Pubblicato sul n. 71 di PROGRESSIONE

A luglio, assieme al Gruppo Speleologico San Giusto, abbiamo organizzato il trasporto in elicottero dei materiali per il campo: taniche d’acqua, casse di birra, cibo vario, tende, corde, moschettoni, assi di legno, teli, trapani, generatore e ogni altra diavoleria utile (o inutile) che ci potesse servire lassù. Il 2 agosto Seba parte per il campo e inizia ad ampliare la zona cucina. Lo raggiungo il 5 agosto e continuiamo a sistemare il campo costruendo altre piazzole per le tende, un lavoretto “leggero”, se così si può dire, visto che siamo in mezzo a campi solcati e vallonamenti vari. Una volta finiti i lavori non abbiamo più scuse e iniziamo l’attività scendendo in NET 24 “Abisso del Gamel”, una vecchia grotta del 1998 a quota 2100 metri, per riprendere gli scavi iniziati l’estate scorsa assieme agli amici marchigiani. Da -50 m siamo arrivati a -120 m, allargando vari meandri intervallati da saltini. Siamo in un meandro stretto e bagnato, con tanta aria in aspirazione. In quattro ore avanziamo di altri dieci metri, fermandoci su un’altra curva di meandro, sempre da allargare. Ovviamente il sottoscritto si dimentica il cellulare nella tasca della tuta e, tra una picconata e l’altra, addio schermo: così per qualche giorno mi godo il distacco dalla vita sociale, a parte fantasticare continuazioni assurde e bere birre con Seba la sera al campo. Un po’ svogliati all’idea di tornare in quella centrifuga fradicia di NET 24, decidiamo di rivedere qualche vecchio buco esplorato dal Gruppo Grotte Carlo Debeljak e dalla Trenta Ottobre negli anni ’70. Con l’aiuto di Erica e Lollo ci dividiamo in due squadre: una all’Abisso Primo di Palacelar, l’altra al D9, per poi incontrarci in grotta a -70 metri.

Praticamente, l’Abisso Primo di Palacelar scende fino a circa -130 m e termina con una fessura stretta che dà su un nevaio, mentre più in alto si collega con il D9, che a sua volta scende a -90 m, dove i vecchi esploratori si erano fermati su un meandro stretto che aspira un sacco d’aria. Con il distoX rileviamo il piccolo sistema che, assieme a un ramo nuovo trovato nel D9 l’anno scorso, porta lo sviluppo complessivo a circa 400 metri.
Vista la vicinanza al campo di D9 (30 m), decidiamo di concentrarci sull’allargamento del meandro finale di D9 e, in una decina di uscite, sbuchiamo su un P20 che non è altro che la via del primo fondo dell’Abisso del Pero (già dalla fine del meandro si nota la corda del Pero che va verso la via classica).
Già che ci siamo, riarmiamo il vecchio fondo di -110 m per rilevarlo e poi uscire dal Pero, così da avere un rilievo più preciso. Da notare che questo ramo l’avevo disarmato io a 18 anni e, ovviamente, dopo 28 anni i ricordi erano ben confusi. Traac! Risalendo a 7 m dal fondo sentiamo una bella corrente d’aria che va via dietro un lamone e seguiamo per 15 m un meandro, fermandoci come al solito su un restringimento. Seba lancia una pietra e, come per magia (ovvero un gran bel posteriore), cade per 30 m al primo colpo, mentre tutti i tentativi successivi vanno a vuoto. Bene, finalmente possiamo tornare a disostruire: sentivamo già la nostalgia di mazza e punta. In due punte successive, assieme a Totò, Erica, Moreno, Dean, Mauri Curci e Alex, il meandro si concede e scendiamo un bel P70 seguito da un bellissimo P90, che porta a un salone di 80 m x 40 m, chiuso al momento da blocchi di frana ciclopici: dovremo tornare per un’arrampicata in caverna.
Risaliamo sul P70 e sentiamo l’aria sparire orizzontalmente dall’altra parte del pozzo, ma siamo tardi e, visto che davano temporali, usciamo rimandando il tutto al prossimo campo. Questo ramo è particolarmente interessante perché non punta verso zone conosciute e, con un po’ di fortuna, potremo approfondirci verso le zone profonde dello Zeppelin o, ancora meglio, verso nuovi sviluppi.
Tra una disostruzione e l’altra, siamo tornati in NET 8, una vecchia conoscenza a 2100 m famosa per i suoi meandri impestati e con tanta aria in aspirazione, che avevamo iniziato a riattrezzare e rilevare l’estate scorsa assieme agli amici marchigiani. Tom e Seba sono dietro, rilevando, mentre io e Norbi avanziamo con l’intenzione di armare gli ultimi traversi del simpatico meandro che porta all’ultimo pozzo sopra la sala finale di -200.
Alla fine finisce tutto in tragedia: resto incastrato nel punto dove si erano fermati l’anno scorso. Ho scelto proprio un bell’abisso per testare come sta la mia ernia L3-S1! Erano anni che non mi incastravo così, e mentre invocavo divinità sconosciute pensavo: “Se ne esco fuori prendo la benzina del generatore, brucio tutta la mia attrezzatura e vado a giocare a bocce con nonno Ucci e nonno Volare, due noti baby speleo pensionati triestini.”
Esaurite le divinità, riesco a tornare indietro e con Norbi usciamo per bruciare l’attrezzatura, mentre Seba e Tom, dai fisici esili e snodabili, proseguono armando e rilevando fino all’ultimo pozzo. Al ritorno trovano una via più bassa che bypassa le ultime strettoie (ancora più impestate di dove mi sono arenato io) e ci raggiungono al campo in tempo per convincermi a non bruciare l’attrezzatura con la scusa che Seba tornerà a disostruire. e fu così che, a fine campo, siamo tornati anche con Alex e Dean: ora la via del fondo è ben più agevole per riprendere le esplorazioni abbandonate a fine anni ’90. Sì, all’epoca ero un po’ più magro e senza acciacchi.

