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10 ANNI BUTTATI VIA ?

Da molto tempo non scrivo per il nostro gruppo, per pigrizia ma anche per perché in questi ultimi dieci anni abbiamo “solo” scavato, scavato e ancora scavato nella stessa grotta, la 87 VG, nella speranza che ciò portasse me ed i miei compagni di avventura alla meta più ambita per tutti gli speleologi triestini: il Timavo. Come diceva l’amico Bosco nel numero 62 di Progressione, chissà quante grotte nuove avrei potuto scoprire ed esplorare, vista la mia inclinazione alla ricerca che – immodestamente parlando – ha dato anche dei buoni risultati. E invece no! Dopo qualche mese di scavi, la testardaggine nel pensare che qualcosa si sarebbe aperto di là a poco mi ha fatto restare e continuare nell’impresa. Ciò che alla fine ha dato il “colpo di grazia” è stata la mia (in)felice idea di collocare, accanto all’ingresso della grotta, un modulo prefabbricato gentilmente prestato dall’autoporto (a quel tempo io ne ero dipendente), che nel tempo è stato arricchito di tutti i conforts. Pioggia, neve, bora o freddo non facevano più paura e non c’era motivo per rinunciare a nessuna uscita.  Si arrivava con la macchina fino alla porta d’ingresso, ci si cambiava al riparo e poi, con una corsetta di pochi metri, ci si infilava nella grotta. Oh, che bello! Però, però… assieme agli altri tre o quattro dello “zoccolo duro”  eravamo e siamo sempre lì, a rompere pietre, a stivarle nei posti più impensabili e da brivido, a consumare punte di trapano, cunei e mazze, guanti ma soprattutto persone. Si, proprio così! Dieci anni di scavi, vuoi per l’età che purtroppo non si ferma, vuoi per il tipo di lavoro che è stato intrapreso, gomiti, schiena, spalle o ginocchia si sono deteriorati un po’ alla volta. Avremmo diritto  alla pensione per lavoro usurante, se non fosse che lo facciamo per hobby e per di più masochistico. Era mia intenzione fare una statistica di quanti fori sono stati fatti per ampliare le strettoie o meglio, le fessure centimetriche che potevano portare a qualcosa di buono; di quanti secchi colmi di pietre sono stati portati da un ripiano ad un altro, dove c’era qualche piccolo spazio dove stivarle; di quanti muretti a secco sono stati costruiti, per permetterci di proseguire negli scavi. No, troppi numeri e troppi conteggi da fare, lasciamo ai futuri e coraggiosi visitatori il piacere di verificare ciò che dico.

Siamo alla fine del decimo anno di scavi, nel prossimo aprile del 2016, e forse dopo 140 metri di profondità, quasi tutta artificiale, sembra che la grotta abbia deciso di concederci la sua verginità, aprendosi con un pozzo di una decina di metri, concrezionato (!) e con un fondo comodo per diverse persone, lusso fino ad ora mai donatoci, vista l’esigua altezza o larghezza media dei percorsi per arrivarci. Ma il bello non finisce qui! Come sempre, quando tutto sembrava diventato ormai facile, ecco che madre natura ha messo un altro ostacolo: un foro centimetrico in concrezione, quasi alla base del pozzo, è l’unica possibile prosecuzione, assieme ad un’altra stretta fessura di poco più in basso. Abbiamo violato anche questo, con l’insostituibile Makita (ma direi giustamente anche Glauco), rendendolo un cunicolo transitabile di un paio di metri dove, dopo ancora altrettanti, si intravvede…… un pozzo di (forse) una trentina di metri!!!

E’ bello scrivere in questo momento, quando ancora non sai cosa ci sarà oltre, perché ti puoi sbizzarrire con la fantasia, immaginare un pozzo (che esiste davvero) bello e ricco di concrezioni, che scendi ammirandolo per poi, una volta arrivato sul fondo, accorgerti che c’è un altro buco nero (per ora di fantasia) che ti aspetta, per portarti con comodi saltini e gallerie fino alla sponda del sacro Fiume (quasi utopia).

Poi però bisogna tornare alla realtà: finora tutto il percorso è stato armato con scale fisse, vista la poca profondità dei singoli pozzi, con gradini ricavati dalle pietre di risulta degli scavi e con corde fisse di aiuto per la discesa o la risalita. E adesso? Più di qualcuno di noi, proprio per l’ostinata dedizione a questa grotta, ha ormai abbandonato imbrago ed attrezzatura da dieci anni (e di conseguenza anche la dimestichezza alla tecnica speleo). La troppa grazia ricevuta con questo “enorme” salto (però i trenta in effetti potrebbero essere anche di più, visto che i colpi delle pietre lanciate si confondevano con il rumore di una fragorosa cascata) disorienta la nostra ormai consolidata progressione: si potranno mettere scale fisse anche su un salto così profondo e – sembra – largo? O si darà spazio ai più giovani che, armati di trapano e fix, proseguiranno negli spazi più profondi? Dieci anni di lavoro non si possono buttare senza aver visto la meta, credo si troverà una giusta soluzione. Per ora mi godo (e credo lo facciano anche i miei compagni di avventura) questo bellissimo momento.

                                                                                                      Roberto Prelli