Hermann Bock

ERMANN BOCK 9.02.1882 Brünn (Brno) – 02.01.1969 Graz

DALLA SPELEOGENESI DEI FIUMI SOTTERRANEI AL SERVIZIO DELL’IMPERATORE SUL FRONTE ITALIANO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE NELLA REALIZZAZIONE DELLE GROTTE DI GUERRA

           Fig. 7 – Bock nel 1927

[Hermann Bock: from the speleogene-sis of the underground rivers at the service of the Austro-Hungarian emperor on the Italian front of the First World War for the construction of war caves]. Hermann Bock (* 1882 – f 1969) was one of the greatest Au-strian speleologists. Even before graduating in engineering at the University of Vienna, at the beginning of the twentieth century, being a native of Brno, he began and explo-red the caves of the Moravian Karst. Then, from 1902 in service of the Government of Styria, he devoted himself above all to the exploration and study of the limestone mas-sifs of the Dachstein and the Toten Gebirge. In 1907 he founded the “Verein für Höhlenk-unde in Graz” (Association for Speleology in Graz), expanding it in 1911 as “Verein für Höhlenkunde in Österreich”. In those years he became the most famous speleologist in Austria, founded the journal “Mitteilungen für Höhlenkunde” and he is in correspondence with the most important speleologists of the Empire of Austria and Hungary and Europe. Over the First World War of 1914 Bock is an artillery lieutenant, becoming a specialist in the adaptation and construction of the “war caves”. In 1915 he was commanded on the Italian front where, in the area of the Karst, it predisposes almost all the cavities in use for such purpose, natural and artificial that shall be used by the troops of the Central Empi-res. With his working group, the sometimes strong “Höhlenbaugruppe”, in some periods made up of 500 soldiers, Bock takes care of no less than an hundred cavities. In the Grotta di Samatorza (Carso) there is still a tank of the collection of the dripping water where, on the edge of the concrete. there is signed his name. After the “defeat of Capo-retto” and, as result, the advancement of the forces of the Central Empires up to the Pia-ve River (October 1917), such works in the cave (natural and artificial) were left behind and lost interest. Bock was, even in the pe-riod between the two world wars, very active not only in exploration, but especially in the studio. The most famous and controversial hypothesis of Hermann Bock was the “Höhl-enflusstheorie”. This last one, hypothesized that, in the Tertiary, in the Northern Alps it must there had existed an enormous under­ground river, with an enstimated flow from 1,500 to 3,000 m3/s; the pride of this model was the so-called “Paläotraun”: a large gal-lery in the Dachstein-Mammuthöhle. For us, Italians, the long “contact” of Hermann Bock with the region Giulia and Carniola, as a sol-dier, engineer and speleologist, ended with the “defeat of Caporetto” of 1917. Speleolo-gy, with the present article, intends to bring a contribution to memory in the centenary of the important fact of arms (1917-2017) and after the Italian victory (1918), obviously seen from both sides of the war, especially remembered in Friuli Venezia Giulia.

 INTRODUZIONE

Soprattutto dagli studi storici sulle ca­vità naturali e artificiali utilizzate durante la Grande Guerra, riemerge periodicamente il nome di un importante speleologo austriaco che operò sul fronte dell’Isonzo e del Car­so: Hermann Bock. Lo ritroviamo così, con l’incarico di speleologo e ingegnere al servi­zio del suo imperatore, impegnato in divisa militare per l’adattamento o la realizzazione delle cosiddette “grotte di guerra” lungo la linea di difesa dell’Austria-Ungheria anche in una recente pubblicazione di argomento speleo-storico sulla Valle dello Judrio (oggi zona di confine fra Italia e Slovenia) (Mene­ghini, 2017) seguita a un progetto di studio realizzato dal Centro ricerche carsiche “C. Seppenhofer” di Gorizia. Nell’ambito della speleologia giuliana il nome di Hermann Bock è perlopiù associa­to al suo incarico militare nella Prima Guer­ra Mondiale, meno invece si conosce della sua attività come speleologo, che sviluppò lungo l’intero arco della sua esistenza, tanto da essere collegato a grandi scoperte esplo­rative e ricerche sul carsismo sotterraneo che furono ripetutamente citate e discusse – quest’ultime – dai maggiori studiosi della sua epoca. Alcune delle sue idee sulla spe-leogenesi di grandi cavità delle Alpi setten­trionali, per l’interesse scientifico (e oggi er­meneutico) che suscitarono, furono analizza­te e verificate sotto l’aspetto geomorfologico e speleogenetico addirittura dagli speleologi attuali, a dimostrazione dei quesiti mai com­pletamente risolti che posero. Il presente articolo intende ripercorrere, sinteticamente, la sua vita di speleologo e mettere a fuoco i principali temi e interro­gativi che quelle sue scoperte e ricerche determinarono. Necessariamente, espongo brevemente la vita di Hermann Bock, riman­dando per un suo approfondimento alla bi­bliografia specifica (Maurin, 1962; Golec, 2013; Wikipedia, 2017).

