Il Pozzo Trieste

 

IL POZZO TRIESTE INIZIO DI UNA NUOVA AVVENTURA

Pubblicato sul n. 2 di PROGRESSIONE – Anno 1978
Nell’accelerato réplay della nostra esi­stenza presto centenaria un nome si ripre­senta ripetutamente nell’arco di questi ulti­mi 35 anni e se la Commissione Grotte do­vesse gemellarsi con un luogo per essa signi­ficativo, sarebbe difficile la scelta tra il Ca­nin e Sciacca, una piccola città davanti alla quale indicibili tramonti si spengono nel mare d’Africa tra languori di palmizi, un mondo distante da noi nello spazio quanto nell’indole della gente.
La storia cominciò qui in modo strano ma non casuale nel 1942, quando l’ENIT decise che per esigenze turistiche bisognava vedere come si sviluppava una grotta terma­le della più profonda Sicilia. Con l’Italia im­pegnata in una difficile guerra è inspiega­bile il momento di questa iniziativa, ma è lusinghiero per noi che il problema fu affi­dato alla Commissione Grotte, già allora «leg­gendaria» e qualificata dal sodalizio con il Touring di Bertarelli.
Il protagonista uscì vivo dall’allucinante avventura solo per la sua grinta eccezionale e tutto per logica doveva finire qui, perché dalle parti nostre restavano da esplorare tan­te cavità più promettenti e molto meno pe­ricolose. Nella memoria di Medeot il ricordo dell’inghiottitoio rovente era rimasto però incancellabile come estrema sfida naturale, un sesto grado speleologico dove misurare i limiti della resistenza fisica in condizioni ambientali e psicologiche mai affrontate dal­l’uomo sotto terra. La vicenda ebbe quindi un seguito, ed è bene sottolinearlo, grazie alla personalità romantica e fantasiosa di Me­deot, il quale d’altronde aveva giustamente intuito il valore pubblicitario di una nuova discesa nelle Stufe del Monte Cronio, qua­lunque ne fosse stato il risultato.
Era il 1957 e Medeot tornava dal Sud­america pieno di rinfocolati entusiasmi, che furono sapientemente trasfusi in noi quali artefici dei suoi irrealizzati sogni giovanili, tra i quali Sciacca rappresentava l’ideale su­blimazione di ogni mistero e pericolo sot­terraneo. Una volta ancora la realtà superò l’immaginazione, aggiungendo al fenomeno naturale un’oscura parentesi preistorica che tuttora non ha avuto una spiegazione soddi­sfacente. Le spedizioni successive ebbero così nuovi obiettivi archeologici e furono spunto anche per studi di fisiologia umana; per la prima volta si occuparono di noi i grandi mezzi di informazione e nel Museo di Agri­gento rimase l’immagine ormai famosa del­l’uomo in scafandro accanto al vaso mil­lenario.
Nel 1974 la luce cruda del 220 V ricac­ciò l’ignoto oltre il ciglio del Pozzacchione e qui, davanti ad una via spalancata e nello stesso tempo preclusa ci rendemmo conto quanto era lontana Trieste. Malgrado la sod­disfazione delle nuove scoperte rimase in noi un amaro senso di sconfitta e di frustrazione: nella lunga storia della Commissione non era mai accaduto che un’esplorazione venis­se abbandonata senza aver incontrato osta­coli insormontabili.
Quella di Sciacca è tuttavia una grotta maliarda e resta sempre il desiderio di tor­nare, magari con pretesti che nascondono il motivo sentimentale. Così il 10 ottobre era­vamo ancora sul Cronio per rivedere il La- birinto Aspirante scoperto ed esplorato in­completamente durante una libera uscita del 1974; esclusa dai nostri compiti, la cavità era stata allora trascurata, pur essendo la chiave evidente per una interpretazione meno acca­demica dei moti aerei dentro al monte.
