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LAZZARO JERKO E GLI UOMINI DEL TIMAVO

Pubblicato sul n. 43 di PROGRESSIONE – Anno 2000

 Quando s’intende analizzare il significato e la portata di un avvenimento o di un fenomeno sociale risalenti ad un periodo lontano nel tempo, l’indagine non può prescindere da un processo di ricostruzione della temperie che condizionava, all’epoca, i rapporti umani e di quali erano allora i mezzi disponibili per una qualsivoglia impresa. Il ricercatore intelligente e quindi obiettivo deve vincere la tendenza ad esaltare le azioni attuali ed a sminuire quelle del passato, sintomo questo di una sorta di black out mentale che potremo definire “Sindrome da Guinness”, a causa della quale persone note per la loro serietà si scatenano nella rincorsa a primati insulsi e ridicoli da iscrivere in un libro virtuale che nessuno leggerà mai.

La condizione ideale per rievocare il clima in cui si è verificato un fatto è quella di chi era presente prima ed anche dopo, avendo quindi cognizione diretta dei presupposti che lo hanno fatto maturare e delle conseguenze derivatene sugli eventi successivi. In questo senso i quasi due secoli trascorsi e le scarse notizie biografiche non consentono di dedurre quali erano la personalità, le idee, e gli intenti di Antonio Federico Lindner quando nel 1833 il Governo ne dispose il trasferimento a Trieste, un luogo dove le sue qualifiche professionali di esperto minerario avevano poche opportunità di essere messe a frutto. È verosimile che egli conoscesse già il mistero del fiume scorrente sotto il Carso e le sorprendenti intuizioni degli antichi sulla sua continuità, ma dai suoi pochi scritti nulla traspare a tale proposito, se non la ferma determinazione d’intercettare l’occulta massa idrica al fine di risolvere il problema che assillava allora i civici amministratori. La nostra incondizionata ammirazione per la mitica figura di quest’uomo senza volto che trovò la più profonda grotta del mondo quando la speleologia non esisteva ancora ci fa respingere sdegnatamente il dubbio che egli possa esser stato’null’altro che un cinico avventuriero intenzionato ad arricchirsi a spese di una popolazione sitibonda. E niente ci aiuta a capire quali erano i suoi pensieri mentre stava stendendo la preziosa mappa purtroppo andata perduta degli sfiatatoi che davano sfogo ai parossismi delle piene, ma ci piace credere che nella sua ansia di trovare una via fino all’alveo ipogeo attraverso una propizia discontinuità della pietra vi fosse anche il desiderio di conoscenza che ha animato tutti i grandi indagatori della natura, dai navigatori degli oceani ai primi studiosi della anatomia umana. Considerando il suo metodo di interpellare nei paesi carsici quelli che avevano una capillare familiarità con la campagna, non vi è da dubitare che egli abbia visitato anche la dolina segnalata pochi anni prima nell’esposto di Lazzaro Jerko, ma l’agevole via trovata nel fondo Hrovatin presso Trebiciano lo avrà dissuaso dell’intraprendere scavi in una situazione difficile ed in una località più distante dal pomerio triestino.

 Le cronache che hanno affidato alla nostra storia la data del 6 aprile 1841 non dicono se in quel giorno fatidico Lindner stava al suo tavolo di lavoro al numero 7 di Via delle Caserme (oggi XXX Ottobre) oppure all’imbocco della grotta, nella quale pare non sia mai entrato a causa della salute ormai minata o per I’incapacità fisica di inerpicarsi lungo le oscillanti biscagline dei suoi Grottenarbaiter. Ed è ancora lecito ritenere che le cognizioni in suo possesso gli consentirono di capire ben presto che quell’acqua troppo profonda non sarebbe mai arrivata a Trieste, restandogli a quel punto, nel presagio della fine imminente, l’angoscia di non riuscir a recuperare l’ingente capitale speso, ma le insistenti istanze avanzate a tale scopo convinsero più d’uno di trovarsi di fronte ad un’incauto speculatore rovinatosi per un azzardo finito male, mentre la morte avvenuta pochi mesi dopo e la famiglia finita in miseria non sembra abbiano commosso il Consiglio comunale, la cui scarsa sensibitità per le sventure dei singoli si manifestò in modo ancor più deplorevole venticinque anni dopo, quando si trattò di decidere in quale misura risarcire i congiunti dei quattro asfissiati al “Foro della Speranza”, uno dei quali era proprio quel Luca Kral che aveva lavorato per Lindner.