 VITA DI HERMANN BOCK: IL PERIODO FINO ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Fig. 1-Il giovane Hermann Bock, da studente.

Hermann Bock nasce il 9 febbraio 1882 a Brünn (Brno) nell’Impero di Austria-Ungheria e muore il 2 gennaio 1969 a Graz in Austria a ottantasei anni. Unanimemente, nel con­testo storico, si considera sia stato uno dei maggiori speleologi austriaci (Balázs, 1992; Shaw, 1992). Inizia le ricerche speleologiche già da studente delle scuole superiori nel Carso Moravo (Fig. 1) dove esplora e rileva nume­rose grotte (Fig. 2). Dopo la laurea all’Uni­versità di Vienna (“Hochschule für Boden-kultur in Wien”) entra nel 1902 al servizio del governo provinciale della Stiria in qua­lità di Landeskulturingenieur. Qui, trovando la collaborazione con Adolf Mayer, riesce a sviluppare estesamente le sue ricerche. Nel 1907 fonda la “Verein für Höhlenkunde in Graz” (Associazione per la Speleologia di Graz), espandendola nel 1911 come “Verein für Höhlenkunde in Österreich” (Associazio­ne per la Speleologia in Austria). In pochi anni si crearono parecchie sezioni, tra le al­tre quelle a Linz, Salisburgo, Brno, Vienna e Sarajevo. Si tenga conto che, all’epoca, nel­la lingua tedesca si usava ancora il termine Höhlenkunde giacché quello di Speleologia (Speläologie) era da poco entrato nell’uso e, sostanzialmente, non ancora adottato in Austria-Ungheria. Attraverso l’edizione del­la rivista sociale “Mitteilungen für Höhlenk­unde”, con Bock che ne è redattore, l’as­sociazione guadagna d’importanza ed egli stesso pubblica numerosi articoli. Bock, con un’intensa attività di esplora­zione e ricerca diviene, in quegli anni, lo spe­leologo più famoso d’Austria.

Fig. 2-Il nome di Hermann Bock nella Brunagrotte nel 1902
Fig. 3 – La “Schatzkammer” nella Odelsteinhöhle rag¬giungibile grazie a scale in legno frassino, in un acque¬rello dell’ing. Julius Pollak del 1911, all’epoca delle esplorazioni di Bock

