
Fin dalla sua fondazione nel 1883 la Società degli Alpinisti Triestini si suddivise sostanzialmente in due entità: il Comitato Escursioni ed il Comitato Grotte.
Grotte poiché la Società nacque quando il termine speleologia non era ancora stato coniato. L’iniziale denominazione di Comitato Grotte, fu successivamente sostituito dal termine Commissione, con il compito non solamente di sviluppare un’attività di ricerca, esplorazione e studio delle cavità, ma anche di gestire in toto le grotte ad uso turistico e di studio, in carico alla Società.
Fra i maggiori sostenitori dell’idea di costituire allora un Club Alpinistico vi furono due studenti: Antonio Marcovich, che in futuro abbraccerà la carriera medica ricoprendo a Trieste incarichi di rilievo nel settore ospedaliero e Oddone Zennati, di origine trentina, che svilupperà il suo talento nell’insegnamento, nella cultura e nella scrittura.
Vicini alle idee irredentiste, sostenuti e stimolati dai vertici della Società Operaia di Trieste, dettero il via ideologico alla costituzione di un sodalizio che si inserisse nel contesto cittadino, in un campo sino ad allora lasciato senza rappresentatività. Gran parte dei fondatori entrarono a far parte del “Comitato Grotte”.

La foto che segue risale al 1886, tre anni dopo la fondazione del sodalizio e ritrae parte dei soci dell’allora “Comitato Grotte”.
Il drappo con cui sono ritratti, rappresenta probabilmente, il primo e unico simbolo corporativo della Società, sino ad ora conosciuto.
Dopo il 1896, quando il sodalizio, acquistò sempre più consensi e soci, anche al di fuori dei confini territoriali triestini (Gorizia, Fiume ecc.), per fornirne una visione più consona e corporativa, assunse la nuova denominazione di “Società Alpina delle Giulie”; al contempo venne anche adottato un nuovo simbolo sociale che accomunasse le varie entità di appartenenza, senza scordare l’iniziale spirito ideologico che la pervadeva: la nuova bandiera, quella che attualmente è esposta in un quadro sopra allo sportello della segreteria.


Appare evidente come questo ricalcasse nell’emblema centrale, lo schema di quello della “Società degli Alpinisti Tridentini” ed entrambi, con poco nascoste velleità ispirative, quello del ”Club Alpino Italiano” di allora.
La parte retrostante della bandiera venne sicuramente cucita dopo il 1918, in quanto si distinguono i colori della bandiera italiana, nell’angolo inferiore destro un ricamo che richiama al 1883 (anno di fondazione della Società); potendo così rendere inequivocabilmente e finalmente pubblico, quel sentimento di italianità, che solamente nell’ufficialità appariva celato e che fino dall’origine aveva ispirato i sentimenti di nascita del sodalizio.
Era sempre “La Bandiera Sociale” a rappresentare univocamente la presenza e lo spirito corporativo nelle attività sociali e ludiche.
Nel 1921 qualcosa doveva aver scatenato nei soci della Commissione Grotte una propria volontà selettiva di appartenenza. Non c’è traccia di quando, come o perché, sentirono la necessità di dotarsi di un proprio simbolo che li rappresentasse in modo così esplicito, ben diverso dalla realtà con cui sino ad allora si erano sempre identificati.
Nella saletta della Commissione Grotte Eugenio Boegan, incorniciato sotto vetro, per proteggerlo da un ulteriore deterioramento, fa bella mostra di se quello che può ben definirsi il simbolo della Commissione stessa “il Gagliardetto”.

Gagliardetto”.
Chi per primo ne paventò il pensiero e curato il progetto? Quando ciò avvenne, chi lo aveva confezionato?
Tra i molti faldoni che contengono, documenti, lettere, ricerche e corrispondenza varia di Eugenio Boegan, si celava anonimo e ben piegato, il cartamodello di un gagliardetto e il relativo logo con le indicazioni di posizionamento; verificato e confrontato, con l’esposto Sacro Drappo, le misure ne confermavano la corrispondenza di proporzioni. Sembra a tal punto manifestarsi evidente chi fu all’origine del pensiero, ma non il perché.

