87 VG, CRONACHE DEL 2024-25

Pubblicato sul n. 71 di PROGRESSIONE

Inizi 2024. Infrasettimanale, consegna a domicilio delle scale nuove e rigorosamente in ferro, da scaricare e da mettere al sicuro dentro alla baracca, scale, staffe per il fissaggio, saponette per collegarle l’una all’altra, fix e bulloni ar­riveranno, in tutto 50 m lineari in tratti da 2 m per un peso totale spropositato di chilo­grammi. Ora serve solo volontà ed il tempo per portarle giù, cosa non da poco, ed inizia­re a metterle in opera.

Qualcuna verrà sacrificata a -120, più o meno, per sostituire alcune scale vecchie scomode e pericolose (vecchie scale in fer­ro, recuperate qua e là, ormai ben aggredite dalla ruggine), messe lì provvisoriamente più di un decennio fa; il resto andrà giù, verso il fondo, per continuare la ferrata che porta al fronte scavo da -255 a -295, mentre altre rimarranno li, ferme in baracca, in attesa di diventare utili – se non indispensabili – per raggiungere il Fiume dal quale, come quota rilievo, siamo circa 15 m sopra.

Un numero infinito d’uscite (766 a fine 2023 e 808 a fine 2024) in un periodo che riempie un continuum di 18 anni. I lavori, mai interrotti, erano iniziati nell’aprile 2006 da un gruppetto di (allora) 50/60enni che, poco ol­tre della quota -255, sono stati lambiti dagli inevitabili acciacchi: senza accorgersene era arrivata la tanto attesa terza (ma forse quar­ta) età ed i nostri eroi, alcuni ormai prossimi alle ottantasei/ottantasette primavere, altri con qualcuna in meno, iniziano sensibilmen­te a risentire delle fatiche, rallentando i lavori. Ed è qui che, già dal novembre 2023, per spirito di gruppo ma soprattutto per pura amicizia e rispetto di chi prima di noi ha co­struito non una semplice storia ma una pura leggenda, con estrema delicatezza, un po’ alla volta, di comune accordo, con l’arrivo di nuovi elementi meno carichi di anni è stato effettuato un passaggio di consegne ufficio­so che via via si è strutturato, portando lo scrivente a condurre i giochi perversi di con­soci e amici, diventati novelli grottenarbeiter.

Proprio un signor regalo, una bella eredi­tà, grazie muli!

Di quanto fatto sino a -250 o poco più sia Bosco che Pino hanno già scritto abbastan­za, ora cercherò di proseguire nel racconto di questa storia tormentata che ci sta por­tando ad affrontare un inconcepibile numero di impegni, spesso anche serali, non di intri­ganti esplorazioni ma di lavoro più prossimo a una pura colonia penale. Lasciando i tormentati tratti della grotta già pubblicati sul sito BOEGAN, parliamo ora invece del “bigolo” finale che a -260, bene o male ci ha rubato diverse, se non troppe, uscite all’inseguimento di un’esile fessurina, di una misura che a volte ci autorizzava infilarci il casco per sbirciare quel metro in più, ma molto più spesso si limitava a permetterci di infilarci il palmo della mano. I vecchi scen­devano a scavare regolarmente ogni sabato (oltre 700 sabati .), noi si andava quando si poteva: indifferente il giorno, di mattina, di pomeriggio, di sera, secondo le disponi­bilità di ciascuno. Si lavorava in un calcare indegno del nome: forandolo si impastava tutto, impiegando anche 20 minuti per foro, surriscaldando il trapano che lavorava pe­nando. E se penava lui, penavamo ancor più noi operando in posizioni scomode, distesi nel fango, sbilenchi, con gli addominali che si stiravano, le braccia che si stancavano e i dorsali che gridavano. E non si può allargare troppo, per lavorare meno costretti, non si può cercare di essere più comodi nella zona operativa altrimenti c’è troppo materiale da sistemare: si allarga quanto basta per la­vorare un po’ da cristiani (si fa per dire …). In più ogni tanto arriva dal trapano qualche scossa da dispersione e, come se non ba­stasse, spesso si lavora in presenza di forti correnti d’aria o in entrata o in uscita. E sem­pre immancabilmente seduti o distesi su un consistente rigagnolo d’acqua che t’inzup­pa tutto e ti mantiene vigile e fresco; il tutto impiastricciato da un fango presente ovun­que in quantità indescrivibili e che tende a coprire e imbrattare tutto, anche quello con cui non viene immediatamente a contatto (ci pensano gli allagamenti delle piene timavi-che a farlo). Si riempiono le ziviere – taniche tagliate orizzontalmente atte allo spostamento ma­cerie – di sassi e fango, fango e pietre; ma­teriali che finiscono per riempire i sacchi di juta con i quali poi si erigono muri. Il tutto in compagnia di un continuo, sempre presente ed incessante stillicidio.

