Polystichum Setiferum

 

POLYSTICHUM SETIFERUM (Forssk.) T. Moore ex Woynar NELLA “GROTTA A SUD DI MONRUPINO” (370/1216 VG)

pubblicato su ” PROGRESSIONE N 52 ” anno 2005
PREMESSE

Le indagini e le ricerche a carattere speleobotanico, effettuate in modo sistematico e continuativo nelle cavità del Carso triestino, sono in atto da circa un trentennio. In questo lasso di tempo, numerosissime sono state le visite, i sopralluoghi e le discese negli ipogei d’invitante configurazione sotto l’aspetto vegetazionale. Sono state così individuate e rilevate, nelle varie fasce che si susseguono dal margine al fondo delle cavità di volta in volta indagate, le specie di maggior interesse e particolarità. In alcuni casi esse sono risultate del tutto inedite per il Carso.
Nel corso di questi studi si è avuta una costante predilezione per le felci (Pteridofite), che bene rispecchiano, tra le piante vascolari, gli aspetti vegetazionali cavernicoli, strettamente collegati a quelli topo e microclimatici e che dipendono sostanzialmente da alcuni essenziali fattori, primi fra tutti la temperatura, l’illuminazione e l’umidità.
Poiché la situazione climatica di un ambiente varia sia da luogo a luogo che nel tempo, e ciò avviene anche per gli ipogei del Carso triestino, questi risultano tuttora sotto controllo in quanto gli avvicendamenti vegetazionali in essi, pur meno rilevanti rispetto a quelli che si osservano nelle zone esterne circostanti, si succedono ugualmente, fornendo di conseguenza interessanti e preziose osservazioni in merito. Così, a specie che con il trascorrere del tempo tendono progressivamente a scomparire dalle cavità, altre ne subentrano gradualmente a colonizzare le varie fasce.
Un recente sopralluogo, effettuato ai margini della “Grotta a Sud di Monrupino” (370/1216) – aprentesi nella “Debela Griza” nei pressi di Zolla – ha ipotizzato la presenza nella fascia subliminare, ad alcuni metri di profondità, di alcune rigogliose stazioni ravvicinate di Polystichum setiferum (Forssk.) T. Moore ex Woynar. Una successiva discesa nel sito, effettuata con l’ausilio di una scaletta metallica, ha consentito di recuperare alcune fronde della felce che, dopo un attento esame eseguito sui caratteri distintivi, hanno avvalorato la precedente ipotesi.
Così, dopo aver scoperto per la prima volta nel 1986, in una cavità del Carso triestino (Pozzo del Frate, 210/156 VG, nei pressi di Fernetti), la presenza di Polystichum aculeatum (L.) Roth, risulta ora possibile segnalare, a distanza di un ventennio (febbraio 2006), il primo rinvenimento ipogeo di Polystichum setiferum, pteridofita appartenente dunque allo stesso genere della precedente entità, ma dalle esigenze spiccatamente più termofile. Questa Dryopteridacea è stata, in quest’ultimo periodo, con tutta probabilità ancora individuata in un paio di cavità dell’altipiano e non è escluso che essa tenda, in un prossimo futuro, a colonizzare ed a svilupparsi con maggior frequenza in altri particolari pozzi dell’altipiano carsico triestino.
Con la scoperta di Polystichum setiferum nella “Grotta a Sud di Monrupino”, risultano complessivamente 17 le felci presenti, allo stato attuale ed in vario modo, negli ipogei del Carso triestino. La relativa situazione è illustrata nella sottostante Tabella 1. Di quelle estremamente rare, individuate soltanto in uno o in pochissimi ipogei, si è ritenuto opportuno indicare le rispettive cavità, con l’appropriato numero di catasto VG. In parentesi è stato a volte segnalato il numero complessivo delle grotte sinora interessate alla presenza della relativa felce.
Si ricorda che, al 15 febbraio 2006, le cavità catastate nella provincia di Trieste ammontavano a 2646. Di queste, 161 (6,1 %) evidenziano un significativo ed accentuato interesse dal punto di vista speleobotanico.

