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Aspetti speleobotanici del Carso triestino

a cura di Elio Polli

La speleologia, oltre che per i numerosi aspetti morfologici, tecnici ed esplorativi, si differenzia per quelli biologici. Fra questi, particolarmente significativi sono quelli speleobotanici e, di conseguenza, quelli speleovegetazionali. Ampliandone la conoscenza, è possibile comprendere e meglio interpretare la vita nel mondo ipogeo, costantemente subordinata alle specifiche condizioni micro- e topoclimatiche ambientali, a volte eccezionalmente singolari e severe. La loro migliore cognizione può inoltre adeguatamente intervenire nella tutela delle cavità e quindi delle aree carsiche, non solo sotto il profilo scientifico, ma anche sotto quello giuridico.

Nel corso di esplorazioni, sia passate che recenti, di pozzi, voragini e baratri aprentesi nel Carso triestino e classico, sono state rilevate – più volte in modo occasionale e frammentario, sotto forma di note più o meno approfondite, raramente in modo organico e completo - alcune delle specie vegetali, generalmente Fanerogame (le piante più evolute e differenziate che si riproducono mediante semi), ivi presenti o sviluppantesi nelle immediate adiacenze. Di rado però è stato esaminato con cura, da quando Giovanni Antonio Scopoli (1772) iniziò l'osservazione generale delle piante in grotta,  lo studio delle specifiche relative associazioni e carenti risultano le monografie a carattere climatico-vegetazionale, anche di voragini e pozzi molto noti e costantemente frequentati.
 Questa scarsa conoscenza era ed è ancora in parte dovuta soprattutto alla difficoltà incontrata nell’accedere ai punti di raccolta delle specie, ubicate quasi sempre sulle pareti strapiombanti o sulle cornici o negli anfratti dei pozzi e delle voragini, a varie profondità.

Inoltre, dagli elenchi botanici e dagli studi fitosociologici risultano generalmente escluse o scarsamente considerate le Briofite ( Epatiche e Muschi ). A tale defezione contribuiscono vari fattori, il più importante dei quali è la complessità della loro determinazione, che richiede quasi sempre un notevole e paziente lavoro di laboratorio.
Analogamente, sia per i funghi ed i batteri, ma anche per le alghe, esiste una grande difficoltà nella raccolta e nell'identificazione. Infatti questi organismi, seppur asportati con il substrato - e quindi nelle circostanze maggiormente favorevoli per l'osservazione in laboratorio - rischiano il più delle volte di essere inquinati da specie estranee. In questi ultimi vent’anni sono state riprese ed intensificate, soprattutto sull’altipiano carsico triestino, sistematiche ricerche speleo-vegetazionali, indagando a tal fine sia i pozzi più significativi sia le voragini maggiormente interessanti, sia pure numerose altre cavità racchiudenti specie a carattere antricolo e cavernicolo, inedite o rare per il territorio.

