Conca dei Camosci

 

CONCA DEI CAMOSCI

2 GENNAIO 2013
Son qui seduto davanti alla tastiera del PC a cercar di metter giù con “gran fatica” due righe e riassemblare le memorie esplorative effettuate sul Canin. In questi due ultimi anni la Conca dei Camosci ha regalato emozioni, con l’esplorazione dell’abisso Scabar e l’abisso Erich, avvicinando sempre più i due complessi, e non sono mancati i caninici trabocchetti. Arrivati a giugno si inizia la stagione nel tentativo di risolvere il mistero dell’aria all’interno dell’abisso Erich. La grotta si comporta da ingresso alto, nonostante la sua ubicazione a 1818 m s.l.m. nel periodo estivo l’ingresso aspira, mentre alla partenza del P134 (-140) l’aria soffia verso l’ingresso. Dove va via l’aria? Non resta che arrampicare e vedere se nelle zone alte una delle tre finestre conosciute regalerà qualcosa. Tutto il materiale sta ad aspettarci alla partenza del P134 e proprio da lì diamo via alle arrampicate. Paretina facile con buoni appigli, e senza rendermene conto mi trovo sei metri sopra la testa di Paoolino, su un terrazzino a seggiolino; da Paoolino mi faccio lanciar su la corda e poi tutto il resto. Una volta assicurato con la corda attraverso il pozzo raggiungendo un meandro aspirante; purtroppo dopo pochissimo uno sperone ferma i miei passi. Interessante, ma ci son ancora due punti da ispezionare e non mi sembra il caso di intestardirci qui, al momento. Risaliamo poco più su, alla base del suggestivo P40 dove due “occhi” aspettano di esser raggiunti a 5 e 20 m sopra le nostre teste. Paoolino si cimenta per la prima volta in un’artificiale e dopo pochi fix raggiunge la meta, invano: chiude tutto! Speriamo nella prossima risalita, sembra difficile, ma la buona roccia e i comodi appigli permettono di risalir in libera più tratti, rendendo l’arrampicata molto più sportiva. Alla sommità uno stretto e breve meandro immette in una sala con ciclopici massi (5×5), la gioia è tantissima, fatti salir gli altri si procede con l’esplorazione; dopo un’accurata valutazione e un po’ di scavo si individua la prosecuzione in un angoletto della caverna, purtroppo con i soli guanti non si può procedere, ritorneremo equipaggiati al meglio la prossima volta. Arrivati alla prossima volta si inizia a scavare e vai, si apre: nuova strettoia, nuovo scavo, nuova apertura, galleria, strettoia e cosi via per ore, fino a raggiungere l’ultima strettoia che sembrava impossibile ma Riccardo si “avventa” su quel pertugio fischiante e colpo dopo colpo spalanca la via. Il suo fisico robusto e la stazza possente non gli permettono di infilarsi nel passaggio angusto da lui creato. Non resta che al piccolo Paoolino infilarsi nel buchino da cui con gioia e confusione esclama “c’è il pozzacchione”, ma con un occhio più a tampone vide un bel moschettone. Pensa un po’ tu lettore, quanta fatica per tornarsene a casa con pochi metri e con la beffa di arrivare in luoghi già conosciuti. Ma tutto ciò non mi abbassa il morale e la voglia di cercar e scoprire nuove prosecuzioni nel casinò della conca dei camosci.