 Dopo un momento di incredulità, la scoperta della Grotta di Trebiciano ebbe a Trieste una larga risonanza, sia quale possibile rimedio ad un disagio che coinvolgeva la popolazione tutta che per la conferma delle antiche credenze del fiume rinserrato da porte di ferro ai piedi della Vena. Bisogna aver presente che in quel lontano 1841 si viveva praticamente isolati dal resto del mondo, avendo quale unico collegamento quello delle diligenze postali spesso assalite dai briganti che recavano notizie già vecchie di giorni e addirittura di settimane o di mesi se provenienti da paesi lontani. L’attenzione della gente era pertanto concentrata sugli avvenimenti locali, ampiamente riportati e commentati da una pluralità di giornali di due lingue e stretti rapporti vi erano con gli abitanti del contado carsico, quotidianamente presenti con i loro prodotti o per il lavoro nell’emporio in piena espansione. In tema di primati veri, in città era attivo una sorta di tour operator che offriva agli equipaggi dei bastimenti in sosta un’escursione in carrozza alla Grotta Vilenica di Corniale aperta al pubblico già dal 1706 ed era sempre vivo il ricordo di Josef Eggenhofner, l’oste del Boschetto con la sua grotta itinerante. Vi era dunque una forte simbiosi tra la città e I’altopiano che la cingeva, notoriamente ricco di voragini spalancate, anche se nessuno aveva trovato un motivo valido per calarvisi prima di quell’eccentrico ingegnere di fuori, il quale finì per pagare con la vita l’aver sorriso al racconto dei suoi lavoranti che gli avevano parlato dello “spettro folletto” disturbato nella sua oscura dimora.

La “conquista” di quella che oggi viene chiamata anche Labòdnica si compì nell’arco di soli cinque mesi, di cui tre trascorsi vanamente nel ramo cieco a 80 metri di profondità prima che la piena di gennaio provocata da un inconsueto nubifragio sciroccale facesse ululare la fessura sotto la volta della Caverna del Brivido. Solo qualche strettoia aperta a forza di mine ed alcune modeste ostruzioni detritiche rallentarono la progressione di Kral e Arich, il minatore di Idria esperto in scavi sotterranei. E qui si rivelarono le innate capacità manuali della gente di Trebiciano, un paese non a caso circondato dai più bei manufatti in pietra esistenti sul Carso. Questa fama di bravura ne fece i protagonisti dell’immane impresa sul monte Spaccato e le ossa degli sventurati sono ancora impietosamente sparse lungo i pozzi della Grotta dei Morti, dove lo “spettro folletto” attese Luca Kral e l’ora del suo castigo.

 La sistematicità del lavoro di Lindner fu palese solo molti anni dopo, allorchè i primi esploratori del sottosuolo trovarono le tracce del suo passaggio in altre profonde cavità ritenute ancora “vergini”, fino all’estremità del deprimente cunicolo della Dodici. L’uomo che divenne I’agiografo dello sfortunato personaggio fu proprio il nostro Eugenio Boegan, il quale dedicò alla Grotta di Trebiciano molta parte del suo impegno di studioso dell’idrologia carsica ed una insuperata monografia che assieme ad altri numerosi lavori, forma un repertorio bibliografico che nessuna altra grotta può vantare. La “Ferrata Adriatica” consente ora anche a chi speleologo non è di arrivare a trecento metri di profondità ed è questo un altro record dell’ex Lindner Hohle, la quale a 160 anni dalla scoperta mantiene intatto il fascino che le deriva dalla presenza del fiume sonnolento, il cui improvviso risveglio tramuta il lago immobile in un gorgo pauroso. Le sfavorevoli condizioni subacquee hanno permesso finora solo limitate penetrazioni verso monte, mentre nessun serio tentativo è stato fatto al sifone di uscita, dove la corrente filtrata da una scogliera di frana s’avvia verso la Dolina “Reka” poi dei “Sette Nani” che ha rimandato negli anni ‘60 l’eco di una carica idrostatica dell’OGS. Più avanti solo congetture, speranze ed inganni, sempre sulle orme dei pionieri in direzione dell’ultima spiaggia, la dolina “soffiante” di Lazzaro Jerko.

