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GIOCANDO CON NOSTRA SORELLA MORTE -1^ puntata

Pubblicato su "PROGRESSIONE N. 37" anno 1997

 Mi considero il più sfortunato ed in pari tempo il più fortunato speleologo di Trie­ste e dintorni. Questa mia convinzione, avvalorata anche dai miei vecchi compa­gni di grotta, è dovuta al fatto che duran­te la mia lunga (chiamiamola così) carrie­ra speleologica ho vissuto in prima persona tutta una serie di esperienze negative rappresentate da fatti apparen­temente tragicomici, dolorosi infortuni, situazioni che per un soffio non si sono concluse drammaticamente e chi più ne ha più ne metta. “Va bene”, direte voi.” Questa però èiella bella e buona. Cosa c’entra la fortu­na?” C’entra e come! Vi sono stati speleo­logi che incappando in disavventure simi­li alle mie, per motivi facilmente immagi­nabili, non sono riusciti a raccontarle. Il sottoscritto invece, per quanto pieno di cicatrici è tuttora presente in questa valle di lacrime e spera di rimanerci il più pos­sibile continuando, ovviamente, ad anda­re in grotta. Così, anche sollecitato dai miei com­pagni, mi sono deciso a raccontare le mie vicissitudini speleologiche più significati­ve. Logicamente per descrivere queste non basteranno certamente le poche pa­gine che la nostra rivista “Progressione” mette in ogni numero a disposizione di chi scrive, ma si renderanno necessarie parecchie altre per cui, se la redazione non mi manderà in quel paese ritenendo che della mia autobiografia a nessuno gliene frega niente, dovrò dilazionare il racconto in più puntate, alla stregua di qualche moderno “serial” televisivo. Questo mio scritto poi si prefigge lo scopo, o perlomeno ne ha la presunzio­ne, di raggiungere due obiettivi essenzia­li: il primo sarà quello di non annoiare i lettori, mentre il secondo sarà di aiuto o consiglio a quelli che trovandosi in situa­zioni analoghe alle mie, sapranno comportarsi di conseguenza, ossia faranno esattamente il contrario di quello che ho fatto io. Comunque, tirando le debite conclu­sioni, e il lettore se ne accorgerà se avrà la compiacenza di seguire i miei racconti, noterà che a parte alcune situazioni per niente simpatiche capitatemi in modo im­prevedibile o fortuito, le altre in pratica me le sono cercate.