Tab.1

PTERIDOFITA

FAMIGLIA

FREQUENZA

DIFFUSIONE NELLE 161 CAVITA’

Asplenium trichomanes L.

Aspleniaceae

Comunissimo

Presente nella quasi totalità degli ipogei

Asplenium adiantum-nigrum L.

Aspleniaceae

Infrequente

Presente soltanto agli ingressi di 12 cavità

Asplenium ruta-muraria L. s.l.

Aspleniaceae

Frequente

Agli ingressi di 76 cavità

Asplenium ceterach L. (= Ceterach officinarum Willd.)

Aspleniaceae

Infrequente

Soltanto in 12 cavità dai connotati termofili

Asplenium scolopendrium L./scolopendrium

Aspleniaceae

Relativamente diffuso

In fase di graduale regresso/rarefazione (51)

Athyrium filix-femina (L.) Roth

Athyriaceae

Molto raro

Solo nelle 1203, 1204, 1273, 3763, 5583 VG

Cystopteris fragilis (L.) Bernh.

Athyriaceae

Rarissima

Soltanto nella 1273 VG e nella 1778 VG

Gymnocarpium dryopteris (L.) Newman

Athyriaceae

Estremamente raro

Soltanto nella 5583 VG

Polystichum aculeatum (L.) Roth

Dryopteridaceae

Piuttosto raro

Ma in progressiva propagazione (11)

Polystichum setiferum (Forssk.) T. Moore ex Woyn.

Dryopteridaceae

Estremamente raro

Soltanto nella 1216 VG

Dryopteris filix-mas (L.) Schott

Dryopteridaceae

Alquanto rara

Soltanto agli ingressi ed antri di 11 cavità

Dryopteris dilatata (Hoffm.) A. Gray

Dryopteridaceae

Molto rara

Soltanto nelle 1204, 1205 e 5583 VG

Dryopteris carthusiana (Vill.) H. P. Fuchs

Dryopteridaceae

Estremamente rara

Soltanto nella 413 VG

Dryopteris affinis ssp. Borreri Fr. Jenk.

Dryopteridaceae

Estremamente rara

Soltanto nella 413 VG

Polypodium cambricum L./cambricum

Polypodiaceae

Piuttosto raro

Soltanto in ipogei dai connotati termofili (17)

Polypodium vulgare L. s.s.

Polypodiaceae

Abbastanza frequente

Agli ingressi di 63 cavità

Polypodium interjectum Shivas

Polypodiaceae

Alquanto diffuso

Frequente in voragini, pozzi e baratri (105)

