POZZO TRIESTE GROTTA CUCCHIARA MONTE KRONIO

 “Le Grotte vaporose del Monte Kronio”.

Foto di gruppo (foto S. Savio)

È impossibile descrive la sensazione che si prova dopo esservi entrato. Ti prendono, ti affascinano e… ti drogano… Con un sempli­ce passo, lasci il mondo vecchio alle spalle e da quel momento hai trasformato per sem­pre te stesso… Trentadue anni fa… Esattamente trenta­due anni sono passati da quel giorno in cui, evaso dai ranghi strettamente controllati dal nostro “Comandante” Giulio Perotti, assie­me a Robi (Roberto Prelli) scesi un pozzo ancora inesplorato e mi trovai ad osservare la base del Pozzo Trieste a soli 18 m dal fon­do. Eravamo affacciati da una finestra che si trovava alla stessa altezza della sommità del cono detritico che occupa la base del Trieste. La visuale era offuscata dall’intensovapore e limitata dalla fievole luce della lam­pada carburo, ma bastava per capire quello che avevamo davanti a noi. Bastavano ancora 20 m di scale, una corda, qualche chiodo e saremmo arrivati sul fondo del Trieste senza l’aiuto di nessu­no, ma in normale progressione speleo. Era l’ormai lontano 1986 e il sogno si sarebbe realizzato. È passato parecchio tempo da quel gior­no. Anche se il ricordo di noi sull’orlo di quel pozzo, ad un passo dal traguardo è ancora indelebile, tutto il resto è un vago ricordo che si confonde con altre storie ed immagini, fini­te quasi nel dimenticatoio tra ricordi lontani ed un po’ sbiaditi. Rispolverare ora quegli attimi non è ba­nale ma proverò, comunque a risvegliare la memoria e raccontare un po’ la storia. Anno 1986, durante una delle tante spe­dizioni della Boegan sul monte Kronio, nella “Galleria delle croste” scopriamo un passag­gio mai notato prima: una serie di gallerie, di scivoli e di pozzetti che ci portano sull’orlo di un enorme finestrone che domina il Trieste, 40 m più in basso del trespolo Gherbaz.

(foto C. Michieli)

Già qui un successone, rispetto a sopra, dove il posto di manovra è stretto, disage­vole, caldo. Qui è tutto più comodo, gran­de, la temperatura è più fresca, e nel caso si decida di scendere nuovamente il pozzo, sicuramente l’impresa sarà più semplice e pratica rispetto a dove è stato calato Mario nel lontano 1979 con una bombola da sub e non pochi problemi tecnici. Comunque sia, onore ai pionieri di que­ste esplorazioni che, checché se ne dica, hanno fatto la storia ed hanno tracciato il nostro cammino. Usciti dalla grotta e parlato con il Coman­dante, entusiasti della scoperta e sull’euforia del momento, già si accenna alla possibilità di effettuare una futura spedizione, che anni dopo verrà fatta calando due persone con tute particolari, raffreddate con aria fresca e secca dall’ esterno, proprio da questo affac­cio sul Pozzo appena scoperto.

             (foto G. Cergol)

