Fabio Venchi

 

Fabio Venchi 15/04/1946 – Trieste 22/07/2016

Venerdì 22 luglio se ne è andato Fabio Venchi , speleo sub degli anni ‘60, dopo una lunga battaglia con un male che lo ha, alla fine, vinto ma non domato. Nato a Trieste il 15 aprile 1946, negli anni ’60 si diploma presso L’Istituto Statale d’Arte Nordio di Trieste “Maestro d’arte”. Il suo ingegno artistico lo porterà a diventare abile disegnatore pubblicitario, progettatore di stand fieristici nonché arredatore di bar, ristoranti, appartamenti; si inserirà nella società civile impiegandosi presso l’Autorità Portuale di Trieste ove lavorerà dal gennaio 1970 al luglio 1996 allorché motivi di salute lo costringeranno a ritirarsi.
Sui suoi eclettici e multiformi settanta anni di vita ci sarebbe molto da dire, ma qui ci si limiterà a parlare della sua presenza nel mondo delle grotte. Inizia la sua attività di speleologo entrando, nei primi anni ’60, nella Sezione Geospeleologica della Società Adriatica di Scienze, allora diretta dal prof. Walter Maucci, ove rimane sino al 1966, anno in cui passa all’Alpina delle Giulie, nella cui Commissione Grotte viene accolto nel 1967 e in cui rimane sino al 1981.
Quell’anno partecipa attivamente a tutte le iniziative della Commissione, come alla spedizione che, sul Canin, raggiunge il fondo dell’Ab. Boegan, 555 Fr. Ma il suo interesse è puntato essenzialmente sull’attività speleo subacquea; fra il 1967 ed il 1969 la squadra di speleosub della Commissione Grotte – di cui lui è elemento trainante – affronta tutta una serie di sifoni nelle grotte del Friuli: Fontanon di Goriuda, 1 Fr, Grotta dell’Uragano, 556 Fr, Fontanon del Toff, 124 Fr, Grotta di Vedronza, 71 Fr, Grotta dell’Acqua Negra, 683 Fr, per citarne solo alcune.
Nell’ottobre 1970, assieme a Mauro Sironich, supera il secondo sifone a Goriuda raggiungendo una vasta caverna. Dieci giorni più tardi torna con una squadra più numerosa e, superati i due sifoni, riesce a risalire chiodando la parete di 18 metri e pervenire in una lunga galleria che viene percorsa sino al lago del terzo sifone che Fabio tenta invano di individuare: la squadra è provata dalla lunga permanenza nelle gelide acque del Goriuda e nessuno è in grado di dargli assistenza. Torneranno tutti nel febbraio successivo, ma il terzo sifone si dimostrerà non percorribile.
Nel 1970, nell’intervallo fra un sifone e l’altro del Friuli, la squadra sub – in cui Fabio è sempre presente – affronta le risorgive del Timavo, 3919 VG, e soprattutto la nuova grotta aperta durante lo scavo per la posa di una tubatura: è la Grotta del Lago, 4583 VG, un pozzo scampanato che finisce su un vasto e profondo specchio d’acqua, indagato a più riprese e comunicante con le vicine Risorgive. La grande profondità del bacino, si va oltre i 40 metri non permette con i materiali a disposizione di perseguire le esplorazioni.
Nella metà degli anni sessanta si sta strutturando il Soccorso Speleologico, da poco costituito e quindi in fase di rodaggio, struttura nei cui Fabio Venchi è presente come Volontario. Fra i problemi che deve affrontare il Soccorso Speleologico c’è anche quello del soccorso in caso di incidente ad uno speleo subacqueo. Anche se la speleologia subacquea non è ancora molto sviluppata e l’interesse per la materia coinvolge solo pochi specialisti il Soccorso ritiene importante affrontare il problema per cui al primo Convegno della Sezione Speleologica del CNSA, Trieste novembre 1969, una sessione dei lavori è dedicata espressamene al soccorso speleosub. L’unica relazione viene presentata da Fabio Venchi (Problemi e possibilità di soccorso in un incidente speleo subacqueo) e sarà pure lui, alla chiusura dei lavori, stilare la relazione finale del Gruppo di Studio Speleosubacqueo. Due anni dopo, al secondo Convegno del Soccorso Speleologico (Trento settembre 1971) Venchi presenta una relazione su “Prevenzione degli infortuni: attrezzatura e comportamento di un o speleo subacqueo”; alla stessa manifestazione presenta pure un bozzetto per un manifesto antinfortunistico.
Gli anni ’70 sono per Fabio sono anni di intensa attività e non solo sul campo perché spesso ha voluto lasciare traccia scritta di quanto visto e realizzato e portare la sua esperienza e la sua parola agli incontri speleo: oltre ai due Convegni del Soccorso già citati, è stato presente ai primi tre Convegni Speleologici del Friuli Venezia Giulia di Trieste (1973), Udine (1975) e Gorizia (1977).
Nel 2008 rientra nella Commissione Grotte iniziando anche una collaborazione con la rivista sociale Progressione, su cui pubblica un reportage su di una spedizione sub nel lago di Titicaca in Bolivia. Ultimo contributo al mondo speleo lo dà collaborando per l’allestimento della parte speleosub della mostra “Dalla candela al LED, appunti per una storia di 150 anni di Speleologia nel Club Alpino Italiano” (Pordenone 6 settembre – 31 dicembre 2013) che si avvarrà di suo materiale fotografico e speleo subacqueo.
Fabio ci ha lasciato a settant’anni, anni vissuti intensamente, anni densi per lui di problemi ma anche di soddisfazioni. Dopo aver lottato per decenni è infine partito verso i sifoni dell’Eternità