Mezzi e tempo a disposizione imponeva­no un programma limitato ma abbastanza valido; esaminare meglio, rilevare il reti­colo e fare alcune misure volumetriche alle bocce aspiranti per valutare il loro apporto al flusso delle Stufe. In ogni spedizione vi erano state cose nuove, ma questa volta inol­trandoci in una galleria già torrida ad un tratto la luce delle lampade svanì in un buio senza limiti: eravamo davanti ad un vuoto di dimensioni straordinarie, paragonabile so­lo alla «Gigante» dall’ingresso alto.
Con ansia febbrile (aggettivo bivalente: il sudore colava a fiotti) cercammo un sasso per sentire se vi era almeno un fondo uma­namente perseguibile. La pietra sparì oltre la finestra e la credevamo perduta quando dal lago oscuro affiorò il responso di una lontananza al di là di ogni inespresso pen­siero. Sulla strada del ritorno, Cianeto tracciò nella «Galleria Quattro Stagioni» una frec­cia ed una scritta: POZZO TRIESTE, quasi un ironico invito a chi volesse affrontare un problema che in quel momento ci pareva senza speranza.
La notizia del grande abisso dentro al Cronio ha toccato la sensibilità delle auto­rità locali ed è già deciso che nel 1979 si tornerà con un programma di ricerche fisiche sulla circolazione dei flussi, un’equazione do­ve però il ruolo delle emanazioni profonde è un’incognita destinata a restare tale. L’ori­gine del bacino termale di Sciacca (geoter­mica, vulcanica o mista?) è ancora incerta, per cui l’individuazione dell’imponente di­scontinuità litologica ha suscitato vivo inte­resse tra i geologi che si sono occupati del fenomeno, verso il cui epicentro sprofonda il Pozzo Trieste. Sarebbe tuttavia oltremodo imprudente tentare una calata prima di aver appurato se laggiù ci si può fermare il tempo necessario per alcune osservazioni e misure, prescindendo dalle quali la discesa sarebbe praticamente inutile.
A questa «rimpatriata», promossa sul campo a sesta spedizione, avevano aderito per motivi disparati Perotti, Coloni, Marini, Filipas ed il neofita Schiavato, tutti poi coin­volti in una vicenda che è tra le più emozionanti della mia venticinquennale carriera speleologica.
                                                                                                       Dario Marini

POZZO TRIESTE

Pubblicato sul n. 38 di PROGRESSIONE – Anno 1998
Pozzo Trieste
Ogni qualvolta sentivo questo nome, la sua presenza si faceva più vicina, mi appariva l’enorme macchia nera intrisa di caldo vapore, dove le voci lanciate echeggiavano su pareti ed un fondo sconosciuti, avvertivo ancora l’affannoso respiro che avevo provato nel 1984, quando andai a Sciacca per presenziare all’inaugurazione dell’Antiquarium, in rappresentanza della Commissione Grotte. È in quell’occasione che feci la sua conoscenza, affacciato al “palanchino”, ponticello proteso sul baratro, che era servito al temerario Mario Gherbaz per tentarne la discesa, finita quasi tragicamente a causa di un inceppamento del meccanismo di contrappesi da lui ideato.
