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IL QUESITO SULLA PROPRIETÀ DELLE GROTTE E DELLA LORO TUTELA

Pubblicato sul n. 46 di “Progressione “ – anno 2002

 PREMESSA

 Il contenuto di questa ricerca, in tutto o in parte ha costituito oggetto di altri lavori, studi e pubblicazioni. Considerato l’alto valore “speleologico” di questo tema, si ritiene che la sua diffusione sia impor­tante per la conoscenza degli argomenti riguardanti la tutela di tutte le grotte ita­liane.

 Tra i tanti problemi che da sempre hanno interessato la speleologia, uno di non secondaria importanza è: cosa sono le grotte da un punto di vista giuridico? A chi appartengono? Ho il diritto di espio­rane? Per fare la disperazione degli spe­leologi, sembra che l’oggetto delle loro ricerche, ossia le “grotte”, non esistano proprio in quanto “oggetto”. Questi spazi vuoti nelle rocce per lo più calcaree ma anche gessose e dolomitiche, sono pieni d’aria o di acqua, per cui tali “cavità na­turali” non risulta che si possono accata­stare in quanto sono sotterranee, sono cioè delle “realtà inesistenti” agli effetti giuridici.

Il catasto delle proprietà immobiliari (terreni) è essenzialmente di ”superficie” ciò che sta al di sotto appartiene al pro­prietario della corrispondente porzione di terreno superficiale, fatta eccezione per eventuali ritrovamenti di tesori, oggetti appartenenti all’archeologia, alla paleon­tologia (resti fossili), concentrazioni di mi­nerali, gas naturali, petroli e derivati, che appartengono allo Stato.

Per quanto riguarda le acque sotterra­nee, la Legge 5 gennaio 1994 n. 36 “Di­sposizioni in materia di risorse idriche”, al Capo I, Art. 1, comma l,recita: Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorchè non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salva guardata ed utilizzata secondo cri­teri di solidarietà”. Si parla sempre di “contenuti”, ossia dell’acqua e mai del contenitore; nel caso delle aree carsiche i naturali serbatoi delle acque ipogee sono quei vuoti che la pratica speleologica ha variamente definito: cavità, grotta, caver­na, galleria, cunicolo, duomo, sala, salo­ne, ecc. e ciò, limitando la considerazio­ne alle sole cavità orizzontali.

Ritornando al problema “cosa sono le grotte” e soprattutto di chi ne è la pro­prietà, appare di conseguenza che il que­sito possa avere una semplice risposta:

Le grotte o cavità naturali in realtà sono dei “vuoti” all’interno di una massa roc­ciosa e pertanto fanno parte integrante del sottosuolo in quelle località ove detto fenomeno, per lo più carsico, si è sviluppato. Non possono pertanto rappresenta­re un problema di proprietà particolare, diversa da quella della superficie. Altro discorso è se queste cavità naturali al loro interno hanno dei contenuti, come abbia­mo visto più sopra, minerari, archeologi­ci, idrologici, ecc. nel qual caso per le diverse leggi che si occupano di queste materie, interessa il “contenuto” del sot­tosuolo, che costituisce il “patrimonio” da conservare o da sfruttare, ma non il “con­tenitore”.

Diverso è il caso se invece il “vuoto carsico” ha dei contenuti di singolarità naturale, di rarità geologica, ecc., in que­sto caso evidentemente si tratta del con­tenitore, ossia delle grotte in quanto sede genetica di queste particolari singolarità e/o bellezze naturali.

 Nel 1974 tale quesito sull’esistenza e sulla proprietà delle grotte, veniva posto dalla Soprintendenza ai Monumenti e Gallerie di Cagliari, al Ministero della Pubblica Istruzione, con la seguente ri­chiesta:

In Sardegna esistono numerosissime grotte naturali in conseguenza di fenome­ni carsici verificatesi in alcuni sistemi cal­carei. Tali grotte, di cui ne sono state sco­perte, rilevate e studiate da vari gruppi speleologici circa un migliaio, presenta­no cospicui caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologica per la presenza di particolari concrezioni, come stalattiti, stalagmiti, colonne, roselline di grotta, ec­centriche, ecc.