Rivangando nei ricordi del passato, e cercando di dare un ordine cronologico ai racconti, inizierò narrando un fatterello capitatomi tanti anni fa nell'”Abisso Lucio Mersi” 4050 VG, sul Carso Triestino. La mia permanenza in quell’asperrimo abisso si era già protratta di parecchie ore e quando giunse finalmente il momen­to di uscire tirai un sospiro di sollievo. Mi avvicinai alle scale (correva l’anno del Si­gnore 1958), agganciai la corda di sicura al cinturone e quindi lanciai i tre classici fischi del “recupera”. Niente! La corda non si mise in trazione ma continuò a pende­re malinconicamente nel vuoto. Provai a fischiare nuovamente con più vigore, ma senza ottenere ancora nessun risultato, Il compagno che doveva fornirmi uno strac­cio di sicura o si era addormentato (poco probabile), o era stato falciato da qual­che pietra vagante’ (molto più probabi­le), oppure aveva semplicemente abban­donato il posto di manovra. Optai per questa terza ipotesi e mi accinsi a fare l’unica cosa che non avrei dovuto assolu­tamente fare, ovvero, risalire il pozzo sen­za sicura. Non mi preoccupavano certa­mente i trenta metri da farsi in ‘libera, ma bensì il cattivo stato in cui versavano le scale dopo oltre due mesi di perma­nenza in grotta e la caduta improvvisa di pietre che, a volte, si staccavano dalle pareti così, da sole, senza nessuna solle­citazione. Iniziai a risalire velocemente il pozzo, superando agevolmente i punti “morti” delle scale (mancanza di pioli:erano quasi più numerosi quelli mancanti che quelli presenti) e fu quando ebbi com­piuto i due terzi della risalita che sentii arrivare una pietra che sbatteva sonora-mente sulle pareti del pozzo sovrastante il mio. Cercai di farmi il più piccolo pos­sibile sulla scala, mentre un brivido di paura mi percorreva tutto. Sperai in cuor mio che la pietra si fermasse sul ripiano superiore: macché! Dopo ancora qualche rimbalzo, venne giù dritta come un fuso provocando un sibilo sinistro. Percepii come una lieve carezza al margine della spalla e poi un gran botto: quel sasso malefico centrò in pieno la lampada ad acetilene che tenevo appesa al cinturone svellendole di netto la fotofora. Il contrac­colpo lampada-anca mi causò un dolore rosso, oceanico. Me ne stetti lì, mugolan­do nel buio più completo, in attesa che il male calmasse i suoi attacchi, oppure che sopraggiungesse un’altra pietra a darmi il colpo di grazia. Fortunatamente questa seconda possibilità non si concretizzò, per cui dopo qualche minuto, sfruttando le ultime energie che mi erano rimaste in corpo e quelle rimaste nella pila della torcia elettrica, ripresi ad arrampicarmi sulla scala raggiungendo così l’agogna­to ripiano, dove mi distesi in un cantuccio per riprendere fiato e riattivare la lampa­da a carburo. Mentre ero intento a tale operazione pensavo a quanto ero stato fortunato: se la traiettoria della pietra fos­se stata spostata solo di qualche centi­metro più a destra mi sarei ritrovato con la spalla fracassata e con le relative con­seguenze, facilmente immaginabili. Il resto del racconto non ha storia. Ap­pena uscito dalla grotta, senza dire nulla, fulminai con uno sguardo il compagno ne­gligente che aveva abbandonato il pro­prio posto di manovra, quindi mi distesi su un mucchio di neve per intiepidirmi con gli ultimi raggi del sole morente.

Se nell’abisso “Mersi” corsi il pericolo di finire lapidato, nella “Grotta 110 di La VaI”, 340 Fr (Prealpi Carniche) rischiai di finire annegato. Al lettore il fatto capitato mi sembrerà senza dubbio comico, ma per me che l’ho vissuto, quei pochi mo­menti sono stati altamente drammatici. Stavo percorrendo il tratto della cavità denominato “Galleria dei Laghetti” quan­do in un passaggio piuttosto scabroso mi mancò la presa e finii a capofitto in ac­qua. I compagni che mi seguivano ap­profittarono malignamente della situazio­ne venutasi a creare, montandomi uno dietro l’altro sulle spalle per avere così un punto d’appoggio onde poter più agevol­mente superare il passaggio in questio­ne. Lasciai fare di buon grado questa ope­razione (bagnato più, bagnato meno) anche agli altri tre o quattro compagni rimasti in coda. L’ultimo a passare sulle mie spalle, forse il più pesante, mi spinse maggiormente sott’acqua, tant’è che con il piede toccai il fondo della marmitta. Dato che i miei polmoni avevano bisogno di un urgente ricambio d’aria, appoggiai deci­samenté il piede sul fondo per darmi una violenta spinta che mi facesse riemergere e .. rimasi lì. Lo stivale si era incastrato in qualche maledetta frattura sul fondo te­nendomi prigioniero sott’acqua. Momenti di panico indescrivibile! Soltanto dopo quattro o cinque energici strattoni riuscii a togliere il piede dallo stivale e schizzare fuori dall’acqua come un delfino. “Ma che facevi la sotto, pescavi?” Mi chiesero i compagni tra il divertito ed il preoccupato. Ero ancora tutto sottosopra per quanto capitatomi e non mi andava di rispondere. Quando, sotto lo sguardo stu­pito degli amici, stavo per rituffarmi nel laghetto per tentare di recuperare lo sti­vale, questo liberato dall’ingombro del pie­de, se ne venne bel bello in superficie. Una strizzatina alle calze, un’abbon­dante dose di zollette di zucchero che i compagni premurosi mi rifilarono in boc­ca, ma soprattutto, alcune generose sor­sate di grappa alla ruta mi rimisero in sesto, pronto per altre... immersioni.