Ritornai in Sicilia nel 1986, in occasione di un lavoro svolto per la Sovrintendenza di Agrigento. Si trattava di documentare fotograficamente e filmare tutti i vasi ed i maggiori reperti giacenti nelle Stufe di San Calogero, grotta la cui parte superficiale viene da millenni utilizzata per le cure termali, maggior valvola di sfogo dei vapori caldi che provengono dal pozzo Trieste, situato nella parte più interna della grotta Cucchiara. Quando fu quasi terminato il lavoro affidatoci, qualcuno pensò bene di consumare il restante tempo libero per “andare a trovare” il pozzo Trieste e visitare alcuni passaggi che sospettava, a ragione, non accuratamente esplorati da chi ci precedette. Fu così che Louis Torelli e Luciano Filipas, seguendo una modesta corrente d’aria più fresca, superarono dapprima la “caverna delle croste”, trovandosi poi a superare in arrampicata un modesto saltino, quindi una galleria, ancora un pozzo di otto metri, un lungo e ripido scivolo e poi … di nuovo lui, il Trieste, ma quaranta metri più in basso, preceduto da una grande e comoda finestra! Comoda si, perché la prima cosa che attraversò la mente di tutti noi, quando, avvisati della scoperta, accorremmo in massa, fu la reale possibilità di scendere da lì, dove c’era spazio per effettuare tutte le manovre possibili, c’era soprattutto un po’ meno caldo (34°) e quasi la metà di verticale da affrontare. Esplorammo in quell’occasione anche altre gallerie, una delle quali contenente una notevole quantità di guano proveniente dalla numerosa colonia di pipistrelli appesa sul soffitto, nonché una miriade di blatte rosse che alla presenza dei primi esseri umani scappavano impazzite – conduceva ad un altro pozzo. Anche qui era sensibile la presenza di aria più fresca proveniente da sconosciuti punti esterni e, visto che era ormai arrivato l’ultimo giorno di permanenza a Sciacca, decidemmo di azzardare a scenderlo con le tradizionali tecniche speleologiche “miste”, cioè con quello che avevamo: dieci metri di scala, venti di corda da 10 mm e venti da 8 mm. Arrivammo a malapena a porre piede sul vertice di una diramazione composta da due cunicoli in forte discesa, uno dei quali, dopo qualche metro, tornava a riaffacciarsi con uno stretto pertugio sul caldo e nero pozzone, ad un’altezza dal suo fondo stimata con lanci di pietre o meglio, di croste di gesso e calcite, non trovando altro di circa trenta metri, cosa che, facendo i debiti calcoli delle varie profondità raggiunte, lasciava presupporre che il fondo fosse interessato da una ripida china detritica. L’altro cunicolo, interessato dalla corrente di aria più fresca, non fu possibile scenderlo, in mancanza di materiali.

 Pozzo Trieste

La sua citazione dopo la nuova scoperta mi dava ancor più la sensazione di un guanto sbattuto sulla faccia da uno sprezzante cavaliere ferito nell’onore, guanto che avrei voluto raccogliere, ma non avevo ancora scelto lo strumento di sfida. Nulla faceva per alleviare questa mia angoscia l’amico Giulio Perotti che da quarant’anni impegnato sul fronte, mi riferiva costantemente delle novità provenienti dal settore “Eventuali Contributi Spedizioni dalla Pubblica Amministrazione e dalle Terme di Sciacca”, sempre purtroppo negative. Mi dava I’impressione, quando parlavo con lui, di trovarmi davanti ad un nuovo Don Chisciotte, cosciente di esserlo, ma altrettanto sicuro che prima o poi i mulini a vento avrebbero perso la loro partita. Questa sua convinzione mi dava la carica, ritenevo che non era possibile che tanta costanza non potesse essere premiata. Lo affiancai pertanto nella sua battaglia, portando a conoscenza della Commissione Grotte della rilevanza dell’esplorazione della grotta Cucchiara ed in particolare del pozzo Trieste. Feci presente al Consiglio Direttivo che c’era già la disponibilità di un certo importo, ricavato dalla vendita di filmati del precedente lavoro svolto in forma privata, che era giusto chiudere un capitolo aperto ormai da cinquant’anni, che molti soci erano interessati all’esplorazione e…. insomma, ottenni I’OK!
Pozzo Trieste, raccolgo il guanto !
