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ASPETTI BOTANICI E VEGETAZIONALI DELLA “VORAGINE DI SAN LORENZO” (“OSLINKA JÁMA”, 159/294 VG)

 

pubblicato su " PROGRESSIONE N 53 " anno 2006 

PREMESSE

Il territorio carsico compreso fra Basovizza (377 m), San Lorenzo (381 m) e Pesek (475 m) include vari ipogei, importanti sotto molteplici aspetti. Dal punto di vista vegetazionale, alcuni mettono in evidenza singolari specie che, in virtù delle puntuali particolarità climatiche ambientali, trovano in essi condizioni ottimali per potersi sviluppare. Meritevoli di essere segnalati, per le caratteristiche botaniche che li contraddistinguono, sono l’Abisso del Diavolo (“Brezno pod Kokošjo”, 117/56 VG), il Pozzo sul Monte Goli (2910/4985 VG), la Grotta Mack (751/3934 VG), il Baratro presso San Lorenzo (4783/5583 VG) ed, in particolare modo, la Voragine di San Lorenzo (159/294 VG), oggetto del presente contributo.

Dal punto di vista climatico, il territorio nel quale si apre quest’orrida fovéa appartiene alla 6.a zona che comprende, 2120 m a nord-est da essa, la cima del Monte Cocusso (Kokoš, 672 m), vertice del confine di Stato con la Slovenia. E’ rimarchevole il fatto che tale rilievo montuoso, pur distante appena 9 km dal mare, presenti una temperatura media dell’aria inferiore di 5,3° rispetto a quella di Trieste. Inoltre, salendo nel corso di torride giornate estive, vi si possono riscontrare valori termici più bassi anche di 8°C, sempre rapportati a quelli registrati nella città. Prevalgono dunque in questo territorio, nell’arco dell’anno, rilevanti aspetti subalpini continentali e ciò influisce notevolmente sulla vegetazione che, proprio per i micro- e mesoclimi differenziati che vengono a delinearsi, annovera entità spesso appartenenti a plaghe più interne, situate a quote decisamente più elevate, consone già all’Alto Carso montano.

Fra le particolari specie, individuate progressivamente in questa zona, vanno debitamente ricordate Aconitum lycoctonum, Asphodelus albus/delphinensis, Atropa belladonna, Cardamine bulbifera, Carduus collinus/cylindricus, Cephalanthera rubra, Chaerophyllum aureum, Cirsium eriophorum/eriophorum, Daphne alpina/scopoliana, Delphinium fissum/fissum, Gentiana asclepiadea, G. pneumonanthe/pneumonanthe, Laserpitium latifolium s.l., Libanotis sibirica, Melampyrum velebiticum/meridionale, Prenanthes purpurea, Ranunculus illyricus, Satureja subspicata/liburnica, Senecio ovatus/ovatus, Seseli tommasinii, Stellaria holostea, Valeriana nemorensis, V. tuberosa e Veratrum nigrum.

 

LA VORAGINE DI SAN LORENZO

La voragine di San Lorenzo (159/294 VG), conosciuta un tempo come “Fovèa dell’Asina presso Jezero”, “Eselschlund”, “Höhle bei Jezero” e, localmente, come “Oslinka Jáma”, “Uclinka” e “Brezidnica Jáma”, risulta particolarmente interessante sotto il profilo botanico e vegetazionale.

Al pari di altre imponenti fovée presenti sull’altipiano carsico triestino, quali ad esempio la Grotta Noè, il “Pignaton” di Gropada, la Grotta dei Cacciatori di Slivia, la Grotta Nemez di Aurisina e la Fovéa Persefone di Opicina Campagna, essa costituisce un’esemplare cavità nella quale è possibile osservare come le quattro caratteristiche fasce di vegetazione (“liminare”, “subliminare”, “suboscura” ed “oscura”) si succedano mirabilmente in essa, dalla superficie verso il fondo.

