Pubblicato sul n. 71 di Progressione anno 2025
Premessa
La cavità oggetto di questa nota s’apre immediatamente a nord dell’abitato di Zolla/Col sul fianco nord-ovest di un’ampia depressione nota come Na Vela, un caratteristico avvallamento costituito dalla coalescenza di più doline (uvala), piuttosto vasto e dal contorno alquanto complesso, suddiviso in varie conche secondarie contigue, solcato a nord-est dal confine di Stato con la Slovenia.
Sotto l’aspetto climatico, pur godendo di un buon soleggiamento nel corso della giornata, l’ampia depressione risulta tuttavia alquanto aperta alla violenza della bora; vi fluiscono inoltre, dai rilievi circostanti, le fredde brezze notturne. In periodi di notevole irraggiamento notturno – fenomeno che porta alla perdita di calore da parte del terreno – gli ariosi avvallamenti prativi ostentano temperature molto basse, a volte alquanto rigide e, non di rado, accompagnate d’accentuati fenomeni di brina. La neve, pur raramente presente, tende a permanere a lungo nella vasta conca, fondendo con notevole ritardo. Di conseguenza, la vegetazione tende ad esprimere evidenti connotati alpino-continentali.
Soprattutto per la tipologia delle rocce presenti nel sito, rappresentato qui da rari affioramenti, nella vasta depressione poche sono le cavità note. Fra queste si distingue per le caratteristiche morfologiche e, in particolar modo, per quelle botanico-vegetazionali, la Grotta Scariza (413 R/2156 VG), presente nella letteratura anche come “Grotta presso Zolla”, Škarjica, Skarica, Scarizza, Pozzo Rosica, Rosiza.
La grotta

L’ imboccatura di questa interessante cavità si apre (q. 320 m) in un modesto ma scosceso avvallamento incluso in un’ampia conca. La prima esplorazione della cavità, da parte di speleologi dell’Alpina, risale al 27 dicembre 1925; il rilievo è opera di Bruno Alberti e di Esmeraldo Radivo. Nel Catasto Storico della Commissione Grotte “Eugenio Boegan” è conservato un altro rilievo, datato 16 febbraio 1930, firmato da Bruno Cosmini e presentato su carta millimetrata. (foto 1) L’esplorazione del 1925 si era fermata a 23 metri di profondità davanti ad una strettissima fessura aprentesi al termine di una galleria di una quindicina di metri che s’allungava poco sopra il fondo del pozzo d’accesso, fessura da cui proveniva una discreta corrente d’aria. Ma allora le zone carsiche da affrontare erano enormi mentre qui la prosecuzione delle esplorazioni era condizionata da lunghi lavori (spesso di esito incerto) di allargamento.
Trentacinque anni dopo, nel 1960, mutate le condizioni politiche e persi i grandi territori carsici a disposizione delle precedenti generazioni di grottisti, la stretta fessura è stata affrontata dai giovani speleo della “Boegan” che in un paio di mesi di duro lavoro – anche con l’impiego di mine – ne avevano ragione aprendo all’esplorazione dapprima un pozzo di otto metri e quindi due ulteriori pozzi di una trentina di metri ciascuno.

Il passaggio fra il primo nuovo pozzetto interno ed il successivo ha preteso una dura opera di allargamento di una ulteriore, stretta, fessura. Al suo fondo, dopo una discesa di una trentina di metri un bacino d’acqua lungo sette metri, largo uno e mezzo profondo altrettanto, cosa piuttosto rara nelle cavità verticali del Carso triestino attendeva gli speleologi. Per proseguire e scendere l’ulteriore pozzo è stato necessario allargare la fessura oltre la quale tracimavano le acque del laghetto. Per poter lavorare un po’ più comodamente (non era possibile lavorare con immersi nell’acqua sino al petto) è stato necessario provvedere allo svuotamento del bacino con un sistema di pompe sifonanti. Che hanno svolto egregiamente il loro compito (salvo che in una giornata il laghetto risultava poi nuovamente riempito)1.