Il particolare interesse estetico ditali grotte è strettamente subordinato alla re­gimazione delle acque superficiali e sot­terranee che determinano la nascita e lo sviluppo delle varie concrezioni, lo svilup­po della flora e della fauna ipogea, in una parola della vita stessa del fenomeno carsico.

L’equilibrio delle varie componenti rap­presenta la vita della grotta. La modifica ditale equilibrio per interventi esterni è la morte della grotta. La vita biologica è la prima a scomparire, seguita piano piano dal decadimento delle concrezioni rappre­sentato dalla fossilizzazione (?) e polve­rizzazione delle stesse.

Tutto questo porta prima ad un’altera­zione e poi alla perdita dei valori estetici e naturali e di singolarità geologica del complesso speleologico. Inoltre non è infrequente il caso di ri­trovamenti archeologici in alcune grotte, indice di antropizzazione o di utilizzazio­ne a carattere sacrale delle stesse.

Come si vede, si impone la necessità di tutelare ai sensi della (Legge 29 giu­gno 1939 n. 1497 - Protezione delle bel­lezze naturali - in cui all’Art. 1, comma 1, che recita: “le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologica”).

Sorge tuttavia il problema di notificare tali (illeggibile) ai proprietari ai sensi del­l’art 6 della stessa legge (omissis - la no­tificazione in via amministrativa della di­chiarazione del notevole interesse pubblico ai proprietari, possessori o de­tentori, a qualsiasi titolo, degli immobili).

Infatti, poiché tali beni non risultano accatastati in quanto sotterranei, si domanda chi siano i proprietari.

1)  i proprietari dell’imboccatura della grot­ta? - Il problema si complica nel caso che la grotta abbia più di una imboc­catura; anche perché spesso alcune imboccature vengono scoperte in epo­che successive;

2)  i proprietari dei terreni che ricadono nella proiezione superficiale del peri­metro della grotta? Il problema si com­plica perché spesso le grotte vengono esplorate e rilevate in periodi succes­sivi (nota: vi sono dei casi che da un semplice forellino, l’esploratore è gra­dualmente passato a cavità di molti chilometri di lunghezza e con uno svi­luppo di pianta molto articolato, posto anche su piani diversi. La proiezione dello sviluppo in superficie, può così oltrepassare diversi confini comunali ed in alcuni casi anche provinciali o regionali. Nel caso del Canso Tniestino vi sono dei casi di cavità che passano il confine di Stato);

3)  il demanio pubblico? (dello Stato o della Regione o del Comune), soprat­tutto in considerazione del fatto che le grotte si sviluppano spesso a grande profondità anche più di 100 m nel sottosuolo (nota: visione molto ottimi­stica, poiché le grotte possono svilup­parsi ben oltre i 1000 m nel sottosuo­lo). In questo caso la disciplina che regola la proprietà del sottosuolo spe­leologico potrebbe essere assimilata a quella che regola il sottosuolo ar­cheologico (nota: vi è però una so­stanziale differenza tra contenuto oc­casionale - reperto archeologico - e la grotta che rappresenta il contenitore anche delle sue stesse bellezze natu­rali, da valutare però caso per caso, poiché in base alla citata legge 1497/ 1939 non si possono tutelare tutte le grotte ma soltanto quelle che hanno “cospicui caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologica”).

Ciò premesso, poiché questa Soprin­tendenza intende intraprendere una campagna di tutela di tali bellezze naturali sottoponendole a vincolo ai sensi della legge n. 1497, anche per tentare di porre un argine alla recru­descenza del fenomeno dei’ “tagliato-ri”, autentici devastatori di grotte, che staccano le concrezioni di onice, di aragonite, di calcite a fini speculativi, si pone a codesto Ministero il presen­te quesito sulla definizione della pro­prietà del sottosuolo speleologico.

 Il Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali, nel 1980 inviava una lettera ai Soprintendenti per i B.A.A.A.S. di tutta l’italia, del seguente tenore:

Si trasmette, per opportuna conoscen­za e norma, copia della nota n. 13411 del 04.07.19 79, con la quale l’Avvocatura Generale dello Stato ha dato risposta ad alcuni quesiti in materia di tutela delle grotte naturali a norma della legge 29.06.1939, n. 1497 sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche.