Nel 1908 e nel 1909 esplora, quasi per intero, la Lurhöhle, riuscendo a raggiungere l’allora sifone ter­minale del Ponor des Lurbaches; nel 1909 Bock fu premiato dal governo con l’incari­co di rilevare e indagare scientificamente la Lurhöhle: riuscì portare a termine il progetto assistito da altri speleologi in ventisei giorni. Tre anni dopo, grazie ai suoi sforzi fu costi­tuita la Lurgrottengesellschaft (società per la Lurgrotte, dedita allo sfruttamento turistico). Già dal 1912 furono effettuate visite guidate; nel 1928 la grotta fu dotata di illuminazione elettrica, mentre nel 1952 fu aperto un nuo­vo ingresso. Nel 1910-1911 Bock, assieme a Georg Lahner, Alexander von Mörk e Ru-dolf Saar, fa tutta una serie di scoperte nelle vaste aree carsiche montuose del Dachstein e nel Toten Gebirge. Bock, assieme ad al­tri illustri speleologi dell’epoca, ante Prima Guerra Mondiale, per le guide di viaggio nell’area della monarchia asburgica proget­tò un’edizione speciale dedicata al turismo sotterraneo, poiché già allora si valutava che questo tipo d’industria potesse esse­re economicamente fiorente (Bock et al., 1912). Non a caso, tra i co-autori compare l’importante speleologo triestino (di origine dalmata) Johann Andreas Perko (poi, sotto il Regno d’Italia, mutato in Giovanni Andrea Perco) che dal 1909 si era trasferito a Postumia dedicandosi alle esplorazioni e alla valorizzazione turistica delle grotte, di cui divenne direttore. Le maggiori imprese di Bock, del periodo precedente la Prima Guerra Mondiale, sono dunque concentrate in Austria, in particola­re nell’area montuosa del Dachstein, dove agisce principalmente in collaborazione con Georg Lachner di Linz. Non solo esplora, pure affronta scientificamente i quesiti sulla genesi delle grotte alpine e dei ghiacci inter­ni, tanto che da quest’attività uscirà il pre­stigioso lavoro “Höhlen in Dachstein” (Bock, 1913/d; Bock et al., 1913). Da queste espe­rienze si forma, pure, la sua visione sulla circolazione delle acque carsiche, riassunta nel “Der Karst und seine Gewässer” (Bock, 1913/a) e “Charakter des mittelsteirischen Karstes” (Bock, 1913/b), con concezioni che propendono verso le teorie di Martel e di Katzer (circolazione in condotti, anche indi­pendenti) e non verso il Grund (falda freatica assimilabile a un mezzo poroso). Inoltre, va ricordato che Bock pubblicò – come messo in evidenza da Cigna (2017) – il primo lavo­ro di meteorologia ipogea con trattamento matematico dei dati nel 1913: un contribu­to specifico quale capitolo all’interno di un volume dedicato alle grotte del Dachstein (Bock, 1913; Simonys, 1913). Bock, per altro verso, fu subito un fautore non solo del­lo sfruttamento turistico delle grotte, anche di una musealizzazione della speleologia (Bock, 1913/c; Mattes, 2016), non ferman­dosi alle grotte del Dachstein ma pensando anche a quelle di Postumia nella Carnìola. Tra le molte esplorazioni e gli studi di Bock, cito pure, quale esempio del suo poliedrico interesse che si protrasse nel corso degli anni, l’Odelsteinhöhle (nella Stiria) (Fig. 3), dove si applicò nel rilevamento topografico, negli studi mineralogici riconoscendo con­crezioni aragonitiche, contenenti nichel e co­balto e sospettando quelle ferro-mangane-sifere, nonché nella valorizzazione turistica (Bock, 1911, 1932/33). Bock, con il “Verein für Höhlenkunde in Österreich”, tenne del re­sto una fitta corrispondenza e una proficua collaborazione (secondo lo stile del’epoca) con tutti i maggiori studiosi dell’area mitte­leuropea e non solo.

 L’ATTIVITÀ DI BOCK COME UFFICIALE, INGEGNERE E SPELEOLOGO SUL FRONTE ITALIANO DELLA GRANDE GUERRA

Fig. 4-Il biglietto del tenente Hermann Bock sul fronte italiano.

Durante la Prima Guerra Mondiale Hermann Bock fu nell’esercito fin dal giorno della mobilitazione, in qualità di ufficiale, e fu ferito in Galizia. È documentato che nel 1915 Bock si trovasse con i suoi soldati all’Adelsberger Grotte (Postojna/Postumia) (Holzmann, 1992). Sempre nel 1915 Bock si recò, comandato, sul fronte dell’Isonzo per la ricerca delle grotte esistenti e il loro uti­lizzo bellico nonché per approntare altri siti in sotterraneo. Grazie alla sua conoscenza tecnica della speleologia e come ingegne­re, nell’esercito Austro-Ungarico è subito posto, sul fronte italiano, a capo del “Höhl-enbaugruppe” (il gruppo che si occupa del­la costruzione delle cavità per uso bellico, forte, a volte, di 500 uomini). Con questo incarico operò nella 5a Armata con il grado di tenente; per il suo ufficio, aveva un tim­bro che riportava “5. A.K.Q. Höhlenforscher u. Höhlebaugruppe” (Fig. 4). La sua attività sul fronte italiano è solo parzialmente docu­mentata (Gherlizza & Radacich, 2005) ma si suppone che egli abbia preso conoscenza di quasi tutte le cavità utilizzate. Tra l’altro, sul fronte del Carso, Bock ebbe sotto il suo co­mando il tenente Anton Beram (*1809 fi 957) (sotto il Regno d’Italia mutato in Antonio Berani), speleologo triestino della Commissio­ne Grotte della Società Alpina delle Giulie, a capo di una squadra di scavatori, e tra que­sti, sembra, pure un altro soldato che sarà speleologo della Commissione Grotte, Italo Gherson, entrambi operanti nella zona di Jamiano (sul Carso presso Monfalcone). La tattica di una guerra di difesa (almeno per un contenimento iniziale secondo la strategia e i piani dell’alto comando austriaco) prevede­va, nelle zone montane (dal Carso alla valle del Fiume Isonzo), la costituzione di caverne di artiglieria e di rifugio. L’ampio affioramen­to di rocce carbonatiche, con la presenza di grotte, corrispondeva ai bisogni, cioè la possibilità di convertire in opere di guerra le grotte carsiche e scavarne delle artificiali, trovando masse rocciose compatte e stabili, con alta capacità portante e di auto-soste­gno, che soddisfacevano le necessità inge-gneristiche.