Era ormai l’autunno del 1997 quando chiamai a raccolta le persone che ritenevo adatte a partecipare a questa particolare avventura, dove non era indispensabile possedere nel proprio curriculum almeno un “meno mille”, ma avere una notevole adattabilità all’ambiente caldo ed umido, dove l’equilibrio psico-fisico è di primaria importanza. Con loro, oltreché naturalmente con Giulio Perotti, studiai qual era il sistema più adatto a far scendere le persone sul fondo del pozzo, quali potevano essere le incognite in agguato, quali sistemi di sicurezza attiva e passiva predisporre per una buona riuscita della spedizione. Decidemmo quindi di utilizzare un verricello, o più correttamente un salpa-ancore elettrico mentre, per la permanenza in grotta, la positiva riuscita delle particolari tute adottate nel 1986 tute dotate di diversi tubicini interni traforati che, collegate a manichette stese lungo tutto il percorso della grotta ed a loro volta raccordate ad un compressore posto all’esterno ci fece decidere per la conferma di tale sistema. Il timore inoltre di trovarci impreparati, per la presenza di gas nocivi sul fondo del Trieste, fu superato con l’acquisto di un analizzatore istantaneo Draeger, mentre la stessa ditta si rese disponibile a prestarci gratuitamente, per tutto il periodo della nostra permanenza a Sciacca, due bombole complete di granfacciali a sovrappressione, del genere solitamente utilizzato dai Vigili del Fuoco. Furono inoltre predisposte due tendine ad igloo (gentilmente prestateci dalla ditta Ferrino) dove, nel malaugurato caso di un malore di qualcuno, potessero venir prestate le prime cure in un ambiente reso più vivibile dall’aria più fresca insufflata all’interno. Non restava ora che preparare i vari tasselli, distribuendo i compiti a ciascun partecipante. Non mi dilungherò ad elencare i compiti, più o meno gravosi o le difficoltà incontrate; dirò semplicemente che l’ultimo pezzo (le bombole e l’analizzatore ) arrivarono il giorno prima della partenza! Nel periodo precedente andai assieme a Glavina per qualche giorno a Sciacca per preparare la parte logistica (aiutati da Roberto Butera, Giuseppe Sclafani ed Ignazio Grisafi, abitanti del posto, presentatici dal saccense Giuseppe Bono, a sua volta abitante a Trieste!), consistente nella ricerca in loco (vana) dei tubi per l’aria compressa, dei cavi elettrici (a prestito), del compressore, di un locale a buon prezzo per cenare, di un albergo adatto al nostro modo di vivere (trovammo un residence tutto per noi!). Dovevamo inoltre effettuare una perlustrazione alla grotta Cucchiara per confermare la scelta del posto di manovra e da ultimo ma non per ultimo andare a fare visita al direttore delle Terme, dottor Ambrosetti per avere la conferma della sua offerta di disponibilità al pieno appoggio logistico (?). Andò tutto bene, a parte un traghettamento da Napoli a Palermo dove ” un po’ di mare ” (forza otto, sapemmo poi), come eufemisticamente lo chiamò un marinaio quando, alla partenza, chiedemmo come fosse il tempo al largo, mi mise KO in pochi minuti, riducendo tra l’altro il lavandino della nostra cabina ad una maleodorante acquasantiera. Il duro invece (Glavina) resistette, o forse lo diede a credere.

28.02.1998, la partenza.

Dopo un centinaio di chilometri incontriamo la nebbia che ci scorta, assieme alla staffetta della polizia, fino a Ferrara. Ci accompagna anche la lentezza esasperata della macchina di Glavina che, dotata di marmitta catalitica arrivata alla fine del suo ciclo vitale, procede ad un’andatura di non più di 80-90 chilometri all’ora. A poco o a niente servono i numerosi fori praticati sulla marmitta, con l’aiuto del trapano a batteria, nella speranza che il motore torni ad espirare. Riusciamo invece a destare la curiosità di un gruppo di turisti giapponesi che incontriamo un paio di volte nelle nostre fermate. Non ricordo se abbiano anche fotografato il disperato Glavu alle prese con trapano e marmitta, ma se in seguito usciranno macchine giapponesi a basso consumo con marmitte traforate, il merito è anche suo. In ogni caso, malgrado una crescente sfiducia da parte di alcuni di arrivare in tempo utile a Napoli, arriviamo al porto ben un’ora prima della partenza, dove ci aspetta, in tutta la sua altezza e con la valigia ai piedi, un paio di metri più sotto, I’inconfondibile Giorgio Coloni. Se il suo bagaglio fosse stato assicurato con lo spago, avrei avuto la netta sensazione di essermi trovato nella Napoli di cinquant’anni fa, di fronte ad uno dei tanti emigranti che cercano, non troppo convinti della decisione presa, il piroscafo che lo porterà oltre oceano. No, Giorgio, per questa volta ti portiamo in Sicilia, a rinfrescare un po’ di ricordi al caldo sole dell’isola!
