1987 – BU 56

 

SPAGNA – BU 56 – LA STORIA INFINITA

L’ingresso dell’abisso ( Foto P.Sbisà)

Pubblicato sul n. 18 di PROGRESSIONE – Anno 1987
(Storia di una spedizione organizzata dagli a­mici del CAT a cui hanno partecipato alcuni ns. soci)
Quando finisco di legare la targhetta, fatta a Trieste da Mandriol per ricordare la nostra spedizione, su un ponte naturale a 1325 metri di profondità, penso proprio che è stata una bella storia e che quell’infinità di gallerie percorse, tutti i laghetti e i meandri con acqua attraversati e tutti i pozzi scesi nella parte iniziale dell’«abis­so» sono in fondo passati velocemente anche se per arrivare laggiù siamo stati più di 15 ore. La parete sulle nostre teste si abbassa sino a lambire le acque di un laghetto-sifone piuttosto allungato, sulla nostra sinistra c’è la scritta la­sciata dagli speleologi spagnoli scesi sul fondo qualche ora prima di noi e sulle facce di tutti c’è un sorriso di soddisfazione sotto due palpebre che tendono sempre più spesso a chiudersi… Manca solo la foto finale e un piccolo «rebec­chin» prima di cominciare la risalita!
Quando però passa l’emozione dei primi momenti il cervello di molti comincia a lavorare di nuovo razionalmente e a più d’uno di noi ritorna in mente la foto del francese Pernette dove il sifone appare tondo e non allungato: molti si chiedono perchè non ci siano alla per­tenza del lago le sagole dei sub che l’avevano esplorato e come mai li intorno c’era solo il segno degli spagnoli scesi poco prima di noi!
Prendiamo di nuovo in mano il rilievo e notiamo che per arrivare al primo vero sifone bisognava trovare e risalire un’arrampicata – un centinaio di metri prima – che porta alle «Gallerie fossili Lapazarra» che, seguite e scese per circa 200 m, ci avrebbero condotto alle ormai tanto so­spirate acque! …uff!!
Pochi di noi avevano voglia di cercare an­cora, tanto più che bivi nel tratto precedente o frecce che indicavano l’alto non ne avevamo viste e ormai più d’uno di noi era già stato colto dal «rilassamento da fondo». Quando due dei nostri migliori «caprosci», Fossile e Beccuccio, si alzano e tornano indietro per trovare la via del fondo molti sospirano e poco dopo li seguo­no.
Questa volta non falliamo e dopo una deci­na di minuti possiamo finalmente posare per la foto ricordo e legare quella targa, che spero molti nei prossimi anni avranno la fortuna di vedere (vista la bellezza della grotta!), accanto a quella della precedente spedizione bulgara. Siamo tutti dieci troppo contenti! Il ritorno co­mincia lento e solo durante questo mi rendo conto del lunghissimo percorso (più di 8 km) che abbiamo fatto qualche ora prima. Risalia­mo questa volta tutta la galleria Lapazarra per evitare di dover risalire gli ultimi due pozzi lun­go i quali la corda scendeva a pochi metri da cascatoni immensi, con acqua nebulizzata e vento incredibile. Attraversiamo le «tirolesi» sui laghi del bellissimo «Canyon de Belagua» e arri­viamo, sempre con molta calma, nella splendi­da «Sala Linza» ricca di vaschette concreziona­te e colate. Passato il sifone temporaneo a — 1000 tiriamo il primo sospiro di sollievo; in caso di piena infatti si resta dall’altra parte. Facciamo una sosta mangereccia a —950, prima di affron­tare il «Canyon Roncal», l’ultima parte vera­mente problematica in caso di pioggie esterne.
È infatti questo un meandro largo da uno a tre metri a seconda dei punti, dove bisogna cammi­nare ‘quasi sempre sul fondo con una corrente d’acqua già molto forte in momenti di magra, marmitte profonde (ne sa qualcosa Guido!) e alcune cascate che ti lavano anche i sentimenti (W le tute semipermeabili e le pontonniers bu­cate!) specialmente se devi attendere sotto l’ac­qua che Lazzaro, passato prima di te, si pulisca gli occhiali fradici. L’onda di piena in questi punti penso non ti dia neanche il tempo di cercare di abbozzare un tentativo di fuga.
Anche questa è fatta e di lì al campo base (a —800) è un attimo d’incanto, passando per terrazzi e salette incredibilmente concreziona­te. Sosta d’obbligo e «micro-dormitina»! Al ri­torno anche la «Sala Roncal» sembra infinita (mezzo chilometro di lunghezza e più di cento di larghezza, con un’altezza non immaginabile, dà a chiunque il senso di proporzioni tanto più se si considera che per arrivare dall’altra parte del salone si deve risalire una montagna di mas­si di crollo per 180 m, e discenderla poi per circa 90 m). Da lì (senza più le pontonniers) all’uscita è ormai poca cosa (circa 3 km di sviluppo) anche se le soste sono sempre più frequenti e i «pisolini» si fanno ormai dappertutto meno che nei laghi! Anche i 400 metri del «Meandro Opri­mido» (molto meno «oprimido» dei nostri me­andri caninici!) passano veloci, quasi di più dei 40 metri del meandro a «N», forse l’unica parte della grotta veramente strettina e con innalza­menti diciamo seriosi specialmente dopo 45 ore di punta… e fuori è l’alba del 3 agosto (1987 naturalmente) e quando esce Vasko (l’ultimo di noi) il sole è già bello alto sulle nostre cabezze che scottano e pulsano come i piedi e gli allucioni di Mario e di qualche altro che dovrà tornare al campo con le scarpe da ginnastica slacciate e senza calze!
Sono entrati nel BU 56: Giampaolo Vascotto, Louis Torelli, Tullietto Dagnello, Paolo Pezzolato, Mario Bianchetti, Stefano Borghi, Guido Sollazzi, Alberto Lazzarini, Patrizia Squassino, Fabio Spogliarich, Stefano K ri­sciak, Sandro Bonaccorsi, Paolo Jesu, Paolo Sbisà, Roberto Antonini e Paolo Grillantini.
Si ringrazia per l’organizzazione Franco Gherlizza.
P. S.: É di qualche settimana la notizia che il BU 56 è stato portato alla “ragguardevole„ profondità di —1411 m facendolo diventare la seconda grotta più profonda del mondo dopo l’Abisso Jean Bernard (che comunque ha più ingressi!!). L’exploit è stato fatto dalla spedizio­ne bulgara che seguiva alla nostra. Circa 30 speleologi per quasi 20 giorni in grotta hanno permesso a cinque speleosub di passare ben 6 sifoni (il settimo attende fiducioso qualche nuo­va spedizione!!) dopo il primo, posto alla pro­fondità di 1325 m. Dopo il terzo lago è stato fatto anche un “campo volante„ visto che tra un sifone e l’altro le lunghezze delle gallerie erano sempre notevoli e c’era anche qualche pozzo da scendere!!
                                                                                                    Stefano Borghi