Il nuovo rilievo (che è quello attualmente presente nel Catasto) è stato effettuato il 13 marzo 1960 da Augusto Diqual. Il 13 marzo 1960 Marino Vianello, considerato la particolarità di questa cavità e del laghetto che si ricarica nel giro di poche ore, ha eseguito, con un psicrometro ad aspirazione Assman, una scansione termometrica, scansione ripetuta per un riscontro il 24 agosto dello stesso anno.
Allo stato odierno l’ipogeo si conclude con un budello, molto stretto e fangoso, nel quale si raccolgono la acque assorbite dalla grotta nel corso delle precipitazioni. La sua profondità è di 85 m (pozzo iniziale 22 m, pozzi interni 8-29-29 m), presentando uno sviluppo complessivo di 70 metri. Un tempo la cavità era popolata da una colonia di colombi selvatici che nidificavano in una nicchia presente nel pozzo d’accesso.

Alla cavità, come scrive Dario Marini con la sua consueta maestria e versatilità, è legata una singolare leggenda: l’imboccatura si sarebbe improvvisamente aperta mentre fervevano i lavori agricoli e così sia l’aratro che i buoi che lo trascinavano sarebbero precipitati nell’improvvisa voragine. Qualche mese più tardi alcuni residui lignei dell’aratro sarebbero riaffiorati alle risorgive del Timavo. Forse legata a questa leggenda nei pressi della grotta, una quindicina di metri a nord-ovest dal suo imbocco, si trova una pietra levigata, di medie dimensioni, attualmente colonizzata da muschi e licheni in cui si riesce a intravedere un’enigmatica incisione, purtroppo solo parzialmente leggibile.


la rigogliosità della lingua di cervo – Asplenium scolopendrium. (foto Elio Polli)
Alle esplorazioni degli anni ’60 del Novecento hanno preso parte gli speleo della Commissione Grotte “E. Boegan” Augusto Diqual, Marino Vianello, Gianni Tomei, Mario Della Valle, Arturo Battaglia, Giampaolo Auria, Tullio Piemontese, Arduino de Candussio, Mario Gherbaz, Guido Toffolin, Sergio Battaglia.


Aspetti botanici
La marcata conca che ospita la singolare spaccatura è costituita da una vegetazione dai connotati dolinare, freschi ed ombreggiati, in cui si fa già sentire il fenomeno dell’inversione termica. Numerose sono le specie che v’allignano nel corso dell’anno; fra queste: Acer campestre, Ajuga reptans, Allium coloratum, Anemonoides nemorosa, Aristolochia clematitis, A. lutea, Asarum europaeum, Asplenium ruta-muraria, Asplenium trichomanes, Betonica officinalis, Buphthalmum salicifolium. Campanula trachelium/trachelium, Cardamine enneaphyllos, Carex digitata, C. flacca, Carpinus betulus, Cephalanthera damasonium, Clematis vitalba, Colchicum autumnale, Convallaria majalis, Cornus mas, C. sanguinea, Corydalis cava/cava, Corylus avellana, Crataegus monogyna, Cyclamen purpurascens/purpurascens, Dichoropetalum (= Peucedanum) schottii, Erythronium dens-canis, Festuca heterophylla, Fragaria vesca/vesca, Fraxinus ornus/ornus, Galanthus nivalis, Geranium purpureum, G. robertianum, Geum urbanum, Glechoma hederacea, Hedera helix, Katapsuxis (= Cnidium) silaifolia, Helleborus multifidus/istriacus, Lamium orvala, Lathraea squamaria, Lathyrus vernus, Loncomelus (= Ornithogalum) pyrenaicus/pyrenaicus, Melittis melissophyllum/melissophyllum, Mercurialis perennis, Mycelis muralis/muralis, Ostrya carpinifolia, Pimpinella saxifraga/saxifraga, Polygonatum multiflorum, Primula vulgaris (= Primula acaulis), Pulmonaria australis, Quercus cerris, Q. pubescens/pubescens, Ranunculus bulbosus, R. tuberosus (= R. nemorosus), Rhamnus cathartica, Ruscus aculeatus, Sesleria autumnalis, Solidago virgaurea/virgaurea, Sorbus torminalis, Tilia cordata, Veronica chamaedrys/chamaedrys.2

Avvicinandosi ai margini della cavità (zona liminare), si rimane tuttavia sorpresi dalla lussureggiante vegetazione costituita in prevalenza della lingua cervina/Asplenium scolopendrium/scolopendrium. L’inconfondibile forma allungata della brillante fronda verde, con la base cuoriforme e l’apice acuto, la rende riconoscibile e famigliare anche agli speleologi. Infatti essi ne ravvisano la presenza soprattutto sulle umide e fresche pareti delle profonde cavità carsiche durante le discese effettuate con la corda, o ancor meglio con la classica scaletta. Questa caratteristica Pteridofita colonizza quasi continuativamente i bordi della singolare spaccatura scendendo nel vacuo sino a circa 2-3 metri di profondità, ove la luminosità progressivamente s’attenua. Il numero dei nuclei è rimasto pressoché invariato da circa un cinquantennio, da quando si sono in pratica effettuati periodici sopralluoghi alla grotta al fine di studiarne le caratteristiche e le variazioni vegetazionali.