Il problema principale nel nostro caso non è tanto lo scavare, quanto bensì dove stoccare il materiale: gli ambienti terminali di questa grotta (come, d’altronde, buona parte di tutti gli altri sono estremamen­te limitati; avendo con questo riempito tutto il possibile, eretto muri, riempito sacchi “de juta” per il contenimento del materiale inco­erente modello trincea e così via: siamo ar­rivati al punto che, avendo sfruttato anche la più piccola nicchia, non c’è più posto per nulla: anche se scavi non sai più dove met­tere il materiale per cui, fermi tutti.

A questo punto bisogna fare sì ordine, ma soprattutto spazio. E, prendendo esem­pio da quanto fatto dai “vecchi” che aveva­no spostato dapprima del materiale da -80 a -30/40 e poi da -130 a -120 (parecchie decine di metri di angusto cunicolo, reso complesso da alcune curve e dislivelli), parte la richiesta disperata … “ragazzi, una mano sulla coscienza, abbiamo bisogno d’aiuto”… Si aggregano alcuni consoci ed in un unico evento riusciamo ad organizzare un lungo passamano tra “arbeiter” toccati nell’animo e richiamati nei ranghi, svuotiamo la zona bassa di stoccaggio di circa 60 sacchi del peso di 10-15 kg l’uno trasportandoli ad un livello 10 m superiore lungo un percorso non da poco, creando spazio e permettendo il proseguimento dei lavori.

Barriera sul pozzo terminale. (Foto Marchesi)

Si ricomincia.

5 settembre 2025 dopo una pioggia eccezionale. (foto F. Marchesi)

Situazione sì analoga alla precedente ma, avanzando e continuando a riempire le retrovie di materiale e sacchi di juta, all’im­provviso qualcosa si apre davanti a noi, dan­doci un po’ di speranza. Ora non serviva più faticare per recuperare il materiale di scavo, questo stesso cadeva giù e guarda caso un saltino di due metri ci appare: è come una boccata d’ossigeno; allargatolo con un po’ di convincimento, vediamo che porta su di un ulteriore P4 che a sua volta non solo ci re­gala una salettina, ottima e capiente per libe­rarsi del materiale di risulta ammucchiandolo lì, ma poco più avanti guarda su un pozzo da 10 m notevolmente largo che ci ridà forza e coraggio. Sinceramente questa volta eravamo si­curi di essere arrivati, di aver finito di penare, di dover scendere e basta, di doverci fermare alcuni metri dal fiume per rispetto dei nostri anziani e dover organizzare un usci­ta dedicata, per far sì che i primi a toccare l’acqua fossero proprio loro, ma invece nulla, dopo questo pozzo da 10 m ci siamo trovati di fronte ad un bivio: possiamo scegliere se scendere una serie di pozzetti in erosione alquanto pericolosetti sotto una cascatella d’acqua, o scendere una china di fango con un eco da paura che dà su un salto da 10 m. ma tutte e due le strade, ahimè, portano ad un livello di assorbimento dall’aspetto sco­raggiante, un imbuto intasato di fango.

Di gallerie o altro, niet, ancora da scava­re.

Diverse uscite si impiegano per effettua­re assaggi di scavo, valutazione sul da farsi, aggiornamento rilievo per capire dove siamo arrivati e dove merita intervenire, corse sul fondo in occasione di piene ecc. a vedere e sperare in qualche illuminazione, ma per ora, l’unica cosa certa è che porteremo la nostra “Klettersteig” fino alla massima profondità e poi, dato che, fin l’ultimo la Grotta “no regala gnente”, ricominceremo.

