetti anche nella Shpella Kole e Geges abbiamo eseguito alcune misure puntuali di RADON a vari livelli lasciando ogni volta lo strumento in adattamento ambientale per almeno 15 minuti come previsto dal costruttore per le misure istantanee.

Gli esiti di tali misure eseguite il 18.05.2025 sono riportate in tabella 1:

Ramo

Punto rilievo

Quota

Bq/m3

Temp.

Scavernamento ingresso

1.10

510

44

15

Fondo china detritica

1.40

– 27

138

13

Base primo pozzo

2.20

-54

431

12

Inizio prima strettoia

2.38

-67

575

12

Sala dopo strettoia

2.72

-95

431

12

Discussione: anche Shpella Kole e Geges, che si apre sull’intercalarsi e nel contatto tra scisti e calcare, presenta la tipica presenza del gas RADON e dei suoi isotopi di decadimento il cui andamento risponde a quanto atteso con valori minimali nello scavernamento d’ingresso bene ventilato con un portale di grandi dimensioni mentre aumenta linearmente quando si va in profondità in ambienti meno interessati dalla ventilazione esterna. L’ultima misura effettuata a quota – 95 si osserva una riduzione della concentrazione probabilmente dovuta al volume più grande della sala in cui è stata eseguita la misura rispetto al meandro che immetteva nella strettoia precedente la sala.

Risultati esplorativi

Come sempre accade durante esplorazioni condotte da gruppi diversi, non è sempre facile trovare i capisaldi utilizzati dalle squadre precedenti che di norma vengono segnati o con “ometti” o con segni a matita o pennarello (visto che quelle belle sfiammate di carburo non si usano più) tale per cui si è optato per rifare completamente la poligonale pur basandoci su quella eseguita nell’anno 2016 e già posta a catasto storico della BOEGAN. Le due squadre che hanno operato, una ha eseguito il rilievo della poligonale principale fino alla parte già conosciuta e rilevando in corso d’opera alcune nuove piccole diramazioni secondarie, l’altra si è concentrata prima sul fondo oltre la parte conosciuta, rilevando ulteriori 107 mt per 27 battute ed ulteriori 276 mt per totali 114 battute in un nuovo ramo posto alla base del pozzo da 20 mt già visto in precedenza ma non esplorato in quanto allargato solo in questa occasione. Tale nuovo ramo, tutto in salita, porta verso l’esterno ed è quindi possibile trattarsi di un secondo ingresso alto rispetto a quello principale posto in una vallecola vicina al portale di ingresso. Alcune radici ne confermano la vicinanza con l’esterno.

Posizionamento della poligonale su Gogle Earth – Ramo nuovo in blu a sinistra

A concludere la nuova poligonale rilevata ha portato Shpella Kole e Geges ad uno sviluppo totale di 2050 mt e planimetrico pari a 1857 con una profondità massima di 312 mt rispetto la quota di ingresso. Alle volte le intuizioni dei giovani assieme alla loro grande voglia di fare ed esplorare porta ottimi risultati anche se manca un pò di esperienza ma che da sola non basta mai.

Paolo Toffanin

La grotta – breve descrizione

La cavità s’apre sul lato orografico sinistro della vallata sottostate la frazione di Kapon – Palci, un centinaio di mt di dislivello sopra il torrente, alla base di una paretina, con un ingresso largo circa m 10 e alto 6, non molto visibile da lontano.

Dall’ingresso si percorre una comoda galleria in discesa fino ad un pozzo di solo due metri, seguito però da una ripida china detritica che conduce in una prima grande caverna iniziale, avente una larghezza media di m 14 ed un’altezza massima di m 12. Verso il fondo di questa alta caverna vi è la presenza di una piccola colonia di pipistrelli che hanno colonizzato una ristretta area della volta.

