La CGEB saluta il Socio Franco Florit con le parole dell’amico e socio Elio Padovan

Conobbi Franco Florit alle otto e trenta del mattino di una domenica del 1963, sul retro della PD, la corriera che portava da piazza Oberdan ad Aurisina, sul Carso. Con Willy Bole salii in Gretta e Franco stava stravaccato, con aria beata, su un mucchio di zaini, scale e corde e, soprattutto, due ragazze bellissime. Nei film sui trafficanti di droga si vede spesso il giovane capo in una posa simile. Mi colpì. Noi andavamo alla grotta Verde, a Gabrovizza, ad inaugurare la nostra prima scaletta da grotta che Adriano Guardiani ed io avevamo costruito con cavi di acciaio e freschi rami di acacia, tagliati in bosco. Franco ci invitò ad unirci a loro in questa che era la seconda uscita, quella per il fondo dell’abisso dei Cristalli. Al tempo occorrevano tre domeniche per scendere nell’abisso, una per un prearmo, una per il fondo e una per il recupero dei materiali. Il cordone di manila per la sicura sul pozzo da 140 metri lo recuperammo nascosto presso la ferrovia e lo portammo in due, tanto era pesante. Vista la nostra scaletta da 12 metri nuova fiammante, Franco la usò come prima scala della campata da 140 metri, per sostenere il maggior peso. Andò tutto bene ma al recupero, la domenica successiva, scoprì che i morsetti che fissavano assieme i due cavetti terminali su cui avevano ancorato le scale successive non erano stretti bene e solo del nastro adesivo aveva tenuto il tutto.

Lo rividi al liceo Oberdan, Lui in quinta, io in prima, troppo lontano. Era ricco. L’unico a possedere un’automobile. Praticamente non seppi più niente di Lui finchè, approdato all’Alpina delle Giulie, in giro per grotte con Dario Marini, scoprii che Dario lo considerava il più formidabile competitore nella ricerca di nuove grotte. Poi venne anche Lui all’Alpina e andammo in grotta assieme. Lo incontravo anche all’università dove studiava geologia e sembrava un Figlio dei Fiori. Conobbe Rosanna, che mi apparve da subito straordinariamente intonata a Lui e divenne la compagna per la vita. Franco mi parlava di argomenti esoterici e dell’importanza dell’ectoplasma in termini non fideistici ma strumentali. Questo approccio fantasioso lo ebbe anche con le grotte. La fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta furono anni di grandi cambiamenti. A Trieste Enzo Cozzolino, Grongo per gli amici, fu un innovatore, un capo scuola nell’arrampicata e mostrò un modo nuovo di salire. Franco collaborò all’innovazione della tecnica speleologica su un aspetto particolare: l’allargamento delle strettoie. Un nuovo modo di scendere in grotta. Nessuno prima di Lui aveva adottato sistematicamente questa tecnica nel mondo dei grottisti dilettanti triestini. Divenne la sua passione più caratterizzante che lo portò a realizzare strumenti allora introvabili sul mercato. Ovviamente l’esperienza accrebbe nel tempo. Tanti anni fa, all’abisso Carlini, avevo trovato un pozzetto, laterale a quello del fondo, alla cui base una fessura impraticabile portava ad un altro pozzo di quattro o cinque metri, abbastanza largo. Saliva un po’ d’aria per cui ci ritornai con Franco per allargare. Ritornammo sul fondo del Carlini la domenica successiva ma non trovammo più il posto.

Sia pur con pause più o meno lunghe, Franco ha continuato tutta la vita ad andare in grotta. Lo ricordo bloccato da una piena all’abisso Gortani in Canin, o a scavare con Willy Bole e Ciano Filipas alla Lazzaro, o con me e i miei colleghi di lavoro all’abisso di Opicina Campagna, o al Colle Pauliano, o alla Plutone che gli insegno le nuove tecniche in corda, difficili da apprendere ad una certa età e Franco aveva cinque anni più di me … Ma Franco aveva il carattere giusto per un grottista. Sempre calmo e imperturbabile, se interrogato in un momento di difficoltà diceva : “Son nela merda” e concludeva con un risolino che smentiva le parole e tranquillizzava.

Elio