Fig. 5 – Rilievo originale della Grotta Azzurra, sul Carso, eseguito da Bruno Boegan e Raffaello Battaglia nel 1925, conservato nel catasto storico della Commissione Grotte “E. Boegan”, dove si riporta la vasca per la raccolta d’acqua di stillicidio fatta costruire dal tenente Hermann Bock, quando fu comandato sul fronte italiano durante la Prima Guerra Mondiale, sul cui bordo è scritto il suo nome. La cavità, utilizzata dagli Austro-ungarici, si apriva nelle retrovie, a circa 5 km dalla prima linea di fuoco; nella dolina e all’imbocco sorsero baraccamenti, mentre fu scavata una galleria artificiale per riportarsi all’esterno in caso di blocco. Un piccolo sentiero a tornanti conduceva alla parte pianeggiante, dove furono costruite due vasche per raccogliere l’acqua. La Grotta Azzurra non è solo importante sotto l’aspetto storico, pure per quello geomorfologico ed è uno dei più noti e studiati siti preistorici del Carso. (Cortesia di Riccardo Corazzi, Commissione Grotte “Eugenio Boegan” SAG-CAI Trieste). Fig. 6 – La scritta «Erbaut 10/7/1917 von Herrn Oblt. H. Bock» sul bordo di una delle due cisterne di cemento fatte costruire sul fondo della Grotta Azzurra, “grotta di guerra” nelle retrovie sul Carso, dal tenente Hermann Bock. (Cortesia di Maurizio Tavagnutti, Centro ricerche carsiche “C. Seppenhofer”).
Fig. 8 – Schema degli “Hòhlenflusses” dal lavoro originale di Bocket al. (1913).