SPELEOARROSTI

Armo in abisso Laško Pivo

Le settimane son volate via in fretta ed è già giunto il momento di affrontar il caldo torrido dei primi agosto sui bianchi karren del Canin. Son di nuovo al bivacco DVP come l’anno scorso ma con me e con gli altri complessati si son aggiunti Marco Agri (no xe per lui) Alessio, Giulia e Dario freschi freschi di corso. Le mie ambizioni sono tante e il lavoro da svolgere è veramente molto visti i buoni risultati avuti l’anno scorso, ma per iniziare bisogna affrontare quell’argomento che pesa sempre a tutti: il disarmo. Alla mattina del 10 agosto assieme a Cavia, Agri, Paooolino, Alessio e Giulia scendiamo a casera Goriuda in Rotule Spezzate per disarmare e finire lo scavo di giunzione con Bus d’Aiar. Agri, dopo aver visto l’ingresso, si rifiuta di entrare ed io privo di imbrago non posso raggiungere gli altri al disarmo. Mi faccio coraggio e in solitaria affronto lo scavo, non combino molto, solo un metro. Esco ed Agri non c’è più e aspetto gli altri in casera; nella notte, man mano che il tempo passa aumenta la mia preoccupazione e giunta mattina la mia ansia mi porta a vestirmi e andare a vedere. (Li ho mandati io e solo Cavia si ricordava a stento la via. Nella notte l’incubo che mi assillava era l’immagine di Cavia in cima alla risalita del 136 rimasto senza corda per scendere in doppia e gli altri persi nei labirinti di Rotule a cercar l’uscita). Per fortuna una volta entrato li trovo sotto la prima risalita, estremo punto per me raggiungibile senza imbrago. Arrivati nella saletta prima dell’uscita i sacchi sono il doppio di noi presenti e, chi con 2 chi con 3, affrontiamo lo stretto bigolo dell’illusione (30 m di condottina dimensione uomo). Giulia viene graziata dal supplizio, essendoselo meritato in questa sua nuova impresa. Finita la tortura non resta che risalir con tutto il materiale verso il DVP. Arrivati nella conca del Meandro de Plucia troviamo John e Aldo venutici incontro con cibo, acqua e birra (che non manchi mai), un bel lavoro di gruppo. Abbandoniamo un po’ più su tutto il materiale speleo e, scarichi e leggeri, raggiungiamo il DVP: non ci resta che continuar la mattinata rimediando alla nostra disidratazione. Nella giornata arrivano in molti e il bivacco diventa sempre più affollato generando una delle tante serate di festa. Tutto ciò ci mette fuori gioco fino alla mattina del 13 quando iniziamo i lavori nella Conca dei Camosci: Cavia, Alessio e Giulia scendono un nuovo ingresso sotto l’abisso F. Scabar (parzialmente esplorato l’anno scorso) che purtroppo rispetto all’ anno precedente risulterà ostruito 10 m più in basso da un grosso blocco di neve caduto dall’alto. Nel frattempo io, Aldo e Paoolino scendiamo il canale parallelo fino a raggiungere il buco soffiante individuato da Papo l’anno scorso, il Laško Pivo. Iniziamo lo scavo tra pietre, ghiaccio e il solito vento gelido ma, come spesso accade dopo diverse ore di lavoro, la grotta diventa più stretta del desiderato. Raggiunti dagli altri (e presto anche dal buio) risaliamo verso la nostra dimora. Il giorno successivo ritorniamo e continuiamo a farci spazio tra le pietre di fondo e le strette pareti di Laško Pivo. Dopo lunghe ore di gelido lavoro e grazie anche all’esile fisico di Paoolino si riesce a forzar la strettoia. Purtroppo, come spesso accade, l’esplorazione termina ben presto: sembra che questa grotta sia proprio impenetrabile. Nei giorni successivi diamo un po’ di pausa a questo scavo troppo ossessivo, approfittando della cospicua presenza al DVP di soci e non, e preferiamo dissetar le nostre gole all’ombra del bivacco. Passato Ferragosto la tranquillità ritorna, il bivacco si svuota da tutti i ferraioli e riprendiamo lo svolgimento della normale attività. Cavia assieme a Dario e Vicky vanno in Dobra Pička a recuperare materiale, mentre io e Paoolino ritorniamo in Laško Pivo e questa volta dopo le solite svariate ore di implorazioni multiformi si riesce a forzare la strettoia che si allarga passo dopo passo fino alla partenza del pozzo sperato; finalmente un buon risultato (chi la dura la vince). Intanto arrivano al DVP Paolo e Seba e assieme a loro il giorno successivo scendiamo in Laško Pivo ove un paio di pozzi e larghissimi meandri ci fanno raggiungere la quota -40 in cui un meandro-frattura (Meandro Laško Pavo) blocca dopo una trentina di metri la nostra esplorazione. Con un po’ d’amaro in bocca usciamo con il rilievo di rito e non ci resta che accantonarlo e proceder con le esplorazioni nell’abisso Fabio Scabar.