L’ampia cavità, che rientra nella Riserva Naturale della Val Rosandra (“Nar. Rezervat Doline Glinščisce”) nel Comune di San Dorligo della Valle-Dolina, si apre sul versante orientale della vasta dolina “Oslinka”, la cui profondità supera i 40 m (quota del piano di campagna a nord-est 420 m, q. fondo 378,7 m). E’ stata, a più riprese (1907, 1926, 1930), considerata da Eugenio Boegan e, successivamente, da altri cultori della complessa morfologia ipogea del Carso triestino. Secondo Walter Maucci (1953) essa deve la sua genesi a fenomeni clastici.

Il primo rilievo dell’ipogeo, ad opera di Agostino Bastiansich, risale al 12 gennaio del 1902. Una sessantina d’anni dopo (22 marzo 1966) furono Dario Marini ed Elio Padovan (S.A.G.) a precisarne le dimensioni ed i dati salienti per il Catasto. Le coordinate geografiche, relative alla Tav. 1:25000, F° 53° I N.E., “S. Dorligo della Valle”, Ed. 5.a, 1959-62, sono le seguenti: lat.: 45° 37’ 46,0” N; long.: 1° 25’ 28,30” E. M. M.; q. ingresso 397 m.

Secondo la Carta Tecnica Numerica Regionale (CTR 1:5000), Elemento 110151 “Grozzana” (Ed. 1992), le coordinate sono invece le seguenti: lat.: 45° 37’ 51,5” N; long.: 13°52’ 38,5” E Gr.; q. ingresso 401 m, q. fondo 328,5 m. Attenendosi ancora all’elemento della precedente CTR, risultano pure disponibili le coordinate metriche (GPS) a cura di M. Manzoni (RIP): long. 2432428 e lat. 5053583.

Se ci si riferisce infine al Progetto Cartografico Europeo (Ehrendorfer & Hamann, 1965), la voragine si trova nella sezione e quadrante “M.te Cocusso – 0349.III.b”, relativa all’area di base 103/49 “Basovizza”.

La profondità del pozzo d’accesso è di 59 m, quella complessiva di 72,5 m e lo sviluppo globale è di 63 m.

La fovéa, dall’imboccatura semicircolare con il raggio medio di 11 m, si presenta attualmente circondata da un reticolato con alcune rustiche targhette metalliche, indicanti il nome indigeno della cavità (“Brezidnica Jama”); esse avvertono pericolo se oltrepassate (pozor ! – foiba).

Per accedere classicamente all’ipogeo si scende da est lungo una ripidissima china (inclinazione di 75°), costituita inizialmente da placche rocciose, interrotte da ridotti ripiani terrosi e solcate da lunghe fratture. Le pareti, dopo essersi avvicinate sino alla profondità di circa 20 m, tendono a distanziarsi nella zona sottostante e sino al fondo dell’orrido. Negli ultimi metri la roccia rientra bruscamente e si giunge, a 55 m di profondità, sul fianco assai scosceso di un cono detritico che digrada in un’ampia caverna, dai contorni di un quadrilatero e dal suolo abbondantemente argilloso. Qui, nei periodi di intense precipitazioni, l’acqua ristagna in alcuni bacini e soltanto in un secondo tempo essa viene smaltita attraverso piccole fessure. Verso nord si diparte in discesa “un corridoio colmo di formazioni ed efflorescenze calcaree”. Ben presto esso finisce, ostruito da antiche frane e proprio al termine, come ricordava Eugenio Boegan, il suolo appariva coperto da ossa, piume ed altri resti di animali.

Nel corso dell’ultimo conflitto vennero gettati nella voragine numerosi materiali esplosivi, recuperati in seguito, con lungo e pericoloso lavoro, dal Gruppo Rastrellatori.

