Gianni Spinella

GIANNI SPINELLA (1954 – 2018)

Fra i tanti amici che ci hanno lasciati re­centemente c’è anche Gianni Spinella. Spe­leologo a Trieste senza soluzione di continu­ità, da sempre e per sempre. Fu presidente del REST e in Commissione era venuto a se­guire un corso all’inizio degli anni settanta. Lì ci eravamo conosciuti ed avevamo fatto nu­merose grotte insieme. Delle sue idee e del­le sue passioni ho condiviso soltanto quella per le grotte. Però eravamo amici, dietro al “cichin”, o alla pipa, aveva un sorriso buono. Ree-cuu-pee-raa.. .ree-cuu-pee-raaa!!…. ree-cuu-pee-raaaa!! Niente, la corda non si muoveva. Centoventi metri più in alto non ci sentivano. Sopra di noi, buio. Intorno a noi le lampade elettriche Wonder illuminavano un ambiente circolare di nude pareti di pietra che avrà avuto 10 metri di diametro. Ci tene­vamo ridossati ad un lato, vicino alle scale, per evitare, per quanto possibile, di essercolpiti da qualche sasso staccato acciden­talmente dai compagni o da qualche uccello. Scendendo avevamo fatto volar fuori alcuni colombi e qualche pietra ci era frullata vicino. “Comincemo a salir,” – dissi a Gianni -“cussì la corda se lasca ben e i capissi che stemo salendo.” “Come te vol.” – bofonchiò. Partii, Gianni Spinella era legato quat­tro metri sotto di me, sulla stessa corda e dopo poco, quando sentì che la tiravo, par­tì anche lui. Salii di slancio una ventina di metri abbracciando le scalette superleggere con braccia incrociate. Sentivo Gianni dietro di me. Il suo peso mi teneva tesa la scala e potevo fare agevolmente il passo ogni tren­ta centimetri, che era la distanza fissa fra gli scalini. La corda che ci assicurava però era sempre immobile e pendeva al nostro fianco facendo ad ogni passo aumentare la sua ansa. Mi preoccupai. Non era ragione­vole salire senza assicurazione di sorta tutto il pozzo. Inoltre eravamo legati in “tandem”, ad un certo punto avrei sentito sempre di più anche il peso dell’ansa della corda, sarebbe stato molto pericoloso. Decisi di fermarmi e lo comunicai a Gianni. “Fermemose! Tachite in scala e ciamemo ancora” – gli dissi. “Benon” – rispose – “Cussì me fumo un cichin.” Come dire che a sgolarmi sarei stato solo io. Ci agganciammo con un moschettone di ferro che avevamo in cintura ad uno dei cavetti d’acciaio della scala, sgravando le braccia dallo sforzo e ricominciai a gridare. Gianni, sotto di me, armeggiava per accen­dersi una sigaretta con dei fiammiferi anti­vento. C’era appena riuscito – sentii l’odore del fumo che saliva – che la corda, lasca al nostro fianco, cominciò a muoversi scorren­do verso l’alto. Gli amici, sopra, ci avevano sentiti o avevano ipotizzato che era tempo che salissimo. “Molite che n’demo!” – gli intimai. Imprecò un po’, ma alla fine riuscì a sgan­ciarsi proprio quando la corda sopra di noi diventò tesa. Quello che gli rodeva di più era l’aver dovuto gettare il cicchino di “n” blu, senza filtro, appena acceso, pensai. Riprendemmo la salita inseguendo la corda. Cento metri dopo, ansimanti, raggiun­gevamo gli altri su un ripido terrazzino che avevamo usato per spezzare in due tronconi la discesa dell’imponente pozzo dell’Abisso della Volpe. Morfologicamente un pozzone unico di 180 metri. Inquietante. La dolina all’esterno sembrava l’ingresso dell’Inferno. Come la bocca di un grande imbuto, inghiot­tiva felci e licheni per buona parte dei primi sessanta metri di discesa, percorsi i quali si arrivava su quello scomodo terrazzino in­clinato che scivolava nei restanti centoventi metri di pozzo. Prima di calarvi le scale e la corda ave­vamo sgomberato il suo piano inclinato dalle pietre che lo ricoprivano, facendole precipi­tare nel buio con rumore terrificante. Poi eravamo scesi a turno, per il cordone rigido, passandolo per due moschettoni di ferro incrociati ai quali eravamo agganciati. Sfruttando l’attrito della corda che faceva­mo scorrere nei due moschettoni frenandola accostandoli più o meno, riuscivamo a scen­dere e a fermarci quando serviva. Era un si­stema un po’ da brivido che veniva chiamato “freno moschettone”. Su lunghezze del ge­nere e corde così rigide, non potevamo usare il “più sicuro mezzo barcaiolo” perché avreb­be arricciato in modo inestricabile la corda. Il discensore classico non era ancora stato inventato o non ce lo potevamo permettere. Anche per fare sicurezza a chi risaliva usavamo spesso il freno moschettone, ag­ganciato a chiodi da roccia e cordini diversi. Due o tre tiravano la corda della coppia che saliva, un terzo la faceva scorrere nel freno moschettone, pronto a bloccarla se neces­sario. Arrivati al terrazzino le nostre tute fuma­vano per il sudore della fatica appena soste­nuta. Ci accovacciammo per riposare un po’ e vidi Gianni armeggiare nel solito taschino della mimetica dal quale estrasse una mezza sigaretta intorcolata. Ammiccando mi fece un cenno e con un mezzo sorriso di soddi­sfazione la raddrizzò e l’accese. Non l’aveva buttata via, ma quando mai! Oilé Gianni!