La “Debela Griza” è la plaga, relativamente vasta ed alquanto impervia, che si trova immediatamente ad ovest di Percedol. Situata ad un’altitudine media di 300 m e ricoperta in gran parte dalla boscaglia carsica, con rare zone prative in via di rapido incespugliamento, essa presenta un substrato ricco di avvallamenti e di doline dalla morfologia spesso asimmetrica e baratroide. Risulta pure disseminata da numerose emersioni calcaree che ospitano, non di rado, singolari e capienti vasche di corrosione datate, a testimonianza dell’elevato valore che l’acqua aveva assunto in tempi passati, sia in questa zona che in tutto il territorio carsico triestino. Il caratteristico ambiente è inoltre sede di numerose grotte a disparata morfologia: non mancano infatti oscuri pozzi, imponenti voragini (come ad esempio il “Baratro presso Monrupino”, 1544/4444 VG), profondi abissi e qualche ipogeo dai connotati preistorici, come la “Caverna della Ciotola” (1164/4083 VG), indagata negli Anni ‘60 da Benedetto Lonza, e la “Grotta Sergio Andreolotti” (o “Grotta del Coltellino”, 6072/6072 VG), di recente inserimento (1997) nel Catasto. Molto pittoresca e suggestiva si rivela la “Grotta degli Archi” (372/1100 VG), ubicata a brevissima distanza dalla “Grotta a Sud di Monrupino” (372/1216 VG, in località “Za Vrh”), considerata nel presente contributo.
La “Debela Griza”, in gran parte pianeggiante, è interrotta da tre modesti rilievi, a mo’ di vertici di un triangolo. Quello di quota 359 m, spoglio, aspro e sassoso, offre uno splendido e vasto colpo d’occhio sia sull’ambiente circostante, dal quale emergono alcune notevoli cave, sia sul Santuario di Monrupino che, poco distante, occhieggia a nord-ovest. La gamma dei “Punti Notevoli”, che la zona generosamente propone, è arricchita infine da alcuni ripari agro-pastorali e da qualche antica stele confinaria.
Sotto il profilo climatico tutta la plaga appartiene alla 5.a fascia, che include il Carso triestino medio, con l’altitudine compresa fra i 200 ed i 350 m. In essa il clima è temperato ed il carattere marittimo-mediterraneo tende a quello continentale-subalpino quanto più ci si discosta dal sollevamento marginale verso i rilievi montuosi più interni.
LA GROTTA A SUD DI MONRUPINO (370/1216 VG)
Si tratta di un pittoresco baratro doppio che rientra fra gli ipogei più interessanti e complessi della zona. Originatosi da due ampie fratture parallele, esso presenta due pozzi molto vicini fra loro e congiunti da brevi gallerie con pareti stranamente sforacchiate, così da sembrare, nel suo complesso, un vero labirinto, anche nel senso verticale, con baratri, precipizi, camini e finestre. Si apre a poche decine di metri a destra del sentiero – un tempo frequentata carrareccia – che attraversa la “Debela Griza” a sud delle cave di Monrupino e che collega la strada Opicina-Zolla con quella che da Opicina Campagna conduce a Rupingrande.
Dopo l’iniziale rilievo della cavità da parte di Edoardo Mavricich e Marcello Maroevich (19 maggio 1923, S.A.G.), quello più aggiornato risale alla settimana compresa fra il 14 ed il 21 febbraio 1965 ed è opera di Dario Marini e Pino Guidi, pure della S.A.G.
Le coordinate topografiche, riferite alla Tav. I.G.M. 1:25000 “Poggioreale del Carso”, F° 40° II SO, sono le seguenti: long. 1° 20’ 49” E M. M., lat. 45° 42’ 36” N. La quota d’ingresso è a 322 m. La profondità complessiva della cavità è di 34 m con vari pozzi in successione: quello d’accesso di 20, 5 m cui seguono altri interni, rispettivamente di 13, 9,50 e 5,50 m. Lo sviluppo totale è di 74 m.
Ulteriori situazioni: m 1175 Sud + 24 Ovest da Monrupino;
m 2538 Nord + 21° Est dalla chiesa di Villa Opicina;
U. T. M. 0660 6289.
La grotta, per la sua particolare morfologia, è stata saltuariamente utilizzata, in tempi passati, per esercitazioni di Corsi di Speleologia.
Numerosi colombi selvatici nidificavano, sino a qualche tempo addietro, nelle pareti dei due pozzi, segno indubbio – come ricorda Dario Marini nella relativa scheda del Catasto Storico – che la grotta era ben poco visitata.
* Rilievo della cavità con le stazioni di Polystichum setiferum
LA VEGETAZIONE ALL’ESTERNO E NELLA CAVITA’
La cavità è immersa nella tipica boscaglia carsica, che qui si sviluppa in un terreno molto tormentato e ricco di emersioni rocciose. Vi prevalgono il carpino nero (Ostrya carpinifolia), la roverella (Quercus pubescens) e l’orniello (Fraxinus ornus/ornus), entità tutte di età non molto avanzata. Esse sono accompagnate, in varia misura, dall’acero campestre (Acer campestre), dal corniolo (Cornus mas), dallo scòtano (Cotinus coggygria), dal ginepro (Juniperus communis/communis), da qualche sporadico esemplare di biancospino (Crataegus monogyna/monogyna) nonché dal raro sorbo domestico (Sorbus domestica).