 A credere ancora all’acqua del Timavo restarono l’intraprendente e facoltoso Polley ed il “nostro” romantico “Genio”, che continuava ad interrogarlo con idrometri, galleggianti e mulinelli, spesso fiammella solitaria vagante sotto le titaniche navate di pietra fosca e corrosa. Gli altri preferivano precorrere il Guinnes, ma poi si è appurato che da Clana ai Monti Lessini tutti avevano barato.

Ritagliando per noi solo una sottile fetta di Carso, i cippi del 1947 ci hanno fatto ricordare che qui sotto rimaneva un segmento del fiume che prima di sortire per le ora novem dovrebbe chiamarsi ancora Reka, posto che il nome latino sta forse sepolto con I’erma di Ottaviano Augusto nel cono detritico della Voragine Okroglica di San Canziano, autentico primato di idrologia storica. Il nostro premio sarebbe stato duplice, il fiume e la grande profondità, mentre gli indizi erano gli stessi seguiti da Lindner ed i luoghi quelli della carta del 1851, formanti un allineamento non casuale con le ultime croci sotto Repentabor. Più a NW nessun geyser eolico a segnare l’andamento dell’alveo, frammentatosi nel labirinto di base ad iniettare trasudazioni fangose sul fondo di tre abissi prima di riacquistare dignità e possanza, vasto cum murmure montis nel delta virgiliano.

Nei trent’anni trascorsi dal primo esame dei fori che avevano zufolato per i pastorelli abbiamo fatto anche tante altre cose, ma il pensiero tornava ogni tanto al vacillante groviglio di macigni, una situazione mai prima affrontata in altre grotte di queste parti che richiedeva mezzi e tempo allora non disponibili, nonché la convinzione, magari di uno solo, che puntellasse i cedimenti psicologici di chi titubava al sentire che erano occorsi cinque anni per scavare una trappola mortale di 27 metri.

 In una città piena di rubinetti ed alle prese con problemi di altra natura la scoperta dell’acqua sul Carso è stata dimenticata appena deposto il giornale che le ha dedicato una mezza pagina e la notizia ha interessato forse solo qualche professore di liceo classico che conosce Vitruvio e Pomponio Mela, per cui si deve convenire che essa non ha migliorato in misura sensibile la reputazione della speleologia, la quale malgrado il moltiplicarsi di gruppi, corsi, symposi e manuali ha presso la gente ed i media meno credito di quanto ne aveva ai tempi dell’illuminazione a candela della Grotta Clementina di Opicina, anno 1889. L’accanito proselitismo con il quale si cerca di reclutare sempre nuovi praticanti ancorchè privi di vocazione ha avuto l’effetto di far scadere la speleologia a livello di una delle tante attività sportive alla moda di cui presto ci si stufa, inducendo a dubitare che quel che ne scrivono i giornali notoriamente proclivi al sensazionalismo sia del tutto vero.

 Mentre l’immagine del bronzeo free climber stagliato su una parete solare suscita stupita meraviglia, quella di esseri fangosi sbucanti da un angoscioso condotto è motivo di commiserazione, anche se tra di essi vi sono scienziati che hanno trovato infinitesimi “bacoli” e minerali rari quanto inutili. In un paese di ecologisti di maniera e di impuniti scempi naturali lo speleologo è considerato un indecifrabile masochista, opinione che, ahinoi, sta prendendo piede anche qui a Trieste, dove l’andare in grotta aveva un tempo popolarità e diffusione come in nessun’altra città al mondo.

 Con il ritrovamento del Timavo le parti si sono ora invertite ed i carsolini per i quali gli abissi erano fino a ieri un’intrigante presenza hanno accolto la scoperta con imprevedibile entusiasmo, ragion per cui è da credere che I’avvenire della grotta dipenda dalla gente di Monrupino, la quale mai avrebbe pensato di galleggiare su quel liquido elemento la cui scarsità ha angustiato innumerevoli generazioni.