 

LA VEGETAZIONE CIRCOSTANTE LA VORAGINE

L’ambiente in cui si apre la voragine di San Lorenzo è costituito da un bosco rado di dolina (una sorta di Galantho-Coryletum) in cui si sviluppano, con una certa prevalenza nello strato arbustivo-arboreo, cerri (Quercus cerris), roverelle (Q. pubescens), carpini neri (Ostrya carpinifolia), nocciòli (Corylus avellana), biancospini (Crataegus monogyna/monogyna), fusaggini (Euonymus europaea), sanguinelle (Cornus sanguinea/hungarica) e, con rari elementi, il farinaccio (Sorbus aria). Si notano inoltre al suolo, sotto forma di plantule in corso di rapida propagazione, sia l’orniello (Fraxinus ornus/ornus) che l’acero campestre (Acer campestre s.l.). Qualche esemplare di pino nero (Pinus nigra/nigra), non sempre in buone condizioni vegetative, completa il quadro vegetazionale nello strato arboreo medio-alto circostante l’ipogeo. Un’ottantina di metri a sud-ovest, in prossimità di una temporanea raccolta d’acqua assiduamente frequentata dalla fauna locale (in prevalenza cinghiali e caprioli), s’infittisce la presenza dell’abete greco (Abies cephalonica), impiantato tempo addietro nell’opera di rimboschimento del Carso triestino. Dall’arioso e vasto piano erboso della dolina, un tempo coltivata, si erge qualche notevole ciliegio (Prunus avium/avium): il maggiore di essi, situato all’estremità occidentale del fondo, presenta la ragguardevole circonferenza di 1,96 m, misurata ad 1,30 m dal suolo.

Nello strato erbaceo, a prevalente sesleria autunnale (Sesleria autumnalis) con frequente carice digitata (Carex digitata), si possono identificare, all’inizio della stagione primaverile, il bucaneve (Galanthus nivalis), la primula (Primula vulgaris/vulgaris), l’elleboro (Helleborus odorus v. istriacus), l’anemone nemorosa (Anemone nemorosa), il dente di cane (Erythronium dens-canis), l’erba trinità (Hepatica nobilis), la cicerchia primaticcia (Lathyrus vernus/vernus) ed il favagello (Ranunculus ficaria). Non mancano alcune specie di Orchidaceae, quali ad esempio la platantera comune (Platanthera bifolia/bifolia), la listera maggiore (Listera ovata) ed i giglioni (Orchis purpurea).

Nel corso dell’anno subentrano altre specie, fra cui il sigillo di Salomone (Polygonatum odoratum), l’asparago selvatico (Asparagus tenuifolius) e quello pungente (A. acutifolius), la mercorella ovale (Mercurialis ovata), la fragola selvatica (Fragaria vesca), la consolida femmina (Symphytum tuberosum/angustifolium), la bocca di lupo (Melittis melissophyllum/melissophyllum), il carvifoglio (Cnidium silaifolium/silaifolium), la lattuga di muro (Mycelis muralis) e, più tardi, il colchico (Colchicum autumnale). La cariofillata comune (Geum urbanum), relativamente diffusa nelle immediate adiacenze, funge da specie indicatrice di disturbo. Sulle rocce affioranti e soprattutto in prossimità dell’orlo della voragine, appare ben affermata l’edera (Hedera helix/helix). Alcune fronde della felce dolce (Polypodium vulgare) si sono occasionalmente insediate alla base o nei pressi di qualche esemplare arboreo.

 

LA VEGETAZIONE NELLA VORAGINE

Nella fascia “liminare” della voragine, che dall’orlo si spinge sino a circa 5 metri di profondità, si sviluppano, nello strato arboreo-arbustivo, varie essenze, fra le quali il carpino nero, l’orniello, la roverella, il nocciolo, l’acero campestre, la sanguinella ed il biancospino. Un notevole tiglio (Tilia cordata), accompagnato da altri esemplari di minori dimensioni, si erge a sud-sud-est da un ripiano situato a circa tre metri di profondità. Un evidente complesso arboreo, che si stacca a settentrione dal margine dell’orrido, è costituito, oltre che dal carpino nero e dal cerro, da un singolare ed alto bagolaro (Celtis australis). Spicca inoltre, per la sua tentacolarità, un pittoresco carpino nero che si affaccia a sud-ovest, stagliandosi sulla strapiombante parete. E’ da rilevare come varie specie arboree, che si protraggono nell’orrido, appaiano fortemente avvinghiate dall’edera, al limite del soffocamento.