La traversata, nonostante i tentativi da parte degli “amici”, che conoscevano la storia del mio precedente viaggio, di farmi credere che c’era mare mosso (con ondeggiamenti sincroni del corpo a destra ed a sinistra, in alto ed in basso – stronzi !) procede in tutta tranquillità, anche rassicurato dalla scatoletta di Travelgum, che tengo pronta in tasca. Sbarchiamo quindi a Palermo in perfetto orario e senza problemi di sorta, tranne il solito andamento lento del Glavu. Dopo un veloce merendino a Sferracavallo, ameno paese affacciato sul mare, dove avevo vissuto alcuni anni della mia gioventù, la destinazione prossima è finalmente Sciacca.
La presenza del monte Kronio, con la imponente basilica che lo sovrasta, ci accompagna lungo gli ultimi chilometri di strada, percorsi sopra alti viadotti ed affiancati da distese di oliveti ed agrumeti, divisi da barriere di fichi d’India punteggiati del rosso dei loro frutti, e con la costante presenza di caratteristiche palme da dattero. Poco prima di arrivare noto, fermo nello stesso punto dove lo avevo lasciato, prenotandolo, il compressore che ci servirà per alimentare I’aria delle tute. Sarà pronto? Con questo dubbio arriviamo al residence, finalmente pronti a dare respiro agli ammortizzatori delle macchine, stracariche di attrezzature, ed a levare un po’ di profumo di sigarette, di sudore e del tipico odore di nave, che impregnano la pelle dei pellegrini triestini in viaggio ormai da trenta ore.
Kronio, siamo qui. Le difficoltà iniziano quasi subito: i tubi per l’aria compressa, che dovrebbero essere depositati spediti da Catania presso le Stufe di San Calogero, non sono mai arrivati. Una serie di telefonate alla ditta fornitrice ed alle Terme di Sciacca portano alla conclusione che i tubi sono stati spediti a queste ultime, presso la sede in città, dove però i vari portieri negano di aver ricevuto alcunché. Dopo essere andato di persona ed aver chiesto ad alcuni operai di una ditta di manutenzione ascensori se avessero visto qualcosa, finalmente ci vengono indicati, a non più di una quindicina di metri dalla scrivania del portiere, dei rotoIoni “a vista” e dei cartoni per circa 2-3 metri cubi. Trovati! Resta però l’attesa della risposta del Corpo Forestale alla nostra richiesta di autorizzazione di ingresso con uomini e mezzi nel monte Kronio, dove vige il divieto di accesso per rimboschimento, che non è ancora pervenuta, ed a nulla serve il pronto intervento del Direttore delle Terme. Si decide pertanto di farne a meno, a ragione poiché, tranne una richiesta fattaci non troppo convintamente da una non meglio identificata persona qualificatasi responsabile, non abbiamo avuto altri inconvenienti. Tutto bene sennonchè le Terme ci fanno presente che il Distretto Minerario di Agrigento ha chiesto, per concedere la sua autorizzazione, in quanto responsabile della tutela delle acque sotterranee, un elenco dettagliato delle attrezzature che adopereremo, un curriculum personale di ciascun partecipante alla spedizione, quali saranno le norme che adotteremo per il rispetto della legge 626 (sicurezza sul lavoro). Sarà inoltre indispensabile all’esterno la presenza di un’ambulanza con tanto di medico! Faccio presente che il nostro non è un lavoro ma una spedizione speleologica, dove ognuno è responsabile di se stesso e, non esistendo alcun contratto di lavoro, di conseguenza non possono venire imposte norme legislative di alcun genere. Non avendo comunque avuto alcuna richiesta ufficiale, e fin quando la stessa non arriverà presso la nostra sede in Trieste, noi continuiamo (al nostro ritorno infatti abbiamo trovato la richiesta ufficiale delle Terme, ma ormai….)