Monte Alburno

 

LA COMMISSIONE E IL M. ALBURNO

Grava di Frà Gentile

Pubblicato su PROGRESSIONE 100 – Anno 1983
Nella primavera del 1963, spinto da mia mamma che ritiene ogni attività debba svolgersi nell’ambito della più grossa organizzazione esistente, possibilmente statale, mi presentai nella sede della Commissione Grotte dell’Alpina delle Giulie, per praticare la speleologia. Mi accompagnava mio amico Radicio con cui avevo iniziato ad andare in grotta tempo prima ed era entrato già in Commissione. Nella stanza in cui mi introdussi c’erano, ma li conobbi più tardi, tali Dario Marini, Pino Guidi, Adalberto Kozel e Mario Battiston, colonne portanti dell’attività di allora. Non feci in tempo a dire «Bonasera» che Berti e il Gobbo (così vengono chiamate le ultime due colonne), bal­zando sopra la mia testa afferravano Radicio, gli toglievano i calzoni e gli strappavano i peli delle gambe uno ad uno. Mi iscrissi alla XXX Ottobre.
Due anni dopo, visto che a Radicio erano rispuntati i peli e non mostrava segni visibili di maltrattamenti, mi iscrissi al I corso sezionale di speleologia tenuto dalla Commissione. Erano quelli gli anni in cui Marino Vianello, astro poli­tico nascente, lottava per ingentilire e accultu­rare l’ambiente della Commissione, ancora influenzato da quel gruppo di grezzi e libertini, noto col nome di «Tarocca» che, più che ad andare in grotta, era dedito ai lazzi ed al vino. Gli ultimi arrivati, chiamati «gamei», oltre ad avere l’esclusiva dei lavori più umili, quali lavare le pentole e portare l’acqua, subivano ogni sorta di maltrattamenti, per cui in Commis­sione rimanevano solo rari individui dotati di forza e cattiveria eccezionali. Infatti, gran parte dei soci della Commissione di allora proveniva da gruppi terroristici disciolti dalle forze di poli­zia o dalla polizia medesima. Non bastasse, in quegli anni l’Alpina aveva scoperto gli abissi del Canin, grotte quanto mai fredde e inospitali, che uno speleologo può affrontare solo nella sua fase più matura, quando la sana passione per l’incantato mondo delle grotte, ricco di bel­lezze e mistero, si è ormai trasformata in fissa­zione schizofrenica, monomaniacale e recordi­stica.
Tutto ciò rendeva minimo il ricambio di persone in seno al gruppo e per questo Marino Vianello e Finocchiaro avevano realizzato la scuola sezionale di speleologia, onde avvicinare più giovani possibile alla speleologia praticata dalla Commissione.
Fortunatamente, in quegli stessi anni, do­po varie ricognizioni in Sardegna, in Puglia e in Sicilia, la Commissione aveva scoperto un’area carsica vasta e inesplorata in provincia di Salerno: il monte Alburno. Questo un gruppo montuoso di eccezionale bellezza, ricoperto di faggi e conifere, con un sottobosco di felci e fragolette, grosse come fragoloni ma con il gusto di fragoletta. I pastori sono ospitali e non mancano mai la ricotta, la mozzarella e la pro­vola. Camminando inebriati, come spesso suc­cede colà, per la bellezza dei luoghi e il forte vino locale, spesso si calpestano i funghi por­cini, grossi come pignatte. Nelle grotte l’aria è tiepida. Ricche concrezioni, cascatelle e lucenti laghetti appagano lo sguardo.
Il monte Alburno divenne così per più di un decennio il posto ideale dove portare i giovani usciti dal corso di speleologia, sotto le ali paterne di Marino e Sabato Landi, anime gentili ed edoniste.
L’esplorazione speleologica del monte da parte della Commissione Grotte aveva avuto dei prologhi a cavallo dell’ultima guerra, con l’esplorazione delle grotte di Pertosa e Castelci­vita, ai piedi del massiccio. Nel 1960 Dario Marini ed Edi Brandi, in seguito ad una breve ricognizione sul monte, constatarono la consi­stenza del fenomeno carsico profondo, rimasto fino ad allora incredibilmente sconosciuto.
