OTTO ANNI NELL’ALTOPIANO DEL CANIN

Vista da Sella Canin (Sella Bila Pec per la toponomastica) verso la conca dell’Abisso Eugenio Boegan. Sulla destra il Col delle Erbe, sullo sfondo il Pic di Grubia, il Col Sclaf e il Monte Sart. (foto A.Casale)
Vista da Sella Canin (Sella Bila Pec per la toponomastica) verso la conca dell’Abisso Eugenio Boegan. Sulla destra il Col delle Erbe, sullo sfondo il Pic di Grubia, il Col Sclaf e il Monte Sart. (foto A.Casale)

1963 -1970, gli anni ruggenti della sua riscoperta speleologica.

Con questo scritto voglio ripercorrere le numerose esperienze vissute in prima per­sona durante le esplorazioni delle grotte sull’altipiano del Monte Canin, dagli inizi al 1970, anno in cui fu raggiunta la massima profondità dell’Abisso Michele Gortani, e che ha purtroppo coinciso con la più gran­de sciagura che ha colpito la Commissione Grotte Eugenio Boegan, con la perdita di tre amici che avevano fattivamente contribuito a gran parte delle esplorazioni.

Voglio dedicare questo scritto a “Giannetti”, Gianni Cergol, che ho avuto la fortuna di conoscere ed apprezzare. Si parlava pro­prio a casa mia delle esplorazioni in corso, una settimana prima che il destino lo portas­se via, troppo presto. Il Canin era diventato la sua seconda casa e lui ha contribuito mol­tissimo alla conoscenza del sistema carsico ipogeo dell’altipiano, non soltanto con la sua abilità indiscussa di speleologo, ma sopratutto con il ragionamento e lo studio dell’an­damento delle varie cavità, contribuendo in maniera più che fattiva al congiungimento del Sistema del Foran del Mus con quello del Col delle Erbe, che ora, con i suoi circa 80 km di sviluppo, è diventato il complesso più grande d’Italia (e che ad oggi non è ancora stato esplorato nella sua totalità).

Il Fontanon di Goriuda. (foto A. Casale)
Il Fontanon di Goriuda. (foto A. Casale)

Ma torniamo indietro. Sono passati 57 anni dagli inizi delle ricerche sull’altipiano, e 51 dal raggiungimento del sifone terminale dell’Abisso Michele Gortani.

Ho avuto in visione i libri delle relazio­ni della Commissione Grotte relativi a tutti questi anni e ho avuto modo di analizzarli tutti, leggendo le relazioni di tutte le uscite, esplorazioni e battute di zona nel territorio del Canin. È stata una lettura estremamente interessante e costruttiva, si sono risvegliati in me moltissimi ricordi e mi sono reso conto come di alcuni fatti non conservavo memoria alcuna. La storia delle esplorazioni nelle cavità del Canin coincide anche con l’evolversi del modo di andare in grotta. Si passa da un si­stema che potremmo definire Himalayano, con squadre numerose e uomini distribuiti lungo la cavità per garantire la sicurezza alle squadre di punta, ad un sistema che po­tremmo definire Alpino, con piccole squadre completamente indipendenti che procedono autonomamente nelle esplorazioni senza contatti con l’esterno. Visti i sistemi di progressione che si usa­vano all’epoca, in particolare le scalette, la permanenza in grotta era piuttosto lunga, resa tale per lo più dalla grande quantità di materiali che bisognava trasportare avanti e indietro per poter procedere nelle esplora­zioni. Tutti i membri della Commissione Grot­te, e spesso anche dei simpatizzanti, hanno contribuito alle esplorazioni delle cavità sco­perte su questo altipiano selvaggio ed affa­scinante. Un mondo che ha un potere di at­trazione paragonabile al canto di una sirena, caratterizzato da un ambiente molto ostico da un clima estremo e da una meteorologia estremamente variabile ed imprevedibile, che ha messo infinite volte a dura prova la resistenza sia fisica che psichica di chi vi si avventurava. In questo scritto mi è purtroppo impossi­bile riportare i nomi di tutti quelli che hanno contribuito alle varie campagne esplorative. Nominerò solamente quelli essenziali, preci­sando che non è assolutamente mia inten­zione far torto a qualcuno.

Berti Kozel all’ingresso del Fontanon di Goriuda. (foto Arch. CGEB)
Berti Kozel all’ingresso del Fontanon di Goriuda. (foto Arch. CGEB)

Era il 13 giugno del 1963 quando durante un’uscita in Val Raccolana, con la finalità di esplorare il sifone del Fontanon di Goriuda da parte di Adalberto “Berti” Kozel, due del­la squadra, Dario Marini e Mario Galli, fanno una prima ricognizione sull’altipiano sovra­stante la risorgiva. II mese successivo viene effettuata la pri­ma vera battuta di zona sul versante Nord dell’altipiano del Monte Canin, condotta da Dario Marini (storico scopritore di zone car-siche) assieme a Pino Guidi e Berti Kozei. Alla fine della giornata sono individuate de­cine di cavità, tra cui il futuro Abisso Boegan. Un mese dopo, nell’agosto del 1963, si con­tinua a battere l’altipiano e a Guidi e Kozei si aggiunge Mario Galli. Vengono catalogati vari fenomeni carsi­ci degni di attenzione e vengono esplorati i primi 55 metri, utilizzando tutta la sagola a disposizione, del sifone del Fontanon di Goriuda da parte di Berti Kozei che arriva a toccare una profondità di 12 metri, limite per i respiratori ad ossigeno dell’epoca (ARO). Il maltempo purtroppo rallenta le operazioni in quota dove le nevicate miste a grandine sono tutt’altro che un’eccezione in agosto.

L’ingresso dell’Abisso Eugenio Boegan (foto Arch. CGEB)
L’ingresso dell’Abisso Eugenio Boegan (foto Arch. CGEB)

Le uscite in quegli anni vengono molto spesso effettuate utilizzando un autocarro militare che ci veniva messo a disposizione dall’Esercito. A quei tempi ben pochi pos­sedevano un mezzo di trasporto proprio, non esistevano ancora teleferiche e a Sella Nevea c’erano soltanto il rifugio Divisione Julia, la caserma della Guardia di Finanza e le vecchie casere abbandonate ed in parte diroccate. Nel mese di Settembre inizia l’esplo­razione dell’abisso che verrà dedicato alla memoria del nostro nume tutelare Eugenio Boegan (la Commissione Grotte era stata fondata nel 1883, Boegan ci era entrato nel 1894) il classico inghiottitoio alla fine di una valle chiusa. A quei tempi tutte le grotte più importanti da noi esplorate le avevamo tro­vate in un contesto simile, ma in seguito il Canin ci insegnerà che non é proprio così. Vengono esplorati i primi due pozzi di 11 e 23 metri e non si riesce a raggiungere il fon­do del terzo per mancanza di materiali. Come spesso accade in questa zona, le grotte si presentano con un primo poz­zo poco profondo a cui segue un secondo pozzo, sempre non molto profondo, oltre al quale si accede, attraverso una strettoia, al vero complesso carsico sotterraneo. In ottobre, viene rilevato il primo tratto dell’Abisso Boegan. Pochi giorni dopo si prova ad effettuare una nuova spedizione. Purtroppo a causa del maltempo e dell’in­terruzione della strada della Val Raccolana, l’autocarro militare con gli speleo vie­ne dirottato in Val Resia, parallela alla Val Raccolana, ove viene esplorata la Grotta dell’Uragano (Fontanon del Barman) si­tuata sul versante settentrionale dei monti Musi. Nel novembre dello stesso anno si ritor­na al Boegan e Mario “Marietto” Gherbaz scende i primi 140 metri del terzo pozzo di 150 metri, ma dovrà risalire per mancanza di ulteriori scale. Nello stesso periodo Berti KozeI effettua una ricognizione alla Bocca di Plezzo, importante risorgiva in territorio slo­veno sul versante meridionale dell’altipiano. Il 1963 è anche l’anno della mia iscrizione alla Società Alpina delle Giulie, anche se era già da qualche tempo che avevo iniziato ad andare in grotta con amici, alcuni dei quali erano già iscritti alla Società, in particolare Claudio Cocevar, compagno di liceo, e Tullio Piemontese, purtroppo anche loro scompar­si prematuramente in banali incidenti.

