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Considerazioni ed osservazioni sulle “stazioni” per la misura della dissoluzione carsica

 

pubblicato su " PROGRESSIONE N 52 " anno2005

A partire dal 1979 si sono iniziate, dapprima sul Carso Triestino e poi in diverse aree carsiche della nostra Regione, le misure per la quantificazioni della dissoluzione operata sulle superfici rocciose di affioramento ad opera delle acque piovane. Si è trattato di un grosso impegno di ricerca, sia per la sistemazione delle diverse “stazioni” di misura, sia per le misure stesse che vengono eseguite a cadenza annuale, semestrale ed anche bimestrale, queste ultime solamente nelle “stazioni” che sono state poste sugli affioramenti rocciosi all’interno del comprensorio turistico della Grotta Gigante. La ricerca è il frutto di una lunga collaborazione tra la Commissione Grotte “E. Boegan” ed il Dipartimento di scienze geologiche, ambientali e marine dell’Università di Trieste.

Per una decina d’anni non vi sono stati particolari problemi per l’assunzione delle misure micrometriche nelle singole “stazioni”. Le misure, eseguite su diverse litologie calcaree e dolomitiche, non avevano in un primo tempo, fatto registrare alcuna anomalia, ma qualcosa di inaspettato si presentò in una particolare zona di affioramenti di rocce dolomitiche, dove era stata sistemata una “stazione” nella “Val calda” (tra Rupinpiccolo ed il Monte Lanaro). A partire del 1987, lo strumento micrometrico per l’assunzione delle misure, non indicava più alcun abbassamento di quella superficie rocciosa, anzi per molti anni la misura sembrava essere sempre la stessa ed alla fine la “stazione” venne abbandonata e ripresa solo recentemente. Venne osservato che su quella superficie rocciosa si era formato una specie di copertura di licheni che evidentemente doveva impedire l’attacco delle acque meteoriche chimicamente attive sulla sottostante superficie rocciosa. La caratteristica di tale roccia dolomitica, è di contenere delle impurità argilloso-bituminose ed aveva fatto pensare che si trattasse di un caso particolare, considerato anche che la “stazione” posta sul fianco di una dolina in posizione molto coperta da una fitta vegetazione arborea e da piante di sottobosco, non fosse stata sistemata proprio in una posizione “ideale”.

Purtroppo a partire del 1994-1995 consimili fenomeni di coperture di licheni cominciarono ad apparire anche su alcuni affioramenti di calcari, in particolare laddove questi presentavano delle caratteristiche di porosità dovute a strutture brecciate ed anche quando si era in presenza di impurità argillose. Le coperture da licheni, vennero osservate anche sui campioni di rocce carbonatiche provenienti da diverse regioni carsiche italiane e sistemate su delle colonnette all’interno del comprensorio esterno Grotta Gigante. In questi casi furono eseguite con il micrometro anche delle evidenti letture in aumento anziché in diminuzione delle superfici rocciose in esame.

A peggiorare la situazione “licheni”, dal 2004 ed in particolare nel corso del 2005, tali coperture vennero osservate un po’ in tutte le “stazioni”, indipendentemente dalle caratteristiche litologiche, petrografiche e di impurità terrigene. Comparvero anche sui calcari micritici a basso contenuto fossilifero, come quelli che costituiscono la prevalente litologia in affioramento nel comprensorio Grotta Gigante e dove sono state poste le nostre più importanti “stazioni” a partire appunto dal 1979.

Nel caso che tale proliferazione dei licheni dovesse ulteriormente svilupparsi, si ritiene che tutte le misure sull’abbassamento dissolutivo delle superfici carbonatiche, sarebbero vanificate, poiché queste “coperture” impediscono l’aggressione chimica delle acque piovane sulle superfici rocciose. Prima di dar corso ad uno studio analitico di questo importante fenomeno, vengono proposte alcune considerazioni sulla base della mia ormai ultra-sessantennale esperienza in materia di Carso, carsismo, paesaggio carsico.

Nel 1945, quando timidamente iniziai con grande cautela, per dei pesanti condizionamenti politici, ad avventurarmi per il nostro Carso, il suo paesaggio era completamente diverso dall’attuale. A prescindere dalla pinete, il resto era una landa sassosa con radi alberi d’alto fusto, scarsa se non nulla la vegetazione di sottobosco, prati completamente rasati dall’intenso pascolo di pecore, capre, mucche, tra i selvatici qualche volpe e poche lepri. Inesistenza totale di caprioli e cinghiali. I radi boschi chiamati “cedui”, erano allora la caratteristica più costante sul Carso e le popolazioni ivi residenti utilizzavano largamente la legna da ardere poiché in quell’epoca bombole di gas non esistevano, molti paesi erano senza l’energia elettrica ed erano privi di acquedotto, per esempio Borgo Grotta Gigante. Lentamente nel corso di decenni il pascolo scomparve quasi del tutto, il taglio dei cedui venne ridotto ai minimi termini e con gradualità si verificò il fenomeno dell’abbandono generalizzato del Carso. Solamente nei pressi dei paesi vennero mantenuti orti e vigneti, ma le doline, un tempo quasi tutte coltivate, furono anche queste completamente abbandonate.