GIUNZIONE MANCATA

Abisso F. Scabar

La squadra esplorativa è al meglio: io, Totò, Cavia, Dario e Paoolino con la prospettiva di collegarci con Dobra Pička (probabile vista la vicinanza dei buchi). Arrivati nella zona “Balla coi massi” e oltrepassato il passaggio creato da me e Cavia diamo il via alle esplorazioni seguendo il forte flusso d’aria. Risaliamo la galleria con il vento in faccia facendo molta attenzione a non disturbare il delicato equilibrio detritico. Non c’è nulla da fare, la situazione diventa sempre più pericolosa. Dopo aver risalito una quarantina di metri dell’instabile frana (pendenza 60°), inquietanti massi fermano la nostra esplorazione e non ci resta che batter in ritirata danzando leggeri su quel precario equilibrio (se ga mosso un blocco e se gavemo cagà dosso). La galleria continua verso il basso dove si incanala una buona parte dell’aria; raggiunta la sua estremità, un pozzo dà buone speranze di continuar l’esplorazione. Purtroppo, dopo aver sceso 5 m, la solita instabile frana mette fine ad ogni nostro sogno. Durante la risalita sul pozzo “Sardoni barcolani vivi pasta bianca” ci dividiamo in due gruppi: Cavia, Totò e Dario escono dall’Erich, mentre io e Paoolino usciamo dallo Scabar disarmando la giunzione dei due abissi. Arrivati alla sommità del pozzo individuiamo due ulteriori pozzi sfuggiti al nostro occhio nelle esplorazioni precedenti. Contenti del disarmo andato a “monte” e delle prosecuzioni individuate, allegri e leggeri usciamo. Raggiunto l’ingresso una sostanziosa pioggerellina (sic) ci obbliga a ripararci alla meno peggio sotto una paretina strapiombante. Passato il peggio risaliamo al bivacco e strada facendo ci imbattiamo nello zaino di Totò, abbandonato tra i karren. Arrivati a destinazione ci racconterà di esser stato sorpreso dal temporale e poiché l’attività elettrostatica era elevata ha preferito abbandonar tutto e raggiungere il DVP nel minor tempo possibile. Cavia e Dario, sorpresi dal temporale davanti alla Caverna delle Pecore, si rifugiano nella stessa accendendo addirittura un fuoco per allietar la loro permanenza.

RITUALI O MALEDIZIONI?