 Vent’anni fa avevo definito “meravigliosa” quest’orrida cavità, pensando alla vastità cui essa certamente portava. Ora che l’aggettivo è perfetto c’è da rammaricarsi per non averle dato un altro nome che poteva essere quello del Bianchini il primo a cercare il fiume sul Carso nel ‘700 e meglio ancora quello di Adolf Schmidl, il padre di tutti noi lucifughi che awiò l’arte di studiare le grotte prima che Riviére la definisse speleologia. Invece è stato il villico Jerko che non sapeva né di Reka né di Timavo, a salire nell’empireo e forse era giusto che venisse celebrata così la razza indomita che ha colonizzato il Carso otto secoli fa, una terra la cui asprezza può piacere solo ai poeti o ai grottisti.

 Nell’esaltazione del successo è duro adesso tornare alla modesta routine di prima, ma quali altri traguardi di consimile importanza ci sono ancora sull’altopiano? A valle e a monte di Percedol potenti bancate senza tramiti a misura d’uomo coprono il fiume sepolto come i grandi vuoti del prof. Soler ed allora si ripensa agli irrisolti enigmi del passato, la Dodici, i Morti, in situazioni che la ragione dice senza speranza. A Basovizza però qualcuno ha dimostrato che la sorte sa premiare chi segue l’istinto, senza curarsi dei teoremi enunciati da chi non ha mai dato piglio ad una mazza di cinque chilogrammi ed è proprio questa imprevedibilità ad alimentare una fede che, attraverso la sublimazione del desiderio, rende possibile l’assurdo e realtà le visioni dell’abbandono onirico: echi perdentisi nel nulla, forme emergenti da tenebre primordiali; ed ecco I’incalpestata sponda a segnare la conclusione di un viaggio che l’inconscio di chi s’abbevera d’ignoto vorrebbe non finisse mai.

 Il valore dei soliti due numeri che si usa cercare tra i dati catastali è qui superato dalla peculiarità di un obiettivo per seguito senza gli scopi utilitaristici del secolo scorso, in forza di quella pulsione idealistica e conoscitiva che distingue la purezza dell’esplorazione sotterranea. Presente nelle leggende, noto ai protogeografi del mondo antico, sacro ai romani e fecondatore della nostra speleologia, il Timavo appartiene alla storia più che alla scienza, un rebus dalle molte incognite probabilmente insolubile. L’impresa della Lazzaro Jerko ha esaltato essenzialmente la perseveranza, restando diverse le motivazioni che hanno animato i singoli partecipanti, nessuno dei quali avrebbe potuto sostituire il protagonista nel suo ruolo di trascinatore la cui determinazione pareva crescere con le difficoltà, proponendo l’ipotesi paradossale di una faccenda privata da risolvere in caso estremo con una singolar tenzone. La fondata supposizione che la solidarietà sia stata in molti prevalente rispetto alla convinzione del buon esito non fa che accrescere la valenza di una vicenda ricca di ammaestramenti, eccetto per chi stenta a persuadersi che sottoterra non c’è gloria per nessuno, se non per la nostra Commissione Grotte, che al Timavo ha dedicato in ogni tempo l’intelligenza dei suoi uomini migliori.

 Se vorremo avere sulla struttura profonda del Carso responsi più attendibili di quelli dei geognosti, bisognerà in futuro investire adeguate risorse finanziarie nelle sofisticate tecnologie che si rendono disponibili, in modo da offrire alle prossime generazioni meno motivate di quella che sta chiudendo il suo ciclo indicazioni per indagini mirate e supportate da mezzi adatti a perforazioni profonde, fino ad altre sublimi cavernosità altrimenti inaccessibili.

 Abbiamo l’opportunità di essere davanti in questa svolta epocale prevenendo la crisi da esaurimento delle scoperte, forse meno lontana di quanto non si crede.

 Chiuso il 22 luglio, data di nascita nel 1800 di A. F. Lindner.

                                                                                   Dario Marini