Dopo le prime esplorazioni del 1961, nel 1962 e nel 1963 scesero in Alburno i più bei nomi della Commissione e fu subito epopea ed abisso. La Grava dei Gatti, rilevata nel più genuino e tradizionale dei modi (elastico?) superava i 400 metri di profondità. Piene impe­tuose bloccavano i baldi giovani in profondità mentre le generose donne del sud improvvisa­vano dighe di terra per deviare i ruscelli che piombavano nell’antro. Stradi scopri e descris­se su Atti e Memorie, prima persona ad est dell’Isonzo, la scultura rupestre del «Guerriero di Costa Palomba». In Italia era nota da tempo.
L’anno successivo fu anno di gamei. Marietto era militare e il Gobbo era tenuto sufficientemente a freno da Marino e Sabato. Comparve l’incredibile figura di Nemececk, il Cinese cattivo (io ero il Cinese buono). Pino Guidi e Marino, con grande intuito, dissero di lui, che sentì, che non sarebbe mai riuscito ad essere un buon grottista. Divenne poi uno dei più formidabili speleologi della Commissione.
Il 1966 fu l’anno della Grava del Fumo e dell’esplorazione in stile himalaiano. Il K2 aveva fatto scuola e Marino organizzò l’esplorazione della più importante grotta dell’Alburno con la tecnica degli assalti successivi, con un continuo alternarsi di squadre di appoggio, punta e mez­zapunta. Il campo esterno era faraonico, con jeeps e tende militari. I canotti formavano una vera flotta. La spedizione costò seicentomila lire, un capitale in quei tempi. Parafrasando il giudizio che i componenti della spedizione al K2 dettero della loro impresa e di Desio, si può dire che, «malgrado Marino», l’esplorazione raggiunse il fondo della Grava del Fumo. L’organizzazione in quella occasione toccò apici fino ad allora noti soltanto agli apparati militari.
In un campo c’erano sacchi di pentole e frutta secca, in un altro sacchi di minestre senza una pentola. Capitava di rimanere giornate su qual­che ripiano ad attendere una qualche squadra. Tutti, dai più allenati ai meno, dovevano por­tare il loro contributo all’impresa in una squa­dra di punta o in una d’appoggio e così ci furono casi di deliquio, svenimento, collasso. Un gros­so consocio si ambientò talmente bene al campo in grotta, da riuscire a cagare da un’a­maca appesa a dieci metri d’altezza sul fiume, senza uscire dal sacco a pelo. L’odore del campo si sentiva a centinaia di metri di dis­tanza. Fortunatamente Marietto era in fase interfigale, cioè nel periodo intercorrente tra una ragazza e un’altra, quando diventava un grottista formidabile, dotato di energia e volon­tà mai viste e così riuscì a completare l’esplo­razione.
Gli anni successivi furono anni di serio e tranquillo lavoro. Marino, Sabato, Fulvio Gasparo, Pino e altri vecchi in rotazione iniziavano i giovinetti usciti dai corsi all’esplorazione delle grotte, rilevando centinaia di abissi profondi fino a 400 metri e con uno sviluppo complessivo di diversi chilometri. Nel frattempo la Commissione cambiò e crebbe. Della Tarocca non c’era più traccia. Il sessantotto che a Trieste aveva spazzato la Goliardia dall’Università e i cantieri dalla città, aveva anche emancipato i gamei e le femmine della Commissione Grotte.
La funzione primaria delle spedizioni in Albur­no venne così a mancare: non c’erano più il Gobbo o Nemececk o Gelato a terrorizzare i più piccini. Marietto si era dato al commercio e sul Canin avevano costruito una funivia.
Eravamo alla fine di un ciclo. Lo sentì il Maestro e nel 1977 volle organizzare personalmente la spedizione e vi partecipò con gran parte dello staff presidenziale, Delise in testa. Dopo un fitto intreccio di espressi, telefonate, grappini e accordi vari con le massime autorità Campane, il campo base venne sistemato in un riparo per capre, uno stercaio. C’ero anch’io e fu un malinconico addio all’Alburno, nel più merdoso posto di quel bellissimo monte.
                                                                                                          Elio Padovan

nel 1966

MONTE ALBURNO (SALERNO)

Estratto da ATTI DEGLI “INCONTRI INTERNAZIONALI DI SPELEOLOGIA, Salerno, 20 – 23 luglio 1972 NAPOLI – 1973 Finito di stampare nell’ ottobre 1973 presso la Tip. Meridionale – Tel. 334022 – Napoli.