Nello strato erbaceo, a prevalente sesleria argentina (Sesleria autumnalis), si susseguono, nel corso dell’anno, numerose specie. Si rammentano, fra le più frequenti, l’elleboro (Helleborus odorus), l’orobo primaticcio (Lathyrus vernus/vernus), la mercorella (Mercurialis ovata), il mughetto (Convallaria majalis), la bocca di lupo (Melittis melissophyllum/melissophyllum), la peonia (Paeonia officinalis/officinalis), l’asparago selvatico (Asparagus acutifolius), il vincetossico (Vincetoxicum hirundinaria/hirundinaria), gli imbutini (Campanula trachelium/trachelium), l’ambretta dei querceti (Knautia drymeja/tergestina), l’imperatoria apio-montana (Peucedanum oreoselinum) e la rosa canina (Rosa canina).
Riferendosi in particolare alla situazione vegetazionale propria della cavità, si può dire come essa rivesta una notevole importanza dal punto di vista speleobotanico.
L’imbocco principale, quello di maggiori dimensioni pressoché circolare (circa 5 x 5 m e profondo 27 m), presenta nello strato arbustivo marginale alcuni esemplari di roverella (Quercus pubescens, 52 cm di crf. quello che si affaccia a meridione), di orniello (Fraxinus ornus/ornus), di carpino nero (Ostrya carpinifolia) e di acero trilobo (Acer monspessulanum/monspessulanum); ad essi si accompagnano la madreselva etrusca (Lonicera etrusca), la scandente vitalba (Clematis vitalba) e l’asparago pungente (Asparagus acutifolius). Un esemplare di nocciolo (Corylus avellana) si sviluppava, sino a qualche tempo addietro, all’interno del pozzo, a circa 3 m di profondità.
Le specie che crescono nella fascia liminare inferiore sono rappresentate essenzialmente dal pungitopo (Ruscus aculeatus), dal polipodio sottile (Polypodium interjectum), dal ciclamino (Cyclamen purpurascens), che si spinge sino a circa 5-6 m di profondità e, più in basso, dalla felce rugginina (Asplenium trichomanes), in numerose stazioni nastriformi. Vi figura anche l’edera (Hedera helix/helix), sia in lunghi festoni che in stazioni isolate.
Più sotto, chiaramente visibili, si notano le stazioni di Polystichum setiferum, considerate in particolare nella prosecuzione del presente contributo.
Una decina di metri a nord-est dall’imbocco principale, parzialmente mascherato dalla vegetazione (un notevole Fraxinus ornus/ornus, 36 cm di crf.), si apre quello secondario, ellittico, con asse maggiore di 4,90 m e quello minore di 2,30 metri. Esso presenta un’esuberante vegetazione, costituita principalmente da due specie, il rigogliosissimo polipodio sottile (Polypodium interjectum), che si sviluppa immediatamente sotto il margine meridionale, ed il pungitopo (Ruscus aculeatus) che occupa invece fittamente l’orlo nord-occidentale.
CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE E GENERALI DI POLYSTICHUM SETIFERUM
Polystichum setiferum (Forssk.) T. Moore ex Woyn. (ted.: Borstiger Schilfarn, ingl.: Soft shield Fern) ha avuto, nei passati decenni, numerosi sinonimi, da cui il travagliato percorso della specie nel corso del tempo. Fra questi, si segnalano:
Aspidium angulare Kit. ex Willd.; = A. aculeatum subsp. angulare (Willd.) Arcang.; = A. aculeatum (L.) Sw. var. angulare (Kit.) A. Br. in Döll; = A. aculeatum (L.) Sw.; = A. aculeatum Sw. ssp. lobatum Sw.;= A. aculeatum ssp. angulare (Kit.) Asch.; = A. lobatum (Huds.) Sw. ssp. angulare Mett.; = Aspidium hastulatum Ten.; = Polystichum aculeatum subsp. angulare (Kit. Ex Willd.) Hook. Fil.; P. angulare [Kit.] C. Presl; = P. angulare (Kit. ex Willd.) K. Presl.; = P. aculeatum (L.) Roth. var. setiferum Fiori; = P. aculeatum var. angulare (Kit. ex Willd.) Fiori; = Dryopteris setifera (Forsskal) Woynar; = D. aculeata var. setifera (Forsskal) Fiori; = D. aculeata O. Ktze; = D. aculeata ssp. angularis Schinz et Thell.; = Polypodium setiferum Forsskal.
La specie presenta generalmente il rizoma grosso, legnoso con palée brune. Le fronde verdi e brillanti sono riunite in cespi ed appaiono bipennatosette, con una lunghezza che può variare dai 30 ai 100 cm. Appaiono poco ristrette alla base con il picciolo corto e scarsamente coriacee; il contorno è triangolare allungato. Le pinne pongono in rilievo pinnule spicciolate quasi perpendicolari al rachide e con denti profondi, acuti e mucronati all’apice, con evidente orecchietta ottusa. Quella basale è di maggiori dimensioni rispetto a quelle successive.
I sori hanno l’indusio circolare peltato. E’ specie diploide (2n = 82) con sporificazione che avviene, di norma, da giugno a settembre; nelle cavità carsiche, e non si sottrae questa, con sensibile ritardo (ottobre-novembre).
L’habitat della felce è costituita generalmente da boschi e siti ombrosi ed umidi. La si rinviene dal piano basale a quello montano superiore, sino ai 1800 m d’altitudine.

DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA E DIFFUSIONE DI POLYSTICHUM SETIFERUM
Polystichum setiferum, con nome italiano di felce setifera, è elemento subatlantico-submediterraneo (cosmopolita selvatico). E’ specie diffusa nelle regioni forestali dei due emisferi, con massima distribuzione nelle zone temperate e nelle montagne dei Tropici. Così la si rinviene nella Macaronesia, nell’Europa atlantica e centro-meridionale, in Anatolia, nel Caucaso, nell’Asia occidentale e nell’Africa settentrionale. E’ specie caratteristica dell’Ordine dei Fagetalia sylvaticae Pawl. 28.
Nella Penisola Italica è presente sulle Alpi, sulle Prealpi, nella Padania (Lombardia, Veneto) e nelle regioni adriatiche. Più a sud, sugli Appennini, sulle Alpi Apuane, nelle regioni tirreniche, nelle isole maggiori (Sicilia e Sardegna) ed in quelle minori (Arcipelago toscano, Eolie).
Riferendosi al Nuovo Atlante corologico delle piante vascolari nel Friuli-Venezia Giulia (Poldini, 2002), la felce, assai meno diffusa di P. aculeatum, è segnalata in quasi una ventina di Aree di Base. Però solo una di esse riguarda il Carso triestino (102/48 e più precisamente all’interno della cava situata sulla destra della strada Rupinpiccolo-Rupingrande, nei pressi della prima località, m 300, 0248/4, 29 agosto 1992, Martini & Polli); tutte le altre si riconducono o alla fascia pedemontana e montana orientale della regione, oppure alla zona prealpina occidentale. La specie è pure conservata in una collezione di L. & M. Gortani (1897, MFU) proveniente da Rigolato (9443/1).
Essa è pure presente in 3 sezioni (sulle 26) in cui è stato suddiviso il Parco delle Prealpi Giulie: Monte Cuzzer, Monte Musi e Monte Zaiavor. Fra i siti in cui essa è stata schedata rientrano pure il M. Plauris, la Val Venzonassa e la Val Resia (Mainardis & Simonetti, 1990, Mainardis 2002).
Nel Goriziano, Zirnich aveva raccolto P. setiferum (rev. A. Cohrs) sul monte Sabotino nei giorni 5 e 6 agosto 1938. Attualmente la specie cresce, ad esempio, relativamente ben diffusa negli umidi e nemorali valloncelli delle dorsali esposte a mezzogiorno del monte Quarin (274 m), alle spalle dell’abitato di Cormòns.
In Slovenia (Jogan, 2000) la felce, chiamata con il nome di “Luskastodlakava podlesnica”, è relativamente ben distribuita. Riferendosi ai confini con la Regione Friuli-Venezia Giulia, essa occupa continuativamente le Aree di Base che comprendono le Valli del Natisone e quelle contigue a settentrione (96/47, 97/47, 99/47, 98/48).
Polystichum setiferum tende a formare degli ibridi. Con P. aculeatum genera Polystichum xbicknellii (Christ) Hahne, abbastanza frequente in Italia ove le due specie che lo generano si trovano a contatto. E’ stato segnalato, in questi ultimi anni, nella provincia di Pordenone in 9643/3, 9742/4, 9841/1 e /2, 9842/1 (Bruna, in sched.) ed in 9941/2 (Costalonga, in sched. det. Marchetti).
Con Polystichum lonchitis genera Polystichum x lonchitiforme (Halacsy) Becherer.
Le ulteriori specie di Polystichum, vale a dire P. braunii e P. lonchitis, sono diffuse rispettivamente nella fascia collinare-prealpina ed in quella prealpina-alpina. Mancano del tutto sul Carso triestino.
POLYSTYCHUM SETIFERUM NELLA 370/1216 VG