Colonia di pipipistrelli (Ph P.Toffanin)

In essa sorprende la presenza di una rumorosa cascatella che proviene da un alto camino. Sul lato sinistro sono presenti dei brevi rami laterali con la presenza di un ruscello. Questi apporti d’acqua sembrano provenire da delle perdite di un modesto torrentello posto poco ad ovest dell’ingresso. Proseguendo ulteriormente la discesa nella caverna e tenendosi sul lato sinistro, scendendo tra massi di crollo, si imbocca un breve corridoio, che porta ad un pozzo con due salti verticali intervallati da una ripida china. Si giunge così in un punto nodale con la confluenza di due corsi d’acqua, uno proveniente dai soprastanti vani laterali della caverna iniziale ed uno del tutto indipendente. Il primo lo si può seguire superando alcuni tratti stretti e brevi camini, in un ambiente labirintico con diversi cunicoli laterali ascendenti, per alla fine sboccare nella parte bassa della caverna iniziale, il secondo, esplorato nel 2025 dopo aver forzato un passaggio stretto con l’eliminazione di un masso incastrato, lo si può seguire con un ramo in salita ben delineato, che presenta diverse strettoie, meandri e brevi arrampicate e che è caratterizzato in particolare da una sala con una cascatella, da cui il nome “ramo cascatella”. Esso ha uno sviluppo spaziale complessivo di m 300 e nel punto estremo viene a trovarsi 4 metri sopra la soglia dell’ingresso principale. Dal punto nodale si segue il torrente in discesa e dopo una trentina di metri si nota sulla destra la presenza di una grande colata calcitica che si può  risalire con attenzione in facile arrampicata. Essa porta ad un sistema di brevi gallerie labirintiche che si collegano in alcuni punti al pozzo che porta  al punto nodale, poco sopra il piano inclinato, dalla parte opposta a quella di discesa. Seguendo il torrente a valle dopo altri 60 metri s’incontra un tratto di galleria che occorre percorrere a carponi. Esso potrebbe essere l’unico punto che in caso di piene potrebbe comportare qualche problema. Successivamente la volta si alza e da qui la cavità assume dimensioni maggiori, si sviluppa con una galleria lunga quasi un chilometro, intervallata da sale e punti più stretti, fino ad un pozzo finale con cascata, che è l’unico che richieda l’uso di attrezzatura. Sempre nel 2025 sono stati esplorati alcuni brevi rami laterali. In riferimento al punto nodale, ad una distanza planimetrica di m 106, sul lato destro si snoda un ramo in salita di m 16 denominato “rametto delle vaschette” per la presenza di una colata calcitica con numerose vaschette trovate asciutte, a m 170 sul lato sinistro un ramo lungo m 40 denominato “ramo dei pipistrelli” per la presenza di numerosi chirotteri, a m 268, a sinistra di una grande sala, un ramo di m 50 con due sale divise da un basso passaggio franoso, denominato “ramo del camino” in quanto terminante con un camino inclinato alto almeno m 15, a m 310 un bypass laterale sul lato destro lungo una quarantina di metri, a m 560 un breve ramo in salita sulla sinistra di m 18 fortemente concrezionato, a m 590 un ulteriore ramo sulla sinistra di una ventina di metri che termina con una strettoia che meriterebbe forse allargare, a m 670 una galleria bypass sulla destra di m 35, a m 790 un ramo inferiore percorso dal torrente lungo una trentina di metri totalmente separato dalla soprastante galleria principale. Infine a m 900 disceso il pozzo finale con cascata, avente un dislivello di m 8, si arriva in un’alta sala. Nella parte superiore di essa, si è riusciti, previo un breve lavoro di scavo, ad avanzare in un basso cunicolo finale per una quarantina di metri.          

