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Le “vaschette di dissoluzione” nella zona dei grandi “campi solcati” di Borgo Grotta Gigante

pubblicato su " PROGRESSIONE N 51 " anno 2004 

Tra le più conosciute e singolari manifestazioni di morfologia epigea dal Carso Triestino, sono certamente da segnalare nelle “piccole forme di dissoluzione “ (Kleine korrosion formen), come le solcature, scannellature, fori e le così dette “vaschette di corrosione”, nella letteratura note anche con il nome di “kamenitze”, attualmente meglio definibili come “vaschette di dissoluzione”. Si tratta di micromorfologie di origine carsica, dovute alla dissoluzione di superfici rocciose calcaree affioranti in giacitura sub orizzontale o poco inclinata. Hanno un’origine puntiforme, a causa dello stagnarsi di acqua piovana, su uno spazio molto piccolo, presente su di una superficie rocciosa piana o debolmente depressa. Questa “microforma” si evolve per dissoluzione localizzata ed il conseguente progressivo instaurasi di una depressione chiusa, a fondo piatto.

Da un punto di vista più generale, fanno parte di quelle strutture conosciute come campi solcati (Karrenfeld), dove sono generalmente presenti una vasta gamma delle microforme carsiche dissolutive comprese le vaschette, che potrebbero semplicemente essere definite come delle depressioni piatte generalmente circolari, a fondo liscio, con bordi verticali o aggettanti (rientranti), cosicchè il diametro esterno è minore di quello interno. Ciò è dovuto al fatto che il livello dell’acqua in tutte le vaschette è fluttuante: ma sempre determinato dalla piovosità (colmatura), successivamente dalla più o meno rapida evaporazione. E’ pensabile che questa continua variazione del livello dell’acqua determini un’azione solvente soprattutto lungo i bordi (perimetro), con un valore di “dissoluzione differenziata, maggiore con acque ai minimi livelli, minore con le acque in condizioni di colma”. La conseguenza morfologica nella stragrande maggioranza dei casi è che il bordo della vaschetta è aggettante verso l’interno.

Hanno uno sviluppo ed evoluzione solo nel caso che la superficie rocciosa abbia una certa estensione, verso delle forme riconducibili a contorni per lo più circolari o ovoidali. La loro estensione superficiale parte da un minimo di pochi centimetri quadrati fino ad un massimo di 3-4 metri quadrati. Sono relativamente diffuse nelle litologie costituite da calcari molto compatti, in genere sono compatibili quando si tratta di micriti poco fossilifere, bene e potentemente stratificate. La regolarità delle loro forme, dipende essenzialmente dall’assenza di macrofossili (Rudiste), poiché i fanghi carbonatici microcristallini (micriti) hanno una consumazione (soluzione) molto uniforme. Tali rocce hanno infatti, una grana molto minuta, formata da cristalli di calcite da 1 a 4 micron. La presenza di elementi sedimentari estranei, dovuta in genere a resti fossili di Lamellibranchi, porta ad un notevole differenziazione dissolutiva, poichè tali “allochimici” sono normalmente a grana piuttosto grossa, i fossili infatti sono costituiti da una calcite spatica con cristalli anche oltre i 20 micron. E’ stato ormai ampiamente accertato che le rocce microcristalline (micriti) hanno una consumazione media annua di superficie di 0,03-0,04 mm/anno, mentre nelle rocce spaticoallochimiche (spariti) la consumazione va da 0,0 a 0,01 mm/anno.

Sono dunque delle vere e proprie micromorfologie a “vasca piatta”, più semplicemente chiamate “vaschette”, di poca profondità (da 2-3 cm ad un massimo di 20-30 cm), mentre la loro superficie totale può arrivare come abbiamo accennato, anche a parecchi metri quadrati, in cui si raccolgono per tempi talora abbastanza lunghi le acque piovane. La costanza della microforma ed il suo sviluppo può mantenere le medesime caratteristiche nel tempo, solamente in assenza di sistemi di fessurazione della roccia, nell’ambito della superficie di fondo della vaschetta stessa. Se il suo bordo, nel progressivo ampliamento dissolutivo, incontra a sua volta il bordo del blocco roccioso su cui si è impostata questa microforma carsica, cioè che ha aumentato il suo diametro fino alla tangenza con il fianco della massa rocciosa su cui si è impostata, allora la sua evoluzione passerà ad una morfologia che potremo definire “a goccia”. Si stabilirà così un canalicolo d’uscita delle acque, che si evolverà verso una forma di più veloce consumazione carsica e quindi con una progressiva modificazione della struttura della vaschetta stessa. E’ noto che le acque stagnanti presenti all’interno di una vaschetta sono dotate di una “solubilità statica”, che si sviluppa però solamente lungo i bordi e non al suo fondo, a causa della progressiva saturazione delle sue acque, mentre al contrario le acque che escono dalla vaschetta lungo il canalicolo che si è impostato in corrispondenza di un suo bordo, sono dotate di una “solubilità dinamica” la cui velocità dissolutiva è da 4 a 10 volte superiore, rispetto a quella delle acque stagnanti poste all’interno di queste vaschette.