Nei giorni seguenti il prosieguo delle esplorazioni ci porta a percorrere una galle­ria che si apre a pochi metri dall’orlo di que­sto nuovo finestrone, oggi conosciuta con il nome di “Galleria dei Pipistrelli”. Una vastità di ambienti che nessuno di noi immaginava! Sale, scivoli, arrampicate, traversi, accumuli di guano, colonie di insetti rossi, il tutto alter­nando delle zone calde a delle zone sensibil­mente più fresche.  Ad un certo punto, sul fianco di questa galleria, a 3 m d’altezza, una frattura si af­faccia su di uno sprofondamento che sem­bra dirigersi nella direzione giusta. Alla par­tenza di questa, la temperatura è alta (34°) e al momento ci demoralizza parecchio, ma subito sotto di qualche metro, si percepisce immediatamente un calo di qualche grado, grazie ad un importante flusso d’aria fresca discendente. Entusiasti più che mai, il giorno dopo, raccattiamo tutto quello che abbiamo e per tutto intendo, qualche scaletta, una corda dinamica, qualche spezzone di corda statica ed una manciata di chiodi da fessura. Forse anche un paio di cordini. Fatto il pieno di carburo nella lampada, iniziamo a scendere. L’epoca dei trapani e fixdoveva ancora ger­mogliare e i led erano fantascienza. Attrezzare un pozzo anzi una serie di salti impostati in frattura, con le pareti in­crostate di un marciume unico fatto di fango secco, guano, gesso o che cazzo era, solo con chiodi da roccia che per piantarli era ne­cessario grattare le pareti per trovare delle fessure che chiaramente non erano mai nei posti giusti è stata una signora impresa. Non va dimenticato che si stava esplorando in un ambiente particolarmente ostico, ad una temperatura non proprio ottimale, con l’in­cognita del rientro. Si scende, e metro dopo metro guada­gniamo dislivello, sudati, alla ricerca di un punto dove armare, di un ponte naturale, di una fessura per piazzare qualche nut fatto con un nodo sul cordino. Si scende, facendo frazionamenti tiratissimi, che nel caso… tie­ne quello sopra, e sempre con l’incubo che la corrente d’aria cambi, rendendoci impos­sibile il rientro. Fortunatamente il flusso non cambia, si rimane al fresco (30-32° per tutta la discesa) e man mano che si scende si bo­nifica buttando giù una quantità indescrivibi­le di fango secco e di materiale crostoso. Si scende passando da una dinamica ad una statica, fino ad arrivare ad un punto in cui finiamo tutto il materiale e usiamo persino le staffe delle maniglie per vedere un po’ più in là. Siamo alla partenza di uno sprofonda­mento dal quale sale un’aria nettamente più calda ma non c’è più materiale, nemmeno fuori. Come al solito questi premi arrivano alla fine e non puoi rimanere nemmeno un giorno in più per completare l’opera. Così di quella discesa ci è rimasto solo l’amaro in bocca per non essere riusciti a toccare il fon­do, ma nello stesso tempo contenti di aver aperto una via che se mai verrà seguita por­terà sul fondo del Trieste quanti più speleo­logi possibili senza dipendere da arie, tubi, verricelli, eccetera. Passano gli anni e il tutto finisce nel di­menticatoio o forse nell’ignoranza. Nel 1997 si organizza un’altra spedizio­ne con l’obiettivo di scendere il Pozzo, non seguendo la via fredda ma scendendo dal finestrone 40 m più in basso del ballatoio Gherbaz. La spedizione si conclude con succes­so, utilizzando aria pompata dall’esterno e calando con verricello Louis Torelli e Davide Crevatin sul fondo del Trieste. Presi dati, fat­te foto, rilievo, tutto.

Posizionamento del rilievo della Grotta Cucchiara su immagine di Google Earth.
                (foto S. Savio)

