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GIOCANDO CON NOSTRA SORELLA MORTE - 2^ puntata

Pubblicato sul n. 46 di “Progressione “ – anno 2002

 Eccoci! Come al Vascello, come allo scoglio di Quarto, come agli scogli del Quarnaro...

 Facendo mio e omettendo gran parte di quel motto propagandistico della di­sciolta X” Mas, potrei dire anch’io: Ecco­mi amici lettori, sono nuovamente con voi, come nei precedenti numeri di Progres­sione per raccontarvi un paio di disav­venture speleologiche delle quali sono stato recentemente protagonista.

Voglio comunque precisare che non si tratta di eventi mozzafiato, nè trauma­tici nè tanto meno tragici, visto che sono ancora qui a scrivere.

Però, prendendo in considerazione il luogo e le modalità con cui queste mie peripezie hanno avuto luogo, posso senz’altro dire che ci è mancato il classi­co pelo perché io non abbia subito dolo­rosi infortuni, o peggio.

Una ventina d’anni fa, a Nord del vil­laggio di Trebiciano, sul fianco di una dolinetta aprentesi alla base della Collina della Vergogna (abitualmente chiamo così l’immane immondezzaio in funzione sino alla fine degli anni 60 e del quale i pesti­lenziali miasmi nelle giornate di bora si potevano annusare a parecchi chilometri di distanza.

Caduta finalmente in disuso quella malefica discarica, gli addetti alla biso­gna hanno provveduto a ricoprila con potenti strati di terra e brecciami marno­so-arenacei. Camminando su quella colli­na artificiale, sulla quale è cresciuta una lussureggiante ed eterogenea vegetazio­ne, non sembra di essere sul Carso, ma bensì su qualche altura flischioide del Friuli Orientale.

Vi immaginate poi, amici lettori, tra­scorso qualche secolo, quando la storia dell’immondezzaio sarà caduta nel dimen­ticatoio, seduto comodamente su di una nuvoletta, quante risate mi farò alle spalle dei vari geologi che non riusciranno a spiegarsi come mai su quel tratto di Carso Classico si erge una collina formata da marne e arenarie), sul fianco di una doli­netta, dicevo, è stata individuata una mi­cidiale frattura fortemente soffiante, for­zata la quale si è penetrati in un complesso ipogeo profondo 36 metri.

Considerando il fatto che la scoperta della citata frattura, o l’esplorazione della grotta sottostante, o non mi ricordo cosa, è coinciso con il 6 dicembre (giorno del santo che porta i regali ai bambini) alla cavità venne assegnato il nome di “Grot­ta di San Nicolò”, ed il numero di catasto 5124 VG.

Alla base del P8 terminale della stes­sa si è tentato allora un lavoro di diso­struzione spostando lateralmente e fron­talmente una notevole quantità di pietrame e fanghiglia. Agendo in tale maniera però correvamo il rischio di innescare un mo­vimento franoso da un camino adiacente. Per non incappare in situazioni aleatorie per la nostra incolumità (e stressati dalla quantità di fango e argilla liquida da re­cuperare...) avevamo deciso di sospen­dere i lavori in attesa di tempi migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista).

Logicamente negli anni seguenti ogni volta che eravamo impegnati in qualche lavoro nei dintorni, andavamo a controlla­re l’ingresso della grotta suddetta, per vedere come si comportava il flusso dell’aria da lei uscente. Questi era sempre costante e deciso, come per invitarci a riprendere nuovamente i lavori nei suoi ultimi e più fangosi recessi. Sull’imbocco e sulle pareti del pozzetto iniziale, sino alla profondità di due metri, si è sviluppa­to uno spesso strato di muschio grondan­te di umidità, mantenuto in condizioni vi­tali perfette, grazie appunto all’aria che lo lambiva.

La cavità soffiava sempre, in qualsiasi ora del giorno, con  qualsiasi tempo metereorologico, in qualsiasi stagione.