! Cattive nuove anche per quanto riguarda il compressore, che tarda ad essere consegnato perché in manutenzione (prenotato due mesi prima), ma alla fine arriva proprio nel giorno di necessità d’uso dell’aria compressa. Ci sono infatti volute quattro giornate di lavoro per trasportare tutte le attrezzature all’interno della grotta Cucchiara, compresa la stesura ed il montaggio dei tubi per l’aria e dei cavi elettrici, allacciati direttamente allo stabilimento termale, nonché la messa in opera dei citofoni che, piazzati sul fondo del pozzo Trieste, sul posto di manovra, all’ingresso della grotta Cucchiara e nei pressi del compressore, permetteranno di avere una continua comunicazione tra i vari punti chiave. Terminata la fase di puro facchinaggio, da questo momento in poi i vari partecipanti hanno potuto finalmente applicarsi a svolgere i compiti a loro affidati. La coppia Perotti-Coloni è stata così incaricata al servizio logistico (vettovagliamento, acquisti vari, manovra al compressore, rappresentanza); Guidi e Cova alla ricerca e rilievo di nuove cavità; Crevatin, Torelli, Fabi, Glavina, Bone (sostituito poi da Filipas a causa di un forte attacco al nervo sciatico, che lo ha portato ad un anticipato rientro a Trieste, con successivo ricovero all’ospedale) e Prelli alla manovra; Durnik al compressore ed al generatore d’emergenza e, comunque, di ausilio tecnico per ogni evenienza. Iniziano così i preparativi per il montaggio del verricello, come anche i primi prelievi di campioni di acqua e minerali da parte dell’amico geologo Giuseppe Sclafani, assieme al prof. Hauser ed altri collaboratori dell’università di Palermo, nonché l’esplorazione ed il rilevamento di altre cavità presenti sul Kronio, aiutati in questo dall’ottima conoscenza della zona di Giuseppe Verde, che ci ha disinteressatamente dedicato diverse giornate. Ciò che a cielo aperto risulterebbe molto facile non lo è altrettanto in un ambiente così ostico come la grotta che stiamo affrontando. Riuscire ad essere lucidi per decidere dove fissare il verricello e le varie puleggie, svolgere gli ultimi tubi da fare arrivare sul fondo del pozzo Trieste districandosi tra matasse di corde, cavi elettrici, piattina che inevitabilmente si aggrovigliano proprio quando sei arrivato al limite e, avvolto dall’alito caldo ed umido che il pozzo emana, ti senti lentamente appannare gli occhi ed il pensiero, diventa estremamente difficile. Ogni cosa comunque viene preparata con cura. Tutti i raccordi dei tubi che, a causa della temperatura, erano diventati più morbidi e tendevano a sfilarsi, vengono nuovamente ricontrollati e serrati; i citofoni funzionano perfettamente; trasformatore, raddrizzatore e verricello dimostrano di fare quanto loro richiesto tranne il difetto trascurabile della corda che ogni tanto tende ad accavallarsi sulla puleggia. Rimane l’incognita del rilevatore di gas che abbiamo acquistato per verificare I’eventuale presenza di gas nocivi sul fondo del pozzo (acido solforico): le prove effettuate all’esterno infatti avevano purtroppo accertato che lo stesso tendeva, con valori anche molto elevati, a segnalare acusticamente la presenza di fumo di sigarette, gas di scarico, acetilene e (!) metano di provenienza umana. Lo stesso viene comunque calato acceso accanto al citofono, in modo da poter udire l’eventuale inquietante suono della sua cicalina in caso di presenza di qualsivoglia tipo di gas (cosa che infatti puntualmente accadrà).
La vigilia della tanto attesa discesa al pozzo Trieste viene passata dalla squadra di punta a ritoccare i vari meccanismi, mentre il sottoscritto è destinato assieme a Bosco ad accompagnare il dott. Ambrosetti, assieme ad altri personaggi tra cui il sig. Soldano, giornalista locale, ad una visita alle Stufe di San Calogero. Quella che doveva essere una normale escursione, seppure sempre in un ambiente infernale, per poco non si é trasformata in un dramma .