Umberto Mikolich

Le impressioni di Enzo a la storia speditiva

Sul traghetto del Lago Koman verso Komani Lake ferry (Ph Paolo Toffanin)

I miei ricordi sull’Albania affondano le radici nell’ormai lontano anno 2000, allorché mi trovai ad attraversarla in lungo e in largo per motivi del tutto estranei all’attività speleologica. Di quel martoriato e meraviglioso Paese mi era rimasta impressa non solo la bellezza delle sue montagne e delle sue vallate, ma anche la genuina semplicità e un profondo senso dell’ospitalità della sua gente; tutte qualità che oggi si faticano a trovare nel nostro Continente, così adagiato sulle mollezze del suo apparente benessere e così travolto nel turbinio frenetico della produzione, del profitto e del consumo ad ogni costo. Laggiù, invece, il tempo sembra essersi fermato a tempi difficilmente databili con il nostro orologio; la vita scorre placida e tranquilla come difficilmente si può immaginare nel resto della opulenta Europa e, probabilmente, come è sempre stato da secoli e secoli prima che noi ancora nascessimo. Il Progresso, bello e orribile mostro che riesce ad arrivare ovunque portando “beneficio” agli uomini, qui si è affacciato appena timidamente (per fortuna!) e solo in prossimità dei grandi centri. Tutt’intorno, l’ambiente è ancora integro e incontaminato, e così anche le persone che vi abitano. Da allora, ho sempre nutrito in cuor mio il desiderio di tornare nella Terra delle Aquile, fintanto che il turismo di massa non si fosse ancora accorto dell’enorme potenziale che l’Albania può offrire in termini di bellezze artistiche, umane e naturali e fintanto che i tentacoli dello sviluppo imposto dalle gerarchle di Bruxelles non fossero arrivati a irretire anche quest’ultimo raro angolo di Paradiso. Una ghiotta occasione per coronare il mio sogno, questa volta però in chiave speleo, mi è sfuggita per un soffio da sotto il naso nel 2018 per motivi logistici (era venuto meno il supporto dei cavalli che da Teth avrebbero portato attrezzature ed equipaggiamento al Boshit) e poi ancora in occasione di una spedizione a Zeze per la quale però il CD aveva espresso parere contrario in quanto la squadra era composta principalmente (ma non solo) da neofiti a quanto detto non sufficientemente esperti.

Ingresso a portale di Sphella Kole Geges (Ph Paolo Toffanin)

Altre occasioni si sono presentate negli anni, ma per un motivo o per un altro non ero mai riuscito ad acciuffarle. Fino al giorno in cui il socio Lucio Comello mi ha chiesto se fossi stato disponibile a fare parte della “sua” squadra per continuare le attività di esplorazione e ricerca alla Shpella Kole e Geges. Insieme ad altri 11 ho aderito con entusiasmo e l’esperienza vissuta che mi accingo a raccontare ha dato ragione di tanta esaltazione. Dei 12 componenti iniziali, 6 si sono persi per strada prima ancora di partire e pure lo scrivente ha rischiato di dare forfait per uno stupido infortunio occorso alla vigilia della partenza. Ho invece deciso di accettare il rischio e il 16 maggio sera, dopo l’inaugurazione in Grotta Gigante della mostra dedicata a Thomas De Marchi, sono partito alla guida del furgone sociale insieme al capo spedizione Lucio Comello, Paolo Toffanin, Umberto Mikolic, Laura Bertolini e Fabrizio Marchesi, quest’ultimo al suo primissimo esordio in un’attività di questo genere. Il viaggio si è svolto senza intoppi o problemi fino alla destinazione finale, fatta salva la grande distanza, le lunghe attese ai confini tra Serbia e Kosovo e tra Kosovo e Albania, e la stanchezza che in tante ore di strada si era accumulata, nonostante ci fossimo dati più volte il cambio alla guida. Giunti a Lekbibaj sembrava che la nostra Odissea fosse giunta finalmente al termine, ma ignoravamo che in realtà ci aspettava ancora un’ora di cammino lungo una strada infernale prima di poter dire che eravamo veramente arrivati! Presi in consegna dal nostro “padrone di casa” Ndue Gergej siamo risaliti sul furgone per fermarci, qualche chilometro più avanti, presso una casa nella quale stava lavorando una nutrita squadra di muratori locali. Siamo arrivati? Macché! Era solo una visita di cortesia che il nostro accompagnatore voleva tributare ai suoi amici che ci hanno accolto con calda ospitalità, caffè e abbondante raki (grappa). Rifocillati ed anche un po’ “provati” da questo incontro, siamo ripartiti e questa volta siamo arrivati senza possibilità di equivoco, alla destinazione finale. La nostra base operativa era un complesso di due case nelle quali abitano il già menzionato Ndue con la consorte, suo fratello Afrim con la figlia Jessica e un’altra donna della quale non si è capito il grado di parentela con gli altri condomini. Ma tant’è. Completavano il quadro un numero imprecisato di animali tra cani, mucche, cavalli, maiali e galline che garantivano un adeguato sostentamento nutritivo di uova, carne, formaggio, latte, yogurt insieme ai prodotti del loro orto: cetrioli, insalata, pomodori, patate sono stati alla base della nostra dieta per tutta la durata della spedizione. Immancabile e sempre abbondante, la grappa (Rakia), senza dimenticare l’accoglienza sempre calorosa che ci ha avvolto e fatti sentire come se non fossimo semplici ospiti ma parti integranti della loro stessa famiglia.

