Profilo speleobotanico e vegetazionale della “grotta presso Trebiciano”

 

PROFILO SPELEOBOTANICOVEGETAZIONALE DELLA “GROTTA PRESSO TREBICIANO” (GROTTA “MARZA”, 65/27 VG)

L’ingresso della grotta Marza (Foto E.Polli)

Pubblicato sul N. 32 di PROGRESSIONE  – Anno 2000
PREMESSE
Il territorio che si estende alle spalle di Trebiciano (m 337), delimitato a nord dal confine di Stato con la Slovenia in corrispondenza della profonda Draga di Orlek (quota fondo m 264) ed a nord-est dal collinare Monte Franco (Frankovec, quota m 407), risulta particolarmente generoso di cavità, diverse fra loro sia dal punto di vista morfologico sia sotto il profilo botanico-vegetazionale.
Alcune di esse, già note sin dai tempi remoti, furono a più riprese esplorate ed attentamente indagate, soprattutto nel secolo scorso: effettuato il relativo rilievo, vennero inserite nel Catasto classico, ove risultano in gran parte ancora presenti e generalmente contraddistinte da un numero basso.
Basta, ad esempio, riferirsi alla Grotta di Trebiciano (Jama “Labodnica”, 17 VG), l’abisso di estrema rilevanza ed attualità per le misteriose ed affascinanti vicende timaviche. Ma possono essere menzionate diverse altre cavità della zona, quali in ordine catastale progressivo le due vicine Grotte presso Trebiciano (Grotta Stretta, 82 VG e “V Mancah”, 83 VG), la Grotta della Borraccia (79 VG), il Pozzo presso Orle (Jama “Bort” o “Borst”, 389 VG), la Grotta presso Orle (390 VG), il Pozzo del Guardiano (“Pokvale”, 834 VG), la Grotta a Nord di Trebiciano (“Prjàma”, 1328 VG), la Grotta della Civetta (4213 VG) e la spaziosa Caverna presso la Grotta di Trebiciano (4362 VG), purtroppo ancora degradata per la duratura presenza di uno strato di residui bituminosi di nafta incombusti.
A queste cavità ne va ora qui aggiunta, quale oggetto del presente contributo a carattere vegetazionale cavernicolo, un’altra: la singolare “Grotta presso Trebiciano” (27 VG). L’ingresso si apre al fondo di una profonda (m 15) e pittoresca dolina imbutiforme, attualmente celata dal progressivo e rapido avanzamento della boscaglia carsica che ha pure in gran parte invaso, di pari passo, l’antica carrareccia che, a mò di sentiero ora scarsamente frequentato, decorre con direzione est-nord-est ad una cinquantina di metri ad ovest della depressione stessa, dirigendosi verso la 4362 VG.
La rigogliosa e varia vegetazione che si sviluppa nel baratro in stretta dipendenza del particolare topoclima presente nella dolina ospitante la grotta rappresenta certamente un carattere distintivo nella zona, una sorta di “isola fredda” che si differenzia nettamente da tutti gli altri siti esterni circostanti.

 LA GROTTA PRESSO TREBICIANO (27 VG)

La Grotta presso Trebiciano (Grotta “Marza” o anche localmente “Jama v Mancah”, 27 VG), si apre, alla quota di 337 m, al fondo di una dolina scoscesa a pareti pressoché verticali, profonda m 15, a contorno circolare e d’aspetto imbutiforme, distante esattamente un chilometro dalla piazza principale della località, a nord-nord-est di essa.
Appena varcato il portale d’accesso, alto più di 2 metri e largo altrettanto, e dopo aver individuato un notevole camino ascendente fra piccoli tetti costituiti da evidenti banchi calcarei, si scende un po’ zigzagando lungo un’instabile china detritica, passando in rapida successione attraverso tre brevi vani e pervenendo ad una cavernetta terminale a destra, dal fondo quasi pianeggiante e fangoso. Qui, tempo addietro, in alcune pozze di lunga durata, si sviluppavano numerosi organismi filiformi.