Dopo quella spedizione, siamo ritornati a Sciacca diverse volte, un paio delle qua­li assieme agli speleo dell’associazione La Venta. Assieme a loro, abbiamo concentrato le forze su altri obiettivi (riprese con i droni, esperienze con gli astronauti), abbiamo effettuato delle esplorazioni alle Stufe ed al Lebbroso, portando alla luce un sacco di no­vità: vasi, pietre, bamboline, scheletri e nuovi rami. Finalmente, nel febbraio del 2018, tra i vari lavori da svolgere riusciamo a dedicare del tempo alla riesplorazione del ramo sceso nel lontano ’86 e… questa volta, con succes­so. Il 25 febbraio, mentre alcuni componenti della spedizione si dedicano al rilievo ed altri alla pulizia della grotta, io e Marco Armocida iniziamo a scendere riarmando tutto a fix e recuperando qualche chiodo messo a suo tempo, un po’ per ricordo ed un po’ per ana­lizzare, eventuali deterioramenti strutturali. Scendendo e ritrovando chiodi e cordini da tempo abbandonati sugli armi, non posso far altro che ammirare lo stile con cui all’epoca avevo, assieme a Prelli, disegnato la linea di calata e soprattutto la fantasia con la qua­le inventavamo gli ancoraggi. Anche que­sta volta, nonostante il trapano ho dovuto tribolare per trovare la posizione giusta per ogni fix, per rendere il più possibile sicura la discesa, ma soprattutto la risalita. Ci fer­miamo, abbiamo raggiunto il punto in cui ci eravamo fermati nel lontano 86. Come primo giorno, meglio non esagerare. Sulla parete si legge ancora la scritta fat­ta con la carburo “CGEB 86, Pozzo Trieste”. I ricordi affiorano, l’emozione si fa forte, non so se Marco sentisse la stessa emozione, non lo credo, è una cosa mia, difficile da spiegare. Il giorno seguente con me e Marco c’è anche Luca Imperio e a seguirci Gianni e Tom, armati di disto e smartphone per fare il rilievo. Bei tempi oggi, altro che bussola e cor­della. Raggiunto il punto un cui c’eravamo fermati ci troviamo di fronte ad un bivio: scendere diretti sul fondo dal terrazzo con una temperatura decisamente altina, oppure risalire di qualche metro e scendere un’altra frattura dove, sia le sensazioni che il termo­metro indicano qualche grado in meno. In­seguiamo la corrente più fresca e con un po’ di fortuna… la frattura sprofonda per un paio di metri e poi diventa simile ad un toboga dove sono obbligato a piazzare diversi fix per renderne più agibile e sicura la discesa. Ma passato questo, si ritorna alla normalità con un salto di qualche metro, superato con un semplice devio, un ultimo diaframma di roccia e si spalanca di fronte a noi l’enormità del fondo del Trieste. Atterrato su un mor­bidissimo cumulo di terriccio nel punto più fondo e più fresco di tutto il Pozzo, verifico la temperatura col termometro, 35°C. Emo­zionato più che mai, do il libera e immedia­tamente vengo raggiunto da Luca, Marco e dopo un po’ anche da Gianni e Tom. Illumi­nando una parete ci appare la scritta “Davi­de Louis 1998”. Il fondo del Pozzo Trieste è occupato da un cono detritico di 60 m di circonferenza e 24 di altezza che mette a dura prova quelli di noi che con slancio ed impeto lo risalgono, passando con rispetto accanto alla bombola di Mario, risalente alla prima discesa e al San Calogero deposto volutamente a protezione degli speleo. Rileviamo, prendiamo misure, scattiamo qualche foto e saliamo; con noi sale anche la temperatura e finalmente rag­giungiamo la sommità dell’accumulo da cui riusciamo a notare delle finestre. Le stesse viste da Mario, poi da Louis e Davide e alcune confermate dal drone nella spedizione precedente.

              Scendendo verso il P. Trieste. (foto C. Michieli)

Provo una sensazione ed una soddisfa­zione enorme, aspettavo da anni questo mo­mento! Non so se è la stessa che riescono a provare gli altri che mi hanno accompagnato e sostenuto in questa impresa, anche se, credo vivamente che dentro di loro, la sen­sazione e la certezza di aver fatto un qualco­sa di eccezionale c’è, sicuramente. Un passo importante è stato fatto, un traguardo è stato raggiunto. Siamo riusciti ad arrivare fin qui senza l’uso di tecnologie avanzate, ora il problema sarà portare avanti l’esplorazione, raggiungere quelle finestre, scoprire nuovi ambienti, svelare altri misteri, mettere in sicurezza chi opera sul fondo ed organizzare delle vie di fuga, andare avanti con campionature, studi immunologici e quant’altro. L’essere arrivati sul fondo del Trieste, non è solamente una conquista speleologica, ma il superamento di un ostacolo enorme che obbligava ad una logistica non indifferente per far scendere solamente due persone. In questo modo ora abbiamo aperto una porta che ci condurrà sicuramente a nuove esplorazioni e a nuove scoperte. Da qui, inizia un altro capitolo sulla storia di Sciacca, ma questo, se ci sarà permesso, è un discorso che faremo più in là. Un enorme e sentito grazie anche a Cristina Michieli e Gian Maria Valeri che, se per motivi organizzativi non hanno potuto scen­dere alla base del Trieste, sono stati di enor­me aiuto per tutto il lavoro di organizzazione e di topografia svolto in quella settimana.

Spartaco Savio