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I BAGOLARI (CELTIS AUSTRALIS) DEL DR. L. KARL MOSER NELLA GROTTA DEL PETTIROSSO (1 48/260 VG) PRESSO AURISINA

Pubblicato sul n. 47 di PROGRESSIONE – anno 2002

 PREMESSE

 Come si può apprendere dalla sua ope­ra “Der Karst und seme Hòhlen”, il Dr. L. Karl Moser visitò ripetutamente a scopo archeologico, a partire dal 25 agosto del 1886, la grotta del Pettirosso, situata 400 m a nord-nord-ovest del viadotto ferroviario di Aurisina. Nella dolina “Ajša” in cui si apre la cavità - che l’illustre studioso rappresen­tò pure in pregevoli raffigurazioni tuttora conservate nell’archivio del catasto storico della Commissione Grotte “E. Boegan” - si sviluppavano già allora diversi esemplari di bagolaro (o lodogno, Celtis australis). So­prattutto quelli allineati verso l’imboccatura della cavità, sul lato sinistro del sentiero d’accesso, colpirono l’occhio attento ed in­dagatore dello studioso. Quest’ultimo se­gnalò pure, in modo diligente, alcune altre essenze botaniche che contrassegnò nell’opera sia sulla pianta (in scala 1:540) che nella sezione, eseguita da NE a SW.

Scopo di questo contributo è quello di dare conferma della presenza nel sito, a distanza di oltre un secolo - ben 104 anni - sia dei bagolari già individuati e descritti dal Moser (che chiamava nella lingua tedesca Zùrgelbaum), sia di qual­che altra essenza da lui già allora consi­derata, come ad esempio del fico (Ficus carica, “Feige”) e della berretta da prete (Euonymus europaea, “Spindelbaum”).

Nel considerare la situazione attuale di queste specie, si coglie pure l’occasio­ne di fornire alcuni elementi dell’odierno quadro vegetazionale della dolina “Ajša” e di quello cavernicolo, relativo alla Grot­ta del Pettirosso, in essa ubicata.

 LA GROTTA DEL PETTIROSSO

 La Grotta del Pettirosso (1 48/260 VG), conosciuta anche con altre denominazio­ni fra le quali “ Caverna presso il viadotto ferroviario di Aurisina”, Vlašca Pečina”, “Lašca Pečina”, “Vlaška Jama” e, ai tem­pi del Moser, come “Fremdenhòhle” e “Rothgartl Hòhle”, è un’evidente cavità fossile ad andamento sub orizzontale. Compresa nel comune di Duino-Aurisina, essa si trova al fondo di una caratteristica dolina baratroide di forma quasi rettan­golare (70 m x 45 m), nota — come gia detto — con il nome di “Ajša”. È sfiorata, a nord ed a nord-est -ove forma una sorta di rientranza - dal lungo viadotto della superstrada. Si può accedere age­volmente al fondo della dolina, circonda­ta da impervie pareti, soltanto da ovest, scendendo lungo un largo sentiero che, decussando leggermente, porta proprio all’imboccatura della grotta. L’ingresso di questa si apre nell’angolo sud-est della pittoresca depressione ed è sovrastato da una parete ricoperta in gran parte da lun­ghi e poderosi festoni d’edera (Hedera helix), abbarbicati mediante numerose piccole radici setolose che spuntano dal fusto e dai rami, comunque sempre dal lato opposto alla luce e rivolto verso il sostegno cui attaccarsi. A maturità, i fiori di questa comune piante rampicante, pic­coli e di colore giallo verdognolo riuniti in infiorescenza ad ombrella, emanano uno sgradevole odore che attira tuttavia alcu­ni insetti cui offrono, quasi a compenso dell’azione impollinatrice, l’abbondante nettare secreto intorno all’ovario. Il visitatore che scende nella dolina nella stagio­ne invernale, o all’inizio della primavera, potrà notare inoltre i frutti nerastri e go­bosi, tossici per l’uomo ma non per i merli e i tordi che li ricercano avidamente.

li primo rilievo della grotta è opera pro­prio di L. Karl Moser (Club Touristi Triestini) e risale al 1892. Successive revisioni furo­no quelle di Marino Vianello (SAG, 21 mar­zo 1964) e di Dario Marini e Renato Del Rosso (pure della SAG, 16 novembre 1986). L’ultimo aggiornamento, un riposizionamento regionale (RIP), risale al 2000 ed è stato eseguito da M. Manzoni.

