Pozzo a SO di Lacca

 

POZZO A SO DI LACCA ….COME ZBOGAR* COMANDA

Pubblicato sul n. 56 di PROGRESSIONE – Anno 2009
Devo dire che fa ancora il suo bel effetto emotivo trovarsi tra le mani il lucido originale di Gianni Cesca del rilievo della Golobina, nome della cavità indicata dai locali, così come non possono passare inosservati gli schizzi in matita prelevati direttamente sul campo, 21 aprile 1925, 85 anni fa….prosit! Il tutto oggi si trova nella nostra sede, conservato, protetto, forse protetto più che dallo scorrere degli inverni dalle confuse e puerili pretese di paternità dei documenti catastali, laddove l’ignoranza e l’idiozia di novelli nani ombrosi vanno a braccetto.

 Note discorsive di memoria esplorativa

 Franz trincava gotti di nero Terrano acido che era entusiasmante vederlo, Gino tirava su “uno”, Alex ridacchiava tra le cacate di mucche e io bestemmiavo appresso la solita stele partigiana del desolato altipiano della Bainsizza, qualche annetto dopo il 1925, anche dopo il 1945 ad esser precisi, ma qualcuno non se n’era ancora accorto. Sapete già (Progressione 54) che dormivamo in una ex bettola/bordello, posto d’altra parte degnissimo per laidi come noi. Franz indicò questo bell’ingresso posto in un prato a colline ondulate, ancora pesto dalle granate italiane delle “prima” ma incredibilmente quieto e silenzioso per ragazzi di città come eravamo noi. Entrarono per primi “Gino” e “El longo” al termine di un cunicolo decisamente ventoso a continuare le disostruzioni caserecce dei tipi di Bate, (simpatici imbriagoni per un certo periodo prestati al grottismo) ma i nostri non riuscirono a passare. L’aria si però che passava, arrogante pure. Nell’agosto 2007 al DVP in qualche classico nostro campo estivo Canin, arrivo l’sms di Franz, stile “passati e trovati 300m nuovi”….l’infamone era andato da solo e, scavato l’ultimo tratto nell’argilla secca, era passato….bella notizia in ogni caso, eravamo pronti a farci benedire dai santoli della Commissione per tornare ai loro passi. Tornammo, varie volte, ed effettivamente era stata aperta una bella finestra sulla Bainsizza di sotto, in questa cavità che continuava in ambienti non vastissimi ma con speleotemi curiosi e nuovi, a doppio livello attivo/fossile. Proseguimmo nel conclamato per circa 300m tralasciando pozzetti e passaggi attivi ostici, un bigoletto in discesa ci portò ad un livello fossile abbassato dove sembrava che la gita avesse fine. Gino aprì, noi scendemmo, ora attivo a risalire, ci rendemmo conto che stavamo tornando indietro, get back!, ma il passaggio dell’acqua non corrispondeva proprio a quello di un corpo umano: Gino n’altra volta si eclissò a livello del pavimento e sparì….e non tornò se vogliamo dirla tutta. Franz ed io andammo a prelevarlo oltre una strettoia che franò al suo passaggio, lasciando libero giusto un pertugio per passare trapano ed attrezzi (che per caso avevamo con noi…) al nostro dilà oltre, che si aprì da solo la via verso l’uscita e la banale umanità. Il “Nuovo Mondo” per Gino ebbe le sembianze di me e Franz infangati e slavazzati…
Ma quanti giri avevamo fatto li dentro? Ricordo anche la galoppata successiva al passaggio franato, dove c’era pure il “pupo di Parigi” con mal di testa stile battilastra da ferriera (colpa sua: aveva trincato vino bianco sotto il sole prima di entrare…anch’io avevo trincato per prendere coraggio ad entrare sotto un sole di primavera commovente ma avevo il capello in testa, danzavamo sull’orlo del buco sulle note sparate di “Stargazer” dei Kingdome Come..) e “Crazy paul” che nel meandro successivo che esplorammo (breve nello sviluppo ma prima semi-allegato e poi stretto, scivoloso e profondo) ebbe una delle più belle crisi isteriche da incastro-con-sacco che abbia mai visto… ripulirlo dalla bava, dargli una compressa di Halcion e accudirlo sino all’uscita fù il prezzo da pagare per lo show sotterraneo. Nel giro successivo  c’era Giannetti, facemmo foto speditive e cascammo finalmente in una zona vasta, incasinata però, sovrapposta e tagliata e mascherata e chiusa da vari crolli e fratture intercorse. Vari rami distinti s’inoltravano, si intrecciavano per darsi la mano alla fine, neanche risalire servì a fregare la grotta, sai che voglia ora a fare il rilievo. Ancora una piccola avventura con il “pupo” laddove entrati per il rilievo con temporalone in corso, avevo io rassicurato che la cavità è fossile e non va in piena. Cambiai idea al passaggio “Venite a ciorci” dove era tutto allagato, mi rinfrescai l’idea all’uscita del cunicolo successivo con una doccia di discrete proporzioni, ci convincemmo che era meglio non entrare in periodi temporaleschi all’ultimo cunicolo in uscita, completamente allagato. Costruzioni di canali e deviazioni con dighe assiro-babilonesi servirono sino ad un certo punto, ci buttammo sott’acqua e fuori in semi-apnea, per uscire in stati pietosi….fuori pioveva ma per noi non c’era il fastidio di bagnarci, eravamo già centrifugati. Passò un po’ di tempo e ci fu l’oblio, altre esplorazioni e la non stimolante idea di terminare il rilievo fecero cadere l’entusiasmo. Ci pensò Franz a farcelo ritornare quando affermò che il rilievo era “suo”….decidemmo di farla finita con sta storia e, ingaggiato “Umbertino 1000rilievi”, che aveva già ritopografato alcune parti della cavità nel 2003, terminammo il lavoro. Ancora musica a suggellare quest’ultima gita, uscii per ultimo disarmando la baracca, già dal fondo del primo pozzo si sentiva, oltre alle sterzate di fredda Bora, le note di “I wanna be somebody” dei WASP, grazie alla jeep di Gino parcheggiata all’orlo dell’ingresso che ci dava di fisso….