FABIO VENCHI 1946-2016

 Poche righe per fare conoscere questo speleologo che le avversità non sono riuscite ad allontanare dal mondo delle grotte, mondo cui è stato vicino sino al 22 luglio 2016, suo ultimo giorno di vita. Nasce a Trieste il 15 aprile 1946, negli anni ’60 si diploma presso L’Istituto Statale d’Arte Nordio di Trieste “Maestro d’arte”; abile disegnatore pubblicitario trova lavoro presso l’Autorità Portuale di Trieste, Ente presso cui lavorerà dal gennaio 1970 al luglio 1996, anno in cui motivi di salute lo costringeranno a ritirarsi. Inizia ad andare in grotta nei primi anni ’60 rimanendo attivo sino al 1981. Anche se in quel periodo scende al Boegan, al Gortani e in tutte le maggiori cavità che vengono esplorate, il suo apporto maggiore è stato nella speleologia subacquea: punto di riferimento della squadra speleo sub della Commissione, ha al suo attivo tutti i sifoni affrontati allora: Fontanon di Goriuda, 1 Fr, Grotta dell’Uragano, 556 Fr, Fontanon del Toff, 124 Fr, Grotta di Vedronza, 71 Fr, Grotta dell’Acqua Negra, 683 Fr. Nel 1970, nell’intervallo fra un sifone e l’altro del Friuli, la squadra sub – in cui Fabio è sempre presente – affronta le risorgive del Timavo, 3919 VG, e soprattutto la nuova grotta aperta durante lo scavo per la posa di una tubatura: è la Grotta del Lago, 4583 VG,

Fabio Venchi (arch. CGEB)

un pozzo scampanato che finisce su un vasto e profondo specchio d’acqua, indagato a più riprese e comunicante con le vicine Risorgive. La grande profondità del bacino, si va oltre i 40, metri non gli permette, con i materiali a disposizione, di proseguire le esplorazioni. Conscio dei pericoli che questa attività comporta, porta il problema del soccorso speleosub al neo costituito Soccorso Speleologico, perorandone la causa in tutti i convegni e incontri organizzati negli anni ’70. Anche se dagli anni ’80 non è più attivo in grotta rimane sempre vicino all’ambiente speleo: nel 2008 riprende la collaborazione con la rivista sociale Progressione, su cui pubblica un reportage su di una spedizione sub nel lago di Titicaca in Bolivia e nel 2013 collabora all’allestimento della parte speleosub della mostra “Dalla candela al LED, appunti per una storia di 150 anni di Speleologia nel Club Alpino Italiano” (Pordenone 6 settembre – 31 dicembre 2013), Mostra che si avvarrà di suo materiale fotografico e speleo subacqueo.

 La Redazione

IN RICORDO DI FABIO VENCHI

Questo è un anno molto triste. Da poco ho scritto un articolo in ricordo di Mario “Marietto” Gherbaz e dopo pochi mesi mi trovo nella stessa situazione per un altro caro amico e coetaneo. Fabio Venchi. La sua scomparsa non è stata improvvisa, ma il risultato di una lunga sofferenza. Con la sua solita caparbietà e determinazione ha lottato fino all’ultimo, con un corpo che non funzionava più, a dispetto di una mente lucidissima. Come sempre. Come per Marietto non voglio scrivere un necrologio, ma raccontare un episodio vissuto assieme durante una delle tante spedizioni all’Abisso Gortani sull’altipiano del monte Canin, nell’autunno del lontano 1966. Lo stesso anno e periodo dell’alluvione di Firenze. I ricordi nel complesso sono abbastanza nebulosi e, purtroppo, nei libri delle relazioni della “Commissione” non ho trovato traccia scritta di quella particolare spedizione. Tenterò di raccontare i fatti salienti che mi sono rimasti impressi nella memoria. La spedizione era stata organizzata nel ponte autunnale di Novembre. La squadra era composta da Adelchi Casale (Alfa) che sarei io, Marietto Gherbaz (Nazareth), Mauro Sironich (Plucia), Franco Florit (Fioretti), Giorgio Borean (Jure Tomba) e Fabio Venchi. Fabio era uno dei pochi a non avere un soprannome o nome di battaglia. Non saprei dire il perché. Ricordo che era stata montata un tendina canadese sulla cima del Col delle Erbe. Dentro vi era un telefono militare che avrebbe dovuto servire alla squadra esterna di appoggio di mettersi in contatto con la squadra all’interno della grotta. Avevamo messo in opera la linea telefonica ed avevamo allestito il campo base all’ingresso dei “bigoli” da cui si partiva per le punte. Ricordo di aver raggiunto uno dei tanti fondi provvisori (non saprei dire a che profondità, ricordo bene soltanto che terminava in una cavernetta dopo uno strettissimo meandro lungo una decina di metri). Marietto era davanti e io poco dietro, mentre gli altri aspettavano all’ingresso del meandro. Nel percorrere il meandro a ritroso ci ho messo un bel po’ di tempo (non sono mai stato mingherlino, anche se buon strettoista) incastrandomi ripetutamente (il meandro era molto stretto e basso, percorribile soltanto con il corpo in posizionale orizzontale). Fabio, in risposta alle mie imprecazioni, la buttava sul ridere e mi prendeva in giro minacciando di lasciarmi là finché, senza mangiare, non fossi dimagrito abbastanza per uscire agevolmente.