Alcune tracce scritte si riscontrano nel libro dei verbali del Consiglio Direttivo della Commissione Grotte: in data 29 aprile 1921 viene deliberato il programma di battesimo del gagliardetto e un’azione di ufficiale ringraziamento a coloro che l’avevano confezionato, la signorina Argentina Cerne e la signora Virginia Beram (consorte del segretario).
Il Gagliardetto fu battezzato come da programma, ma il giorno 21 maggio e non il giorno 7 come previsto in origine.
Nel bollettino della “Società Alpina delle Giulie, anno 1° – 1 AGOSTO 1921 N.5 – Comunicato Mensile ai Soci”, si trova la comunicazione del battesimo del gagliardetto, una descrizione della sua fattura e la stima del numero di circa 150 partecipanti.
“Il gagliardetto in seta nera a tre strisce terminali porta in un campo azzurro di forma
sferica la stella d’Italia e un pipistrello. L’asta sua argentea culmina a forma di piccozza
cinta da una corona di alloro”.
Anche la stampa di allora dedicò lusinghiere parole agli uomini dell’Alpina delle Giulie e alle cerimonie del battesimo del gagliardetto della Commissione Grotte. Tenendo conto del periodo storico in corso,non meraviglia la struttura degli articoli: alcuni abbondavano di gloriosi richiami ad attimi di irredentistica storia e guerreschi echi di battaglia, altri pur non discostandosi molto dalla medesima linea ideologica, vollero fornire una versione meno battagliera ma più enfaticamente romanzata, ed è proprio da questa che ci viene una descrizione ancora più fiorita e romantica sulla sua fattura.
“Il gagliardetto che abbiamo potuto ammirare bene alla luce, è un indovinato ed elegante drappo di seta nera a tre strisce terminali. L’asta argentea culmina in una piccozza cinta da una corona d’alloro, e nel mezzo il drappo è rotto da un campo circolare azzurro, sul quale brilla una bianca stella a cinque punte e aleggia un pipistrello nero. I vertici e gli abissi sono contenuti nel simbolo geniale”.
Da quel momento in poi accompagnò le attività dei gruppi di soci della Commissione; presenziò alle inaugurazioni e commemorazioni ufficiali, alle attività di carattere ludico e quelle più impegnative d’esplorazione, fu portato e immerso in ogni sifone sotterraneo, che decretava la fine della prosecuzione e conseguentemente la fine dell’esplorazione della cavità. Sembrerebbe tuttavia che il portarlo in grotta e immergerlo non fosse un’azione del tutto approvata e permessa, come si può evincere nella relazione che Mariano Apollonio redige sull’esplorazione dell’Abisso Bertarelli a Raspo del novembre 1924;
“Alla base dei pozzi trovandomi in un cantuccio un po’ meno bagnato, attendo all’oscuro Cesca che, munito dell’unico fanale che ancora arde, risale ai piani superiori. Odo ancora Cesca che pieno d’entusiasmo racconta a Tevini le meraviglie di sotto e Tevini che risponde, poi più nulla. Penso al gagliardetto nuovo che Beram, in gran segreto, m’ha affidato per bagnarlo in un’acqua che scorra più profonda di Trebiciano e ringrazio la sorte che mi è stata favorevole”
e poi ancora;
Mi ricordo che ho con me il gagliardetto e che devo battezzarlo, ma Beram mi ha raccomandato di farlo in segreto. Come fare con Cesca e Tevini che sono a pochi centimetri da me? Li prego di voltarsi un istante. Essi mi ubbidiscono senza chiedere spiegazione: In un batter d’occhio io tuffo il gagliardetto nell’acqua del laghetto.
Il 18 novembre 1939 si spense Eugenio Boegan e il gagliardetto, il suo gagliardetto per intendersi, seguì in quell’ultimo viaggio il suo ideatore. L’anno successivo, durante una commemorazione alle Grotte di San Canziano e la posa di una targa a suo ricordo, la signora Anita Boegan consegnava ai soci della Commissione Grotte il nuovo Gagliardetto, le cui proporzioni e fattura ricalcavano quelle del predecessore; questo è il gagliardetto che attualmente si trova esposto, presso la sede della Società Alpina delle Giulie nella saletta della Commissione Grotte.