E IL 2025 SARA’ MIGLIORE

Se fino al 2024 il motto era “sto anno semo dentro” per il 2025 abbiamo detto “sto anno gavemo i pie in acqua”. Poco convin­cente però .

Coerenza, un po’ di autolesionismo e tanta pazzia, fanno sì che i nostri Hòhlenarb-eiter non si fermino. Coerenza, autolesioni­smo e pazzia sono la base e gli ingredienti necessari per un cocktail a tema, indispen­sabili per rispettare l’eredità tramandata dai nostri avi. Dunque, ultimata la nostra Klettersteig fino al fondo fangoso (una ferrata di 300 me­tri .), la situazione si presenta cosi: una chi­na con imbuto finale, di fango semi liquido in forte pendenza che porta ad un pertugio ridicolo dal quale fuoriesce aria e anche, con una leggera piena in corso alla Skocjanske Jame di pochi metri cubi, si riesce, in reli­gioso silenzio, a distinguere un rassicurante rumore di acqua corrente. Sembra quasi facile, quattro palate e sia­mo oltre, ma a ogni nostro impegno di scavo per permetterci di varcare la soglia, il peso stesso dei sacchi modello trincea accata­stati a modo, a debita distanza, su un piano reso orizzontale . collassa, e la volta dopo, repete, tutto da rifare.

Che si fa? Occorre, in qualche modo contrastare l’importante spinta/colamento di un fronte di fanghiglia instabile larga 5m, con uno spessore di almeno altrettanti metri, per una profondità di 8m, un contenimento non da poco che significa, portare giù tubi innocenti, morsetti, fittoni, pedane ecc ecc, e man mano che si avanza bloccare, non solo la china instabile ma soprattutto il peso del muro di sacchi prodotti dallo scavo sottostante che cresce a dismisura. Il lavoro è lento, solo il trasporto dei ma­teriali impegna notevolmente sia in termini di fatica che di tempistiche, poi viene la posa ed il fissaggio a parete degli stessi ed appe­na poi si scava e, con il materiale di risulta si riempiono i sacchi e si costruisce il muro, questo, sempre più alto. Da tener presente che oltre a questo si lavora per rendere più agevoli i passaggi alle spalle, trascinando i sacchi riempiti un anno fa lungo il II° bigolo, svuotarli in una nicchia poco distante, portarli sul fondo per poi tor­nare a riempirli. Nulla si spreca.

Per non portare via giornate preziose alle altre attività, escludendo a priori i fine set­timana, l’appuntamento 87VG continua in­frasettimanale, di mercoledì con ritrovo alle 16,45 in baracca e relativa uscita dalla grot­ta che può variare, dalle 22 alle 23 passate, qualche volta anche più tardi. Magari a volte per agevolare i parteci­panti si anticipa di qualche ora o si sposta di un giorno. La squadra rimane invariata, Fabrizio sempre presente a volte anche solo, Sparta­co leggermente meno assiduo e Andrea M. che, causa lavoro, è presente una settimana si e una no; a questi vanno aggiunti anco­ra un paio di personaggi che in determinate circostanze di forte necessità si affiancano, anche se con un po’ di malavoglia. Come se non bastasse, dato che il lavoro è fluido, scorrevole, di poco impegno ci si mette anche Pino che con la sua perfezione chiede gentilmente di rivedere le prime 10 battute del rilievo perché non combina per “un metro”; fatto questo, lamenta che co­munque messo assieme tutto, tra un dato e l’altro c’è una differenza di 80 cm …?…? Solo ed esclusivamente per rispetto, spe­rando di fare cosa gradita, decido e rifaccio tutto il rilievo, dall’ingresso al fronte scavo. Quota – 300.

Non molliamo, i lavori continuano speria­mo di finirla presto, ma dato che appunto la grotta “no regala gnente” per il 2026 abbia­mo già pronto un nuovo motto.

(disegno A. Miglia)

Alla prossima.

Il maggior numero di uscite effettuate nel 2025 sono a carico di Fabrizio Marchesi, Spartaco Savio e Andrea Miglia, cui vanno aggiunti con un apporto discontinuo ma non per questo di poco aiuto: Silvia Foschiatti, Enzo Caruso, Mauro Norbedo, Marco Dorigo (e qualcun altro ancora …)

Spartaco Savio