Fabio Venchi (arch. CGEB)

Non so esattamente quanti giorni siamo rimasti in grotta. Durante la risalita sono sopraggiunte le piene, rendendo impercorribili alcuni pozzi battuti da cascate d’acqua, obbligandoci di conseguenza a lunghe attese. Tentavamo continuamente di metterci in contatto con la squadra all’esterno, ma nessuno rispondeva e noi facevamo le illazioni più strane ed inverosimili. Risaliti fino alla base del pozzo di 87 metri, impercorribile a causa della cascata, per non tornare indietro al campo all’inizio dei bigoli, siamo riusciti ad individuare una cavernetta a circa 10 metri dalla base del pozzo. L’abbiamo raggiunta non senza bagnarci e, constatato che il luogo era asciutto, abbiamo deciso di piazzare un campo provvisorio in modo da essere pronti alla risalita appena l’acqua fosse diminuita. Non avevamo problemi né di viveri e né di illuminazione e ci siamo piazzati, una volta predisposti gli attacchi per le amache, nei sacchi a pelo. Ogni tanto si continuava a provare a chiamare l’esterno con il telefono, ma nessuno rispondeva. Non mi ricordo quanti giorni siamo rimasti in grotta oltre alla data prevista per la risalita. Forse due, forse tre. La cosa peggiore in grotta è l’inattività forzata. Oltretutto eravamo rimasti senza sigarette, i fumatori accaniti eravamo io e Fabio mentre Franco e Giorgio fumavano ogni tanto, Mauro, se ricordo bene, non fumava. Nell’attesa si facevano i discorsi più strampalati, spesso irripetibili, e le supposizioni più strane di cosa stesse accadendo all’esterno. Il tempo passava molto lentamente mangiando, sonnecchiando e chiacchierando. Ad un certo punto Franco, con noncuranza, tira fuori una scatoletta di alluminio avvolta in un nylon in cui aveva riposto 5 sigarette di emergenza. Dopo già un paio di giorni di astinenza è stata una manna dal cielo per me e Fabio che abbiamo confiscato il malloppo lasciando solo una sigaretta a Franco, nonostante le sue proteste. L’acqua lentamente ha cominciato a diminuire ed improvvisamente ha suonato il telefono. Non ricordo chi rispose. So solo che, prima di sapere chi fosse dall’altro capo, uscì una serie di improperi su dove fossero stati a “grattarsi” i componenti della squadra esterna di appoggio fino a quel momento. All’altro capo del filo c’era un alpino (posso immaginare la faccia che ha fatto) della squadra di soccorso allertata dai nostri consoci della squadra d’appoggio che erano preoccupati per la nostra sorte, viste le disastrose condizioni atmosferiche esterne. Noi stavamo benissimo, anche troppo riposati per l’inattività forzata. Appena possibile abbiamo risalito rapidamente i quattro pozzi che ci separavano dalla superficie e una volta all’esterno abbiamo capito. L’altipiano era coperto da una spessa coltre di neve ed era in corso una tormenta. La temperatura si era abbassata e di conseguenza l’acqua era diminuita. Aiutati dagli alpini e dai consoci siamo ridiscesi, con una lunga ed estenuante marcia a Sella Nevea e quindi a Chiusaforte. La spedizione, come spesso accadeva, si è conclusa con una lauta cena all’albergo Martina e successiva cantata attorno al caminetto acceso assieme al proprietario, il vecchio Martina. Dopo la mia lunga parentesi di lavoro all’estero e rientrato definitivamente a Trieste, ho riallacciato i contatti con tutti i vecchi amici e compagni di avventure. Fabio era già in fase discendente con i suoi problemi di salute, e, per quasi due anni, gli sono stato vicino accompagnandolo spesso in ospedale per i “tagliandi”, come li chiamava lui. Anche se fisicamente stava male, il morale era sempre altissimo, da vero lottatore quale è sempre stato. Si ricordava di quei giorni passati in quella cavernetta del Gortani, e di tutte le “bestialità” dette in quell’occasione. Fabio è sempre stato un ottimista e ha lottato fino all’ultimo ribaltando più volte le previsioni dei medici. Un altro amico è andato avanti. Chissà verso quali altre mete. Ciao Fabio.

Adelchi Casale ‘Alfa’