Passiamo ora al 1964. Nel mese di Mag­gio si effettua la prima salita in condizioni semi invernali sull’altipiano del Canin e si raggiunge l’imbocco dell’Abisso Boegan, che purtroppo risulta chiuso dalla neve e dal ghiaccio. La foto a lato da l’idea della situa­zione. In Giugno si scava per otto giorni nella neve e nel ghiaccio per riuscire ad accede­re al terzo pozzo dell’Abisso Boegan, dove finalmente si inizia l’esplorazione vera e pro­pria e si arma il primo tratto. La grotta verrà poi esplorata fino alla profondità di 360 metri nel mese di settembre durante la campagna autunnale. La squadra si fermerà per man­canza di materiali. Il tempo è sempre inclemente e duran­te l’attesa di miglioramenti viene esplorata la prima parte della fessura soffiante sotto il Bila Pec, che si trova abbastanza vicino al rifugio Gilberti. Viene percorso il meandro iniziale e ci si ferma sull’orlo di un pozzo in parte occupato dal ghiaccio.

Ingresso dell’Abisso Boegan nel mese di maggio 1964. (foto Arch. CGEB)
Ingresso dell’Abisso Boegan nel mese di maggio 1964. (foto Arch. CGEB)

Questa cavità sarà in seguito esplorata dall’Associazione XXX Ottobre e dedicata a Mario Novelli. Sempre in questo periodo viene esplora­ta la Grotta del Ghiaccio sul Bila Pec, cavità che più tardi verrà unita con l’Abisso Novelli. In ottobre viene superato il primo sifone del Fontanon di Goriuda da parte di Berti KozeI. Sempre in ottobre si tenta l’esplora­zione della fessura soffiante sotto il Bila Pec, Abisso Novelli, ma si deve rinunciare per il maltempo. In alternativa, partendo da Sella Nevea si ricercano risorgive, ed è in questo periodo che viene rintracciata la risorgiva de Les Moelis e si iniziano a cercare risorgive che possano collegarsi con le cavità a quote superiori e che porteranno, in tempi recenti, alla congiunzione dei Complessi del Col del­le Erbe e del Foran dal Mus. Passa così anche il 1964.

Nell’agosto del 1965 si tenta di raggiun­gere l’imbocco dell’Abisso Boegan per verificare la consistenza del tappo di neve e ghiaccio del primo pozzo. Il tentativo viene frustrato dalla persistenza del maltempo. Il mese successivo, settembre, si ripro­va ad entrare nel Boegan che purtroppo è bloccato. Il tempo è sempre inclemente e spesso nevica. Si ripiega su vaste battute di zona e vengono rintracciate, esplorate e rilevate, parecchie cavità tanto interessanti quanto promettenti. Fra queste anche quella segnata con AX (la decima grotta siglata con la A): scesi i primi due pozzi di quello che diventerà l’Abisso Michele Gortani. Proprio in questo periodo avviene la pri­ma esplorazione dell’Abisso primo a Nord del Pie di Carnizza, futuro Abisso Paolo Picciola, dove verranno raggiunti i 208 metri di profondità. Alla fine del mese di ottobre e agli inizi del mese di novembre, si riprova ad avvici­narsi all’Abisso Boegan. Viene trasportato tutto il materiale, ma purtroppo si deve desi­stere per il troppo ghiaccio e neve all’imboc­co. Il secondo pozzo è quasi completamente bloccato da neve e ghiaccio. Rientrando al rifugio Gilberti quasi sem­pre di notte, unico punto di appoggio all’e­poca, si sbaglia spesso il canalone di risalita a sella Canin, una volta a destra, una volta a sinistra di quello prestabilito, con difficoltà e rischi non indifferenti. Vista l’impossibilità di accedere al Bo­egan, viene recuperato il materiale in pre­cedenza trasportato e si inizia ad esplorare l’abisso denominato “C1”, dove si raggiun­geranno i 142 metri di profondità e che in se­guito verrà dedicato alla memoria di Enrico Davanzo. Il giorno dopo viene continuata l’esplora­zione, se ben ricordo è stato fatto un campo interno con amache sul bordo di un pozzo ed andando a cercare acqua Marietto trova­va poi il famoso meandro di più di 600 metri che condurrà alla massima profondità. Si recupera tutto il materiale e ci si sposta all’ingresso della cavità denominata “A10”, altrimenti detto “Abisso X” per la sua aura di mistero, che in seguito verrà dedicato a Michele Gortani. La prima esplorazione rag­giunge i 250 metri di profondità e la cavità continua. Si procede sempre con le tecniche in uso ai tempi, ossia persone sopra i pozzi più profondi per garantire la sicura (cioè as­sicurare dall’alto chi risale sulle scalette) agli uomini di punta. Ci sono sei persone ferme sopra i vari pozzi e due persone di punta che raggiungono i rami inferiori. Alla fine viene recuperato tutto il materiale che viene ripor­tato a valle. L’attenzione rimane sempre focalizzata sull’Abisso Boegan, che secondo i canoni del tempo doveva essere la cavità più inte­ressante dell’altipiano. Per il trasporto dei materiali è stato fon­damentale l’aiuto datoci dagli Alpini, che con l’ausilio dei muli hanno trasportato gran par­te dei materiali da Sella Nevea fino a Sella Canin. Oltre però i muli non potevano pro­seguire e si sono dovute fare innumerevoli spole con carichi molto pesanti. Sella Nevea, il materiale viene scaricato dall’autocarro militare e sistemato sui basti dei muli degli alpini che lo trasporteranno sino a Sella Canin.

Sella Nevea, il materiale viene scaricato dall’autocarro militare e sistemato sui basti dei muli degli alpini che lo trasporteranno sino a Sella Canin. (foto Arch. CGEB).
Sella Nevea, il materiale viene scaricato dall’autocarro militare e sistemato sui basti dei muli degli alpini che lo trasporteranno sino a Sella Canin. (foto Arch. CGEB).

Dopo la pausa invernale si arriva così al 1966, e in primavera si ricomincia a pensare al Canin.

Alla fine di marzo si effettua una rapida missione per constatare le condizioni della neve in quota e lo stato degli ingressi delle varie cavità, soprattutto dell’Abisso Michele Gortani. Dopo una dura salita con le ciaspe, avute in prestito dai Finanzieri di Sella Nevea, si constata che nonostante il primo poz­zo sia pieno di neve, l’accesso al secondo pozzo è libero. Il primo pozzo è uno scivolo di neve coperto da una cornice di ghiaccio, lungo il quale si può scendere senza l’ausi­lio di scale. Risulta evidente come la forte corrente d’aria non permetta all’ingresso di venir bloccato dalla neve. Durante il mese di Aprile vengono effet­tuate tre spedizioni all’abisso “X”, la prima effettuata in giornata serve al trasporto dei materiali all’ingresso e ha inoltre lo scopo di liberare l’ingresso dalla neve sovrastante. Le altre due hanno una durata di tre giorni cia­scuna. La seconda spedizione, fatta sempre con “tecnica pesante”, permette di raggiungere i 360 metri di profondità, mentre la terza viene effettuata per completare il rilievo dei rami esplorati e cercare proseguimenti purtroppo non individuati in quell’occasione. In quella spedizione si era addirittura in 12 persone, di cui 3 del CSIF, Circolo Speleologico e Idro­logico Friulano. Proprio in questo periodo si inizia a chiamare l’abisso col nome che lo renderà famoso: Abisso Michele Gortani.