Le testimonianze della presen­za di Bock, che operò sicuramente lungo il fronte del basso Isonzo, sono comunque labili, specie a un secolo di distanza dagli avvenimenti; interessante però è un’iscrizio­ne che si trova su una cisterna in cemento con capacità di 43 m3 costruita sul fondo pianeggiante della Grotta Azzurra di Sama-torza (Carso) (Fig. 5) che sulla parte supe­riore porta la scritta «Erbaut 10/7/1917 von Herrn Oblt. H. Bock» (costruita il 10 luglio 1917 dal signor tenente H. Bock): catturava le acque di stillicidio e costituiva un punto di rifornimento idrico (Gherlizza e Radacich, 2005; Marini, 2010; Todero, 2017) (Fig. 6). Sempre a Bock è quasi certa l’attribuzione del manuale “Der Kavernenbau”, edito dalla 5a Armata austro-ungarica [K. u. K. Armeeo-berkommando. Up. Nr. 53.000. Sammelheft der Vorschriften für den Stellungkrieg. Teil I b. Der Kavernenbau, August 1917], l’Isonzo Armee, che raccoglie le esperienze fatte dando ogni genere di disposizioni per i lavori di scavo e adattamento di grotte. Una trac­cia della presenza di Bock sul Carso, zona di Doberdò, la troviamo (peraltro già citata da Gherlizza & Radacich, 2005) nell’interes­sante testo, sotto forma di memoriale, di Kornel Abel il quale scrive di come incon­tra, nel 1916, un ufficiale di artiglieria (age­volmente identificabile in Hermann Bock) seguito da due artiglieri che gli si presentò come il responsabile, nell’armata, incarica­to di “esplorare a fondo la zona del monte Sei Busi e Duino, per un tratto di circa qua­ranta chilometri, allo scopo di trovare gran­di grotte naturali da trasformare in ricovero per le truppe” (Abel, 1934). Abel notò come quell’ufficiale tenesse in mano una bacchet­ta da rabdomante. Voglio far notare che, a quei tempi, la rabdomanzia e i rabdomanti erano tenuti in considerazione, tanto che pure il grande idrologo triestino prof. Guido Timeus, pioniere dei tracciamenti e scoprito­re del collegamento tra il Timavo superiore e le risorgenze a Duino, all’epoca, impiegò una nota rabdomante sopra la Grotta di Trebiciano, dove sul fondo scorre il Timavo ipogeo: esperimento del 1913 che, con la donna del tutto ignara del caso, riuscì perfettamente (Semeraro, 2012/c). Poi – come ricordato -con la “rotta di Caporetto”, quindi con l’a­vanzamento delle forze delle Potenze cen­trali fino al Piave (ottobre 1917), tali opere in caverna (naturali e artificiali) furono lasciate alle spalle e persero d’interesse. Notizia di un importante ritrovamento sul Carso, le­gato a Bock, è data da Marini (2010): Bock aveva ordinato ai suoi sottoposti affinchè gli consegnassero gli eventuali reperti rinvenuti durate gli scavi delle “grotte di guerra”; nel corso dei lavori nel 1917 in una piccola ca­verna presso Mozci nella valle di Brestovizza i soldati trovarono una colonnina su una pic­cola ara recante un’iscrizione in greco, con la quale Tesio e la consorte Artemide ringra­ziavano un’ignota divinità che li aveva be­neficati. L’importante reperto fu lasciato da Bock a Maribor (Marburg) dove, purtroppo, andò perduto al momento della disfatta. A questo punto, vale la pena rammentare che la guerra sul Carso trovò un ambiente completamente differente dall’attuale, ricco di vegetazione a seguito dell’imboschimento dopo la Seconda Guerra Mondiale e agreste intorno ai villaggi. Il Carso, per i combatten­ti era terribile. Solo pietra. Sempre dal testo del capitano di Stato Maggiore Kornel Abel – prezioso giacché è uno dei pochi libri te­deschi sull’argomento – si coglie per intero quella “refrattarietà” esaltata, per noi italiani, dai versi di Ungaretti … “Come questa pie­tra… così refrattaria / così totalmente / disanimata”. Lungo le linee che si spostarono fino air’Undicesima battaglia dell’Isonzo” ogni dolina, grotta, anfratto, in un territorio nudo e devastato trovava utilizzo, e della sua “pietra” Kornel scrive: “…II Carso è un nemi­co! Un nemico instancabile, sempre all’erta, implacabile e tenace. Come Dio … Perfino i caduti rimangono estranei a questa pietra che impedisce loro l’ingresso all’estrema di­mora…”. Verosimilmente a seguito della “rotta di Caporetto” – anche detta “Dodicesima bat­taglia dell’Isonzo” combattuta dal 24 ottobre al 7 novembre 1917, e per gli austo-ungarici chiamata Schlacht von Karfreit – nel 1917 Bock fu assegnato alla “Höhlenkommiss-ion” per la ricerca e lo sfruttamento dei fo­sfati nelle grotte in Stiria, Moravia e Galizia. Suppongo che fu proprio in questo ruolo che stabilì una fruttuosa collaborazione e amicizia con il Dr. Georg Kyrle, futuro “padre della speleogenesi” in Austria (Kyrle, 1923); infatti, Kyrle fu incaricato dell’estrazione del ricco deposito di fosfati derivante dai resti della mammalofauna quaternaria della Drachenhöhle in Stiria (Semeraro, 2012/a). L’impiego di Bock sul fronte italiano fu importante, si stima abbia dovuto occuparsi di almeno un centinaio di cavità tra naturali e artificiali, progettando le opere, poi facen­dole adattare o scavare per i vari usi. È una pagina ancor non molto conosciuta poiché le moderne ricerche sulle “grotte di guerra” su questo fronte – almeno da parte degli stu­diosi italiani – sono iniziate tardi, e poi qua­si tutte le opere interne hanno subito, in un secolo, un inesorabile degrado o risultano distrutte. Si tratta, come ricordato, di po­stazioni di artiglieria, rifugi, ricoveri etc, fino allo scavo di cunicoli di captazione idrica. Si può dire che il fronte e le retrovie furono inte­ressati da una capillare perlustrazione: ogni grotta naturale che si prestasse e ogni sito in posizione strategica (difesa/offesa) utilizzati allo scopo. Dall’altra parte del fronte dove militava Bock, l’esercito italiano – è noto – si attivò al medesimo modo. Gli interventi belli­ci “in cavità” degli austriaci erano sconosciu­ti agli italiani, i quali “scoprirono” le opere in sotterraneo austro-ungariche durante le fasi di avanzata che interessarono le “battaglie dell’Isonzo”, poi riutilizzandole e riadattan­dole al proprio uso, almeno fino alla “rotta di Caporetto” quando dovettero ritirarsi al Piave. Solo per ricordare, l’esercito italiano affrontò – come qualsiasi altro – il proble­ma della “geologia militare” (nella più ampia accezione: dalla logistica alla strategia), al quale si dedicarono anche illustri speleologi e geologi del tempo, come il triestino Euge­nio Boegan che fuggito dal campo d’interna­mento raggiunse l’Italia mettendosi a servizio dell’Alto Comando, con le sue conoscenze e la sua memoria – si dice “fotografica” – del Carso (un lungo lavoro d’intelligence che fu riconosciuto a fine guerra con il cavalierato), mentre, per esempio sul fronte carnico, per la sua competenza diretta di montagne e vallate per il Comando si occupò il geologo friulano tenente Michele Gortani (volontario e parlamentare), tanto da ricordare nei suoi scritti il Fontanon di Timau e, durante gli sca­vi bellici, “una fessura allargata a pozzo, non scandagliata data la grande profondità, in una perforazione di una galleria di artiglieria sotto lo sperone occidentale della Creta di Timau” (Semeraro, 2017).