La situazione topografica della cavità, relativa alla Tav. I.G.M. 1:25000, F° 40 A III N. E. “Duino”, Ed. 6.a-1962, è la se­guente: lat. 45°45’28”,0 N, long. 1°13’06”,0 E.M.M.     L’ingresso si apre alla quota di 110 m. La sua profondità complessiva è di 1,5 m con uno sviluppo totale di 22 m.

Se ci riferisce invece all’Elemento del­la C.T.R. 110013 (San Pelagio), la situa­zione è la seguente: at. 45°45’33” 6 N, long. 13°40’18”, 0 Gr., quota ingresso 121 m.  Le coordinate metriche sono, in tal caso: at. 5068093 e long. 2416630.

La grotta è pure segnata (G 17) nella carta “Dintorni di Trieste”, in scala 1:25000, patrocinata dalla Società Alpina delle Giu­lie ed edita nel 1978 da Edoardo Marini, in cui sono considerati 300 “Punti Notevoli”.

Dal punto di vista climatico, l’ambien­te circostante la dolina “Ajša”, con la grot­ta, appartiene alla quarta delle sei zone climatiche in cui è stata suddivisa la Pro­vincia di Trieste. In tale fascia, che si estende dal Carso triestino basso sino ai 200 m circa di altitudine, il clima risulta temperato con notevoli influssi marittimo­mediterranei. La zona non è direttamente esposta alla bora, risultando leggermen­te protetta a settentrione dai vicini rilievi collinari del Monte Napoleone (160 m) e di quelli retrostanti Slivia. Risente peral­tro, in modo piuttosto considerevole, del­l’influsso del mare, distante in linea d’aria appena un chilometro. Aspetti climatici diversi presenta invece la dolina, anche se non molto profonda (una quindicina di metri circa), nella quale si manifesta, in maniera relativamente accentuata, il fe­nomeno dell’inversione termica.

La Grotta del Pettirosso si chiama così in quanto il proprietario del fondo, Giovan­ni Pertot, ricordava che, nella stagione in­vernale, l’ambiente era frequentato dai Pet­tirossi (Erithacus rubecula) che, numerosi, venivano a mangiare le bacche della ber­retta da prete (Euonymus europaea).

Alla grotta sono pure legati alcuni fan­tasiosi racconti ed una leggenda (SAVINI, 1916; FARAONE & GUIDI, 1982; FARAO­NE, 1986; GHERLIZZA & MONACO, 2001; GUIDI, 2001).

ASPETTI VEGETAZIONALI NELLA DOLINA “AJŠA” AI TEMPI DI KARL L. MOSER ED IN QUELLI ATTUALI

I bagolari all'ingresso della grotta del pettirosso: disegno di K.Moser, fine ottocento (Arch. CGEB)

Nell’ambiente circostante la dolina “Ajša” con la Grotta del Pettirosso prevale la boscaglia carsica con i suoi tipici com­ponenti, quali il carpino nero (Ostrya carpi­nifolia), la roverella (Quercus pubescens), l’orniello (Fraxinus ornus), il ciliegio canino (Prunus mahaleb) e la sanguinella (Cornus sanguinea). Più a sud-ovest, a 350 m da essa, si apre una vasto awallamento sub-circolare (circa 350 m di diametro), chia­mato localmente “Senik”, nel quale si pos­sono riconoscere alcuni frammenti del tipico bosco di dolina (Asaro-carpinetum betuIi). Esso è pure caratterizzato dalla presenza di alcuni poderosi esemplari di cerro (Quer­cus cerris). A settentrione, fra Slivia e San Pelagio, la zona è ricoperta da una rigo­gliosa boscaglia, ricca di asperità e, soprat­tutto a sud-ovest di San Pelagio, da alcuni campi solcati con capienti vasche d’acqua, oggi in parte ammantati dall’invadente ve­getazione, ma ancora di straordinaria bel­lezza.