Lucio Comello e Enzo caruso sul primo pozzo (Ph Paolo Toffanin)

Tornando alla spedizione, sabato 17 maggio, appena finito di prendere possesso dei nostri alloggi e di sistemare le nostre cose, siamo partiti per comodo sentiero, che affaccia sul sottostante lago di Koman, alla volta della grotta presso la quale, accompagnati dal sempre presente Ndue, abbiamo portato tutti i materiali necessari all’attività.

Formazioni di erosione nel meandro principale (Ph Fabrizio Marchesi)

L’indomani, domenica 18 maggio, l’attività è entrata nel vivo; la parte iniziale della grotta si presenta con una breve galleria comodamente transitabile che termina con un piccolo salto al di sotto del quale si apre un cavernone, dalle dimensioni imponenti e caratterizzato dalla presenza di numerosi massi di crollo e di una volta costellata da evidenti fenomeni di dissoluzione carsica scientificamente noti col nome di “pendenti” ma che noi chiamavamo grottescamente “mammelloni”. A rendere la scena ancora più struggente, una colonia di numerosi chirotteri che, appesi al soffitto a testa in giù, dormivano il sonno dei giusti sicuri del fatto che non li avremmo disturbati. Un varco tra i massi da accesso al pozzo di 10 metri in fondo al quale ha inizio la parte attiva della grotta. Tutta la cavità è in sostanza un’unica galleria lunga un chilometro sul cui fondo scorre un torrentello e ai cui lati si aprono sporadici rami a volte anch’essi attivi con affluenti secondari. E’ appunto questo il caso di un primo ramo, battezzato “della cascatella” che si apre dalla base del pozzo iniziale. Sotto la vigile ed esperta guida del capo spedizione Lucio Comello, mentre Umberto e Laura iniziavano a rilevare la grotta e Paolo faceva fotografie e prendeva misurazioni del Radon, Fabrizio iniziava l’esplorazione del ramo di destra (“cascatene”) mentre io mi avventuravo lungo il ramo di sinistra, salvo fermarmi poco più avanti per la presenza di un ostacolo che impediva ogni prosecuzione. Tornato sui miei passi, raggiungevo Fabrizio che grazie alla sua corporatura esile riusciva a passare laddove invece io mi incastravo senza speranza. Facendomi strada con mazza e punta, ho potuto continuare l’esplorazione insieme a Fabrizio lungo il meandro che a un tratto termina davanti a una cascatella alta circa 4 metri. L’acqua fuoriesce da una condotta le cui dimensioni consentono a malapena il transito solo strisciando nel bagnato e solo previa arrampicata ardita sotto il getto freddo. La condotta termina dopo pochi (ma lunghi assai) metri in un meandro che a sinistra permette la progressione in posizione eretta, mentre a destra un laminatoio orizzontale inondato di accqua conduce a una cavernetta da cui si diparte un ulteriore meandro che riporta alla cascatella. Imboccato il meandro di sinistra, dopo pochi metri siamo costretti a interrompere l’esplorazione perché una concrezione impedisce la prosecuzione. Torniamo sui nostri passi ripromettendoci di tornare l’indomani con l’attrezzatura idonea ad aprire un passaggio, quindi usciamo dalla grotta.