Nella parte conclusiva della cavità si diparte dalla parete, sulla sinistra (verso nord-est), una breve diramazione con scarse stalattiti, che si può raggiungere solamente arrampicandosi con un certo impegno. Anche altrove le formazioni cristalline appaiono deteriorate e non mancano, sulla loro superficie, varie scritte e date.
In tempi remoti la cavità doveva essere costituita da un baratro con due gallerie opposte, come si può osservare nella vicina Grotta presso Trebiciano (Grotta delle “Farfalle” o “V Mancah”, 83 VG); le sue attuali ridotte proporzioni sono opera del notevole spietramento effettuato nei terreni adiacenti.
Di buon pregio artistico, unito ad una corretta assunzione del rilievo, risultano sia la pianta che la sezione della grotta (nell’inconsueta scala 1 : 143), che la Società Alpina delle Giulie effettuò in seguito alla sua completa esplorazione, il 25 luglio 1895, ad opera del consocio Silvio Cobau, e che ora sono conservate al Catasto classico della Commissione Grotte.
Le coordinate geografiche della cavità, inclusa nel Comune di Trieste, riferite alla Tav. I. G. M. 1:25000, Fo. 40 A II S. E. “Monte dei Pini”, Ed. 5, 1959, sono le seguenti: Lat. 45″ 40′ 54″ N. long. 1° 22′ 40″ E M. M., quota d’ingresso m 337. Il suo dislivello complessivo è di m 23 e lo sviluppo totale di m 43.
La cavità, dopo il primo rilievo effettuato dal Cobau (1895) fu, negli Anni 60, revisionata e ridescritta da Dario Marini. L’ultimo aggiornamento, eseguito il 13 ottobre 1988, è opera di Pino Guidi, di Franco Besenghi e dello stesso Marini, tutti della Commissione Grotte “Eugenio Boegan”.
A quest’ultima data il rilievo fu modificato con l’aggiunta di un pozzo, ubicato sul ripiano soprastante l’ingresso della grotta, aperto nel settembre 1988 dallo speleologo indipendente Armando Galvani.

(Disegno M.G. Marculli)

LA VEGETAZIONE CIRCOSTANTE

La zona in cui si trova il baratro con la Grotta 27 VG è attualmente dominata dalla boscaglia carsica illirica, con le sue classiche essenze arboree, quali il Carpino nero (Ostrya carpinifolia), l’Orniello (Fraxius ornus) e la Roverella (Quercus pubescens), cui s’accompagnano l’Acero campestre (Acer campestre), il Farinaccio (Sorbus aria) e talora il Tiglio selvatico (Tilia cordata) . Poche decine di metri ad est della dolina baratroide si eleva il versante occidentale del monte Franco, ricoperto in gran parte da una fitta pineta, degradata e trascurata, a Pino nero austriaco (Pinus nigra), con il sottobosco a prevalente roveto (Rubus sp.) ed a Clematide (Clematis vitalba) . Nello strato arbustivo più basso, frequenti appaiono il Ciliegio canino (Prunus mahaleb), il Prugnolo (Prunus spinosa), il Corniolo (Cornus mas) e la Sanguinella (Cornus sanguinea).
Sino a qualche decennio addietro gran parte del territorio era adibito a pascolo ed abbondanti e vaste risultavano in tutta la zona i prativi, intervallati da potenti banconate calcaree, da poderose emersioni e da frequenti campi solcati, negli affioramenti dei quali si raccoglieva l’acqua in numerose ed eleganti vasche di corrosione, ancora oggi individuabili nei siti d’origine. Immediatamente ad ovest della dolina, fra il suo scosceso margine occidentale e la carrareccia, esiste una zona ancora discretamente prativa a landa, con alcune fra le sue tipiche specie. Così, succedentesi nell’arco dell’anno, si possono riconoscere lo Zafferano d’Istria (Crocus reticulatus), I’Orobo giallo (Lathyrus ver-sicolor), i Soldatini (Muscari bothryoides), il Tlaspi montanino (Thlaspi praecox), la Bozzolina (Polygala nicaeensis ssp. mediterranea), la Fragola vellutina (Potentilla tommasiniana), l’Euforbia cipressina (Euphorbia cyparissias), la Ginestra sdraiata (Cytisus pseudoprocumbens), l’Erbada spazzole (Chrysopogon gryllus), il Lilioasfodelo pannocchiuto (Anthericum ramosum), la Ruta (Ruta graveolens), il Cardo serretta (Cirsium pannonicum), la Centaurea montagnola (Centaurea triu-mfettii), la Ferulaggine (Ferulago galbani-fera), I’lperico(Hypericumperforatum), I’Eringio ametistino (Eryngium amethysti-num) e la serotina Betonica (Betonica officinalis).

 ASPETTI CLIMATICI E BOTANICO-VEGETAZIONALI NELLA DOLINA CON LA CAVITÀ

La dolina imbutiforme, in cui si apre la cavità, è inclusa nella quinta delle sei zone climatiche in cui è stata suddivisa la Provincia di Trieste.
In tale zona il clima è ancora temperato, però con attenuati caratteri marittimo-mediterranei che tuttavia, nell’ambiente circostante, lasciano il passo ad aspetti subalpini continentali. La bora, alquanto violenta in corrispondenza del valico di Sesana e sulla vicina Quota confinaria di 370 metri immediatamente ad ovest della Draga di Orle risulta qui invece attenuata per la folta vegetazione che circonda la cavità, peraltro protetta e defilata dal boscoso versante occidentale del Monte Franco.
Nella seguente Tabella 1 sono rappresentate le temperature dell’aria media mensili e annua in C” relative al trentennio 1951 -1980 di Padriciano, che si possono considerare molto prossime a quelle dell’adiacente località di Trebiciano (da S. Polli, 1982). Sono pure rappresentati, per Padriciano-Area e per Trieste, i valori normali del trentennio 1961 -1990 (entrambi da OM Oceanografia e Meteorologia, Dipartimento di Scienze della Terra, Università degli Studi di Trieste).
 Tab. 1