Dopo vent’anni ci siamo decisi di an­dare nuovamente a rovistare tra i fangosi detriti del fondo allora raggiunto. Ci sia­mo armati di tubi Innocenti per poter ar­ginare la frana ed evitare grattacapi, di secchi da muratore e di una grossa, massiccia e pesante carrucole da cantie­re edile per sollevare pietrame vario e fan­ghiglia da sistemare nella cavernetta si­tuata sopra il pozzo terminale.

Abbiamo sistemato tutto per benino e dato il via ai lavori che si sono presentati oltremodo faticosi e “fangosi” e, com’era da aspettarsi, pericolosi: issare per una decina di metri sopra il capo (il pozzo di Otto metri si approfondiva sempre più) un secchio pieno di pietre che sbatte di qua e di là contro le pareti del pozzo, lascia­temelo dire, non è il massimo della sicu­rezza.

Potrà sembrare strano, ma è cosi: appena iniziati i lavori di cui sopra il forte flusso d’aria uscente dall’ingresso è ve­nuto a cessare. Il buco non soffiava più, in nessuna ora del giorno, nè con qualsi­asi tempo meteorologico, in nessuna sta­gione. Mah! Misteri ipogei che non mi sono mai potuto spiegare.

Per rendere più agevole il sollevamen­to del secchio pieno di pietre con una fettuccia abbiamo appeso la grossa, pe­sante e massiccia carrucola a un tubo Innocenti incastrato da una parte in un interstizio della parete e dall’altra fra due piccole e tozze stalagmiti, alla maniera di “va là che va ben!”, tanto nessun agente dell’USL verrà giù a controllare se il per­sonale usa discensori senza freno o quali accorgimenti siano stati messi in atto per ottemperare quanto disposto dalla legge 626 sull’infortunistica. Se in un lontanissi­mo futuro questo dovesse avvenire, quel giorno la speleologia verrebbe messa fuori legge, e nessuno potrebbe più scendere in grotta se questa non fosse prima dichiarata turistica.

Più vado avanti con gli anni e più mi convinco che tra tutte le attività a rischio si svolgono nel mondo, la speleologia è sicuramente la più pericolosa, anzi, sottil­mente pericolosa, perché non sai quello che in qualsiasi momento ti può capitare tra capo e collo. Ho volutamente messo tra le virgolette la parola “ragionevole” perché tante altre attività non lo sono per niente. Faccio un piccolo esempio: un ti­zio sale su di un aereo e raggiunge una quota ottimale. Apre lo sportello, butta fuori il paracadute, si getta lui stesso, lo raggiunge, lo infila lo apre e felicemente arriva a terra.

Questa, dal mio punto di vista, non è un’attività ragionevole, bensi demenziale, come lo sono tutte le altre che hanno a che fare con la parola “estremo”.

Comunque resta il fatto che gli estre­misti nella loro continua sfida al destino cercano sempre le vie più difficili e impe­gnative per appagare la loro passione, mentre lo speleologo in grotta cerca sem­pre la via più facile e sicura per la pro­gressione nel mondo ipogeo. Se non si comportasse così due volte su cinque ci sarebbe un funerale.

Sono andato troppo per le lunghe e di questo chiedo scusa ai lettori che saran­no curiosi di sapere in quale poco simpa­tica situazione mi ero cacciato.

Eravamo di turno sul fondo del pozzo finale della Grotta di San Nicolò io e Glau­co, a sbrodolarci nel fango e a caricare pietre nel secchio che poi issavamo con una corda che passava nella grossa, massiccia e pesante carrucola appesa al tubo Innocenti: quando il secchio giunge­va sull’orlo del pozzo un altro compagno lo staccava dalla carrucola e con una torsione del busto lo spostava lateralmen­te passandolo ad altre mani che provve­devano a svuotano erigendo l’ennesimo muretto. Durante uno di questi traslamen­ti l’estremità del tubo infilata negli intersti­zi della parete (ricordate il “va là che va ben”?) uscì dal suo alloggio e, assieme alla grossa, pesante ecc. carrucola se ne venne allegramente giù per il pozzo con un gran clangore metallico Glauco ed io siamo rimasti impietriti e prima ancora che compissimo un vano tentativo di metterci in salvo (dove?) la faccenda si era già felicemente conclusa: il tubo, magnanimo nei nostri riguardi, si era incastrato fra le pareti, un paio di metri sopra le nostre teste con ancora appesa la pesantissima ecc. carrucole che oscil­lava minacciosa sopra di noi.