Non mancano, in questa zona, altre notevoli e famose cavità, quali ad esem­pio la Grotta Pocala (23/90 VG), la Grotta Federico Lindner (Tana della Volpe, Lesi­cia Luknja, 829/3988 VG), la Grotta delle Torri di Slivia (22/39 VG), il Riparo Giulio (4276/5356 VG), la caverna presso Sistia­na (283/411 VG) e la Grotta del Monte Napoleone (1048/4286 VG); tra quelle meno note, ma importanti sotto il profilo botanico, va ricordato il Baratro presso il Castelliere di Slivia (1202/4123 VG).

Varie sono le raccolte acquee, in gran parte artificiali e in cemento ma anche na­turali in roccia, spesso incavate, per con­sentire l’abbeverata della fauna circostan­te. Lungo i muretti a secco di antichi confini, si possono individuare alcune ste­le, quali mute testimonianze storiche.

Appena si varca l’insellatura dalla qua­le, in breve, si scende al fondo della do­ma “Ajša”, si avverte il mutamento nella composizione della specie vegetali. il flu­ire dell’aria più densa, al fondo della de­pressione baratroide accentua, anche se in maniera non molto marcata, il fenome­no dell’inversione termica. Questo si ma­nifesta più sensibilmente nella parte me­ridionale, più in ombra, più fresca e poco illuminata dalle radiazioni solari. Alla bo­scaglia carsica, prevalente dunque al­l’esterno, subentra qui una vegetazione costituita in buona parte dalle tipiche specie del bosco di dolina (Asaro-carpi­neto). Per cui, se la visita viene effettuata durante la precoce stagione primaverile, ci si imbatte nel copioso bucaneve (Ga­Ianthus nivalis), nella primula (Primula vulgaris), nell’elleboro (Helleborus odo­rus), nell’anemolo aquilegino (lsopyrum thallctroides) e nella mercorella (Mercu­rialis perennis). Nella fascia arbustiva pre­vale il nocciolo (Corylus avellana) con i suoi delicati amenti maschili e con i mi­nuscoli fiori femminili, soffusi di un inten­so colore rosso purpureo, accompagnato da qualche ragguardevole esemplare di sambuco (Sambucus nigra).

Altre specie, come ad esempio il pru­gnolo (Prunus spinosa), il corniolo (Cor­nus mas) e la robinia (Robinia pseudaca­cia), hanno progressivamente occupato il fondo della dolina, un tempo aperto, so­leggiato ed adibito a coltivo. Proprio qui, al centro della zona prativa, il Moser ave­va individuato un mandorlo (“Mandel­baum”, Prunus amygdalus o Amygdalus communis) che faceva bella mostra di sé, elegante nella sua solitudine. Attualmen­te, di questa specie non c’è più traccia ed il sito è ora occupato da alcuni carpini neri. Per quanto riguarda invece l’esem­plare di fico (“Feige”, Ficus carica), se­gnato dal Moser in pianta, pochi metri sulla sinistra dell’ingresso della cavità ed in corrispondenza di un varco fra i due muri ad est, se ne può confermare la presenza. Benché circondato dalla fitta ed i ntricata vegetazione, soprattutto a carat­tere ruderale, un esemplare della specie, attorniato da qualche vigorosa sua plan­tula, si sviluppa ancora, iniziando ad emettere le prime foglie dai rami nudi già all’inizio della primavera.

Permane pure nell’ambiente la presen­za della berretta da prete (Euonymus euro­paeus), pure segnalata dal Moser; ma ciò poteva essere prevedibile in quanto tale essenza figura usualmente nella vegetazio­ne spontanea della boscaglia carsica.