Gradualmente, ciò favorì lo svilupparsi della “boscaglia carsica” con la quasi uniforme copertura del Carso che divenne sempre più verde e in alcuni luoghi impenetrabile. Si è avuto conseguentemente anche un costante aumento a livello del suolo, dell’umidità atmosferica e tutto ciò deve avere anche favorito la proliferazione dei licheni.

 

In questi 27 anni di costanti misure sulla consumazione delle rocce carsiche, altre importanti osservazioni vennero fatte, una in particolare si rivelò piuttosto interessante. C’era una differenza nella consumazione annuale delle rocce calcaree tra 0,01 e 0,02 mm ma ciò dipendeva essenzialmente dalla natura petrografica del sedimento roccioso. I calcari micro-allochimici erano molti più solubili di quelli spatico-allochimici. Ogni tanti anni però e mai a cadenze prefissate, si osservavamo delle consumazioni anomale 0,04-0,05 mm. Sembrava che in quell’anno per dei motivi sconosciuti, ci fosse stata una maggiore acidità nelle acque piovane. Va bene che da parecchio tempo si parla di “piogge acide” che avrebbero dovuto essere prodotte dalle industrie umane, ma il fenomeno che veniva osservato era puntuale e non segnava affatto un progressivo aumento dell’acidità atmosferica come era da aspettarsi. Anzi nel corso degli anni si assisteva quasi ad una diminuzione della consumazione, si arrivò anche a valori minimi/annui di 0,005 mm ed in alcuni casi anche una completa assenza di abbassamento.

Ma per quelle consumazioni anomale, di tipo puntuale e non diffuse nel tempo, che mostravano degli evidenti ed improvvisi aumenti degli abbassamenti dissolutivi, sorse il sospetto che fossero dovute a delle cause naturali che si verificavano nel corso di particolari situazioni meteoriche. Venne osservato ad esempio che certe piogge erano piuttosto “sporche” e ciò era dovuto ad un alto contenuto di polveri di provenienza sahariana. Ma non in tutti i casi queste polveri contribuivano a produrre delle consumazioni dissolutive anomale, quindi ci dovevano essere anche delle diverse provenienze di queste polveri. E’ noto dalla letteratura sull’argomento che le “stazioni di partenza” delle tempeste di polvere provengono dalle zone più aride del pianeta, nel caso nostro sono di provenienza sahariana, da alcuni tratti desertici del Marocco, Tunisia e Libia. La sabbia sollevata dagli impetuosi venti inseriti nelle perturbazioni sud-atlantiche attraversano il Sahara dal SW al NE, si direzionano poi sopra il Mediterraneo percorrono tutte le regioni italiane e riescono anche ad oltrepassare le Alpi. La sabbia, o meglio le sue parti più fini (polveri) che viene sollevata dai deserti, non è composta solo da particelle di quarzo, ci sono altri minerali in particolare di ferro (pirite), ma sopra tutto polveri provenienti da rocce evaporitiche e gessose (solfato di calcio) che in generale sono presenti in tali deserti. Il vapore acqueo contenuto nelle masse nuvolose che accompagnano le perturbazioni atmosferiche, mescolato alle polveri, contribuisce a produrre fenomeni di ossidoriduzione sulle microscopiche particelle di pirite e gesso, liberando una certa percentuale di acido solforico. In particolari condizioni questo acido solforico misto all’acqua piovana, quando cade sulle superfici rocciose carbonatiche calcaree produce un’importante fenomeno di dissoluzione di un acido forte sul carbonato di calcio creando così quel fenomeno accelerato che è stato chiamato di “ipercarsismo”. E’ anche noto che nel corso dell’evento piovoso la dissoluzione del calcare da parte delle acque piovane di scorrimento arricchite in acido solforico, liberano a loro volta delle quantità di anidride carbonica e di calcio; l’anidride carbonica contribuisce ulteriormente alla dissoluzione e così via fintantoché permane l’evento piovoso e l’arricchimento in acido solforico.

Logicamente tutto ciò rappresenta un’ipotesi di lavoro, per avere degli elementi di maggiore sicurezza, da un paio d’anni sono state intensificate, a frequenza mensile, le misurazioni in alcune “stazioni”, in particolare in quelle site nel comprensorio esterno della Grotta Gigante, dove da molti anni si trova una completa stazione meteorologica.

 Fabio Forti