 (omissis)

 Il “testo” della lettera inviata dall’Avvo­catura del 1979, è qui ripreso integralmen­te:

 La Soprintendenza per i beni ambien­tali, architettonici, artistici e storici di Ca­gliari, intendendo sotto porre a vincolo ai sensi dell’art. 1 n. 1 Legge 29-6-1939, n. 1497 le numerose grotte naturali esistenti in Sardegna, onde porre un argine al fe­nomeno dei’ “tagliatori”, esterna alcune perplessità sul modus procedendi e chie­de, in particolare, ai fini della notificazio­ne prevista dallo art. 6 della citata legge, se per “proprietario” debba intendersi:

a)  colui nella cui proprietà è ricompresa l’imboccatura de/la grotta (osservando peraltro che le grotte hanno in genere più di una imboccatura, spesso sco­perte in epoche successive);

b)  colui la cui proprietà sia ricompresa nella proiezione superficiaria del peri­metro della grotta (osservando peral­tro che le grotte vengono esplorate e

rilevate in periodi successivi);

c)  il demanio pubblico (dello Stato, della Regione o del Comune) tenuto conto del fatto che le grotte si sviluppano spesso a grande profondità.

Rileva al riguardo la scrivente che il problema non si pone tanto in termini te­orici, di definizione della proprietà del sottosuolo speleologico, quanto in termi­ni pratici di individuazione del soggetto cui, attraverso la notificazione dell’atto di vincolo, viene imposto (in ragione della concreta disponibilità che egli ha dello immobile) un onere di conservazione e tu­tela preordinato a/la salvaguardia degli in­teressi pubblicistici riconnessi al mante­nimento della situazione attuale.

Eppertanto, considerato che la dichia­razione di notevole interesse pubblico vie­ne notificata “ai proprietari, possessori o detentori, a qualsiasi titolo, degli immobi­li” (art. 6 citato), sembra che il problema proposto possa trovare soluzione nel sen­so:

I)   che la notifica debba eseguirsi nei con­fronti tanto di coloro che risultano es­sere i proprietari dei terreni nei qua­li si aprono le imboccature delle grotte quanto di coloro che possiedo­no o detengono, a qualsiasi titolo, i terreni medesimi.

Avuto riguardo alla possibilità che la caverna (leggi: grotta) si sviluppi sotto terreni di aliena proprietà (sia ab ori­gine sia per sopravvenuti frazionamen­ti del/a proprietà del suolo soprastan­te) e considerato che pur in tal caso essa risulterebbe praticabile nell’inte­ro sviluppo dagli stessi soggetti nel­la cui disponibilità si trovano i terre­ni ricomprendenti gli accessi (e quindi gli accessi medesimi), sembra oppor­tuno precisare espressamente, nel­l”’approvazione” di cui all’art. 11 R.D. 3-6-1940 n. 1357, che essa riguarda l’intera caverna (leggi: grotta) nella sua unità ed in tutto il suo sviluppo, e che le conseguenti limitazioni si esten­dono a tutte le attività praticabili nel suo interno a qualsiasi livello (leggi: profondità) ed a qualsiasi distanza degli accessi rilevati;

Il)  che in caso di successiva scoperta di altre imboccature - rectius di altre ra­mificazioni della grotta aventi accessi autonomi - debba operarsi una nuova dichiarazione di interesse pubblico li­mitata alla nuova scoperta - conside­rato come “cosa” a sè stante ancor­chè collegata ad altra cosa precedentemente nota e vincolata - da notificare ai proprietari, possessori o detentori dei soli terreni nei quali ri­cadono i nuovi accessi ritrovati (sia­no essi o meno i medesimi destinatari della notificazione del precedente vin­colo).

 

Com’è ovvio anche tale ulteriore dichia­razione dovrà recare le precisazioni so­pra accennate.

Sembra in fine, per quanto concerne l’eventualità che la grotta si sviluppi in profondità sotto terreni nella disponi­bilità di soggetti diversi da quelli de­stinatari della notifica, che la circostan­za non abbia alcun rilievo ai fini delle attività di esplorazione e di ricerca, tenuto conto del disposto dell’art. 840 comma secondo c.c., secondo il qua­le il proprietario del suolo (e quindi il possessore o detentore) non può op­porsi ad attività di terzi che si svolgo­no a tale profondità nel sottosuolo che egli non abbia interesse ad escluderle (la profondità cui può ritenersi insussi­stente l’accennato interesse deve in­tendersi come valore relativo, variabile con le caratteristiche geologiche del­l’immobile; il fatto stesso della sussi­stenza della grotta sembrerebbe del resto poter costituire un limite a deter­minate possibilità di utilizzazioni del sottosuolo).