Adelchi Casale sul primo pozzo dell’Abisso Gortani nel marzo 1966. (foto M. Gherbaz)
Adelchi Casale sul primo pozzo dell’Abisso Gortani nel marzo 1966. (foto M. Gherbaz)

Nel mese di maggio vengono effettuate due ulteriori spedizioni all’abisso per ulti­mare il recupero del materiale. Finalmente il tempo è clemente e la neve è in ottime con­dizioni, riducendo notevolmente i tempi e la fatica durante l’avvicinamento. Per raggiungere l’ingresso dell’abisso si parte da Sella Nevea a quota 1.190 metri s.l.m e si raggiunge il Rifugio Celso Gilberti a quota 1.850 metri s.l.m, da qui si deve raggiungere Sella Canin alla quota di 2.000 metri s.l.m., per poi discendere il canalone che conduce alla conca dell’Abisso Boegan, e quindi proseguire in traversata sul versante nord orientale del Col delle Erbe fin poco al di sotto della sommità dove si apre l’ingres­so dell’abisso a 1.900 metri s.l.m. Nel mese di luglio si effettuano battute di zona sull’altipiano, mentre l’ingresso del Gortani è praticamente libero dalla neve. Nel mese di agosto viene effettuata una spedizione con base a Casere Goriuda a quota 1.400 metri s.l.m., durante la quale si rileva la risorgiva de Lis Moelis per circa 400 metri di sviluppo e la Grotta delle Pecore si­tuata sotto il Foran dal Mus. Nel mese di settembre, dopo un duro la­voro di scavi nel ghiaccio, si riesce finalmen­te ad accedere al terzo pozzo del Boegan, profondo 150 metri. Tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre si svolge la campagna esplorativa autunnale sul Canin. Viene com­pletato il rilievo della risorgiva de Lis Moelis e viene continuata l’esplorazione dell’Abisso Boegan, e sempre con metodi tradizionali vengono raggiunti e superati i 480 metri. A quel punto ci si deve fermare per mancanza di materiali. In novembre viene effettuata un’ulterio­re spedizione all’Abisso Michele Gortani, di cui purtroppo non esiste la relazione e devo andare a memoria. Eravamo in 6 o 7, non ricordo bene. Avevamo lasciato una tendina sul Col delle Erbe con un telefono collegato alla grotta, all’interno della quale si era steso un cavo telefonico fino al campo a – 240 me­tri, prima dei cosiddetti bigoli. Si era avanzati tutti assieme, lasciando sui pozzi più profon­di la corda in doppio con carrucola, mentre i pozzi minori venivano risaliti in libera a turno. Durante la spedizione è stato raggiunto uno dei tanti fondi provvisori, non ricordo esatta­mente a quale profondità. Era l’anno dell’alluvione di Firenze e in grotta siamo stati sorpresi da piene improv­vise che ci hanno obbligato a rimanere più del previsto, in attesa che il grande pozzo di 87 metri, battuto da cascate, potesse essere nuovamente risalibile. Non avevamo alcun problema di viveri e di illuminazione, ma eravamo preoccupati perché non si riusciva a mettersi in contatto con la squadra esterna che doveva fare da appoggio e aveva la base al rifugio Gilberti. Alla fine eravamo più preoccupati per la squadra all’esterno che per noi stessi. Quan­do è stato possibile risalire il pozzo siamo anche riusciti a contattare telefonicamente la squadra esterna, che era riuscita a raggiun­gere la tendina sul Col delle Erbe assieme al Soccorso Alpino, mobilitato pensando che noi fossimo in difficoltà. Giunti all’esterno tutto ci fu chiaro veden­do come la neve fosse abbondantissima e di pessima qualità. Siamo quindi rientrati a valle aiutati dalla squadra di soccorso senza ulteriori problemi. Il rientro a Trieste avviene con l’autocarro militare facendo un grande giro perché la vai Raccolana era chiusa. Termina così anche l’anno 1966.

Nel mese di febbraio del 1967 un tentativo di re­cupero dei materiali rimasti sull’altipiano fal­lisce a causa del maltempo e dell’inagibilità della strada che da Chiusaforte porta a Sella Nevea. Alla fine di aprile partendo daTrieste viene effettuata in giornata una rapida ricognizione all’ingresso dell’abisso Gortani. Constatata l’abbondanza di neve nel primo pozzo viene annullato il camion militare che era previsto per il giorno dopo. Nei primi giorni di maggio viene effettuata una nuova ricognizione, an­che in questo caso sarà un fallimento per le pessime condizioni della neve. Il 25 giungno Berti Kozel supera il sifone di 110 metri del Fontanon di Goriuda. Nel mese di luglio viene effettuata una spedizione al Gortani della durata di 4 giorni. Vengono esplorate numerose diramazioni e la squadra procede tutta insieme bivaccan­do all’interno. Non ci sono dati nelle relazioni riguardo alla profondità raggiunta. In luglio continuano le battute di zona sull’altipiano e ci si concentra nella zona di sella Blasic, sopra il vallone che sovrasta l’abitato di Tamaroz in Val Raccolana, dove vengono trovate e in parte esplorate alcune fessure soffianti. Nella metà del mese di agosto vengo­no finalmente recuperati i materiali rimasti nell’Abisso Michele Gortani.

Adelchi Casale sul Col delle Erbe nel Novembre del 1966. (foto Arch. CGEB)
Adelchi Casale sul Col delle Erbe nel Novembre del 1966. (foto Arch. CGEB)