Toni Klingendrath

GIANNI SPINELLA CI HA LASCIATO

Nella seconda metà del XX secolo, a Trie­ste viveva una moltitudine di grottisti, come forse mai nella storia e nel mondo. Raggrup-pati in una decina di associazioni ufficiali e in altrettanti ricreatori, oratori, rioni o com­pagnie di giovani licenziati o espulsi dall’ac­cademia navale di Livorno, molti ragazzi si costruivano le scalette con cavi d’acciaio e manici di scopa o altro legno (acacia) e si calavano nelle grotte del Carso, ogni do­menica, affollando la corriera PD di Sergas verso Aurisina o il tram di Opicina o, addi­rittura, il treno fino ad Aurisina bivio. Vestiti in tuta mimetica, acquistata da Fiascaris a Udine e dotati di lampada a carburo e elmo militare della prima guerra mondiale (più leg­gero), esploravano e, soprattutto, visitavano le grotte del Carso per pura passione e in­dubbio godimento, concludendo spesso la giornata intorno ad un fuoco in una caverna, con una luganiga infilzata su uno stecco ad arrostire. Vino. Tutti quelli che ho conosciuto al tempo, in seguito hanno fatto una vita nor­male (integrata?), relegando le grotte ad un hobby più o meno saltuario o ad un bel ricor­do. Lavoro, famiglia, molti emigrati, alcuni sono diventati artigiani, alcuni alpinisti, molti rocciatori, negozianti, professori, tantissimi raccoglitori di funghi e asparagi, poi pesca, frutti di mare, vela, regate…, qualcuno se­conda casa a Lignano e/o Ugovizza. Non Gianni Spinella. Come lo ricordo così è rima­sto sempre, ai miei occhi. Ad un likof nella grotta Caterina, a testa in giù, in un braciere di pietre largo come un tombino. La PD, o quello che è adesso, ha continuato a pren­derla per anni quando è finito a dormire in un bosco a Prosecco, dopo aver perso la casa del nonno. Il colmo per Lui che si è sempre definito fascista nostalgico, ma questo è un mio insopprimibile delirio umoristico. Gianni l’ho conosciuto nei primissimi anni 70 ad un corso di speleologia dell’Alpina, che ha frequentato da grottista già esperto. Io facevo l’istruttore. In un’uscita di fine corso, alla grotta Noè, un pozzo di 70 metri, usciti tutti, mostravo agli allievi come si recupera una scala da un pozzo: attaccato alla corda, 2 metri sotto l’orlo, con le gambe a squadra, sporto nel vuoto, tiravo su le scalette senza attrito, mentre gli altri le recuperavano fuori. Tirati su i primi dieci metri (le scale erano di questa misura, agganciate l’una all’altra con la maglia italiana) gridai agli allievi di liberarle dall’attacco e iniziare ad arrotolarle per poi metterle nei sacchi, come si faceva per otti­mizzare i tempi, senza attendere che le sca­lette fossero tutte fuori. Sentii degli strattoni sulla corda che mi sosteneva e pensai che qualcuno ci stesse camminando sopra, ma non vedevo e mi ripromisi di redarguirlo a fine manovra. Non era così. Un allievo, un certo Killer, aveva stracapito e con sforzi disumani era riuscito a mollare la corda a cui ero appe­so. Volai di schiena giù per la Noè ma un gra­dino della scaletta, mio amico, si incastrò in un anfratto e riuscii a tenermi alla scala. Bru­no Cova, Mario Privileggi e Gianni, compreso l’accaduto, si lanciarono sulla scaletta per fermarla e salvarmi. Fossero Bruno e Mario non lo so di sicuro, ma certamente fu Gianni, che mi parlò spesso di questo episodio. Da allora lo elessi a “mio salvatore” e gli offrii da bere ogni volta che lo incontrai. Non credo fu causa mia, ma Gianni imboccò una stra­da di festeggiamenti, in ricordo della mia vita salvata.. Ovviamente mi piace l’immagine ma, certamente, non fu così. Certo fu che da studente universitario di geologia, presidente di un gruppo grotte, partecipante a convegni sulla speleologia, alla fine diventò un grottista barbone. Andare in grotta e frequentare l’am­biente dei grottisti e degli speleologi è stata la Sua vita. Dai tempi della Noè, nei troppo radi incontri ai likof in caverna o in altri luo­ghi, l’ho visto sempre più come un abitante delle grotte del Carso, vestito come vestivo io quando cominciai a frequentarle e con lo stesso odore di muschio e fango, nobilitato dall’acetilene. Un fauno. Mi ha sempre fatto pensare a Romano Ambroso o al Marochin, figure mitiche della mia infanzia grottista, fau­ni di un mondo fantastico che mi hanno rega­lato tanto. Però Gianni era più giovane. Gian­ni ha mantenuto in vita una visione del mon­do idealista, non consumistica e fantasiosa, come mi piacerebbe fossero il presente e il futuro. Magari con un po’ di moderazione. Grazie Gianni!

Elio Padovan