Già in questa prima fascia compare, relativamente rigogliosa, la falsa ortica (Lamium orvala). Fra le altre specie che scendono in questa zona, vanno citate la primula, il bucaneve, l’erba trinità, la silvia dei boschi, il geranio di San Roberto (Geranium robertianum), la lattuga di muro (Mycelis muralis) e, più tardi, il ciclamino (Cyclamen purpurascens).

Fa qui la sua comparsa, soprattutto sugli spalti meridionali, il polipodio sottile (Polypodium interjectum) che si stabilizza comunque nella sottostante fascia “subliminare”, compresa fra i 5 ed i 12 m di profondità. Infatti esso caratterizza il sito e vi figura rigogliosamente sulle rocce, sui terrazzi e sulle pareti situate a sud, sud-est e sud-ovest. La specie, diffusa peraltro in numerose altre notevoli cavità del Carso triestino (in 102 sulle 154 d’attuale importanza speleobotanica, rappresentanti il 66,2 %), si sviluppa qui in modo ottimale, evidenziando fronde esuberanti e vigorose. Negli anfratti, sui ripiani e nelle fessurazioni della stessa fascia si riscontrano, ancora fra le Pteridofite, l’erba rugginina (Asplenium trichomanes) e quindi, tra le Spermatofite, qui più scarse, la primula, la silvia dei boschi, l’erba trinità, la lattuga di muro, la mercorella, l’edera ed il ciclamino. Si accentua la presenza della falsa ortica (Lamium orvala) che, soprattutto lungo la ripidissima china orientale, costituisce un’autentica cenosi, il lamieto (Lamietum), con la presenza in parte mascherata dalla silvia dei boschi.

Mentre il lamieto, nelle cavità più frequentate, è un’associazione in cui s’insinuano varie specie a carattere ruderale o sinantropiche (rappresentate in gran misura dall’ortica e dalle parietarie), qui esso appare integro conferendo all’ipogeo stesso una nota distintiva di “genuità”. Compaiono, quasi al limite inferiore del lamieto, le prime stazioni della lingua di cervo (Asplenium scolopendrium/scolopendrium), felce un tempo molto più diffusa nei pozzi e nelle voragini carsiche e che attualmente è in fase di rarefazione dagli ipogei del territorio a causa delle mutate condizioni climatiche. Qualche esemplare di biancospino (Crataegus monogyna/monogyna), dalla fioritura più tardiva rispetto agli esemplari esterni della stessa specie, punteggia l’ambiente con le sue bianche corolle. Una gentile nota di colore è data pure dai fiori purpurei del geranio di San Roberto, entità dalla spiccata predisposizione a svilupparsi negli ambienti ipogei alquanto umidi, molto ombrosi e scarsamente illuminati.

Ad una maggiore profondità, racchiusa fra i 12 m ed i 30 m, si delinea la fascia “suboscura”, ancora inizialmente contraddistinta dal lamieto, dal quale si estollono numerosi, i lucenti nastri della lingua cervina. Questa felce, dalla distribuzione circumboreale, predilige siti di media umidità e suoli mesotrofici (pH fra 5,5-8) di clima suboceanico. Sul Carso triestino, ove colonizza rupi e pareti rocciose di imboccature di pozzi e di voragini, è stata rilevata in una cinquantina abbondante di cavità. Eccezionalmente la si può rinvenire in altri particolari siti della Provincia di Trieste, come ad esempio all’imboccatura di vecchie gallerie dell’antico acquedotto nel vallone di Longera presso la città, o addirittura nelle immediate adiacenze di Muggia, in un inusuale ambiente ubicato a pochi metri sul livello del mare.