Dopo avere ammirato i primi vasi esistenti alla galleria Belitti al momento di risalire il sig. Soldano si è sentito mancare, sdraiandosi pericolosamente sulle ripide scale ed entrando in uno stato di semincoscienza. Fortuna ha voluto che tra i molossi presenti l’uni ha voluto che tra i molossi presenti l’unico ad avere un peso più che abbordabile fosse proprio lui. Con il conforto di qualche schiaffo e di tante assicurazioni  (sentite?)che l’uscita era vicinissima, lo trascinai di peso mentre Bosco, salito a svolgere una manichetta d’acqua quanto più vicino era possibile al nostro percorso, ci attese con lo zampillante soccorso liquido che ben presto riprese lo sfortunato visitatore.

08.03.1998. Siamo quindi al dunque

Una settimana di preparativi, controlli, fatiche, con il costante pensiero a cosa avremmo potuto ancora fare per rendere più sicura la discesa, ad evitare tragici epiloghi, ma anche la consapevolezza che ogni partecipante prescelto per quest’avventura avrebbe svolto nel migliore dei modi il compito affidatogli, mi davano alternativamente un senso di paura e di sicurezza. Quando la squadra addetta alla manovra accettò anche il mio aiuto capii di essere stimato per quanto fino a quel momento era stato progettato e messo in opera, anche se buona parte del merito va a Perotti che per anni, tenacemente, mi chiamava a rapporto a casa sua per studiare le soluzioni ottimali di discesa. Eccoci, siamo pronti. Louis è già sul finestrone, allacciato al tubo d’aria che lo accompagnerà fino al fondo, con la bombola di aria compressa Draeger completa di granfacciale. Il sottoscritto è addetto ad accompagnare il tubo, Davide è sporto sul pozzo per leggere i segnali di Louis, Maurizio (Glavu) è alla manovra del verricello, Max ai pulsanti ed al citofono, destinato inoltre a fare da eventuale contrappeso, assieme a me, per la manovra d’emergenza, Bosco sopra al P. 10, Mario all’ingresso della Cucchiara al secondo ci-tofono, Pino, Fufo, Perotti e Coloni al compressore ed al generatore d’emergenza.

  Ore 12.53: inizia la discesa

In un silenzio colmo di tensione, dove anche il rumoroso sibilo dell’aria di raffreddamento viene zittito da un filtro naturale delle orecchie, rivolte soltanto a recepire i messaggi che Davide ci comunicherà, Louis scompare alla nostra vista, mentre la matassa della corda, che vorrei vedere presto priva di peso, ci dà, con il suo progressivo assottigliarsi, una sommaria valutazione di quanto manca al fondo. Nel vigile accompagnare il tubo dell’aria nell’immane vuoto, i miei pensieri si uniscono a quelli di Louis, in quel momento vedo quasi con i suoi occhi e colgo le sue preoccupazioni. Ormai dovrebbe essere quasi fatta ed invece … Ferma! Tira su! La voce di Davide mi riporta istintivamente all’episodio del 1979, un fatto che non ho vissuto personalmente ma che mi ha sempre accompagnato nelle mie esperienze speleologiche a Sciacca. In pochi secondi viene attivato il verricello ed in circa tre interminabili minuti, con l’ansia di sapere cosa è successo, Louis ritorna a mettere piede sull’orlo del finestrone. Leggo nel suo viso, ormai libero dal granfacciale, un attimo di smarrimento, di comprensibile incertezza. Nella inconsueta tecnica di discesa, affidato ad un discensore non manovrato da lui ma interamente affidato ai compagni, allacciato a tubi d’aria che lo avvolgevano e perdi più con l’ingombrante fardello della bombola sulla schiena, gli era parso di vedere, attraverso la maschera, una infida nebbiolina che con la perfida cicalina del rilevatore di gas squillante ad attenderlo sul fondo gli aveva dato l’impressione potesse essere del gas in sospensione. Forse però, ed era proprio così, era solamente la maschera ad essere appannata! Dopo qualche minuto, forse anche spronato da quanto gli avevo detto cioé che se non se la sentiva potevamo lasciar perdere Louis si appresta con una nuova bombola alla seconda discesa, che inizia alle 