Ma è proprio il bagolaro (Celtis austra­Iis) la specie che, significativamente e meglio delle altre, si è perpetuata nel tem­po nella dolina “Ajsa” dai tempi dello stu­dioso. Il quale aveva pure notato in mar­zo ed in aprile, svolazzanti attorno ai più alti rami delle chiome ditali alberi, nume­rose farfalle del genere Libythea celtis Hùbn. Di esse aveva raccolto i bruchi.

Il  bagolaro, o bodogno (Celtis austra­Iis) è un’essenza arborea, appartenente alla famiglia delle Ulmaceae, ad accresci­mento relativamente lento, ma dalla note­vole longevità (sino a 300 e più anni di età). Si presenta, allo stato spontaneo, nelle macchie della Regione mediterranea e dell’Europa meridionale con baricentro nella zona orientale, giungendo ad est sino all’Himalaya occidentale. Alle nostre latitudini viene adoperato per formare viali, data la sua rusticità e l’ombra che forni­sce. Alta dai 10 ai 30 m, la specie mette in evidenza una corteccia compatta, fes­surata soltanto nei tronchi longevi. Le foglie, con picciuolo di 5-15 cm, sono cuoriformi alla base. I fiori, piccoli e poco appariscenti, attirano le api per cui la specie può essere considerata pianta mellifera. Con i noccioli dei frutti — drupe subsferiche, bruno-nerastre a maturità, carnose e commestibili ma lassative — si facevano un tempo i rosari, da cui il nome anche di Albero dei rosari. Con i rami fles­sibili venivano invece costruiti manici per fruste e con il legno, tenace ed elastico, si fabbricavano attrezzi per il lavoro, spe­cialmente da carradore.

L’apparato radicale è molto robusto, consentendo alla pianta di vegetare an­che nelle fessure e negli interstizi delle rocce, da cui anche il nome di Spacca­sassi e Arcidiavolo.

Notevoli bagolari si possono individua­re sia nel comprensorio urbano (Colle di San Giusto, Viale XX Settembre, via di Romagna, Piazza Belvedere, Villa Sartorio, Piazza A. Hortis, via di Campo Marzio) che in tutta la provincia di Trieste. Sull’altipiano carsico la specie cresce in varie località (Sistiana, Duino, Trebiciano, Banne, 5. Giu­seppe, Moccò, Bottazzo) ed in qualche sito, o isolata oppure in piccoli gruppi. Non in-frequente, la si può riconoscere sul fondo di alcune doline, come ad esempio nella baratroide “Sbourbovca”, presso Percedol, o in alcune altre situate nei dintorni di Colludrozza, Aurisina e di San Pelagio.

Numerosi sono i bagolari che attualmen­te si sviluppano nella dolina “Ajša” del Pettirosso. Essi si trovano, sorprendente­mente, negli stessi siti già individuati ed indicati dal Moser: più precisamente sia a sud, sulla sinistra del sentiero d’accesso alla dolina, lungo la massicciata a secco, sia a sud-sud-est, a pochi metri dall’ingres­so della cavità. Qui appaiono ancora alline­ati, come dalla raffigurazione del Moser, intervallati ora da un esemplare di carpino nero (Ost,ya carpinifolia) e da un orniello

(Fraxinus ornus). Inoltre, una buona stazio­ne, con vari individui — il tronco più grosso dei quali presenta una circonferenza di 39 cm, misurata ad 1,30 m dal suolo — è tut­tora presente alla base della parete che si staglia sopra ed a sinistra dell’ingresso, e così pure ad est che nell’angolo nord-orien­tale della depressione. In questi siti Celtis australis è accompagnato da rari esemplari di roverella (Quercus pubescens), dall’or­niello (Fraxinus ornus) e da qualche cornio­lo (Cornus mas).