Premessa

La Commissione Grotte « Eugenio Boegan » della Società Alpina delle Giu­lie, sez. di Trieste del C.A.I., ha effettuato tra il 1926 ed il 1971 una serie di campagne di ricerca nella zona del Monte Alburno (Salerno). Nella presente comunicazione vengono riportati brevissimi cenni sull’atti­vità svolta e sulle maggiori cavità esplorate. Segue, in bibliografia, un elenco di studi, relazioni e notiziari di attività pubblicati su riviste a stampa. Tutte le voci riguardano le campagne effettuate sul massiccio dell’Alburno dalla Com­missione Grotte nel periodo 1926-1971. A questi lavori si rimanda il lettore per ulteriori approfondimenti.

 Ricerche nel periodo 1926-1951

La prima spedizione della Commissione Grotte nella regione dell’Alburno si è svolta nel 1926. Obiettivo della campagna era l’esplorazione delle Grotte di Pertosa (Cp 1) e di Castelcivita (Cp 2), cavità che si aprono rispettivamente ai versanti settentrionale e meridionale del massiccio. Entrambe figurano an-cor oggi, grazie al loro rilevante sviluppo planimetrico, ai primi posti fra le più estese cavità dell’Italia Meridionale.
Una nuova esplorazione della Grotta di Castelcivita, organizzata con lo scopo di completare le ricerche nell’importante cavità, ebbe luogo nel 1930 su incarico dell’Istituto Italiano di Speleologia di Postumia.
Due campagne vennero effettuate nelle stesse grotte di Pertosa e di Castel­civita nel periodo 1950-51 per un sopralluogo in vista di una possibile valoriz­zazione turistica delle due cavità. Durante la campagna 1951 venne completata l’esplorazione della Grotta di Castelcivita, conclusasi sulle sponde del Lago Brontolone con il rilievo della parte più interna del sistema sotterraneo. Questi ultimi rilievi topografici furono poi inseriti nel rilievo eseguito dall’Istituto Geografico Militare. Venne inoltre fatta una ricognizione nella Grotta del­l’Ausino (Cp 12).