13.22. Questa volta, dopo cinque minuti senza tentennamenti, finalmente il grande momento arriva: la corda repentinamente si allenta, come anche la nostra tensione. Il precedente recupero infatti ci ha dato la consapevolezza che il sistema adottato è valido e che tutto andrà nel migliore dei modi. Louis è sul fondo! Dopo aver verificato l’infernale aggeggio che continua a suonare soglia di rischio per otto ore all’esposizione all’anidride solforosa: 2.0, numero rilevato 2.2 do l’OK a togliersi la maschera ed a dare solamente un’occhiata in giro, visto il lungo tempo di permanenza in grotta, quando bisogna ancora procedere al recupero. La larghezza della base del pozzo e, aggiungo io, il timore di allontanarsi troppo dal cordone ombelicale che penzola perdendosi nel buio, non permettono a Louis di capire troppo di quanto lo circonda, ma comunque sembra di intuire che, al di fuori di una ripida china detritica, non si intravvedano ulteriori grandi pozzi da dove l’aria calda possa provenire. Ci sarà comunque ancora tempo tra due giorni (domani libertà per tutti!) per una più approfondita esplorazione. Ripreso ognuno il suo posto, inizia il recupero che, ormai sicuri dell’attrezzatura e di se stessi, avviene senza intoppi, tranne gli ultimi metri quando il tubo dell’aria si aggroviglia sulla corda ma viene presto risistemato. Bravo Louis, bravi tutti, il mostro è sconfitto!
La successiva discesa al fondo, a cui partecipa anche Davide, avviene come se quel pozzo l’avessimo fatto decine e decine di volte. Purtroppo, come già era nell’aria, non esistono prosecuzioni visibili. Anche la temperatura, più bassa (33,7°) conferma che il Trieste non è altro che un grande calderone dove convoglia l’aria più fredda dell’esterno e quella calda, proveniente certamente da qualche finestra attualmente imprendibile. Vengono fatte misure, fotografie, recuperati i resti della precedente spedizione, prelevati campioni di acqua, aria e pietre, risistemata in un posto più dignitoso la statuina di San Calogero, abbandonata precipitosamente nel ’79, avvolta ancora nel suo involucro, in silenziosa attesa del nostro arrivo. Chissà se la rivedremo ancora!
Il recupero avviene con la massima sicurezza, ma c’è dentro di me (ma solo di me, Giulio?) una profonda tristezza nel sapere che ormai il capitolo “Pozzo Trieste” è concluso, senza ne vincitori ne vinti. Certo, c’è di sicuro un altro pozzo aspirante da esplorare (che però sembrerebbe ritornare sul pozzo principale), c’è la certezza di una finestra soffiante aria calda (ma chi la prende?) ma ormai sono finiti i sogni di laghi ribollenti, di gallerie enormi in attesa di essere attraversate, di tecniche raffinate da adottare nel caso di …
No, Sciacca, comunque non ti dimentico. Dammi il tempo di sciogliere il groppo che lascia la fine di ogni storia d’amore e di passione. Le basi per venire a ritrovarti sono già state poste. Il Sindaco ed il Direttore delle Terme dicono di volerci ancora, per andare ad esplorare altre grotte ma soprattutto per insegnare ai loro compaesani a farlo da soli Spero. Non ci sarà bisogno di un altro saccense in trasferta a Trieste a dover nuovamente scuotere il torpore di pochi personaggi che purtroppo contano.
In una tiepida serata di marzo, abbandonati i tubi dell’aria all’interno della Cucchiara, quasi a proteggere come Cerbero la grotta dagli intrusi, dal traghetto che si allontanava quietamente da Palermo, puntando la prua al Continente, indicavo con molta malinconia agli amici monte Pellegrino, Castello Ulveggio, Mondello.
Finisce qui questa storia, ma già sulla nave si sentiva dire da qualcuno : dovremmo provare a vedere se. ..
                                                                                                                                                                                                                          Roberto Prelli

Si ringraziano le seguenti Ditte: DRAEGER, FERRINO PAPI SPORT