VITA DI HERMANN BOCK DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE: I SUCCESSI NELLA SPELEOLOGIA DI RICERCA E IL RETAGGIO DELLA SUA ESPERIENZA BELLICA

Dal 1918 al 1939 Bock (Fig. 7) è impe­gnato nel “Forschungen Oberbaurat Bocks”, operando nella Frauenmauerhöhle con scoperte minerarie e indagando poi sull’Ei-shöhle; poi, assieme al colonnello (Oberst) Franz Mühlhofer nella Dachstein-Mam-muthòhle (il Muhlhofer prima del conflitto, trovandosi acquartierato a Sesana vicino a Trieste, fu molto attivo sul Carso come spe­leologo dell’Höhelforscherverein “Hades” costituito a Trieste nel 1904). Assieme al prof. Georg Kyrle, con l’Istituto di Speleo­logia (Università di Vienna), nel 1927 lavorò al progetto “Kombinierten Chlorierung des Lurbaches” (un progetto di clorazione in ambito carsico, quindi parliamo di speleolo­gia applicata), mentre nel 1931 lo troviamo. come speleologo e topografo, al fianco di Kyrle, nella campagna di ricerche condotta dall’Istituto sulle grotte dell’Isola di Capri nel Regno d’Italia (Kyrle, 1946/47; Bock, 1953). Bock è pure conservatore per l“Höhlenk-unde” nella Steiermark tra il 1929 e 1938, mentre nella “Deutscher Höhlenforscher”, negli anni dal 1923 al 1926, ha la posizione di Obmannstellvertreters. Durante la Seconda Guerra Mondiale l’ing. Hermann Bock fu maggiore (Major) nella Wehrgeologie della Germania, coman­dato per servizio in Germania ovest, Belgio e Francia. Dopo il secondo conflitto mondiale in Austria, con la ricostruzione della nazione, nel 1948 si riunisce la nuova Bundeshöhl-enkommission (“Commissione Federale per le Grotte”) con lo scopo di sviluppare una piattaforma scientifica di discussione. È interessante notare come Hermann Bock non facesse parte del board istituito nel 1947 poiché nel primo periodo post-bellico i membri del passato NSDAP Nationalsozia-listische Deutsche Arbeiter-Partei (“Partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi”) ed egli ne era stato membro e si vide clas­sificato “minder belastet” (poco insidioso) furono esclusi dalle cariche pubbliche (la Bundeshöhlenkommission nacque come “staatlichen Höhlen kommission” nel 1918 per il problema dell’estrazione dei fosfati in grotta, riunendosi pochissime volte, tanto che il famoso studioso Otto Lehmann del Politecnico di Zurigo – di origine viennese fu molto critico su quest’aspetto). Sorte ben diversa – opposta si può dire – toccò invece al “padre” della speleologia tedesca, Benno Wolf, che a seguito della discriminazione razziale del Terzo Reich, essendo “non ariano” fu prelevato dalla sua casa a Berlino nel 1942, a settantuno anni, e deportato del Lager di Theresienztadt dove morì sei mesi dopo a seguito delle disumane condizioni di
reclusione e di lavoro (Semeraro, 2013). Comunque, furono norme transitorie, tanto che in seguito Hermann Bock nel 1951 fu nominato Consulente della “Höhlenkomm-ission beim Bundesministerium für Land und Forstwirtschaft in Wien” (Commissione per le grotte presso il Ministero federale dell’a­gricoltura e selvicoltura a Vienna), riprenden­do le ricerche speleologiche, in particolare nel Tauplitzhochalpe. Con la ripresa, l’attività speleologica di Bock fu intensa, dedicandosi a numerosi problemi scientifici, dalla paleon­tologia alla geomorfologia. Ne fa testo, per esempio, la revisione dei crani di Ursus spe-laeus della Drachenhöhle – mammalofauna fossile già studiata da Abel & Kyrle (1931) – proponendo però un improbabile espan­sione temporale nel Pleistocene della spe­cie (Bock, 1950) all’epoca non sostenuta da radiodatazioni. Negli anni 1954 e 1955 Bock guidò gli scavi paleontologici e preistorici dello  Steirischen  Landesmuseums  “Joanneum” in varie grotte. Le idee di Hermann Bock erano radicate nella cultura carsologica austriaca finanche negli anni Sessanta dello scorso secolo giac­ché, per esempio, ancor Zötl (1964) – inizia­tore della moderna idrogeologia carsica in Austria – discusse sulla visione di Bock del Mittelsteirischen Karst presso Graz (Bock, 1913/b), il quale aveva ipotizzato grandi polja distrutti dall’erosione. Se le idee sull’idrologia carsica ebbero un effetto pervasivo in Austria fin agli anni Sessanta, l’ebbero pure nell’am­bito degli speleologi-ricercatori della regione Giulia e non solo (anche il romano Aldo Se­gre, p.es. lo citò). Soprattutto il concetto, che portò a chiara distinzione, di “fiumi sotterra­nei” e di “fiumi pseudo-sotterranei” storica­mente fu sempre presente nella speleologia triestina del secondo dopoguerra (Semeraro, 1984, 2009) e, in particolare, considerato dal Maucci (1962). La distinzione di Bock, al tem­po in cui formulò le sue idee (Bock, 1913/a), non era banale data l’approssimativa co­noscenza del carsismo ipogeo specie mol­to profondo: egli classificò fiumi sotterranei quelli formati interamente per corrivazione esclusivamente all’interno del Karst mentre quelli pseudo-sotterranei quelli di provenien­za allogena, come per esempio il Timavo. La più famosa e discussa ipotesi di Her-mann Bock fu la “Hòhlenflusstheorie” (Bock, 1913/d; Bock et al., 1913). Essa ipotizzava che, nel Terziario, nelle Alpi Settentrionali fosse esistito un enorme fiume sotterraneo, con una portata stimata da 1.500 a 3.000 m3/s; fiore all’occhiello di questo modello era il cosiddetto “Paläotraun”: una grande galleria nella Dachstein-Mammuthöhle la cui origine – per Bock – era prevalentemen­te dovuta all’azione erosiva del paleofiume (Fig. 8).