Ritornando ora alle forme di’ “tutela passiva” applicabile ai fenomeni geomor­fologici e quindi alle grotte, prevista con la legge 29 giugno 1939 n. 1497, appare evidente che non si possono egualmente tutelare tutte le grotte, ma solamente quelle dotate di cospicua bellezza o costituente singolarità geologica. La così detta “Legge Galasso”, 8agosto 1985 n. 431 che ha assoggettato a vincolo pae­saggistico (e quindi di superficie onnicom­prensiva) diverse categorie di beni, ma non lo ha fatto per i’ “fenomeni geomorfo­logici”, risulta quindi evidente che le “grot­te” possono essere considerate oggetto di tutela, nelle forme sopraindicate dal­l’Avvocatura Generale dello Stato, seguen­do la procedura prevista negli articoli da 2 a 7 della L. 1497/1939.

La Legge della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, 1 settembre 1966 n. 27, a sua volta richiama invece nel titolo una “tutela paesaggistica”: Norme di inte­grazione della legge statale 29 giugno 1939 n. 1497, per la tutela del patrimonio speleologico della Regione Friuli-Venezia Giulia, in cui all’articolo 1, punto a), auto­rizza l’Ente Regione: ad emanare nel qua­dro della disciplina normativa (omissis) i provvedimenti conservativi urgenti, diretti ad evitare la distruzione, l’ostruzione, il danneggiamento, il deterioramento ed il deturpamento delle cavità naturali della Regione. E questo un passo molto impor­tante poiché con tale legge regionale implicitamente viene riconosciuto un “pro­blema generale di tutela delle cavità”. Appena nel 1993 venne proposto un pri­mo elenco di 271 cavità di questa Regio­ne, particolarmente meritevoli di venire tu­telate con un provvedimento di vincolo paesaggistico, così suddivise: 144 nelle province di Trieste e Gorizia 127 nelle province di Udine e Pordenone.

Considerati i tempi molto lunghi per effettuare tutte le ricerche catastali ed i rilievi in natura, la Commissione Regiona­le Consultiva per i Beni Ambientali nel 1995, aveva nel frattempo espresso parere favorevole per l’avvio di queste proce­dure, per le prime 32 cavità facenti tutte parte del Carso Tniestino, a causa di evi­denti caratteri di urgenza dovuti ai piani urbanistici, grande viabilità, che avrebbe­ro perfino condizionato l’esistenza di al­cune di queste cavità. Nel 1995 furono infatti avviati gli “avvisi di tutela” ai vari soggetti e subito dopo furono emessi i relativi  “decreti” .

Questa - prima “operazione per la tu­tela delle grotte” - fu una buona vittoria per la speleologia della Regione Friuli-Venezia Giulia, estensibile del resto an­che alle altre Regioni italiane, basta applicare la legge! Si è ottenuto così la possibilità di evitare la distruzione, il dan­neggiamento, il deterioramento ed il de­turpamento almeno delle più importanti e significative grotte, e ciò indipendente­mente dal fatto se le cavità si aprono in aree già protette da altri provvedimenti di tutela, oppure in aree completamente pri­ve di qualsiasi possibilità di salvaguardia. Questi casi di non tutela specifica, si sono potuti verificare a causa di uno scarso in­teresse, o meglio di carente conoscenza ambientalistica, il più delle volte determi­nato dai proponenti dileggi di tutela na­zionali o regionali, poiché veniva di soli­to, da loro considerata la sola componente vegetazionale. Venne scritto da Roberto Barocchi (1996), in occasione dei trent’anni della Legge Regionale 1 settembre 1966, n. 27 (Norme di integra­zione della legge statale 29 giugno 1939, n. 1497, per la tutela del patrimonio speleologico della Regione Friuli-Venezia Giulia):        ...Del regno vegetale e ancor più del regno animale il pubblico ha qualche conoscenza, grazie anche ai documentari televisivi e alla vasta letteratura divulgativa. Del regno minerale, e in particolare dei fenomeni geomorfologici, l’uomo del­la strada conosce poco.