Località m 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 Anno
Padriciano 360 2,1 3,4 6,2 10,2 14,2 17,9 20,4 20,1 16,8 12,1 7,3 3,7 11,2
Padriciano Area 370 2,1 3,3 6,5 10,4 14,7 18,0 20,6 20,1 16,5 12,1 6,9 3,0 11,2
Trieste 33 5,2 6,3 9,0 13,0 17,5 21,0 23,6 23,1 19,8 15,3 10,3 6,5 14,2

Il fenomeno dell’inversione termica appare molto evidente nella dolina baratroide. Lo confermano ripetute misure termometriche, eseguite nel corso degli anni in diverse stagioni. Sono riportati, nella sottostante Tabella 2, a titolo indicativo, alcuni dati termometrici assunti nel corso di alcune precedenti visite.
Anche l’umidità relativa è relativamente elevata da11’80 al 98%, come lo confermano alcune misure effettuate con lo psicrometro e come, in modo più empirico, lo si deduce pure dalla costante fangosità che contraddistingue la traccia per accedere al fondo del baratro e soprattutto dalla rigogliosità della vegetazione. In particolare, dalla lussureggiante presenza della Lingua di cervo (Phyllitis scolopendrium), le cui fronde si mantengono vivaci e brillanti nel tempo. E così pure dalla presenza, nelle varie nicchie e fessure, di una cospicua varietà di Briofite, tra cui spicca il muschio Thamnium alopecurum e l’epatica Conocephalum conicum.
Riferendosi alle quattro tipiche zone di vegetazione che si possono individuare in un pozzo carsico (liminare, subliminare, suboscura ed oscura), esse sono qui tutte presenti, anche se compresse nello spazio: Più ampia appare quella “liminare” con una vasta gamma di Fanerogame, meno differenziate e di più ridotta stratificazione sia la “subliminare” che la “suboscura”, poco marcata quella “oscura”.
Scendendo da NNW con una certa attenzione, soprattutto se la visita viene effettuata in periodo di intense precipitazioni, si possono già inizialmente individuare, nella fascia “liminare”, numerose specie di dolina, appartenenti sia all’associazione del Carpineto delle doline (Asaro-Carpinetum betuli Lausi 64) sia al Corileto (o Noccioleto) a Bucaneve (Galantho-Coryletum Poldini 80).
Fra queste, spiccano per abbondanza e rigogliosità, I’Elleboro (Helleborus odorus), la comune Primula (Primula vulgaris), il Bucaneve (Galanthus nivalis), la Radice cava (Corydalis cava), l’Anemolo aquilegino (Isopyrum aquilegifolium), la Dentaria a nove foglie (Dentaria enneaphyllos), la Renella (Asarum europaeum), la Silvia dei boschi (Anemone nemorosa), la Coridali cava (Corydalis cava), la Falsa ortica (Lamium orvala), l’Erba trinità (Hepatica nobilis), il Sigillo di Salomone (Polygonatum odoratum), la Mercorella (Mercurialis ovata), la Bocca di lupo (Melittis melissophyllum), I’Aristolochia gialla (Aristolochia pallida), il Ciclamino (Cyclamen purpurascens).
Tab.2

Data Ora s= solare

l= legale

Temp. Esterna (C°) Temp. Apice china (C°) Temp. Ingresso (C°)
06.01.1986 10.30 s 10,2 8,6 4,5
08.02.1988 12.00 s 12,6 9,7 5,2
23.03.1988 10.30 s 13,9 10,8 6,1
15.04.1990 12.00 l 14,8 11,7 7,2
16.07.1995 11.30 l 23,6 18,4 14,8
14.07.2000 11.00 l 22,6 17,8 13,6