Le stazioni della felce, con il numero di fronde che variano da 3 a 7, superano attualmente la quindicina e si sviluppano tutte in buone condizioni vegetative. Il margine occidentale della spaccatura ne annovera il numero maggiore, una decina, mentre l’opposto ne conta qualcuna di meno. Ciò è in controtendenza rispetto alla presenza della felce negli ambienti ipogei (baratri, pozzi e voragini) del Carso triestino, dai quali, in seguito ad osservazioni effettuate in questi ultimi decenni, essa sta rarefacendosi. Una folta popolazione dell’edera/Hedera helix, abbarbicata lungo il margine o scendente in festoni pendenti, accompagna i nuclei della lingua cervina. Nello strato arbustivo è presente la fusaggine verrucosa/Euonymus verrucosus. Si tratta di una Celestracea, non comune nel territorio, che predilige di norma ripiani, cenge ed imboccature ombrose ed umide di ampie cavità carsiche, quali ad esempio il Burrone di Basovizza (Fovèa Zaganghe, 69/118 VG), la Grotta di Sgonico (477/1097 VG), la Fovèa Persefone (119/185 VG) e le Torri di Slivia (22/39 VG) . Agevolmente riconoscibile per la corteccia verde cosparsa di numerose piccole verruche nere, nella cavità in oggetto colonizza il margine orientale.

Distribuzione attuale di Asplenium scolopendrium/scolopendrium sul Carso Triestino
Asplenium scolopendrium/scolopendrium, con nome italiano di scolopendria comune e lingua di cervo, sino agli negli anni ‘70 del secolo scorso, si presentava rigogliosa ed abbondante in varie cavità carsiche, soprattutto in quelle a pozzo. Attualmente l’entità appare sensibilmente ridotta e si sviluppa in condizioni molto meno floride rispetto al passato. Fra le diverse possibili cause della sua rarefazione o, in alcuni casi della sua totale scomparsa, sembra essere plausibile – come già ipotizzato – quella relativa alla variazione climatica in atto. E particolarmente sensibile risulta, anche sull’altipiano carsico, la diminuzione della quantità delle precipitazioni e la variazione del regime pluviometrico. Le precipitazioni sono in effetti diminuite, in questi ultimi decenni, in media del 10% e, fatto significativo, le massime diminuzioni si sono registrate nel corso delle stagioni primaverili ed autunnali, cioè proprio in quelle che precedentemente risultavano statisticamente di massima piovosità. Esse sono peraltro aumentate nella stagione invernale, comportando una loro più equa distribuzione annuale. Tutto ciò potrebbe aver influito su Phyllitis scolopendrium limitandone la distribuzione e lo sviluppo vegetativo. Questo comportamento è stato ripetutamente notato e verificato, anche in tempi molto recenti, in tutte quelle cavità ove essa risultava presente. Fa dunque eccezione la rigogliosità della specie in questa grotta. A tale proposito si può citare il baratro Phyllitis (Baratro a N di Bristie, ex 686/3763 VG, ora 7773/6497 VG), la Grotta del Frassino (500/2432 VG, presenza ridotta a rare fronde, 3-4), il Pozzo dei Tronchi (109/3824 VG), la Grotta del Monte Napoleone (1048/4286 VG), la Grotta Jablenza (106/163 VG), la Grotta presso Trebiciano/Grotta Marza/V Manah (65/27 VG).