Fig. 8 – Schema degli “Hòhlenflusses” dal lavoro originale di Bocket al. (1913).

C’è da dire che, negli anni della sco­perta di questa grande galleria e quand’an-cora l’esplorazione della cavità era appena iniziata senza poter capire di essere in un sistema assai più complesso e labirintico, le dimensioni del “Paläotraun” erano impressionanti (Fig. 9) avendo, peraltro, ancora pochi riscontri simili nel mondo. Con la sua “fossilizzazione” si sarebbe poi sviluppato l’attuale bacino del Fiume Traun che versa nel Danubio. Per Bock, il “Paläotraun” era una “Eforation”, una galleria sotto pressione ed erosione, che egli vedeva sovraimporsi ai fenomeni di corrosione ed erosione gravita­zionale evidentemente per lui secondari. La disputa scientifica durò decenni – con pro­tagonisti Walter Biese e Otto Lehmann tra le due guerre e Hubert Trimmel e Erik Arnber-ger dopo il 1945 – e pure di recente è stata analizzata (Plan & Herrmann, 2010; Trimmel, 2012): le idee di Bock sono state da lui dife­se e dai suoi epigoni, almeno in alcune parti, mentre studiosi contrari svilupparono sem­pre nuove ipotesi per smentire la “Höhlenf­lusstheorie”, anche se alcuni ritengono che tale disputa abbia portato sostanzialmente a un vicolo cieco ignorato dalla comunità speleologica internazionale. Oggi la speleogenesi della Dachstein-Mammuthöhle, con il “Paläotraun”, riesaminando le controversie e ristudiando la grotta, inquadra antiche parti freatiche sviluppate in condizioni epifreati-che durante eventi di piena, con fenomeni di paragenesi, seguite da più recenti canyon e pozzi vadosi (Christian & Spötl, 2010; Plan & Xaver, 2010; Plan et al., 2013). Maurin (1962), nel suo articolo in occa­sione degli ottant’anni di Bock (Fig. 10) cita, al suo attivo, sessantuno pubblicazioni (dalla speleologia alla geologia etc.) in un periodo che va dal 1902 al 1953: solo ciò dimostra il suo costante impegno sulla materia. Scorrendone l’elenco, salvo per le interruzioni dovute ai due periodi di guerra, la cadenza delle pubblicazioni è pressoché costante, a ulteriore dimostrazione del suo impegno.