Lucio Comello nell’alveo del torrente (Ph Paolo Toffanin)

Lunedì 19 maggio, una pioggia torrenziale ci costringe a desistere da ogni tentativo di proseguire le attività. Ne approfittiamo per scaricare i dati fin qui raccolti e per iniziare ad elaborarli.

Martedì 20 maggio, mentre Lucio e Paolo svolgono “public relations” con la gente del posto allo scopo di carpire informazioni circa la presenza di altre eventuali cavità nella zona, Umbertino, Laura, Fabrizio e il sottoscritto tornano in grotta a continuare quanto lasciato in sospeso due giorni prima. Fabrizio e io riusciamo ad avere ragione della strettoia nel ramo delle cascatene e possiamo così proseguire fino all’ostacolo successivo. Mai domi né vinti, allarghiamo il varco quanto basta perché io possa passare (Fabrizio era passato comunque!) e andiamo avanti fin dove ci è stato possibile. Il meandro termina con una minuscola cavernetta da cui si diparte un ulteriore meandrino che però chiude senza possibilità di prosecuzione. La temperatura più alta, la presenza di radici arboree che pendevano dalla volta e di tipule (tipulidae), ragni e altri insetti ci fanno intuire che siamo molto vicini al livello di campagna e che con ogni probabilità poco al di sopra delle nostre teste potrebbe aprirsi un ingresso alto della grotta. Terminato il rilievo del ramo della cascatella usciamo di grotta felici di avere portato a casa 340 metri di ramo nuovo.

Mercoledì 21 maggio, Paolo e Lucio effettuano una battuta di zona sul versante opposto della vallata e scoprono due cavità di notevoli dimensioni, che diventeranno in seguito oggetto di ulteriori approfondimenti da svolgersi, presumibilmente, nel mese di ottobre di questo anno. Nel frattempo, Umbertino prosegue con il rilievo di Kole e Geges fino al punto in cui era stato rilevato durante la spedizione precedente alla nostra. Fabrizio e il sottoscritto raggiungono il fondo della grotta con il duplice obiettivo di verificare la presenza di possibili prosecuzioni all’interno di una condotta pensile già in parte esplorata negli anni precedenti e effettuare il rilievo della grotta dal fondo fino al punto in cui si sarebbe fermato Umberto in modo da unire le due parti e completare l’insieme. Per raggiungere il fondo bisogna scendere un pozzetto di circa otto metri bagnato da una cascata di notevole portata d’acqua; dal fondo, l’acqua scompare sotto le pietre mentre sulla destra idrografica parte una china detritica salita la quale si arriva alla condotta pensile. Questa è in parte ingombra di sedimenti argillosi che permettono la prosecuzione solo per pochi metri; dopodiché, termina ogni possibilità e ogni speranza di continuare. Risalito il pozzetto con la cascata, grondanti di acqua e infreddoliti ci siamo diretti verso l’uscita con in tasca ulteriori 276 metri di gotta da aggiungere a quelli già noti.