ASPETTI SPELEOBOTANICI DELLA CAVITA

CeItis australis (Dis. di M.G. Polli)

Al pari di numerose altre tipiche ca­verne d’interesse preistorico, anche la Grotta del Pettirosso risulta piuttosto ca­rente di specie appartenenti ad una tipica speleoflora. Fra le felci, notevoli vi figura­no soltanto alcune stazioni di polipodio sottile (Polypodium interjectum), presente nelle anfrattuosità di alcuni ripiani che si estendono a sud, a pochi metri sulla de­stra dell’ingresso della cavità. Negli inter­stizi delle rocce che, in alto, incombono sullo sprofondamento, è possibile indivi­duare la ruta di muro (Asplenium ruta­muraria) e, alla base di alcune roverelle (Quercus pubescens), qualche fronda di polipodio dolce (Polypodium vulgare). Relativamente comune, come del resto avviene nella quasi totalità degli ipogei dell’altipiano, è l’erba rugginina (Asplenium trichomanes), agevolmente individuabile sia nelle fessure delle pareti circostanti la cavi­tà che negli interstizi delle emersioni che caratterizzano la dolina “Ajša”.

Avvicinandosi all’ingresso della caver­na, già ai primi di marzo, si notano — come già accennato in precedenza — alcune specie tipicamente dolinari, fra le quali familiari appaiono il bucaneve (Galanthus nivalis), la primula (Primula vulgaris), lane­molo aquilegino (Isopyrum thalictroides), la radice cava (Corydalis cava) e, più tar­di a susseguirsi, il favagello (Ranunculus ficaria), la lattuga dei boschi (Mycelis muralis), l’ortica mora (Lamiastrum mon­tanum), il fuso di Giove (Salvia glutinosa) ed il ciclamino (Cyclamen purpurascens). Rarissimo carpino bianco (Carpinus be­tulus), vigoroso sambuco (Sambucus ni­gra) e comune nocciolo (Corylus avella­na) si sviluppano nelle immediate adiacenze dell’antro.

Appena si entra nella cavità — nella zona liminare — si scorge, al suolo e sulle pareti ancora relativamente ben illumina­te, abbondante l’edera (Hedera helix); la specie tende tuttavia a regredire man mano che ci si inoltra nell’ipogeo e, a qualche metro al suo interno, è ancora presente, ma in forma molto ridotta o depauperata. Sono qui infatti individuabili esclusivamente i suoi rami sterili, provvi­sti di foglie meno picciolate e caratteriz­zate da tre o cinque lobi triangolari.

L’umidità, dovuta allo stillicidio, favori­sce lo sviluppo - nell’antro e negli ambienti ancora illuminati ma più riparati e freschi dell’ipogeo - della falsa ortica (Lamium or­vala), della celidonia (Chelidonium majus),del geranio roberziano (Geranium robertia­num) e della parietaria (Parietaria judaica). Non manca, soprattutto nelle zone rimosse da scavi abusivi, l’ortica (Urtica dioica) ed il cerfoglio (Chaerophyllum temulum). Nei siti più oscuri ed umidi (zone su­bliminare e suboscura) risultano per con­tro abbastanza frequenti alcune stazioni di Conocephalum conicum, oltre a varie specie di Briofite.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

È sorprendente come — a distanza di oltre un secolo ed in seguito alle varie vi­cissitudini cui l’ambiente circostante sia andato — incontro riesca a perpetuarsi nel tempo soprattutto il gruppo di bagolari, specie già individuata e presente sin dai tempi del Moser e notoriamente caratteriz­zata dalla notevole longevità. Probabilmen­te alcuni dei vetusti esemplari, o i loro di­scendenti, sono ancora lì, allineati nello stesso sito a costeggiare, alla fine della discesa, la stradina che porta all’ingresso della cavità preistorica ed isolati, o in grup­po, alla base della parete nord-est della pittoresca dolina baratroide. Anche il fico continua a prosperare, distendendo pigra-mente i suoi rami e, poco distante, la più copiosa berretta da prete richiama ancora volentieri il Pettirosso. E ci sembra, ad ogni visita effettuata nella pittoresca dolina “Ajša”, di scorgere per un istante il Dr. L. Karl Moser, all’ombra degli stessi bagolari, mentre si aggira all’ingresso della caverna, intento a scoprire ed a valutare le preziose testimonianze che riemergono dal passato ad ogni vangata inferta nel soffice terreno della grotta.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

L'ampio ingresso della Grotta del Pettirosso. (Foto E. Polli)

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                                                       Elio Polli