È stato anche più volte affermato che i “paesaggi carsici” (nota espressione geografica), con tutta quella ricca gam­ma di fenomenologie geomorfologiche che li caratterizza, hanno un grande inte­resse scientifico, culturale, ma anche este­tico-paesaggistico e, a differenza di tutte le altre specie vegetali ed animali, una volta distrutti . . .non sono dei beni rinno­vabili e quindi dovrebbero essere sogget­ti ad un tutela molto particolare, sopra e sotto terra.

 COME TUTELARE LE GROTTE

 Che le grotte, in quanto fenomeni na­turali, dovrebbero essere tutelate, lo sap­piamo. Ma come?

 COSA TUTELARE

Le cose di interesse speleologico da sottoporre a tutela si possono distinguere in quattro categorie principali:

1)  le grotte di particolare importanza, caratterizzate da vastità di sviluppo, bellezza degli ambienti e delle concre­zioni, valore storico o paleontologico o paletnologico; propongo di chiamar­le speleotòpi, in analogia ai biotopi e ai geotopi, per indicare che sono fe­nomeni eccezionali; queste cavità an­drebbero sottoposte a una tutela stret­ta, essendo prevalente l’interesse pubblico alla loro conservazione rispet­to ad altri interessi pubblici o econo­mici; ad esempio, per tutelare uno speleotopo si dovrebbe vietare una cava che altrimenti lo distruggerebbe e si dovrebbe modificare il tracciato di una strada in galleria che ci passasse in mezzo;

2) le grotte in generale, che potremmo chiamare speleotipi; è opportuno tu­telarle, così come si tutelano la flora e la fauna anche fuori dei parchi natura­li, ma possono essere sacrificate qua­lora prevalga un interesse pubblico o economico non ragionevolmente sod­disfacibile in altro modo; uno speleo­tipo può anche essere sacrificato per una cava o la costruzione di una stra­da se il salvarlo comportasse costi sproporzionati al valore intrinseco del bene;

3)  i sistemi idrografici carsici, compre­se anche le cavità non esplorabili o non ancora esplorate;

4) le aree carsiche, come insieme di fe­nomeni geomorfologici epigei e ipo­gei.

Fabio Forti Gli speleotopi si possono suddividere in:

a)       speleotopi assoluti che, per la loro bellezza e particolarità, dovrebbero essere visitabili solo da speleologi e in particolare a finì scientifici, essen­do altrimenti soggetti a un rapido de­grado; ad esempio, la grotta Gual­tiero nel Carso triestino, o almeno alcune sue parti più delicate;

b)       speleotopi visitabili, che potrebbe­ro essere oggetto di visite da parte di speleologi e anche da parte di non esperti accompagnati da guide speleologiche; ad esempio il Bus de la Rana in Veneto o il Corchia in Toscana1

c)        speleotopi turistici che, o perché già attrezzati come grotte turistiche, o perché attrezzabili senza troppi danni, possono ricevere grandi mas­se di visitatori, pur essendo preser­vati da altre alterazioni.

Gli speleotipi si possono sommariamen­te suddividere in:

-            speleotipi rilevanti: cavità che co­munque hanno per estensione e per bellezza di ambienti un buon valore speleologico e andrebbero per quan­to possibile preservate;

-            speleotipi comuni: cavità di scarse dimensioni e particolarità2, che pos­sono anche essere distrutte, se pre­vale un interesse economico a farlo, ma dopo essere state rilevate in modo da mantenere la conoscenza di quello che c’era in un certo luo­go.

I sistemi carsici e le aree carsiche andrebbero sottoposti a una tutela gene­ralizzata che ne impedisca la distruzione, salvo le non rilevanti trasformazioni che fossero di interesse pubblico preminente. In ogni caso si dovrebbero prendere tutti i possibili accorgimenti per limitare le trasformazioni di tali complessi e aree.

 DA COSA TUTELARE

 I pericoli principali sono:

•    le trasformazioni del territorio: edificazione, cave e miniere, infrastrutture;

•    l’abbandono di rifiuti, sia quelli lasciati dai visitatori, sia soprattutto quelli get­tati nelle grotte che vengono usate come pattumiere;

•    l’inquinamento idrico, usando talvolta le grotte come scarichi fognari;

•    i danneggiamenti, in particolare l’asporto di concrezioni.