A fine mese vengono trasportati a spalla 50 kg di sale fino all’ingresso dell’abisso Boegan: vengo­no sparsi sul tappo di neve e ghiaccio nella speranza che si sciolga più rapidamente. L’effetto del sale viene controllato una set­timana dopo, agli inizi di settembre, ma si constata che il livello della neve e ghiaccio è sceso soltanto di 60 centimetri. Una squadra di cinque persone scava nella neve per ben quattro giorni a ritmi serrati. Dalla metà di settembre fino alla fine del mese c’è la campagna finale che raggiun­gerà il fondo dell’Abisso Eugenio Boegan. Mentre si scava nel ghiaccio per accedere al terzo pozzo, quello profondo 150 metri, ven­gono effettuate brevi missioni esplorative e di rilievo in varie cavità dell’altipiano. Alla mezzanotte del 22 settembre viene finalmente superato il tappo di ghiaccio e si riesce ad accedere al terzo pozzo dell’abis­so. Il giorno 23 settembre inizia l’esplorazio­ne vera e propria. L’organizzazione è sempre di tipo pesante, si calano i materiali e con tre punte distinte viene raggiunto il lago sifone terminale dell’abisso a 620 metri di profondità. Il sistema usato per l’avanzamento in grotta, cioè le scalette, comporta l’impiego di materiale pesante e voluminoso che è im­possibile trasportare in un numero ridotto di persone. C’è bisogno di squadre numerose e ciò ha contribuito all’affiatamento della compagnia e alla formazione di amicizie e soprattutto spirito di gruppo. Terminata l’esplorazione si lascia par­te del materiale in loco, per lo più corde e scalette, e se ne trasporta parte all’ingresso dell’Abisso Gortani. Tutto il resto viene tra­sportato con spole estenuanti fino a sella Canin, e da lì a valle fino a Sella Nevea con l’ausilio degli Alpini e dei loro preziosissimi muli. È in questo periodo che a Marietto viene l’idea di una spedizione formata da solo due persone, per dimostrare che in grotta si po­teva esplorare ed avanzare anche con una squadra ridotta al minimo. Abbiamo iniziato a parlarne nel mitico magazzino di via Tigor, situato all’interno delle vecchie carceri, dove venivano costru­ite ed assemblate le scalette superleggere progettate da Marietto stesso qualche anno prima. Mentre si punzonava l’ennesimo spez­zone di scala da 10 metri, che era la misu­ra standard (si sono costruiti anche alcuni spezzoni da 5 metri per avere delle misu­re intermedie), Marietto mi ha proposto di tentare una spedizione solamente noi due, con una permanenza in grotta di almeno 10 giorni. Non ci ho messo molto ad accettare, all’epoca avevo 21 anni e lui era di tre anni più vecchio. Entusiasti abbiamo cominciato subito a preparare l’avventura. Per il trasporto del materiale fino all’in­gresso della cavità ci siamo affidati all’aiuto di molti consoci, mentre all’interno abbiamo operato solo noi due. Ci sono volute due uscite preparatorie per armare parte della cavità e trasportare il materiale il più avanti possibile. Si partiva di solito il sabato mattina e si rientrava la domenica sera bivac­cando all’interno dell’abisso una notte. So­sta obbligata era sempre l’albergo-ristorante Martina di Chiusaforte, dove eravamo sem­pre ben accolti dai proprietari e attorno al caminetto, sempre acceso, si facevano delle lunghe chiacchierate e delle allegre cantate. Il 27 ottobre 1967 è iniziata l’esplorazio­ne che entrerà nella storia della speleologia, non solo triestina, e cambierà il modo di andare in grotta concepito fino ad allora. Affer­mo ciò senza falsa modestia, questo fatto è confermato da persone competenti nell’am­bito speleologico, in primis Giovanni Badino, che tra le altre cita la nostra impresa nel suo libro “Abissi Italiani”. Per l’esplorazione siamo rimasti in grotta fino al giorno 5 di novembre, purtroppo di­sturbati da piene frequenti.

L’ingresso del Boegan, l’accesso al secondo pozzo è alle spalle di Pino Guidi (foto Arch. CGEB e Arch. M. Gherbaz).
L’ingresso del Boegan, l’accesso al secondo pozzo è alle spalle di Pino Guidi (foto Arch. CGEB e Arch. M. Gherbaz).

Voglio precisare che la nostra non voleva assolutamente essere un’impresa sportiva, avevamo infatti in mente di effettuare misu­razioni della temperatura, nonché rilevare con la massima precisione che si poteva ottenere con i mezzi dei tempi, bussola e cordella metrica, tutti i nuovi tratti di cavità che sarebbero stati esplorati, fare osserva­zioni geologiche e mineralogiche e realizzare un’ampia documentazione fotografica. La salita fino all’imbocco della cavità non ha presentato nessuna difficoltà, il tempo era clemente e l’altipiano era completamen­te sgombro dalla neve. Abbiamo fatto il primo campo interno a -220 metri, prima dei “bigoli”. Il giorno se­guente, raccogliendo strada facendo i sacchi lasciati nelle uscite preparatorie, un totale di 9 sacchi, abbiamo raggiunto il campo base a -450 metri, posto nei pressi della caverna Gianni Cesca, all’inizio della galleria fossile denominata “dell’Aragonite”. Le piene sono purtroppo iniziate subito dopo. In attesa che la situazione idrica miglio­rasse abbiamo esplorato e rilevato alcuni rami laterali, chiamati bigoli soffianti, della galleria, e strisciando lungo un cunicolo ab­biamo avuto la piacevole sorpresa di incon­trare un pipistrello che ci svolazzava davanti, unico animale a sangue caldo oltre a noi in quel mare di gelida pietra. Non mi risulta che in seguito qualcuno abbia avuto la fortuna di fare un simile incontro. Le temperature interne erano di 2 – 2,5 gradi centigradi per l’aria e di 1 – 1,5 gradi centigradi per l’acqua. Diminuito il livello dell’acqua abbiamo iniziato la discesa. Una volta arrivati sull’orlo del pozzo raggiunto nelle precedenti spedi­zioni, abbiamo cominciato a guardare in alto alla ricerca di una via per proseguire. Con un’arrampicata di 5 metri è stata raggiunta una finestra che immette su un pozzo paral­lelo profondo una decina di metri, che viene sceso in arrampicata e sul fondo del quale troviamo un enorme masso immerso in un laghetto di acqua stagnante. Dal fondo di questo pozzetto, da una parte si accede ad una piccola caverna che verrà attrezzata con un telo di nylon per pro­teggersi dallo stillicidio e che diventerà il futuro campo base alla quota di -540 metri, mentre dall’altra parte del fondo del pozzo parte un comodo meandro lungo circa 40 metri che porta ad una serie di pozzi che su­scita il nostro interesse. Avevamo raggiunto una parte della grot­ta che non era stata ancora esplorata e che prometteva molto bene, il morale era altissi­mo.

L’ingresso del Boegan, lavori di scavo, si riconoscono Fabio Venchi, Mauro Godina, Dario Marini e Claudio Cocevar. (foto Arch. CGEB e Arch. M. Gherbaz).
L’ingresso del Boegan, lavori di scavo, si riconoscono Fabio Venchi, Mauro Godina, Dario Marini e Claudio Cocevar. (foto Arch. CGEB e Arch. M. Gherbaz).