Fig. 9-Il “Paläotraun” della Dachstein-Mammuthöhle nella classica foto di Neumann.

Il lungo “contatto” di Hermann Bock con la regione Giulia e la Carniola, come soldato, ingegnere e speleologo, si concluse – come già visto – con la “rotta di Caporetto” del 1917, dove lo sfondamento da parte degli Imperi Centrali, dopo ventinove mesi di con­flitto su un teatro di contenimento e arresto, fu una manovra-lampo che stracciò i dogmi della guerra di posizione (vale la pena ricor­dare che il primo che trovò il varco e passò, scavalcando con un blitz il Monte Matajur, fu l’allora giovane tenente tedesco Erwin Rom-mel che poi divenne uno dei protagonisti della Seconda Guerra Mondiale). Il tenente Bock, che aveva servito nella “geologia e speleologia militare” su linee di difesa con le “grotte di guerra” ormai divenute inutili, fu pertanto comandato in altre zone, ma sem­pre nell’ambito della sua specializzazione: la speleologia, appunto. In questo senso, an­che la speleologia, con il presente articolo, intende portare un contributo alla memoria nel centenario dell’importante fatto d’arme (1917-2017), ovviamente visto d’ambo le parti belligeranti, specialmente sentito nel Friuli Venezia Giulia dove tuttora si conser­vano tracce e ricordi che fecero da sfondo e poi seguire gli sconvolgimenti di quel che fu anche definito, come locuzione-concetto, “il Secolo breve” dallo storico inglese Eric G. Hobsbawm, e che ci portiamo alle spalle (Hobsbawm, 1994). La complessa e conflit­tuale storia di queste terre, che si è ripercos­sa duramente pure nella speleologia, non a caso ha dato origine alla manifestazione “Triangolo dell’amicizia” che, a rotazione, è organizzata dagli speleologi d’Italia, Slo-venia e Austria, in una località nella propria nazione che per un giorno diviene “capita­le della speleologia Mitteleuropea”, la cui purezza di significato è chiara (pur nel rétro manieristico), giungendo alla 35a edizione.

Fig. 10- Bock ottantenne: una vita al servizio della speleologia.

Ancor più si vuole ricordare come in que­sto 2018 ricorra il centenario della Vittoria di quella che per noi italiani fu l’“ultima guerra risorgimentale”, nella fase storica attuale in cui la conflittualità a livello mondiale, fra fo­colai di guerra e guerre combattute, appare riaccendersi, come se “il Secolo breve” nulla avesse insegnato all’umanità. Solo rimanen­do al tema della Prima Guerra Mondiale, qui toccato, non va scordato che se il “fonda­tore della carsologia mondiale” il serbo Jo-van Cvijic fu membro della delegazione del­la Serbia alla Conferenza di Parigi del 1919 e il principale responsabile dei confini del Regno dei serbi croati e sloveni che furono sanciti, il friulano Giovanni Battista De Ga-speri uno dei maggiori speleologi dell’epo­ca e considerabile il fondatore della scuola di geomorfologia carsica ipogea italiana fu ucciso in combattimento sul Monte Maronia il 1916 mentre iniziava la Frùhjahrsoffensive (o Sùdtiroloffensive) (che gli italiani autono­mamente chiamarono “Strafexpedition”, o “Strafe Expedition” cioè “spedizione puni­tiva”) e il praghese Alfred Grund “fondato­re della visione della falda freatica carsica” (Karstwasser, o Grundwassetheorie) morì soldato a Smederevo in Serbia il 1914. Sta a noi speleologi moderni non scordare que­gli uomini, che sopravvissero o caddero sul campo, schierati su fronti opposti ma legati da una comune passione: la speleologia.

RINGRAZIAMENTI

Desidero vivamente ringraziare gli spele­ologi e gli studiosi della storia della spele­ologia, Riccardo Corazzi, Marco Meneghini, Maurizio Radacich e Maurizio Tavagnutti che in vario modo, con la loro disponibilità a fornire dati, documentazione o a leggere il testo, mi hanno agevolato nella stesura dell’articolo.

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Rino Semeraro

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