Abisso Airon

Il campo è presto finito e qui sul Col delle Erbe siamo rimasti io Cavia, Dario e Paoolino; anche se ancora stanchi dall’ultima punta scendiamo alla Caverna delle Pecore per sondar meglio le zone soffianti dinanzi ad essa. Il buon Paoolino decide di scendere per un’altra via raggiungendo a pochi metri dalla zona d’interesse una insignificante spaccatura. Che nascondeva un pozzetto senza alcun movimento d’aria. Passiamo l’intera giornata a scavar fessure soffianti senza alcun risultato, e solo all’imbrunire pensiamo di dar un’occhiata all’insignificante pozzetto. Scende Paoolino, il “nano” scopritore, che raggiunto il fondo scompare rapidamente dalla nostra vista. Il tempo passa e di Paoolino nemmeno l’ombra; dopo tanto tempo finalmente la sua voce dal basso esclama: pozzo… continua!!! Il giorno successivo, l’ultimo del campo, scendiamo al nuovo buco per scoprire i suoi anfratti più nascosti. Il pozzo raggiunto da Paoolino il giorno prima si rivela un bel P30 molto circolare con alla base uno stretto passaggio che immette in un comodissimo meandro, interrotto nella parte mezzana da un P4. L’umore è alto (alticcio semmai, ndr) e i primi metri percorsi promettono molto bene: ha proprio le sembianze di un bell’abisso! Il meandro sfocia in una saletta dalle pareti molto friabili dividendosi in due: un pozzo di 15 m cieco e una bellissima frattura orizzontale fossile, parzialmente chiusa da pietre e sfasciumi da cui esce una lieve corrente d’aria che non esitammo a seguire. Per diverse ore impieghiamo le nostre energie in un possente scavo riuscendo a liberare la sommità della frattura. Paoolino, essendo il nano del gruppo, si offre di passare in quello stretto pertugio dove il mio piede n°45 non passa! Davanti ai miei occhi Paoolino, come un verme, ci si intrufola. Facciamo il tifo per lui mettendo correzioni alle sue esclamazioni, facendoci così partecipi. Superati un paio di metri, a causa di una curva, il nostro contatto visivo s’interrompe e rimaniamo nel silenzio ad ascoltar le sue implorazioni. Una volta tornato ci comunica che a fatica ha raggiunto la sommità di un pozzo. Allegri e festanti non resta che uscire con il solito rilievo di rito. Raggiunto il bivacco diamo via alle seghe mentali più esagerate, complice l’effetto di smisurati litri di vino, festeggiando i buoni risultati ottenuti in queste due settimane.

NON RESTA CHE SCAVAR!!!!!!!!!!!!!

A settembre inoltrato assieme a Paolo e Totò si dà il via all’allargamento dello stretto e lungo passaggio e, favoriti dalla friabilità della roccia, guadagnamo facilmente alcuni metri. Dopo otto ore di lavoro il nostro buon senso ci riporta al DVP. Passa qualche settimana e assieme a Paoolino mi ritrovo a “smazzettare” gli ultimi metri. Una volta raggiunto l’ambito pozzo non perdo tempo e scendo per appagare le mie curiosità. Oltrepassata la strettoia trovo un bellissimo pozzo circolare, caratterizzato da un grosso arrivo proveniente dal Col delle Erbe. Son super contento e imploro Paoolino di scender presto per poter continuare e condivider il momento. La discesa continua e i successivi pozzi non fanno altro che farci restare ammutoliti: il perpetuo scorrer dell’acqua ha creato pozzi sempre più grandi. Interrompiamo l’esplorazione sopra uno stimato P80, può bastar così! Abbiamo bisogno della presenza degli altri confratelli per poter violare i segreti dell’inghiottitoio “Caverna delle Pecore” 155 FR dove da generazioni, gitanti e speleologi si fermano a dar sfogo alle cazzate più inaudite. Ma, guarda caso, grazie alla complicità fortuita di Paoolino la mia riflessione dinanzi alla Caverna delle Pecore diventa realtà: doveva arrivar lui a dar senso a quella insignificante fessura a due passi dal sentiero.
Hanno partecipato all’attività esplorativa 2012, svolta da giugno ad ottobre sul Canin, gli speleo:
Abisso Erich: R. Corazzi, P. “Paoolino” Gabbino, T. Kravanja, M. “Cavia” Sticotti;
Abisso scAbAr: P. “Totò” Bruno de Curtis, P. Gabbino, D. Riavini, M. Sticotti;
Abisso LAško Pivo (SCavo): A. “Magnesio” Fedel, P. Gabbino;
Abisso LAško Pivo (eSPlorazione): P. Gabbino, P. Bruno de Curtis, M. Sticotti, S. “Seba” Taucer (GSSG);
rotuLE sPEzzAtE (reCuPero materiale): P. Gabbino, M. Sticotti, G. Perotti, A. Busletta;
DobrA PičkA (reCuPero materiale): M. Sticotti, D. Riavini, T. Kravanja, P. Gabbino, V. Franchini (GGB) e il sempre presente
                                                                                                 Deponte Federico