Oggi

Bisnonno Gianni Cesca ci ha lasciato una grotta di 59m di profondità e 155m di sviluppo, spero ci consideri degni nipoti che gliela abbiamo portata a 103 di profondità e ca 800 di sviluppo, metro più metro meno.
A fare un sunto oggi potremmo dire che per le dimensioni della cavità ci siamo forse un po’ troppo allungati nei tempi di esplorazione e rilievo, ma non sempre si riesce a trovare le giusta dimensione di uomini e motivazioni, anzi spesso questi due elementi non convergono. Ci siamo divertiti in ogni caso, che è la cosa più importante, abbiamo visto nuovi posti e nuova gente, mentre la gran parte dei nostri cittadini passava la domenica al centro commerciale o su Facebook. Come sempre siamo stati disillusi dalla cavità, una volta beccato il corso d’acqua sotterraneo che la percorre, eravamo veramente sicuri di aver trovato la formula giusta per fare una corsa all’ingiù nella Bainsizza, come insegnano gli abissi di Verco di Canale e il ponor Polne Lune. A tal riguardo, poche speranze abbiamo lasciato per strada per continuare il viaggio: a mio avviso solo due punti potrebbero essere indagati. Nella zona dello scivolo di 4m abbiamo tralasciato, lateralmente, due strettoie con aria pazzesca in uscita…ma che necessitano di pesanti lavori di scavo: si sospetta che un’altra cavità ancora sconosciuta possa arrivare li, un ingresso basso insomma. Ma è fantaspeleologia, se condita da tanto vino ci si può anche credere. Alla caverna terminale invece, preso il ramo che si diparte alla destra del punto più elevato della sala, prendendo ancora la diramazione di destra, si sbatte contro un arrivo in salita di esigue dimensioni ma non impossibile da aprire…la verità? Non avevamo più voglia. Butta acqua però il posto, e con piccoli lavori di apertura ci si potrebbe infilarsi e vedere. E buona fortuna.
* Zbogar è il nome dell’unica bettola-osteria-trattoria infima dell’altipiano che fornisce ampie scorte di liquidi alle assetate ugole dei contadini locali in vena di fare festa (praticamente sempre..). Noi grazie a Franz siamo stati simpaticamente accolti, nonostante “’taliani” e quindi probabili “fassisti”. Memorabili varie serate dopo grotta in tal posto, con il cameriere pazzescamente ubriaco che serviva ai tavoli ondeggiando paurosamente ma senza far cadere nulla, con le vecchie imbriaghe che si pisciavano addosso, con i giovanotti locali a fare gare di birra e urla….e Chicca che ballava con il vecchio partigiano (così affermava lui…) imbriaghissimo in vena di corteggiamenti? Ne parlavamo tra di noi…
                                                                                    Riccardo Corazzi

Foto R. Corazzi