Fra queste, redivivo risulta  il Ruscolo maggiore o Bislingua (Ruscus hypoglossum), nella Fovèa Maledetta, 822 VG,Grotta Fortunata 973 VG (SLO) sicuramente infrequenti vi figurano il Tasso (Taxus baccata, presente nel "Pignatòn" di Gropada, 273 VG), il Polipodio meridionale (Polypodium cambricum ssp. serrulatum [= P. australe]), individuato sin'ora in dodici cavità dell'altipiano, la Felce femmina (Athyrium filix-foemina), la Felce maschio (Dryopteris Filix-mas), la Moehringia a tre nervi (Moehringia trinervia), l’Elabro nero (Veratrum nigrum), l’Actea (Actaea spicata) ed eccezionalmente il Giglio carniolico (Lilium carniolicum, nella "Perinoga", 54 VG). Del tutto nuovi, per la speleobotanica del Carso triestino, si sono per contro rivelati la Felce aculeata (Polystichum aculeatum), scoperta nel 1986 nel Pozzo presso Villa Opicina (Pozzo del Frate, 156 VG), la Felcetta fragile (Cystopteris fragilis), individuata nel 1989 nella Caverna ad Est di Gabrovizza (1273 VG) e la Felce dilatata (Dryopteris dilatata), osservata per la prima volta nel 1986 nella Fovèa del Masso (1204 VG) a nord ovest di Villa Opicina.
 Alcune altre specie, quali ad esempio l'Asplenio verde (Asplenium viride), la Dentaria a tre foglie (Cardamine trifolia), l'Acetosella ( Oxalis acetosella), l'Erba - milza comune (Chrysosplenium alternifolium), l'Uva di Volpe (Paris quadrifolia), il Fior di stecco (Daphne mezereum), la Laureola o Erba laurina (Daphne Laureola), il Capelvenere (Adiantum capillus-veneris), l'Erba sana (Hypericum androsaemum) e l'Erba Stella (Saxifraga rotundifolia), assenti dalle cavità del Carso triestino, sono state scoperte in alcuni ambienti cavernicoli, situati poco oltre il confine di Stato con la Slovenia (Caverna di Ospo, 68 VG, Siroka Jama, 127 VG, Macinove Jame, 376 VG) oppure in cavità della zona Pedemontana cividalese (Foràn di Landri, 46 Fr, Foràn des Agànis, 48 Fr) e di quella tarcentina (Abisso di Vigant, 66 Fr). A partire dal 1995 è stato pure avviato uno studio sistematico, a lungo respiro, sulle Briofite (Epatiche e Muschi) presenti sia negli ambienti cavernicoli dell’altipiano carsico triestino, sia di tutta la  Regione Friuli - Venezia Giulia.

Fattori che influenzano la distribuzione delle specie in una tipica cavità carsica

La varietà, l’abbondanza e la distribuzione delle specie vegetali sono in stretta dipendenza con le condizioni geografiche, fisiche, topoclimatiche, microclimatiche, ecologiche e biologiche della cavità considerata. La vegetazione, soprattutto quella situata nella zona d’ingresso e che si sviluppa nella fascia immediatamente sottostante, risulta così sensibilmente influenzata da vari fattori, fra i quali estremamente significativi risultano:

  • la posizione geografica e topografica della cavità
  • l’altitudine sul livello del mare della cavità
  • la morfologia dell’imboccatura (ampiezza e forma) e la sua esposizione
  • le caratteristiche strutturali e geologiche della cavità
  • la natura del substrato, generalmente calcareo per le cavità carsiche
  • la radiazione solare e quindi la quantità di luce
  • la temperatura dell’aria
  • l’umidità relativa
  • la presenza di acqua fluente (stillicidii, conche, vaschette)
  • la circolazione dell’aria

Ma è soprattutto l’illuminazione naturale, che dipende essenzialmente dalla morfologia della cavità, oltre che dalla radiazione solare, a costituire l’elemento decisivo per la colonizzazione vegetale della grotta, risultando la fonte primaria di energia e di ordine termodinamico da cui dipende ogni organismo vivente. E’ infatti la luce ad effettuare la vera selezione fra i vegetali che, dall’ingresso della cavità, si spingono verso l’interno, determinandone dapprima un diradamento e quindi una distribuzione in precise zone, in dipendenza del loro diverso grado di adattabilità alla progressiva diminuzione della luminosità stessa.

Regioni verticali di vegetazione

In un tipico pozzo carsico si possono generalmente distinguere quattro fasce fondamentali di vegetazione, dette "regioni verticali". Esse sono disposte secondo un profilo di luminosità decrescente, di umidità crescente e di temperatura progressivamente più stabile. Assumono il nome della serie genealogica (o phylum, dal greco "phylé" = tribù) più evoluta ivi presente.
Procedendo dall’alto verso il basso, esse sono: zona "liminare", zona "subliminare", zona "suboscura" e zona "oscura".

 

le profondità sono indicative

Fra le quattro regioni verticali di vegetazione, condizionate dalla progressiva riduzione di luce, dall’aumento dell’umidità e dalla crescente stabilità termica, esiste evidentemente una stretta dipendenza per cui, a questa transizione di forme vegetali, corrisponde una scala che porta da una maggiore ad una minore complessità biologica.
Come è stato messo in evidenza , la "serie abissale" della vegetazione ripresenta le fondamentali tappe della storia evolutiva delle piante che, uscendo dall’ambiente acqueo, hanno gradualmente preso possesso della sfera sub-aerea.
(Poldini et al., 1984)

 

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