Allo stato attuale, sono poco più di una ventina le cavità del Carso triestina in cui la lingua di cervo trova condizioni buone o pressoché ottimali per un rigoglioso sviluppo vegetativo.
Un’evidente rarefazione è invece in corso soprattutto nelle seguenti cavità: Abisso I di Gropada (49/46 VG), Grotta presso Trebiciano (41/83 VG), Grotta dei Cacciatori (202/97 VG), Pozzo del Guardiano (378/834 VG), Grotta del Bersaglio Militare (499/1778 VG), Antro presso Prosecco (979/3921 VG), Baratro dello Sterpacevo (636/2837 VG). Dalla Grotta Ercole (31/6 VG) l’entità, che era presente seppur in pochi esemplari sino agli anni ‘90 del secolo scorso, è attualmente scomparsa. Un’unica stazione, solamente in fase embrionale di protallo, è stata individuata nella Grotta Gigante.

La particolarità della vegetazione presente all’imbocco della Scariza potrebbe essere collegata, richiamandoci a quanto osservato da Dario Marini in un suo scritto sui movimenti d’aria nella grotte del Carso triestino, all’effetto Spàcher”, termine entrato nella terminologia grottistica. In quel suo lavoro, per spiegare l’aria uscente dalla fessura aperta nel 1959, faceva presente come l’aria fredda “precipita dall’imbocco, s’infiltra nel vano detritico del fondo e per vani ignoti va a fuoriuscire da un cunicolo a 40 metri di profondità e quindi uscire dalla fessura aperta con grande fiducia nel 1959”.
Particolarità floristiche del territorio circostante la grotta

La vasta depressione, che ospita la Scariza, annovera, nel corso dell’anno, alcune specie di notevole interesse per il Carso triestino. Fra queste, meritano d’essere segnalate le seguenti: Aconitum lycoctonum/lycoctonum, Gagea villosa, Gentiana verna/tergestina (entità in via d’accertata rarefazione sull’Altipiano carsico triestino), Lilium bulbiferum/bulbiferum. Sui muretti, spesso rigogliosi per la presenza di numerose Briofite, appaiono comuni Polypodium vulgare e, più raramente, alcune stazioni di Cystopteris fragilis, felce che è comparsa una trentina d’anni addietro (la prima segnalazione sull’Carso la si ebbe nel giugno del 1989 nell’Antro di Gabrovizza/Čotova pečina, 369/1273 VG) e che, nella stagione estiva, è ben visibile fra l’eterogenea gamma di Briofite. Si tratta di un’entità che, con l’avanzare della boscaglia, tende progressivamente a propagarsi ed è già stata segnalata in parecchi avvallamenti e così pure all’ingresso di qualche cavità dell’Altipiano.
Bibliografia essenziale
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- Catasto Storico Comm. Grotte “E. Boegan”, Cartella 2156 VG, Trieste, 2024.
- Gariboldi I., 1926: Catalogo delle cavità carsiche della Venezia Giulia. Istituto Geografico Militare, Firenze 1926.
- Guidi P., 1996: Toponomastica delle grotte del Friuli Venezia Giulia. Quaderni del Catasto Reg. delle Grotte del Friuli Venezia Giulia, Quad. n. 6, Trieste 1996, pp. 280.
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- POLDINI L., 2002: Nuovo Atlante corologico delle piante vascolari nel Friuli-Venezia Giulia. Arti Grafiche Friulane, pp. 529.
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- Polli E., 1995: La lingua di Cervo [Phyllitis scolopendrium (L.) Newm.] sul Carso triestino. Progressione 33, 18 (2): 38-43.
- Polli E., 2022: Aspetti botanici del dimenticato “Pozzo dei Tronchi” (109/3824 VG) sul monte Coste/Kosten e della zona circostante (Carso triestino). Progressione 68: 41-45.
- Polli E., 1997: Distribuzione delle Filicales nelle cavità del Carso triestino. Atti e Mem. Comm. Grotte “E. Boegan”, Trieste, 34: 101-117.
- Polli E., Guidi P., 1996: Variazioni vegetazionali in un sessantennio (1935-1995) nella dolina della Grotta Ercole, 6 VG (Carso triestino). Atti e Mem. Comm. Grotte “E. Boegan”, Trieste, 33: 55-69.
Elio Polli, Pino Guidi
Nota 1) Non avendo sponde da percorrere il passaggio al pozzo successivo è molto acrobatico nelle prime esplorazioni è costato un bagno involontario ad un paio di maldestri speleologi.
Nota 2) La nomenclatura specifica si attiene a: Flora del Friuli Venezia Giulia –Repertorio critico diacronico e atlante corologico, MARTINI F., ed Forum. 2023.