Ed ancora a proposito della lingua cervina, si segnala la curiosa la presenza di un esile stazione di due fronde all’esterno della voragine in oggetto, uscenti da una roccia forata posta sul margine esterno, immediatamente a nord dall’imboccatura.

Al termine della fascia “suboscura”, le pareti risultano contraddistinte da varie specie di Briofite. Sono ancora presenti vari nastri della felce rugginina, però in evidente stato di rarefazione e spesso con fronde incomplete e sterili. Scomparso del tutto il polipodio sottile, vi si possono identificare alcune ridotte stazioni della lingua cervina e, sporadicamente, alcune foglie della falsa ortica. Qui le Spermatofite lasciano dunque drasticamente il campo alle Briofite che vi prevalgono, colonizzando le pareti e gli anfratti rocciosi con varie specie di Muschi ed Epatiche.

Subentra, dai 30 m di profondità sino ai 63 m complessivi (la quota del fondo si trova a 328, 5 m), la fascia “oscura”, priva ormai di illuminazione. Le pareti e le formazioni stalagmitiche, come si osserva in situazioni analoghe, sono variamente ricoperte da patine algali (Cianoficeae), di aspetto viscido o gelatinoso, che costituiscono, assieme ai Cianobatteri, i colonizzatori primari di tali substrati.

 

IL BARATRO PRESSO SAN LORENZO

Sull’alto versante nord-ovest della stessa vasta dolina che include la voragine di San Lorenzo, in una fitta pineta di rimboschimento nella quale si stagliano alcuni esemplari di abete greco (Abies cephalonica) e qualche inusuale arbusto del pero corvino (Amelanchier ovalis/ovalis), si apre alla quota di 403 m il “Baratro presso San Lorenzo” (4783/5583 VG). Già considerato nella presente rassegna (Progressione 23, 1990), esso evidenzia tuttora un notevole interesse dal punto di vista speleobotanico. Tra le varie specie che vi si sviluppano, vigorosa risulta la felce dilatata (Dryopteris dilatata), cui s’accompagnano copiosamente sia la felce maschio (Dryopteris filix-mas) che la felce femmina (Athyrium filix-femina).

Del tutto eccezionale vi figura inoltre la felce delle querce (Gymnocarpium dryopteris), comparsa e rilevata nell’ipogeo soltanto in tempi successivi (Martini & Bersan, 2001). Sulle pareti abbonda la felce rugginina (Asplenium trichomanes) cui subentra, sul margine esterno, la più termofila ruta di muro (Asplenium ruta-muraria). Sotto l’aspetto vegetazionale, questa cavità baratroide interpreta senz’altro un ambiente ipogeo assai vario, rigoglioso e di gran pregio speleobotanico, come pochi altri presenti sull’altipiano carsico triestino.

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Con l’analisi botanica della “Voragine di San Lorenzo” prosegue lo studio della vegetazione degli ipogei dell’altipiano carsico triestino, sistematicamente in atto da una trentina d’anni. E’stato così effettuato un ulteriore passo verso la conoscenza più puntuale della pregevole speleoflora che, in un silenzio rotto soltanto dal ritmico stillicidio o dall’elegante librarsi in volo dell’allocco, si sviluppa in questi orridi ma affascinanti ambienti, nei quali il tempo sembra arrestarsi nei confronti del visitatore, durante i suoi prolungati sopralluoghi, se effettuati a scopo speleonaturalistico.

La situazione botanica della voragine qui considerata potrà dunque contribuire ad una più approfondita cognizione non solo degli aspetti della flora cavernicola presente nella mirabile plaga ipogea del Carso triestino ma anche di quella più estesa, a carattere regionale.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

 

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ELIO POLLI