Purtroppo le condizioni meteorologiche esterne non erano dalla nostra parte e le pie­ne all’interno si susseguivano con regolarità impedendoci di proseguire con tranquillità e senza bagnarci troppo nelle esplorazioni. Nei pozzi più profondi, tre in tutto, e cioè il terzo pozzo di 55 metri, il quarto pozzo di 87 metri e il pozzo che conduce alla caver­na Cesca di 45 metri, avevamo lasciato delle corde in doppio con carrucola per poter far sicurezza dal basso. In tutti gli altri pozzi, per un massimo di 33 metri, uno di noi due a tur­no saliva in libera portandosi la corda legata in cintura per far sicurezza al secondo. Appena l’acqua lo consentiva si proce­deva all’esplorazione. Scesi i pozzi indivi­duati ci siamo fermati a tre metri dal fondo dell’ultimo per mancanza di materiali. Il poz­zo si rivelerà in futuro di 33 metri. Per il recupero del materiale abbiamo messo in atto la tecnica del relè a cui ave­vamo pensato già a Trieste. La tecnica con­sisteva in quanto segue: sul pozzo dopo la caverna Cesca abbiamo recuperato circa 50 metri di scale mettendo una carrucola e fa­cendo l’attacco sulla corda. Una volta sceso il primo, questi teneva bloccata la corda a cui era assicurata la scala che alla fine veni­va recuperata dal basso lasciando in loco la corda in doppio. Abbiamo raggiunto il fondo del pozzo che non eravamo riusciti a scendere com­pletamente in precedenza, ma purtroppo la cavità terminava, dopo alcuni “saltini” e un meandro, in uno stretto lago sifone. Aveva­mo comunque raggiunto i -675 metri di pro­fondità e aggiunto un altro fondo provvisorio dell’abisso. A questo punto si è eseguito il rilievo di tutte le parti nuove esplorate e raccolta un’ampia documentazione fotografica. Tutto il materiale è stato recuperato fino al campo base a -450 metri. Quindi sono iniziate le operazioni di ri­salita. Avevamo dato appuntamento all’e­sterno ai consoci per il giorno 5 novembre per aiutarci a trasportare a valle il materiale recuperato. Purtroppo l’acqua non vuole saperne di diminuire, saliamo fino al campo volante a -220 metri e qui bivacchiamo. Decidiamo di salire il giorno dopo soltanto coi sacchi per­sonali da bivacco, ma giunti sotto il pozzo di 87 metri e vista la quantità d’acqua che vi cadeva, decidiamo di abbandonare anche quelli. Prendiamo quindi solo i rullini delle fo­tografie scattate ed i libretti dei rilievi. La salita del pozzo è stata un incubo: si era praticamente al buio in quanto le lampade ad acetilene si spegnevano e le fotofore elettriche erano con le batterie praticamente esaurite. Salito il pozzo di 87 metri il più era fatto, visto che gli altri tre erano asciutti. Recupe­riamo gli zaini lasciati sotto il secondo pozzo ed usciamo all’esterno. Lo scenario è spa­ventoso ed avvilente: visibilità scarsa, vento e neve e tutto l’altipiano è coperto da almeno un metro di neve soffice e pesante. Non c’è traccia della squadra di appoggio. Decidia­mo di non cambiarci e dirigerci direttamente in abbigliamento da grotta verso Sella Nevea. La marcia fu estremamente faticosa e ad ogni passo si sprofondava nella neve. Supe­rata Sella Canin e giunti sotto il Bila Pec, ve­diamo delle tracce ordinate che vanno in sa­lita e poi tante tracce disordinate in discesa. Constatiamo che dal Bila Pec erano crollati parecchi blocchi di ghiaccio che per fortuna non avevano colpito i nostri consoci. Proseguiamo il più rapidamente possibile procedendo a turno da un riparo sotto roccia all’altro per evitare di essere colpiti entrambi da eventuali blocchi di ghiaccio. Giunti finalmente al rifugio Divisione Julia di Sella Nevea, incontriamo gli amici che ci guardano prima attoniti, come se vedessero dei fantasmi, e poi ci festeggiano con calore. Questa è stata una delle esperienze più belle della mia vita che ricordo vividamente ancora oggi. Il mese dopo, il giorno 17 dicembre, vie­ne effettuato un rapido sopralluogo all’in­gresso dell’abisso per controllare la situa­zione dell’imbocco in pieno inverno, il tutto ha richiesto ben sei ore di marcia battendo la pista da Sella Nevea. Constatato che l’in­gresso dell’abisso era agibile si è iniziato a pensare alla possibilità di effettuare le spe­dizioni in pieno inverno in modo da evitare l’acqua in grotta. Il ragionamento è basato sul fatto che all’esterno le temperature in questo periodo superano tranquillamente i 20 gradi sotto lo zero, e sicuramente non c’è pericolo alcuno di piene all’interno. L’an­no seguente verrà così organizzata la prima spedizione in periodo invernale.

Alpini, muli, materiali e speleologi a Sella Canin. (foto Arch. CGEB).
Alpini, muli, materiali e speleo a Sella Canin. (foto Arch. CGEB).
Materiali e speleologi a Sella Canin. (foto Arch. CGEB).
Materiali e speleologi a Sella Canin. (foto Arch. CGEB).

Arriviamo al 1968. In marzo viene effet­tuata un’uscita in vai Raccolana alla ricerca di una risorgiva individuata in precedenza, purtroppo l’imbocco è probabilmente ostru­ito da una slavina e le condizioni della neve sono pessime. Viene comunque localizzata più a valle una condotta forzata che viene esplorata per una lunghezza di approssima­tivamente 500 metri. In maggio si effettua un ulteriore sopral­luogo in vai Raccolana per controllare alcune risorgive. Le temperature sono ancora rigide e l’innevamento è notevole. In giugno viene raggiunta un’altra risor­giva in vai Raccolana, salendo un ripido ca­nalone che poi verrà disceso con una serie di corde doppie. Viene esplorata un cavità complessa che dopo circa 50 metri termina in un limpido lago sifone. Nel mese di giugno viene risalito il ripido canalone che dall’abitato di Tamaroz porta a Sella Blasic, dove vengono liberate dalla neve alcune fessure soffianti e viene esplo­rato un pozzo di 30 metri. Dalla metà e fino alla fine del mese di lu­glio si effettua la campagna estiva all’abisso Michele Gortani. Viene istallata la linea tele­fonica fino al campo di -450 metri (Galleria dell’Aragonite nella Caverna Gianni Cesca) e vengono effettuate le prime prove da parte di Enrico Davanzo per collegare via radio il campo base dell’abisso con la nostra sede. Il risultato sarà pienamente positivo: si è riu­sciti a parlare dal campo a -450 metri con la nostra sede di Piazza Unità a Trieste. Il colle­gamento è stato effettuato il giorno 26 Luglio e questo esperimento è stato fortemente vo­luto da Enrico Davanzo (IIDVO la sua sigla di radioamatore), coadiuvato dal gruppo dei radioamatori di Trieste. Il tempo però, come il più delle volte, non ci è stato propizio.

Marietto sotto un pozzo normalmente asciutto. (foto Arch. M. Gherbaz)
Marietto sotto un pozzo normalmente asciutto. (foto Arch. M. Gherbaz)