di Eugenio Boegan.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, si volle maggiormente onorare la sua persona, ribattezzando la Commissione stessa come: “Commissione Grotte Eugenio Boegan”; egli non ne fu il fondatore, ma fu certamente oltre ogni dubbio, l’uomo, che più d’ogni altro ne tracciò la via e lo spirito.
Altri drappi di misura, materiali e fattura diversa furono confezionati in epoche più recenti e, anche se non tutti rispettarono puntigliosamente la forma, le proporzioni e i colori di quello originale, continuarono anch’essi ad accompagnare l’attività dei soci nelle esplorazioni, a presenziare alle commemorazioni e sigillare i momenti di ufficialità.
Più di un secolo è trascorso dalla sua nascita; ed in questo trascorso ha soggiogato, affascinato, accompagnato e conquistato uomini di ogni genere d’estrazione sociale e culturale, è stato testimone di azioni, gioie, sofferenze ed eventi, che hanno segnato il passo alla storia del secolo scorso e anche di quello in corso.

Appare evidente che il Gagliardetto della Commissione Grotte, non fu sempre univoco ed ebbe sicuramente, anche se poco impattanti, volti diversi, ma pur volendo evitare di cadere in una scontata retorica, non si può negare che conservò comunque nel tempo, lo stesso profondo significato e la stessa inalterata anima.

Nota: qualche riga vale bene la pena di spenderla sulla persona della signorina Argentina Cerne, che nacque a Trieste il 28 gennaio 1902.
Non vi è traccia di lei o di qualche suo parente all’interno dei documenti della Commissione Grotte, e non esistendo un archivio indicizzato per le schede storiche dei soci dell’Alpina delle Giulie, comprenderne la presenza è piuttosto arduo.
L’unico Cerne che appare evidentemente ben inserito nel contesto societario, la cui pubblicità campeggia in prima pagina in molti dei comunicati mensili ai soci dell’anno 1923, è un tale Giuseppe Cerne, titolare di una ditta di stoffe con sede in Piazza Unità 3 e a suo dire, il più assortito deposito di stoffe da uomo nazionali e estere. La presenza dei due cognomi sembra essere casuale e priva di parentela; possibilità ovvia quindi, il rapporto di conoscenza con la famiglia Beram. Argentina era una giovane pittrice, frequentò la Triest Kaiserlich-Koenigliche Staatsgewerbeschule che dal 1921 diverrà la Scuola Industriale dello Stato.

Si distinse per il suo precoce talento artistico; frequentò la scuola di nudo artistico con modelli maschili, percorso alquanto inusuale, per cui fu richiesto il giudizio di un Collegio Accademico, che alla fine ne dette la dispensa.
Fu allieva del pittore Carlo Wostry, noto da sempre per i suoi pensieri e la vicinanza agli ambienti irredentisti della Trieste asburgica, che nel 1921 le fece un ritratto.
Dedicò la sua vita, non tanto a se stessa, quanto alla famiglia e all’arte; tant’è che la sua vita artistica e personale si svolse per buona parte in Francia e Spagna, dove risiedeva una delle sorelle con la propria famiglia. In Spagna espresse il suo talento anche come restauratrice, operando nei più famosi musei. Prese poi residenza a Milano, sino a quando durante la seconda guerra mondiale la sua casa non andò distrutta durante un bombardamento ed infine tornò a Trieste, sua città natale.
Qui nel rione di San Vito, fissò la sua ultima e definitiva dimora, in un alloggio con la vista sul porto, la sacchetta e la vecchia Lanterna.

Cerne del 1921.
Iniziò ad avere problemi di vista ma nonostante ciò, continuò a viaggiare anche all’estero, sia privatamente che per lavoro. Sarà comunque a Trieste che farà ogni volta ritorno.
Molte delle sue opere giovanili e una serie di schizzi dei suoi compagni di studio, eseguiti a 19 anni, sono attualmente di proprietà ed esposte al Museo Revoltella di Trieste.
L’ultima opera che completò, ma che fondamentalmente iniziò al tempo in cui si ristabilì a Trieste, è una natura morta: un vaso di fiori al quale aggiungeva un fiore ad ogni suo rientro in città, l’ultimo che dipinse fu una rosa nera. Si spense il 6 aprile 1974.
Giuliano Ardetti
Foto Archivio CGEB