E pure presente, ma in pochi esemplari, l’Eritronio (Erythronium dens-canis). Figurano nello strato arboreo-arbustivo il Carpino bianco (Carpi-nus betulus), il Nocciolo (Corylus avellana) ed il Sambuco (Sambucusnigra). Scarso e limitato, a nord-est della grotta, il Pungitopo (Ru-scus aculeatus).
In prossimità dell’apice della china detritica, nella “zona subliminare” ormai impregnata dal caratteristico e familiare odore muscoso-marcescente che si avverte in ambienti analoghi, ci si accorge della brusca scomparsa delle Fanerogame ad eccezione di qualche esemplare delllErba cimicina (Geranium robertianum), visibilmente proteso verso la luce, di alcuni stoloni striscianti dell’Ortica mora (Lamiastrum SP montanum) e di coreografici festoni d’Edera (Hedera helk). Subentrano le Filicales, qui rappresentate quasi esclusivamente dalla Lingua di cervo (Phyllitis scolopendrium) e con una scarsa presenza sia della Felce maschio (Dryopteris filk-mas) che del Polipodio sottile (Polypodium interjectum).
Ancora qualche metro lungo i detriti si è in prossimità dell’ingresso della grotta in piena “zona subliminare”, con preponderanza di Felci (ancora dominante Phyllitis scolopendrium) e Briofite.
Varcato il portale d’ingresso, alla “zona suboscura”, qui poco evidente e scarsa di vegetazione, subentra dopo alcuni metri quella “oscura” con la presenza ormai di rarissime Briofite e di muffe vario aspetto.

SPELEOFLORA

Dal punto di vista prettamente speleobotanico, la cavità non presenta una grande varietà di specie. L’entità che immediatamente colpisce l’attenzione dello studioso specialista ma anche quella del semplice visitatore è costituita dalla Lingua di cervo (Phyllitis scolopendrium), qui molto vigorosa e relativamente abbondante. Le fronde, di un colore verde lucente brillante, sono di dimensioni notevoli (sino a cm 80) e trovano, sulle pareti del baratro ed in alcuni anfratti , le condizioni  ottimali per svilupparsi. A differenza di molte altre cavità dell’altipiano- dalle quali questa felce si è rarefatta nel tempo sino a scomparire del tutto (ad esempio dalla ormai di rarissime Briofite e di muffe di Grotta Gigante, dalla 99 VG, dalla 160 VG vario aspetto. e dalla 2432 VG) – qui al contrario essa si mantiene in buone condizioni vegetative, con qualche nuova stazione venutasi ad insediare proprio negli ultimi tempi. Vivace e caratteristica è quella situata nella marcata nicchia che si apre proprio alla destra dell’ingresso della cavità.
Oltre a Phyllitis scolopendrium, nel baratro colonizza la Felce maschio (Dryopteris filix-mas), presente in un’unica stazione (tuttavia con varie fronde) sulla bassa parete, pochi metri a destra dell’ingresso. Del tutto sporadico, sia sulle pareti del baratro che sopra il portale d’accesso alla cavità, risulta il Polipodio sottile (Polypodium interjectum).
Ancora fra le Filicales, non manca per contro l’Erba rugginina (Asplenium trichomanes), diffusa abbastanza bene in tutto l’ambiente. La Ruta di muro (Asplenium Ruta-muraria) rimane invece all’esterno, su qualche emersione rocciosa soleggiata a settentrione del baratro.
Si possono ancora aggiungere, fra le Briofite, la comune Neckera crispa, l’elegante Mnium in alcune sue specie, il frequente Thamnium alopecurum ed il Conocephalum conicum, in folta colonia soprattutto nella caratteristica nicchia accanto all’ingresso della cavità. Lunghi festoni pendenti di Edera (Hedera helix) conferiscono all’ambiente una pittoresca scenografia e tendono ad infondere nel visitatore arcane speleosensazioni.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Dall’esame della vegetazione presente sia nella dolina baratroide sia all’ingresso della cavità, si nota come essa risulti piuttosto rigogliosa, anche se non molto differenziata nelle specie. Prevalgono di gran lunga le effimere entità dolinari, appartenenti sia al Carpineto di dolina (Asaro-Carpinetum betuli) sia al Corileto a Bucaneve (Galantho-Coryletum).
Sotto il profilo puramente speleobotanico, si possono evidenziare sia la buona presenza sia il mantenimento, relativamente costante nel tempo, della Lingua di cervo (Phyllitis scolopendrium). Ciò è dovuto alle condizioni topoclimatiche e, in modo specifico, all’elevato valore dell’umidità che tende a favorire il rigoglioso sviluppo della felce stessa, che invece appare in via di rarefazione o di scomparsa da diverse altre cavità dell’altipiano, soggette evidentemente a climi sempre meno freschi ed umidi e progressivamente più secchi. Per la particolareggiata diffusione di Phyllitis scolopendrium nelle cavità del Carso triestino si rimanda a “Progressione 33” (1995).
Con l’analisi degli aspetti botanicospeleovegetazionali della Grotta presso Trebiciano (27 VG) si è così compiuto un ulteriore e significativo passo verso una più ampia, articolata ed il più possibile completa conoscenza dell’ambiente cavernicolo carsico che così mirabilmente contraddistingue l’altipiano triestino.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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