Campagna di scavi alla 87 VG

CAMPAGNA DI SCAVI ALLA 87 VG, ALIAS GROTTA PRESSO IL CASELLO FERROVIARIO DI FERNETTI (6A PUNTATA)

Con questa puntata, amici lettori, ero convinto di aver concluso le narrazioni dei lavori svolti in questa ostica cavità, cedendo ad altri l’onore e l’onere di raggiungere il Timavo sotterraneo. Dopo cinque anni di estenuanti fatiche siamo arrivati al punto cruciale dove, come dicono i francesi “rien ne val plus”. Proprio così! Non sapevamo più dove battere il capo, ossia dove e come proseguire le nostre opere di sbancamento. Tutte le molteplici ed asperrime prosecuzioni, ottenute dopo l’allargamento di innumerevoli fratture, non hanno portato a nulla di concre­to. Gli effimeri proseguimenti conquistati si riducevano sempre a fessure centimetriche inattaccabili col trapano Makita, né con gli altri mezzi a nostra disposizione.
Poi è avvenuto qualcosa che mi ha fatto, almeno per il momento, cambiare idea, accendendo in me qualche tenue speranza in relazione ai futuri lavori di avanzamento. Ma, come dico sempre, procediamo con ordine.
Nella precedente puntata avevo descritto i lavori che avevamo intrapreso in una nuova diramazione orientata verso Sud, comunican­te questa con un pozzo di undici metri al quale seguiva un altro, strettissimo, di circa venti metri (S 3). Non abbiamo sbagliato di molto con le misure di profondità, però per discendere quest’ultimo pozzo si è dovuto allargarlo per ben dodici metri in viva roccia. Poi un altro restringimento ancora, eliminato il quale, il 20 agosto Furio è riuscito ad infi­larsi e discendere per altri cinque metri fra le pareti di un pozzetto strettissimo (quota -72) che man mano riduceva le proporzioni finendo per diventare neanche decimetrico: alla sua fine le pietre – smosse con il piede oltre una piccola schiena – cadono ancora per un paio di metri.

Pino in action…! (foto G. Savi)

Vista l’impossibilità di effettuare altre opere di allargamento, probabilmente inutili, abbiamo deciso di sospendere tali lavori che ci avevano impegnato per più di un anno.
“Non tutti i mali vengono per nuocere” recita un vecchio adagio. Se la fortuna non ci ha aiutato in questa malefica grotta, un aiuto lo abbiamo avuto da altri conosci ingaggiati da Luciano Filipas, per poter sistemare il pietrame di risulta nei “piani alti” della cavità. Per tale lavoro di trasporto era necessaria la presenza di almeno sette persone. L’ultimo delle quali era il bravo Pino che prendeva in consegna il materiale ed erigeva con lo stesso, con grande maestria, il solito muro di contenimento addossandolo contro una parete del P. 27 interno, ed innalzandolo così per una buona decina di metri. In se­guito, per sistemare i detriti ancora più in alto, abbiamo allargato un passaggio che immetteva in un camino laterale del P. 27 citato poc’anzi. Tale passaggio era in comunicazione con un pozzo inagibile (per noi, ma non per le pietre) comunicante, però, con la sottostante cavernetta dalla quale iniziava la nuova diramazione volta a Sud. Ovviamente, per alzare i contenitori pieni di pietre tanto in alto, ci siamo serviti di una grossa, massiccia, e pesantissima carrucola da cantiere edile (della quale ho un poco simpatico ricordo: vedi Progressione 46, Giocando con nostra sorella morte).
Quello che mi colpisce di più è l’intra­montabile fiducia ed entusiasmo che gli altri componenti della ormai vetusta “Squadra Scavi” possiedono nell’affrontare i vari problemi inerenti la grotta in questione. Entu­siasmo che in me si era già dissipato dopo le prime settimane di lavoro. Infatti, issati in superficie tutti i detriti precipitati nel pozzo iniziale, a otto metri di profondità – è cosa nota, l’ho già scritto – siamo pervenuti su di un banco di argille più o meno compatte, nelle quali erano intercalati crostoni calcitici e pietrame vario. Basandomi sulla mia più che decennale esperienza di Grottenarbeiter uno scavo effettuato su di un fondo di questo genere, nella stragrande maggioranza dei casi, non porta ad alcun risultato positivo: se la base di un pozzo è formata da terra e argille questo vuole significare che non c’è drenaggio acquifero. Se in tali punti non passa l’acqua, tanto meno vi passeranno le persone. A meno che, scavando, non si voglia “costruire” una grotta. In pratica è ciò che abbiamo fatto. Approfittando di una ormai sempre più rara piena del Timavo, il 24 luglio Luciano e Pino sono scesi nella vecchia diramazione Nord (quella del fondo a meno quasi cento), dove a quota -90, sulla parete Ovest del pozzo Luciano ha recepito un discreto flusso d’aria proveniente dagli interstizi dei massi accatastati. Tali massi non fanno parte di un deposito franoso, ma bensì costituiscono il solito muraglione da noi eretto in tempi “remoti” per sistemare il pietrame di risulta ottenuto sbancando pareti e allargando frat­ture nella nostra progressione verso il basso, ossia fino alla quota -100 (meno qualche centimetro), dove ci siamo definitivamente arenati con i lavori a causa di insuperabili problemi logistici: strettoie micidiali, spazio operativo inesistente, nessuna circolazione d’aria nè forzata né naturale.
Così, confidando nel flusso d’aria indivi­duato da Luciano e poi confermato da Furio alla base dell’ultimo salto, ancora armato con scale fisse, il 24 settembre abbiamo sposta­to il cantiere di lavoro e tutta l’attrezzatura necessaria in tale sito, per fare un altro tentativo, presumo l’ultimo, atto a forzare la fessura verticale colà esistente. Ovviamen­te, prima di azzardarci a tentare qualsiasi lavoro di allargamento della centimetrica fessura alitante situata sotto il muraglione si è dovuto puntellarlo con tubi Innocenti, tiranti e morsetti. Eliminato in tale maniera (speriamolo…) il pericolo di ricevere in testa qualche tonnellata di massi, abbiamo dato l’avvio ai lavori di sbancamento della fessura in questione. Il materiale pietroso ottenuto è stato fatto precipitare nell’angusto pozzetto terminale che portava alla famosa quota -100 (meno qualche centimetro) delle varie volte citata “Diramazione Nord”. …chi mollerà prima?…
L’avvenimento, citato poc’anzi, che ha acceso in me ancora qualche speranza, è dato da una recente e consistente piena del Timavo. Il 17 dicembre, dopo una nottata di intensa pioggia (soprattutto nel bacino dell’alto Timavo), scesi velocemente nella grotta ci siamo soffermati sulle fratture da noi allargate nell’arco di cinque e passa anni, constatando che queste non erano interessate a nessun alito d’aria in uscita. La fessura nella quale ora come ora sono concentrati i nostri sforzi, invece, emetteva una considerevole quantità d’aria: finalmente la via da seguire, sicuramente quella giusta, ci è stata indicata!
Logicamente, se l’aria passa questo non vuol dire che passeremo anche noi. Ma, come dice il motto “Chi vive sperando…”.
Sabato 31 dicembre 2011. Con questa data concludo questo mio scritto, per tenere un po’ in “suspence” i lettori che seguono e si interessano dei nostri lavori ipogei, spe­rando che il prossimo racconto sia ricco di notizie strepitose.
                                                                                                  Bosco Natale Bone