Se il tubo non si fosse incastrato, op­pure se la fettuccia (vecchiotta) con cui la carrucola era appesa al tubo non aves­se retto al contraccolpo, dato che erava­mo in piena rotta di collisione, non credo che ce la saremmo cavata senza danni.

 L’altra poco piacevole situazione la ho vissuta nella Grotta delle Gallerie (420 VG), i cui accessi si aprono pittoresca­mente sotto le dirupate pareti della de­stra idrografica della VaI Rosandra. Era­vamo impegnati in lavori di ampliamento di alcune strettoie, forzate le quali sarem­mo pervenuti in ambienti riccamente con­crezionati rappresentati da ampie caver­ne e gallerie. Ma questa, come sempre, e un’altra storia.

Per arrivare al sito delle strettoie biso­gna percorrere un tratto di galleria, oltre­passare un restringimento per poi scen­dere per alcuni metri lungo una ripidissima colata calcitica sino a raggiungere l’orlo di un pozzo ampietto, ben concrezionato, della profondità di dodici metri. Non biso­gna scendere questo pozzo, ma bensì ag­girano poggiando i piedi su di una minu­scola ma comode cengetta.

Non esistono problemi di sorta per compiere tale aggiramento, anche perché per mantenere l’equilibrio, c’era un cavet­to d’acciaio all’altezza del torace che of­friva una buona garanzia di sicurezza. Quel cavetto, se non vado errato, lo ave­vamo messo in opera noi più di un quar­to di secolo fa, quando si eseguivano lavori di disostruzione sul fondo del poz­zo. Afferrandolo mentre compivo il traver­so era per me come stringere la mano ad un vecchio amico pieno di acciacchi.

Un giorno, terminato il turno di lavoro alle strettoie, mentre ci svestivamo al­l’esterno della grotta sentii imprecare l’amico Luciano “Maledetto cavo, è tutto strefolato e mi sono punto su uno sfilac­cio mentre facevo il traverso. La prossi­ma volta che torno ci metto un pezzo di corda”. Non ho dato molto peso all’epi­sodio, sono cose che capitano.

Tempo dopo, finito un altro turno di lavoro ci accingemmo a guadagnare l’uscita, dividendoci il materiale da portar fuori, lo presi lo zainetto con l’accumula­tore (7 kg) che dava energia ai trapani e che doveva essere ricaricato; con un moschettone lo appesi al cordino in vita e iniziai a risalire la serie di pozzetti che mi avrebbero portato in superficie. In bre­ve raggiunsi l’orlo del P12 da aggirare, controllai che lo zainetto con l’accumula­tore (che diventava sempre più pesante) fosse ancora ben agganciato, mi afferrai al famoso cavetto e cautamente comin­ciai l’attraversamento.

L’accumulatore mi faceva non poco penare in quanto tenerlo appeso in vita con un cordino non era certo una solu­zione felice, ma per quei pochi metri che dovevo percorrere poteva andare. Finito il traverso dovevo ancora superare l’erta china calcitica e per farlo mi aggrappai con forza al cavetto per tirami su di peso. “Stack!” A seguito di questa mia ulteriore sollecitazione il cavetto si ruppe. Scivolai per una decina di centimetri ma invece di cadere nel pozzo sottostante mi fermai incredulo: tra le mani, senza accorgerme­ne, stringevo una corda.

In seguito rimuginando su ciò che mi era accaduto mi sono reso conto che debbo sicuramente la vita a Luciano e al cavetto: se quest’ultimo non lo avesse punto, Luciano non avrebbe messo la corda ed io ... beh, meglio non pensarci.

 Questo per il momento è tutto, amici lettori, per cui vi saluto affettuosamente, il vostro

                                                         Bosco Natale Bone