 

Abisso Silvio Polidori”, 479 Fr (Alpi Car­niche)

Eravamo di punta, Marino Vianello ed io, in quell’ostico e gelido abisso. Termi­nato il sopralluogo del ramo attivo, voI­gemmo la nostra attenzione verso una di­ramazione fossile costituita da un pozzo valutato una ventina di metri di profondi­tà. Non avevamo più scale e per non di­sarmare il pozzo disceso poco prima e ancora da rilevare, stanchi ed infreddoliti come eravamo, decidemmo di uscire e rimandare l’esplorazione e il rilievo topo­grafico al giorno seguente. Senonché, tra il vario materiale sparso in quel sito della cavità, mi capitò sottomano uno spezzo­ne di 5 metri di scaletta superleggera, con la quale decisi di scendere per qualche metro il famoso pozzo della diramazione fossile. Marino non era molto entusiasta per quanto mi accingevo a fare e non mancò di esternarmelo mentre ero inten­to a fissare e poi a srotolare quei pochi metri di scala lungo il breve e ripidissimo pendio roccioso che immetteva nel citato P 20. Non badai eccessivamente a quan­to diceva l’amico anche perché non mi sembrava assolutamente pericoloso quello che intendevo fare. Tenendo la scaletta in tensione all’al­tezza del petto e puntando in opposizio­ne i piedi al suolo passetto dopo passet­to, percorso il breve pendio, raggiunsi l’orlo del pozzo. Ad un tratto scivolai sulla fanghiglia che ricopriva la china e cad­di bocconi lungo e disteso sulla stessa. Accusai un forte dolore allo sterno che mi fece perdere la presa sulle scale. Iniziai a precipitare nel pozzo mentre tentavo inu­tilmente di afferrare gli ultimi pioli della scala. Con un disperato guizzo comanda­to dall’istinto di conservazione, le mani si serrarono sulle radance *). La caduta raI­lentò di molto ma sentivo che non ce l’avrei fatta a sostenermi. All’ultimo mo­mento riuscii ad infilare i mignoli nelle radance stesse e rimasi così appeso nel vuoto mentre urlando per il terrore chia­mavo Marino in mio soccorso. Questi, non sapendo che pesci pigliare e rischiando di fare la mia stessa fine, mi raggiunse e: “A sinistra, buttati a sinistra”! Mi gridò. Così feci e mi salvai sicuramente la vita. Il piede incontrò un provvidenziale sasso incastrato tra le pareti del pozzo sul qua­le potei appoggiarmi e togliermi da quel­la situazione estremamente perniciosa. Per l’emozione e la paura del pericolo corso tremavo al pari di una foglia e, come si usa nella terminologia moderna, posso dire di aver avuto l’adrenalina in ebollizio­ne. Un pezzo di corda reperito chissà dove da Marino mi servì da sicura per to­gliermi definitivamente da ogni pericolo. Il giorno dopo scesi il pozzo in que­stione (un P. 15, se ben ricordo) e consi­derandone la morfologia constatai che con un po’ di fortuna, se vi fossi precipi­tato, forse non mi sarei ammazzato. Co­munque anche se mi fossi fratturato sola­mente qualche arto o costola, a quei tempi (fine anni cinquanta) e in quel luogo (quasi 220 metri di profondità) la vicenda avreb­be avuto dei risvolti senz’altro drammati­ci. Ancor oggi, dopo che tanti anni sono trascorsi, qualche volta in sogno rivivo quei terribili momenti per risvegliarmi poi madido di freddo sudore e con un sub­dolo dolore allo sterno.

                                               Continua nel prossimo numero Bosco Natale Bene

 

*)  gli anelli di fine scala, preparati per attaccare un altro spezzone