Durante questa spedizio­ne è stata comunque individuata la galleria del vento a quota -540 metri, testimonianza di un antico livello freatico che condurrà alla massima profondità raggiunta. Il lago sifone terminale rappresenta quasi sicuramente il livello di base del Complesso del Col delle Erbe, e vista la lentezza con cui si smaltisco­no le piene a questa profondità, è da esclu­dersi la presenza di grossi collettori al di sotto della quota massima raggiunta (-932 metri). A cavallo tra la fine del mese di settembre e l’inizio del mese di ottobre, viene organiz­zata la prima esplorazione all’Abisso primo a nord del Pie di Carnizza (futuro abisso Paolo Picciola) ove si raggiungono i 290 metri di profondità. Il materiale viene recuperato e portato all’ingresso del Gortani. Il tempo at­mosferico è inclemente con pioggia e neve. Nei primi giorni di novembre si compie una breve uscita per preparare la spedizione invernale all’Abisso Michele Gortani. Vengo­no controllati gli attacchi delle scale e viene trasportata all’interno parte dell’attrezzatura. Il materiale viene lasciato a 90 metri di profondità in quanto è nostra intenzione per­correre una via nuova, ancora non esplorata del tutto. Si sapeva unicamente che l’ultimo pozzo, risultato profondo 117 metri, arrivava sicuramente nella parte alta della caverna Gianni Cesca in quanto erano state ritrovate delle pile usate gettate dall’alto. Questa via è più rapida, anche se tec­nicamente più difficile e non percorribile in caso di acqua abbondante. Si riescono inol­tre a risparmiare parecchi metri di scalette in quanto alcuni pozzi sono parzialmente su­perabili in arrampicata. L’avventura inizia il 22 dicembre e du­rerà, come conteggiato da Livio Stabile, 333 ore. La squadra era composta da 4 persone (Adelchi Casale, Elio Padovan, Mauro Go-dina e Livio Stabile). Dopo la lunga marcia di avvicinamento partendo da sella Nevea e battendo la pista a turno nella neve fresca, abbiamo fatto il primo bivacco sotto il terzo pozzo a -90 metri. Il giorno dopo iniziamo a discendere abbastanza rapidamente la nuo­va via con parecchi sacchi e arriviamo sopra il pozzo di oltre 100 metri che porta alla par­te alta della caverna Gianni Cesca. Abbiamo quindi deciso di evitare un ulteriore bivacco e raggiungere direttamente il comodo cam­po a -450 metri. Il pozzo si rivelò estrema­mente difficoltoso e pericoloso e si è perso molto tempo per preparare un attacco sicuro con chiodi a pressione. Durante la discesa si staccavano frammenti di roccia dalle pa­reti che erano costellate da lame sulle quali si impigliavano corde e sacchi. In seguito lo avremmo battezzato “Pozzo delle Lame”, senza dubbio alcuno il pozzo più ostico e pericoloso di tutto l’abisso. Le operazioni per calare i numerosi sacchi si prolungarono più del previsto, mentre la stanchezza si fa­ceva sentire e si rischiava di addormentarsi nei posti più strani e pericolosi. Finalmente dopo circa 24 ore senza sonno siamo giunti tutti molto provati al campo base con i nostri sacchi personali ed i viveri. Abbiamo così fe­steggiato il Natale stappando una bottiglia di Moet Chandon gentilmente offerta dal papa di Elio: ne avevamo due e una l’abbiamo conservata per il Capodanno (miracolosa­mente le bottiglie sono arrivate intatte). Qualche giorno dopo doveva raggiun­gerci un’altra squadra di tre persone: Marino Vianello, Enrico Davanzo e Willy Bole. Men­tre noi avremo continuato l’esplorazione in profondità il loro compito era quello di esplo­rare i vari rami che si aprivano a quota -450 metri. Sfortunatamente questa squadra non è riuscita a procedere perché nell’armare la cavità avevamo lesinato con le scale e alcuni tratti dovevano essere superati con arrampi­cate tutt’altro che banali. Nonostante tutto dopo un buon riposo abbiamo recuperato il materiale alla base del Pozzo delle Lame ed abbiamo trasportato tutto al campo a -540 metri, meno como­do ma sufficiente per stare in quattro nella cavernetta che era stata in precedenza co­perta con un telo di nylon sostenuto da una ragnatela di cordini. Il telo raccoglieva lo stillicidio e ci forniva l’acqua necessaria per bere e cucinare senza andare a cercarla in posti più lontani con eventuali conseguenze del caso. Si era utilizzato il nuovo modo di andare in grotta, sperimentato per la prima volta da me e Marietto: piccole squadre ben affiatate ed allenate e completamente indipendenti. Dal campo allestito abbiamo fatto tre punte e abbiamo vissuto la gioia di festeg­giare il Capodanno dopo aver trovato la pro­secuzione che porterà alla massima profon­dità raggiunta. La Galleria del Vento è lunga 600 metri e termina sopra un pozzo che non era ancora stato esplorato e che risulterà essere profon­do 95 metri. Siamo scesi io e Elio, mentre Mauro e Livio si sono fermati sopra il pozzo in attesa di vedere se la cavità continuava oppure se era un altro fondo cieco. Giunti alla base del pozzo, ingombro di enormi massi di crollo, rimaniamo delusi per­ché sembra che tutto finisca in un accozza­glia di massi di frana. Cerchiamo tra i massi e finalmente troviamo un pertugio che porta a un pozzo di 10 metri alla base del quale si apre un breve meandro in discesa, fangoso e senza un filo d’aria. Nuova delusione, ma non ci arrendiamo. Mi arrampico per 5 metri circa per un camino fangoso e molto fatico­so e raggiungo una finestra che porta ad un meandro ampio e pulito che prosegue. Sia­mo al settimo cielo, chiamo Elio ed iniziamo a discendere velocemente, per non dire di corsa, questo affascinante meandro che si rivelerà lungo quasi un chilometro.

Adelchi e Marietto, le note alla base della foto sono autografe di Marietto. (foto Arch. M. Gherbaz).
Adelchi e Marietto, le note alla base della foto sono autografe di Marietto. (foto Arch. M. Gherbaz).

L’ambien­te è eccezionale con saltini che si superano in arrampicata, laghi e laghetti che si riesco­no a superare in spaccata tenendosi alti, per arrivare fin sopra ad una serie di pozzi: sia­mo arrivati alla profondità di 752 metri. Non si è riusciti a scendere maggiormente per la mancanza di materiale. Purtroppo nella foga della discesa Elio scivola su di un saltino e si fa male ad un piede, in seguito risulterà es­sersi procurato una microfrattura. Risaliamo rapidamente e carichi di entusiasmo fino al campo. Il giorno dopo Elio riposa al campo as­sieme a Livio e ridiscendiamo io e Mauro per iniziare il rilievo dei nuovi rami esplorati. Il giorno successivo ridiscendiamo io e Livio per terminare il rilievo e risaliamo se­gnalando con la vernice rossa il massimo punto raggiunto, dove scriviamo i nostri nomi.

Siamo giunti al 1969. Ci riposiamo sod­disfatti, mettiamo a posto i fogli dei rilievi ed iniziamo la risalita. Nel periodo invernale non ci sono problemi di piene, l’acqua all’inter­no della cavità è al minimo e quindi non ci sono interruzioni nell’avanzamento. L’unico problema è l’ambiente esterno che in questo periodo dell’anno è molto severo. Alla fine usciamo all’esterno il 6 gennaio e incontria­mo all’ingresso la squadra d’appoggio che ci aspetta. Scendiamo a valle e come al solito festeggiamo la riuscita della spedizione al ri­storante Martina. Nel mese di marzo del 1969 viene fatta una prima uscita sull’altipiano per controllare lo stato dell’innevamento. Vi è molta neve, numerose slavine e gli ingressi delle grotte sono tutti bloccati. Alla fine di maggio, inizi di giugno, si ef­fettua un’ulteriore ricognizione sull’altipiano: sia il Gortani che il Boegan sono chiusi a causa della neve abbondante. Viene rileva­ta la risorgiva de Lis Moelis, si controllano risorgive a quote superiori già individuate in precedenza e si prosegue con le battute di zona a quote inferiori alla ricerca di risorgive. Il primo luglio viene effettuata un’altra ricognizione sull’altipiano e si constata che l’Abisso Michele Gortani è accessibile però con neve all’ingresso e acqua di disgelo in abbondanza. A metà del mese di luglio viene effettuata una vasta battuta di zona su tutto l’altipiano, e io ne approfitto per iniziare il rilevamento geologico dell’altipiano che sarà l’argomen­to della mia tesi di laurea in geologia. Il giorno 27 luglio viene posizionata nel Fontanon di Goriuda la linea telefonica fino ad oltre il primo sifone. Dal giorno 12 luglio al giorno 4 agosto si svolge la spedizione estiva all’Abisso Miche­le Gortani. Ci sono ancora squadre nume­rose, ma tutte procedono assieme. È ormai terminato il periodo delle spedizioni in stile Himalayano e si è passati allo stile Alpino. Viene trovato alla quota di -680 metri un passaggio alternativo, denominato by-pass, al sifone temporaneo che avevamo percor­so nella spedizione invernale e che in estate è allagato e quindi impercorribile.