 I MEZZI PER LA TUTELA

 Sono tre le possibili forme di tutela di un bene naturale:

•    la tutela passiva si attua con vincoli, cioè con norme che pongono divieti o subordinano un’azione all’ottenimento di un’autorizzazione; sono tali ad esempio il vincolo paesaggistico, il vincolo idrogeologico, norme di legge che vietano o limitano la raccolta di piante o animali o regolamentano la caccia o la raccolta di funghi;

•    la tutela attiva consiste nel fare qual­cosa in favore de bene tutelato; sono forme di TA i parchi naturali, in quanto vi è un ente di gestione che non si limita a controllare e vietare, ma fa anche opere di miglioramento e prov­vede alla fruizione del bene; sono tali anche la selvicoltura naturalistica, le sistemazioni idraulico forestali (purché condotte con criteri naturalistici), le opere di manutenzione in genere; lo è anche lo studio e l’esplorazione delle grotte, in quanto consente di aumen­tare la conoscenza che noi abbiamo dei fenomeni ipogei; insomma, noi speleisti3 siamo dei tutelatori attivi;

•    la tutela mediata si fa con gli stru­menti urbanistici, cioè con i piani re­golatori comunali, con i piani territo­riali regionali (quando ci sono), eccetera; è mediata perché contiene non solo divieti, ma anche indicazioni in positivo di ciò che si può fare e come lo si deve fare; gli strumenti ur­banistici sarebbero un potente mezzo di tutela dell’ambiente, se fatti bene, perché agiscono in via preventiva; ad esempio, destinando una certa area a parco naturale si prevengono quelle trasformazioni, quali l’edificazione, che distruggerebbero il bene.

 LA TUTELA PASSIVA

 Non esistono leggi nazionali specifi­che per la tutela delle grotte. Il DLgs 490/ 1999 indica all’art. 139 fra i beni che possono con atto amministrativo essere sottoposti a vincolo paesaggistico le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale o di singolarità geologi­ca. Ne consegue che le grotte, almeno le più rilevanti, possono essere tutelate sot­to il profilo paesaggistico.

A questa disposizione, già contenuta con uguale testo nell’art. i della L 1497/ 1939, si richiama l’art. 1, lettera a) della legge regionale del Friuli-Venezia Giulia n. 27/1967, che autorizza la Regione a emanare, nel quadro della disciplina nor­mativa, di cui alla legge statale 29 giugno 1939, n. 1497 e con il rispetto delle attri­buzioni dell’autorità militare, i pro vvedi­menti conservativi urgenti, diretti ad evita­re la distruzione, l’ostruzione, il danneggiamento, il deterioramento e il deturpamento delle cavità naturali della Regione .

Non sono a conoscenza di leggi che in altre regioni tutelano le grotte, salvo la legge della Regione Lazio. In ogni caso si può sempre invocare la legge dello Stato. Il problema è che per ogni cavità occorre emettere un decreto di vincolo con un iter laborioso.

La L 431/1985, detta legge Galasso, ora ricompresa nel DLgs 490/1999, ha ampliato le categorie vincolabili già previ­ste dalla L 1497, elencando varie tipolo­gie già sottoposte a vincolo opelegis, quali le montagne, i fiumi e laghi, le co­ste, i boschi, i ghiacciai, i siti archeologici e persino le aree soggette a usi civici e le università agrarie,6 ma non i fenomeni ge­omorfologicì, epigei o ipogei che siano.

Le grotte non sono quindi tutelate auto­maticamente sotto il profilo paesaggisti­co, ma vanno vincolate.

 LA TUTELA ATTIVA

 A parte le forme di tutela attiva che noi pratichiamo esplorando, rilevando, catastando le cavità ipogee, si possono fare ancora le seguenti cose:

—  divulgare l’amore e il rispetto per i fenomeni geomorfologici anche con campagne di informazione;

—  favorire le visite guidate di grotte non turistiche con l’istituzione di guide speleologiche

—  sorvegliare le costruzioni di edifici e infrastrutture e intervenire per convin­cere le Autorità e le imprese a salvare il salvabile;

—  sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità affinché chi di dovere controlli e persegua le discariche abusive e l’abbandono di rifiuti in aree carsiche;