Finalmente, dopo cinque anni, si torna in NET 23 “Amore Quanto Latte” per scendere il pozzo a -500 m che avevamo scoperto con Giusto (Stefano Guarniero) a settembre 2020. Assieme ai giovani anconetani scendiamo il pozzo, che non è altro che la parte opposta del pozzo che porta ai vecchi fondi, e intercettiamo il fratturone che conduce al fondo di -745 m lungo l’atletico meandro Lucedotrevoid. La frattura praticamente interessa tutti i 60 m del pozzo e in più punti si riesce ad entrarci, fermandosi su restringimenti. Resta da fare un traverso in cima, che iniziano Mattia e Francois (16 e 20 anni: bravi muli!), ma è tardi e usciamo senza terminarlo. La volta successiva è il turno di Seba e Dean: finiscono il traverso ed entrano nella parte più alta della frattura, percorrendo un centinaio di metri e fermandosi sotto un innalzamento dove sopra ci sono dei blocchi, e oltre si intravede un bell’ambiente con eco e tanta aria. Anche qui si tornerà più avanti, sperando prima del prossimo campo, visto che l’abisso è accessibile anche d’inverno.
Non sono mancate le battute di zona per riposizionare con il GPS cavità già conosciute, e non, per iniziare a ordinare tutte le varie posizioni che erano state prese con il metodo trigonometrico. Degna di nota è una bella grotta chiamata Abisso Pirelli, profonda 90 m, scoperta dai ragazzi marchigiani, che si apre tra l’Abisso NET 15 “Capitan Findus” e il NET 10 “La Storia Infinita”. Purtroppo, al momento è interessata da un notevole accumulo di neve e ghiaccio che ne occludono la prosecuzione, ma in futuro si potrà provare a tappare la base del pozzo d’ingresso per vedere se si riesce a sciogliere il tappo finale, visto che c’è comunque un piccolo foro nella neve sul fondo.
Infine, vorrei ringraziare Lollo per avermi prestato un vecchio cellulare, Seba per aver dato un aiuto fondamentale nella riuscita del campo e soprattutto chi sale inesperto da solo di notte la pista del Canin e preoccupato perché vede luci al campo ci manda i soccorsi convinto di aver sentito un’ anziana gridare aiuto quando invece eravamo noi fuori di grotta a fare griglia e cantare, ma questa è un’altra storia…
Marco Cavia Sticotti
Partecipanti
Commissione Grotte Eugenio Boegan: Maurizio Scussa Ravalico, Mauro Norbi Nor-bedo, Paolo Totò Bruno de Curtis, Marco Cavia Sticotti, Cristina Cri Cergol, Luca Cer-gol, Tom Labronski Kravanja Società Alpina delle Giulie: Dean Pertot, Enea Alic, Daniel Lazar, Maurizio Mauri Curci Club Alpinistico Triestino: Moreno Cagola Tommasini, Gruppo Speleologico San Giusto: Sebastiano Seba Taucer, Erica Mesar, Lorenzo Lollo Zucca, Alex Spazzal, Alexander Karau-lshchikov, Omar Zidarich, Tiziana Tiz Pizzale, Elisa Zia Fregona, Gruppo Speleologico Cai Ancona: Alice Andreani, Alessandro Cappella Linguiti, Mattia Torcoletti, Manuele Possanzini, Francois Briffaut, Ambra Sebastianelli.