Campo a -540 metri, capodanno 1968-1969. Io stappo ed Elio controlla. (foto Arch. CGEB)
Campo a -540 metri, capodanno 1968-1969. Io stappo ed Elio controlla. (foto Arch. CGEB)

Vengono quindi superati i pozzi alla fine del meandro di un chilometro e viene scoperta la galleria delle marmitte, che è una diramazione in de­stra idrografica del meandro di un chilometro e la galleria Guglielmina che corre parallela, ma a quote superiori dell’ultimo tratto del collettore finale. Nonostante il livello del lago terminale sia molto alto, si raggiungono comunque i -763 metri di profondità, attestando l’abisso come il secondo più profondo in Italia dopo la Spluga della Preta. In questa fase non ho partecipato alla spedizione all’interno della cavità in quanto impegnato nel rilevamento geologico dell’al­tipiano per la mia tesi realizzata assieme al mio relatore ed amico, il professor Franco Vaia. Ho comunque contribuito alla logistica esterna e al trasporto dei materiali. Durante il resto dell’anno vengono ef­fettuate numerose uscite sull’altipiano, con esplorazioni e rilevamenti di parecchie cavità. In settembre vengono raggiunti i -385 metri di profondità nell’Abisso primo a nord del Pie di Carnizza – Abisso Picciola. Vengono effettuate, sempre da Enrico Davanzo assieme al gruppo radioamatori di Trieste, prove di collegamento via radio con la nostra sede con risultati soddisfacenti. A metà del mese di dicembre viene ul­timato il trasporto materiali verso l’Abisso Gortani in previsione della seconda cam­pagna invernale, nella speranza che il lago sifone terminale si sia abbassato in modo da permettere di individuare eventuali prosecu­zioni della cavità.

Dal giorno 22 dicembre 1969 al 5 gen­naio 1970 si svolge la seconda spedizione invernale all’Abisso Michele Gortani. Sono previste due squadre che opere­ranno a quote diverse. La prima, composta da me, Elio Padovan, Livio Stabile e Willy Bole, scende in grotta il 22 Dicembre. La se­conda squadra, composta da Mario Pivileg-gi, Fulvio Gasparo e Dario Bassi, scende po­chi giorni dopo e si attesta al campo base di -450 metri. I vari campi sono collegati tra di loro telefonicamente in modo di poter comu­nicare durante le varie fasi dell’esplorazione. Noi della squadra avanzata decidiamo di piazzare un ulteriore campo, dopo quello po­sto a -540 metri, a quota -670 metri, situato alla base del pozzo alla fine della Galleria del Vento che si trova praticamente all’inizio del grande meandro finale. Il posto non è dei migliori, copriamo quindi un angolo tra i grandi massi che oc­cupano la caverna con dei teli termici uniti con nastro adesivo per evitare l’abbondan­te stillicidio. Iniziano qui i primi problemi.

6 gennaio 1969. Adelchi Casale e Mauro Godina all’uscita dal Gortani, alle spalle Mariano Marzari della squadra di appoggio. (foto Arch. CGEB)
6 gennaio 1969. Adelchi Casale e Mauro Godina all’uscita dal Gortani, alle spalle Mariano Marzari della squadra di appoggio. (foto Arch. CGEB)

La galleria del vento.

Il fornello a gas prende fuoco e fa cadere i teli termici già colmi d’acqua, che per fortuna spengono il principio di incendio. Rimettia­mo tutto a posto e finalmente ci possiamo riposare. Nel frattempo la seconda squadra è arrivata al campo base e ci contattiamo te­lefonicamente. Ci accingiamo a procedere e carican­do la lampada a carburo mi accorgo che il fondo del serbatoio dell’acqua si è bucato e di conseguenza la lampada è inservibile. A quei tempi non esistevano le fotofore a led e l’illuminazione elettrica veniva usata solo saltuariamente per guardare lontano o per emergenza. Contatto il campo a -450 me­tri spiegando la situazione e Fulvio si offre gentilmente ed altruisticamente di prestarmi la sua. Ci accordiamo che sarei risalito fino a sotto il pozzo della caverna Cesca. Mi met­to d’accordo con gli altri tre della squadra e ci diamo appuntamento nella Galleria delle Marmitte, diramazione del Meandro di un Chilometro. Mentre i tre procedono nella di­scesa, risalgo fino a sotto il pozzo che porta alla Caverna Gianni Cesca, lasciato disar­mato perché la campata di scale era stata recuperata dalla squadra a -450 metri in modo da avere più materiale per procedere nelle esplorazioni a quella quota. Aspetto un po’ al buio, essendo arrivato in anticipo ri­spetto alle mie previsioni, e finalmente sento le voci dall’alto e mi viene calata la lampada a carburo. Ringrazio e finalmente con una buona illuminazione ridiscendo velocemente e mi ricongiungo con gli altri tre alla fine della gal­leria delle marmitte molto interessante, comoda e con tutta una serie di vaschette e termina in una sala so­vrastata da un ampio camino. Riunita la squadra avanziamo veloce­mente verso il fondo e notiamo con piacere che il livello del lago terminale si è abbassa­to notevolmente.

Festeggiando al ristorante Martina di Chiusaforte lo stesso giorno, in piedi da sinistra: Livio Stabile, Elio Padovan, Mauro Godina e Adelchi Casale. In basso, sempre da sinistra: Mario Gherbaz, Enrico Davanzo, Willy Bole e Marino Vianello. (foto Arch. CGEB)
Festeggiando al ristorante Martina di Chiusaforte lo stesso giorno, in piedi da sinistra: Livio Stabile, Elio Padovan, Mauro Godina e Adelchi Casale. In basso, sempre da sinistra: Mario Gherbaz, Enrico Davanzo, Willy Bole e Marino Vianello. (foto Arch. CGEB)

Scendiamo gli ultimi metri di un pozzo ricoperto di una fanghiglia nera e ci fermiamo sulla sponda di un piccolo ed immoto lago sifone. Si fa la classica foto ricordo e ci si guarda intorno per trovare eventuali continuazioni, purtroppo invano. Si esplora la galleria Guglielmina nominata in precedenza, e anche questa è completa­mente ricoperta di un fango nero ed opaco che assorbe gran parte della luce delle fo-tofore. Dopo averla percorsa per un tratto ci accorgiamo che si ricongiunge con il col­lettore principale sottostante. La presenza di tutto questo fango testimonia di quanto si innalzi il livello dell’acqua nei periodi di piena e quanto lentamente questo decresca depositando tutto il materiale più fine tra­sportato. Si sono comunque guadagnati parecchi metri e la quota raggiunta è di -932 metri; a quel tempo era la grotta più profonda d’Italia e la terza al mondo dopo il Gouffre Berger e la Pierre de Saint Martin. Siamo rimasti comunque delusi perché si sperava di trovare delle prosecuzioni per arrivare più in profondità. Avevamo materia­le in abbondanza e sopratutto voglia e forze per procedere nell’esplorazione di rami nuo­vi. A questo punto si inizia la risalita recupe­rando il materiale e si fa sosta nel più como­do campo a -540 metri. Alla ripartenza dal campo, durante un passamano dei sacchi lungo il saltino che si supera in arrampicata, Willy perde un appi­glio e cade per circa cinque metri atterrando nella pozza d’acqua sottostante. Fortunatamente non si fa niente fisicamente, ma è visibilmente sotto shock ed ini­zia ad avere brividi di freddo.