 Polystichum setiferum si sviluppa nella fascia subliminare del pozzo principale d’accesso della grotta. Le varie fronde, ben visibili sia dal margine esterno meridionale che da quello settentrionale, costituiscono 5 evidenti stazioni.

Due di esse, nettamente isolate, risaltano sulla parete settentrionale: la più bassa a 7,50 m di profondità, l’altra, distante da essa circa un metro, a 6,80 m. Sono entrambe ubicate sotto la finestra ovaliforme ed il sottostante accentuato arco.
La prima è costituita da 5 fronde di notevole lunghezza (30–40 cm). Generalmente queste oscillano nella diffusa chiarità del pozzo, soggette al flusso d’aria che intercorre fra i due ingressi (effetto “Spacker”).
La seconda è invece costituita da una quindicina di fronde; mentre alcune di esse appaiono vigorose e di notevoli proporzioni, altre sono in fase giovanile, di rinnovamento o in quella di rinsecchimento.
Tra le due stazioni si sviluppa, alquanto rigogliosamente, una cospicua stazione di Asplenium trichomanes, felce peraltro molto diffusa nelle fasce liminare, subliminare e suboscura del pozzo stesso.
Le altre tre stazioni si sviluppano a sud-sud-est, a circa 3,5 m di profondità dal margine meridionale, quello immediato e più agevole per affacciarsi all’ipogeo, se si proviene dalla carrareccia.
Le fronde, relativamente numerose e lunghe al massimo una quarantina di cm, si presentano in buone condizioni vegetative (come del resto le precedenti) e si sviluppano in un ambiente generalmente umido, occupato da Cyclamen purpurascens/purpurascens, da Asplenium trichomanes e da varie Briofite, fra cui primeggia Thamnobryum alopecurum.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Con il rinvenimento di Polystichum setiferum nella “Grotta a Sud di Monrupino” (370/1216 VG), la speleoflora riguardante soprattutto le Filicales, e relativa alle cavità del Carso triestino, si arricchisce ulteriormente includendo, allo stato attuale, 17 specie, variamente presenti negli ambiti cavernicoli dell’altipiano (Tab. 1).
E’ probabile che future indagini, effettuate sistematicamente nel tempo agli imbocchi di ipogei pur già considerati o del tutto inediti, consentano di identificare e segnalare qualche nuova presenza vegetazionale, del tutto inusuale sotto il profilo speleobotanico.
Non dovranno inoltre essere trascurate le cavità dalle dimensioni pur esigue, in quanto l’esperienza insegna che anch’esse sono in grado di ospitare, seppure sotto forma di poche fronde, qualche rara o inedita specie. Particolare attenzione dovrà pure essere posta nei riguardi degli ipogei ubicati nei pressi del confine di Stato con la Slovenia oppure aprentisi nelle plaghe più recondite ad appartate di questo mirabile territorio carsico triestino. Sarà opportuno infine estendere accuratamente le indagini speleobotaniche ad alcuni significativi ambienti cavernicoli situati sul Carso isontino, praticamente sconosciuto sotto questo aspetto.
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ELIO POLLI