Formazioni di erosione nelle anse del torrente (Ph Fabrizio Marchesi)

Giovedì 22 maggio, ultimo giorno utile di lavoro; la giornata parte lenta e pigra. Qualcuno sostiene che l’obiettivo della spedizione sia stato centrato con il rifacimento del rilievo di tutta la grotta e l’esplorazione del ramo della cascatella e che a questo punto non resta altro che tornare alla grotta per disarmare e recuperare i materiali. Qualcun altro, invece, non si da pace per non essere riuscito a superare un ostacolo che impediva la continuazione dell’esplorazione nel ramo attiguo alle cascatene. In attesa che il resto del gruppo decidesse cosa fare e come e quando farlo, mi risolvo a partire da solo con l’obiettivo di superare l’odiato ostacolo. Con l’aiuto di staffe, fix, corda un po’ di tenacia e un briciolo di cocciutaggine, arrivo in vetta all’enorme sasso che mi bloccava la strada. Seguendo il rigagnolo che scorre sul fondo del meandro giungo a un punto in cui non si può più andare avanti. Ma solo in apparenza, però. Nascosto tra i grandi massi che ingombrano l’ambiente, trovo un passaggio stretto; mi arrampico e mi trovo in uno spazio così ampio da farmi credere di avere trovato una grotta…nella grotta. L’illusione tuttavia è durata poco, giusto il tempo di superare alcuni massi per ritrovarmi nel cavernone con i “mammelloni” e con i chirotteri. In pratica, il meandro fa un giro a semicerchio per terminare al punto di partenza della grotta, ma aldilà di una parete di rocce che lo occludono alla vista. Nel preciso istante in cui terminavo l’esplorazione per ritrovarmi nel cavernone, scorgo la luce di una lampada; era Fabrizio che mi aveva raggiunto mentre gli altri erano rimasti fuori a riordinare i materiali. Con un certo disappunto scopro che nessuno (nemmeno il sottoscritto) aveva portato un Disto. Faccio notare che il nuovo ramo appena esplorato ha un discreto sviluppo e che sarebbe stato un peccato ripartire senza prima averlo rilevato. Fu a quel punto che Fabrizio, con encomiabili spirito di sacrificio e senso del dovere, decise di immolarsi per la causa e non curante della fatica dovuta alla lunga strada, corse alla base, prese il disto, tornò alla grotta ed effettuò il rilievo del ramo “Enzo”. Altri 125 metri portati a casa.

Venerdì 23 maggio, sveglia tragica alle 4 del mattino; rapida colazione a base di caffè nero e Raki e poco prima delle 5 eravamo già in viaggio verso l’imbarco del traghetto che in due ore ci avrebbe portato all’estremità del lago di Koman facendoci risparmiare almeno 5 ore di strada da incubo. Lo scenario è fiabesco; il traghetto scorre lento sulle placide acque del lago che per le sue dimensioni sembra quasi un fiordo norvegese. Tutto intorno, solo il verde dei boschi e montagne crivellate di “buchi” che ci fanno sognare ad occhi aperti di imprese leggendarie in ambienti enormi e incontaminati. Una serie di fischi di sirena ci fa tornare con i piedi per terra. Siamo giunti al porto di destinazione. Lo sbarco è drammatico: una corriera turistica finita in quei posti forse per errore, aveva invaso tutta la carreggiata della galleria che porta dall’altra parte del monte impedendo alle auto, quindi anche a noi, di proseguire lungo la strada. Non restava che tornare a imbarcarsi, a marcia indietro, permettere alla corriera di imbarcarsi a sua volta e poi sbarcare di nuovo per finalmente rimetterci in cammino. Alla frontiera con il Montenegro un po’ di lungaggini dovute alla burocrazia e alla disorganizzazione della polizia ci hanno fatto perdere tempo e pazienza; giunti a Podgorica ci siamo fermati per un boccone e poi siamo andati dritti fino al confine con la Bosnia. Desolazione, degrado e miseria ci hanno accompagnato per quasi tutta la strada; i segni di una guerra lontana ma pronta a scoppiare di nuovo da un momento all’altro sono ancora ben visibili. Sembra che non ci sia molta speranza per la gente di quelle contrade. Poi però lo scenario cambia drasticamente in prossimità di Medjugorie; qui il turismo è probabilmente la fonte di reddito principale e ogni segno di degrado è stato cancellato o mascherato. Ci fermiamo poco lontano dal santuario, a Ljubiski, dove prima di trascorrere la notte ci concediamo, a spese nostre, una cenetta che immaginavamo a base di datteri di mare e che invece è finita a cevapcici e…rane.