La tendina predisposta per il collegamento radio ed Enrico Davanzo sul Col delle Erbe. (foto Arch. CGEB)
La tendina predisposta per il collegamento radio ed Enrico Davanzo sul Col delle Erbe. (foto Arch. CGEB)
La tendina predisposta per il collegamento radio ed Enrico Davanzo sul Col delle Erbe. (foto Arch. CGEB)
La tendina predisposta per il collegamento radio ed Enrico Davanzo sul Col delle Erbe. (foto Arch. CGEB)

Predisponiamo rapidamente un’amaca, lo facciamo stende­re nel sacco a pelo e coprendolo con un telo termico lo riscaldiamo con un fornello posto al di sotto. Ricordo come sotto al telo termi­co la temperatura fosse molto alta rispetto all’esterno, però lui continuava comunque ad avere freddo. Dopo un po’ fortunatamente si riprende, e dopo un buon thè caldo è in grado di pro­cedere con mezzi propri e completamente rinfrancato.

Il Campo a -670 metri, da sinistra Adelchi Casale, Livio Stabile, Elio Padovan. (foto W. Bole)
Il Campo a -670 metri, da sinistra Adelchi Casale, Livio Stabile, Elio Padovan. (foto W. Bole)

Ci riuniamo con la seconda squadra a -450 metri, e dopo aver riposato ripartia­mo per congiungerci con la squadra che era scesa in grotta per fare documentazioni fotografiche e girare un documentario con attrezzature che erano state messe a dispo­sizione dalla RAI. La squadra che ci aspettava al campo volante di -90 metri era composta da Mari­no Vianello, Enrico Davanzo e Paolo Picciola. I tre, coadiuvati all’esterno da Dario Ma­rini ed altri consoci, avevano trasportato in grotta una notevole quantità di materiali per effettuare le riprese. A quel punto ci siamo ritrovati in dieci a quota -90 metri ed Enrico ha iniziato la do­cumentazione cinematografica e fotografica registrando tutti i commenti che ci scambia­vamo tra di noi. Tutto filava liscio, il morale era altissimo e le battute scherzose si sus­seguivano senza sosta. Il collegamento radio con la sede della Commissione a Trieste sfortunatamente non riesce, causa il freddo intenso che con più di 20 gradi sotto zero fa scaricare rapidamente le batterie. In tarda mattinata i tre, Vianello, Davanzo e Picciola, escono dalla grotta per raggiun­gere il rifugio Gilberti. Ci diamo appuntamen­to per la mattina del giorno dopo, quando ci avrebbero raggiunti all’uscita in compagnia della numerosa squadra di appoggio che sa­rebbe arrivata da Trieste, composta da circa 20 persone. Quando il giorno seguente usciamo il tempo è bello, ma i nostri tre amici non ci sono. Più tardi arrivano gli altri consoci da Trieste e ci rendiamo conto che dei tre non c’è traccia. Le condizioni  meteorologiche erano cambiate nel giro di poche ore e le tempera­ture erano improvvisamente salite tramutan­do la nevicata in pioggia ed innescando una serie di valanghe in zona. I nostri amici erano scomparsi e si iniziarono subito le ricerche lungo il percorso che dal Gortani conduce a Sella Canin e da qui al rifugio Gilberti, focalizzandoci sulle slavine più evidenti e pren­dendo in considerazione tutte le ipotesi, an­che le più improbabili. Le ricerche continuarono invano per an­cora una settimana organizzate dal soccorso alpino, con l’intervento dell’esercito e di tan­tissimi volontari venuti da tutt’Italia. I corpi dei tre furono rinvenuti solo dopo sei mesi poco distanti dal rifugio Gilberti, alla base della discesa da Sella Canin, coperti da una slavina di modeste dimensioni. Avevano superato i punti più critici e probabilmente si sentivano già al sicuro. Il destino è impre­vedibile. Oltre la perdita di tre cari amici, la Com­missione Grotte Eugenio Boegan perdeva tre persone importantissime. Marino Via­nello era il successore designato del nostro grande Presidente Carlo Finocchiaro, Enri­co Davanzo per le sue capacità tecniche e Paolo Picciola che con la sua giovane età era destinato a diventare un esploratore di rilievo. A proposito di destino, Pino Guidi, in oc­casione del ritrovo per il cinquantesimo an­niversario della morte, che ci ha visto riuniti sulle nevi del Canin, mi ha raccontato che doveva esserci lui al posto di Paolo Picciola. Infatti Paolo lo ha sostituito all’ultimo mo­mento perché Pino non era riuscito a liberar­si dagli impegni di lavoro. Dopo questo tragico evento ho continua­to a fare attività ancora per un paio d’anni, dedicandomi sopratutto all’alpinismo.

Foto scattata da Enrico Davanzo il 5 gennaio 1970 a – 90 metri della squadra al completo. In piedi da sinistra Adelchi Casale, Livio Stabile, Willy Bole e Elio Padovan. Accosciati, sempre da sinistra, Mario Privileggi, Fulvio Gasparo e Dario Bassi. (foto Arch. CGEB)
Foto scattata da Enrico Davanzo il 5 gennaio 1970 a – 90 metri della squadra al completo. In piedi da sinistra Adelchi Casale, Livio Stabile, Willy Bole e Elio Padovan. Accosciati, sempre da sinistra, Mario Privileggi, Fulvio Gasparo e Dario Bassi. (foto Arch. CGEB)

Nel 1972 ho iniziato a girare il mondo per lavoro, senza mai dimenticare i consoci e compagni di avventura con cui ho riallaccia­to i contatti una volta rientrato definitivamen­te a Trieste da pens

Dicembre 2019 ricordando i 50 anni del raggiungimento del fondo del Gortani. Da sinistra in piedi: Adelchi Casale, Elio Padovan, Irene Pittino (gestrice del rifugio Gilberti e amica) Willy Bole, Cristina Michieli Cergol. Accosciati sempre da sinistra: Marco Sticotti e Gianni “Giannetti” Cergol. (foto Arch. A. Casale)
Dicembre 2019 ricordando i 50 anni del raggiungimento del fondo del Gortani. Da sinistra in piedi: Adelchi Casale, Elio Padovan, Irene Pittino (gestrice del rifugio Gilberti e amica) Willy Bole, Cristina Michieli Cergol. Accosciati sempre da sinistra: Marco Sticotti e Gianni “Giannetti” Cergol. (foto Arch. A. Casale)

ionato. Purtroppo molti sono già andati avanti.

Il mondo che ho descritto non esiste più: per otto anni ogni escursione iniziava con la risalita degli ottocento metri da Sella Nevea al Gilberti con gli zaini militari (derubricati: in pratica dei sacchi con spallacci) comperati da Fiascaris a Udine, con sopra le corde e i sacchi con le scale. La funivia doveva anco­ra essere progettata. Ci si vestiva con maglie e mutandoni di lana, una tuta mimetica mi­litare e – per i più smaliziati – una giacca di gomma di quelle usate nelle barche. L’illuminazione era data dalla carburo (altro peso da portarsi appresso) con la luce elettrica usata solo come riserva.

Oggi le tecniche sono cambiate, le at­trezzature sono molto più leggere, le luci, i viveri, le tute e le imbracature studiate ad hoc; oggi si conosce molto di più del siste­ma carsico ipogeo dell’altipiano, ma c’è an­cora moltissimo da esplorare e conoscere. Lavoro per le nuove generazioni, cui auguro i maggiori successi. Termino qui questa serie di ricordi con un pensiero a tutti gli amici e consoci che non ci sono più e con l’augurio a tutti i gio­vani di poter provare le stesse emozioni indimenticabili che ho provato io in questo ambiente fantastico che è l’acrocoro del Monte Canin.

Adelchi “Alfa” Casale