Una delle aree carsiche in cui queste microforme hanno uno sviluppo eccezionale, è quella posta lungo il bordo orientale di una grande dolina tra Prosecco e Borgo Grotta Gigante, laddove sono presenti una decina delle più grandi “vaschette” esistenti nell’ambito dell’intera superficie del Carso Triestino.

La loro prima segnalazione e studio la ritroviamo in un’importante e fondamentale ricerca di geomorfologia carsica di Forti F. & Tommasini T. (1967). Successivamente sono state visitate da tutti i principali studiosi di carsismo esistenti al mondo, proprio per le loro eccezionali dimensioni e soprattutto per la grande regolarità delle loro forme. Solamente per fornire alcune indicazioni sull’interesse per queste particolari vaschette in campo nazionale, ricordiamo in breve sintesi solo alcuni degli studi particolari esistenti su queste “vaschette”. Li ritroviamo in Belloni S. (1970), dell’Università di Milano che condusse una ricerca sulle loro acque e sui depositi di fondo; Belloni S. & Orombelli G. (1970), sempre dell’Università di Milano, condussero uno studio di estremo dettaglio in particolare sulle loro forme. In seguito Cucchi F., Radovich N. & Sauro U. (1989) delle Università di Messina e di Padova, compirono delle altre ricerche in particolare sui loro parametri morfometrici.

Tali “vaschette” essendo una microforma che rappresenta un “alto grado di carsismo” nel significato dato da Forti F. (1972, 1980), sono state utilizzate come esempio per lo studio delle morfologie carsiche epigee, quale espressione appunto di un carsismo elevato, in quanto trattasi di una microforma determinata da una somma di combinazioni litologico-petrografiche, stratigrafiche e deformative del complesso roccioso che le comprende, che hanno reso possibile la loro esistenza.

Riassumendo, sono presenti laddove esistono delle vaste superfici rocciose in affioramento, meglio conosciute nella letteratura carsica con il nome di “Karrenfeld” (campi solcati). Va ricordato che in associazione a queste microforme di elevata “classe di carsismo”, vi sono diverse altre espressioni di macromorfologia carsica come le doline di grandi dimensioni e di grotte di particolare vastità e sviluppo

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Dobbiamo ricordare infine che con la promulgazione della Legge 1° giugno 1971 N. 442, meglio conosciuta come “Legge Belci”, vennero individuate sette zone meritevoli di particolare tutela, sulla base dello studio Mezzena-Poldini, con il contributo esterno del prof. D’Ambrosi. La zona N.6 della Grotta Gigante, comprendeva di massima (del tutto casualmente) anche i grandi “campi solcati” laddove erano presenti queste particolari manifestazioni di microforme carsiche. Ma tale legge fu priva del regolamento di attuazione e pertanto inefficace! Attualmente tale importante ambiente carsico è al di fuori di qualsiasi tipo di tutela. Considerata la grande importanza geomorfologia di detti fenomeni, per la loro conservazione e salvaguardia, potrebbe essere applicata la Legge 29 giugno 1939 N. 1497, quale vincolo paesaggistico di zona carsica di rara bellezza e di particolare singolarità, analogamente a quanto è stato fatto nel 1996 per la tutela di un certo numero di grotte, prese dal “Catasto delle grotte del Friuli – Venezia Giulia”, con il preciso scopo del divieto di distruggere tali “bellezze naturali” e/o di introdurvi modificazioni che rechino pregiudizio al suo esteriore aspetto.

 

Bibliografia essenziale

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Fabio Forti