Grottina nei dintorni di Palce (Ph. Afrim Gjergji)

Sabato 24 maggio, sveglia morbida e comodo rientro a Trieste in autostrada via Croazia e Slovenia. La spedizione è ufficialmente terminata con la soddisfazione da tutti condivisa per il lavoro svolto, ciò che ha permesso alla CGEB di portare a casa ulteriori 832 mt di sviluppo spaziale della grotta arrivando ora a 2050 mt e l’intimo appagamento dovuto all’esperienza umana, ancor prima che tecnica, vissuta insieme e a contatto con gente dal cuore d’oro. Per tutte queste emozioni, desidero ringraziare Lucio e il Direttivo (quindi anche me stesso!) che mi hanno permesso di partecipare a un’avventura fantastica, i miei compagni di cordata con i quali si è da subito stabilita un’ottima intesa e, se mai avranno modo di leggere questo scritto, anche i nostri amici albanesi che ci hanno accolti come fratelli. Per finire, l’augurio che la CGEB sappia sempre approfittare proficuamente delle occasioni che si presenteranno mantenendo alto il prestigio che dal 1883 ci contraddistingue e creando i presupposti per un’armoniosa e pacifica collaborazione tra tutti i soci.

Enzo Caruso

Aspettative e prospettive future

Le battute di zona fatte con Afrim non hanno dato i risultati sperati in quanto la grotta di cui ricordava la posizione era decisamente molto inaccessibile, tanto che il pastore che ci aveva accompagnato, aveva mollato il colpo dopo che la salita si era fatta impegnativa per roccette e folta vegetazione, Afrim riuscì comunque a trovare l’ingresso che venne fotografato ma si trattava di un semplice riparo utilizzato da animali di passaggio visti i resti dei pasti che vi erano al suo interno; quindi nulla di fatto. Molto proficua invece l’uscita del 21 maggio nella vallata opposta dove dopo i soliti convenevoli a base di raki ad ogni paese che incontravamo, siamo finalmente giunti in zona Salce dove da una altura dove sorge un vecchio rudere si può osservare la vallata sottostante e le alture difronte dove in bella vista sulle pareti calcaree si possono notare due “occhi neri” che fanno capolino tra la vegetazione e posti alla medesima quota.

Possibile Grotta da esplorare: 42°15’41.90″N – 19°52’14.80″E (Ph Paolo Toffanin)

L’avvicinamento non è certamente semplice ma in quota sopra ad un pianoro soprastante questo sperone roccioso, insiste un edificio raggiungibile da una strat sterrata che potrebbe diventare il punto di appoggio per una futura spedizione in loco. Con alcune alchimie digitali utilizzando Ozi Explorer e Google Earth, ho provato a fissre la posizione della grotta ma soprattutto creare una traccia gpx utile per chi volesse avventurarsi a scendere dal pianoro verso le due grotte visibili nelle pareti calcaree. Necessario per questa avventura sicuramehte delle radio trasmittenti con una postazione guida presso il succitato rudere ed una agli esploratori per poterli orientare magari anche con un supporto di un drone.

Possibile traccia di avvicinamento per la nuova grotta – Elaborazione da Google Earth

Sarà la solita fantasia che aleggia sempre tra gli speleo quando non vogliono mollare la presa; forse si ma  tentare non nuoce visto che l’Albania è un paese pazzesco con paesaggi mozzafiato.

Paolo Toffanin