—  segnalare alle autorità di polizia, affin­ché procedano ai sensi degli artt. 14 e 50 del DLgs 25 febbraio 1997 n. 22, chi abbiano trovato a gettare immon­dizie (in questo caso è bene fotogra­fare il colpevole nell’atto dell’abban­dono e prendere nota del numero di targa);

—  darne segnalazione all’Autorità giudi­ziaria affinché valuti se vi siano gli estremi di reato di cui all’art. 734 del Codice Penale (distruzione o deturpa­zione di bellezze naturali) quando una discarica o una costruzione o altro abbia distrutto una grotta;

—  portare alle autorità di polizia, perché facciano indagini, eventuali rifiuti da cui si possa risalire al proprietario (ad esempio riviste inviate in abbonamen­to con l’indirizzo di chi le ha ricevute, lettere e cartoline, targhe di mezzi a motore);

—  sensibilizzare i componenti, soprattut­to ambientalisti delle commissioni edi­lizie comunali e dei comitati tecnici regionali, affinché condizionino l’appro­vazione di progetti di opere in aree carsiche alla presentazione di una perizia speleologica e prescrivano che:

•    il ritrovamento di cavità sia segnalato al Catasto regionale delle grotte affin­ché invii degli speleisti a rilevare le cavità;

•    in caso di ritrovamento di speleotopi o di speleotipi rilevanti il direttore dei lavori faccia in modo di preservarle per quanto possibile e di renderle acces­sibili anche a lavori finiti (eventualmen­te ponendo in opera una botola);

•    quando si esaminano progetti rilevanti (strade, cave, ecc.) sia chiesto al ca­tasto regionale delle grotte o al grup­po speleologico locale di nominare una commissione speleologica che segua i lavori per individuare eventua­li cavità che potrebbero sfuggire al direttore dei lavori o all’impresa.

 LA TUTELA MEDIATA

 Un potente strumento di tutela, che possiamo definire tutela mediata, sono gli strumenti urbanistici. Questi possono aiutare a preservare le cavità e i fenomeni geomorfologici in genere nei seguenti modi:

-    mediante la zonizzazione, localizzan­do ove possibile le zone soggette a trasformazione come le zone residen­ziali, produttive e per attrezzature in aree non interessate da fenomeni ge­omorfologici rilevanti; va da sé che ciò non sempre è possibile: in un comune completamente carsico si dovrà con­sentire di costruire da qualche parte; ma almeno si curerà che le cavità più importanti conosciute non ricadano in zone edificabili;

-    mediante norme che prescrivano il mantenimento per quanto possibile di cavità in zone edificabili;

-    mediante norme che vietino Io scarico diretto dei reflui nelle cavità e su bordinino l’ottenimento della concessione edilizia alla possibilità di allacciamen­to a una fognatura comune, senza possibilità di subirrigazione.

Un esempio di tutela mediata delle cavità ipogee e delle aree carsiche in generale sarebbe stato il piano territoriale regionale generale (PTRG) del Friuli-Ve­nezia Giulia, finito di redigere presso l’uf­ficio che dirigevo nel maggio 1997, ma messo in un cassetto, ove ancora giace, dall’allora assessore regionale competen­te .

 UNA LEGGE

 La cosa migliore per tutelare le grotte sarebbero una legge nazionale o, in difet­to, delle leggi regionali per assoggettare le aree carsiche a una generale tutela e le cavità e i fenomeni geomorfologici più rilevanti a una tutela più specifica.

Sarebbe poi bello facilitare le cose a noi speleisti, escludendo le ricerche spe­leologiche e i relativi piccolo scavi dal­l’obbligo di presentare dichiarazione di movimento di terra e roccia in deroga al vincolo idrogeologico e di ottenere l’au­torizzazione paesaggistica nelle aree sog­gette a tali vincoli.

Se non si compiono questi riti carta­cei è perché nessuno lo sa, ma a rigore lo si dovrebbe fare, pena la sanzione di 3.333 lire per la mancata dichiarazione di movimento di terra e roccia e la denuncia penale per alterazioni non autorizzate del paesaggio in aree vincolate.

Nel Friuli-Venezia Giulia qualche anno fa fu escluso con un articolo di legge l’ob­bligo della dichiarazione idrogeologica per gli scavi alla ricerca delle grotte.

                                                                                                Roberto Barocchi