Ricerche nel perìodo 1960-1971

Nel 1960 venne effettuata da due membri della Commissione Grotte una ricognizione preliminare sul massiccio che, da informazioni raccolte nel corso delle campagne precedenti, sembrava essere sede di un carsismo diffuso. Du­rante questa prima visita — rivolta esclusivamente alla localizzazione di un certo numero di cavità che avrebbero dovuto venir poi esplorate nel corso di campagne speleologiche vere e proprie — vennero individuate alcune delle maggiori grotte dell’altipiano dell’Alburno.
Visti i buoni risultati della ricognizione preliminare, l’anno seguente fu organizzata la prima campagna di ricerca speleologica. Le esplorazioni portate a termine nel corso di questa prima campagna e delle nove che seguiranno hanno confermato le prime positive indicazioni sull’interesse della zona.
Accanto alle spedizioni speleologiche, e talvolta nel corso di esse, sono state eseguite osservazioni e studi sulla geologia della regione (ALBERTI A., 1962) e sugli antichi insediamenti umani sull’altipiano (STRADI F., ANDREOLOTTI S., 1962, 1964, 1966). Il rilievo geologico e le osservazioni su alcuni aspetti della geomorfologia del settore in esame, eseguite queste ultime da C. FINOCCHIARO (1962), hanno permesso di inquadrare fin dall’inizio l’attività secondo uno schema che, a dieci anni dall’inizio delle ricerche, si è rivelato sostanzial­mente valido.
Tutte le esplorazioni sono state accompagnate dal rilievo e, avendone la possibilità, da osservazioni sulla morfologia dei vani sotterranei e sulla tet­tonica dell’area che interessa la cavità visitata. Non sono stati trascurati i ri­lievi delle cavità minori, che vengono sempre eseguiti, anche quando queste sembrano avere scarsa importanza. Inoltre, sapendo come per la validità di uno studio prolungato nel tempo sia utile un resoconto continuo e, se possi­bile, rapido dei dati rilevati in campagna, al termine di ogni spedizione sono state pubblicate sulle più diffuse riviste di speleologia italiane brevi comuni­cazioni sull’esito delle ricerche con descrizioni sommarie delle cavità di mag­gior rilievo esplorate. A questi notiziari di attività hanno fatto poi seguito la­vori più completi su determinate aree carsiche o su singole cavità del massiccio.
Il lavoro di esplorazione delle cavità dell’Alburno, concentrato soprattutto nella parte centrale dell’altipiano, ha portato al rilievo di oltre 120 nuove grot­te. Fra queste, numerose presentano un notevole interesse morfologico ed idrologico; di esse ben 11 superano in profondità i 200 metri. Di queste ultime cavità vengono riportati, a conclusione della nota, i dati essenziali (numero di catasto – denominazione – foglio, quadrante e tavoletta al 25000 – quota del­l’ingresso – profondità – lunghezza – anno di esplorazione).
·       Cp 86 – Inghiottitoio I dei Piani di S. Maria – 198 II NE – Pos. 2° 55′ 31″ 40° 29′ 18″ – Quota ingr. m 1071 – Prof. m 253 – Lungh. m 470 – Espl. 1963-68.
·       Cp 92 – Grava di Madonna del Monte – 198 II NE – Pos. 2° 54′ 56″ 40° 29′ 44″ -Quota ingr. m 1140 – Prof. m 274 – Lungh. m 435 – Espl. 1961-68-69.
·       Cp 93 – Grava di Melicupolo – 198 II NE – Pos. 2° 52′ 37″ 40° 28′ 00″ – Quota ingr. m 675 – Prof. m 259 – Lungh. m 154 – Espl. 1961-62.
·       Cp 94 – Grava del Fumo – 198 II NE – Pos. 2° 52′ 22″ 40° 29′ 07″ – Quota ingr. m 1047 – Prof. m 383 – Lungh. m 1437 – Espl. 1961-62-64-66.
·       Cp  98  –  Grava  del  Confine  (Grava  Cerone)  –   198  I   SE – Pos.  2° 55′ 25″ 40° 30′ 05″ – Quota ingr. m 1100 – Prof. m 216 – Lungh. m 240 – Espl. 1964.
·       Cp 244 – Grava dei Gatti – 198 II NO – Pos. 2° 52′ 22″ 40° 29′ 07″ – Quota ingr. m 945 – Prof. m 402 – Lungh. m 657 – Espl. 1961-63.
·       Cp 245 – Grava II dei Gatti – 198 II NO – Pos. 2° 52′ 25″ 40° 29′ 06″ – Quota ingr. m 945 – Prof. m 222 – Lungh. m 678 – Espl. 1961-69.
·       Cp 250 – Grotta di Fra’ Gentile – 198 II NE – Pos. 2° 54′ 48″ 40° 29′ 54″ -Quota ingr. m 1112 – Prof. m 232 – Lungh. m 354 – Espl. 1961.
·       Cp 472 – Inghiottitoio III dei Piani di S. Maria – 198 II NE – Pos. 2° 55′ 29″ 40° 29′ 24″ – Quota ingr. m 1073 – Prof. m 290 – Lungh. m 687 – Espl. 1968-69-70.
·       Cp 487 – Grava delle Ossa – 198 II NE – Pos. 2° 55′ 48″ 40° 29′ 01″ – Quota ingr. m 1020 – Prof. m 285 – Lungh. m 150 – Espl. 1969.
·       Cp 671 – Grava II del Confine – 198 I SE – Pos. 2° 55′ 03″ 40° 30′ 13″ – Quota ingr. m 1165 – Prof. m 266 – Lungh. m 461 – Espl. 1970-71.

BIBLIOGRAFIA

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