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GROTTA DELL'URAGANO 33 YEARS AFTER

Massimo Baxa - Foto . M. Vassallo

Pubblicato sul N. 32 di PROGRESSIONE - Anno 2000

 Qualche anno fa Elio Padovan mi disse: "Perché non te va a tociarte nel sifon dell'uragano? Son sicuro che continua, nel '67 Kozel ga passà un sifon e dopo se ga fermà fora de un secondo, che secondo lui andava avanti ben!" Queste parole mi rimbalzavano nella mente ogni qual volta, passando in sede, vedevo il rilievo dell’Uragano appeso ad una parete.

 La molla scattò dopo che Pino Guidi mi diede in visione il libro delle relazioni speleosubacquee "dei pionieri" della C.G.E.B, quando trovai la relazione del superamento del sifone terminale della grotta dell’Uragano, datata marzo 1967 (avevo 3 anni all'epoca) e scritta a mano da Adalberto Kozel. Mitico! Foto sbiadite in bianco e nero, raffiguranti gli artefici delle prime esplorazioni speleosubacquee della storia di questa attività, mostrano uomini coperti da sottilissime mute in foglio di gomma che si immergono in acque gelide; al posto della moderna attrezzatura per respirare sott'acqua utilizzavano gli apparecchi ARO (autorespiratore ad ossigeno), di derivazione militare.

 Quindi, dal punto di vista tecnico, erano limitati sia come permanenza al freddo, causa la scarsa protezione data dalla muta di gomma, sia dal limite di utilizzo in profondità dell'ARO (circa 10 m). Ma l'entusiasmo non mancava e quindi tutto diveniva possibile. Sulla relazione, Kozel descriveva il faraonico trasporto delle attrezzature come un'impresa ardua a causa dei numerosi stretti passaggi della cavità, una risalita non proprio agevole e quindi la discesa di un pozzo di 40 m. Ricordo che all'epoca utilizzavano le scalette e che sicuramente dovevano calare tutte le attrezzature con paranchi e quindi tutto portava via più tempo e più fatica che ai tempi nostri. Kozel si immerse nel laghetto, limpido e smeraldino, per riemergere 45 metri dopo in una galleria con il fondo allagato da circa 60 centimetri d'acqua, lunga una trentina di metri, che poi risifonava. A quel punto tornò indietro. Laghetto smeraldino, acqua limpida, poca profondità (m 7), avvicinamento relativamente semplice: perché non tentare? Il primo problema in questi casi sono i portatori, ma questa volta la dea bendata fu dalla mia: infatti parlai con Elio che, entusiasta, assoldò un nutrito gruppo del G.A.M.

Poldo ne parlò in G.S.S.G. e, visto che il gruppo lavora in zona cercando collegamenti con l'abisso Pahor, anche da lì si presentarono alcuni stoici volontari interessati al buon esito dell'avventura. Un gruppo sarebbe entrato in grotta sabato per armare la cavità e per trasportare i cinque sacchi di attrezzatura sub fino al sifone ed il giorno dopo sarebbe entrato in grotta un altro gruppo con il sub, raggiunto poi per il recupero delle attrezzature dal primo manipolo di eroi, cosa non avvenuta per sfinimento fisico di alcuni.

 Tutto secondo i piani: sabato 26 la prima squadra entra, arma e deposita il materiale sub in cima al pozzo di 40 metri. Papo, prima di passare una notte "omosado-maso-fetish" con Lazzy nella caverna iniziale della grotta, ci telefona (nel '67 non era possibile) per dirci che tutto è a posto e che manca la corda del P. 40. 11 giorno dopo ci presentiamo all'ingresso dell'uragano con la corda mancante, lieti di trovare i nostri due amici in piena forma nonostante la notte passata praticamente all'aperto. A questo punto soliti casini, prese in giro, viz: "Chi VOI? Ciapa! Dove xe il carburo? Ciol! Tornime el calzin! No! No me sta più I'imbrago! Per forza, xe el mio! E poi tutti dentro. Tutti, sig! meno uno: Tony Kappa fortunatamente l'ultimo della carovana si incastra nel primo pozzo e dopo vari tentativi con: supercalzante, grasso di balena, Svitol e burro Vitasnella riesce a liberarsi, risale e decide di aspettarci fuori. Peccato.

Il gruppo procede spedito fino al P. 40, dove troviamo i sacchi col materiale. A questo punto Papo arma il pozzo ed uno alla volta scendiamo fino a trovarci di nuovo tutti uniti sul bordo del laghetto. L'acqua è veramente limpida, la roccia bianchissima, colpita dai raggi delle lampade elettriche, emana mille riflessi che rimbalzano nel sifone. Non vedo l'ora di entrare in acqua. Iniziamo ad assemblare l'attrezzatura sub suddivisa meticolosamente nei vari sacchi, questa operazione porta via un po' di tempo ma tutto deve essere in ordine in questa attività.

 Quando tutto è pronto, bevo un ultimo sorso di tè caldo e indosso la muta, non più in foglio di gomma come i primi esploratori, ma in neoprene da dieci millimetri. In certe situazioni anche troppo spessa, ma come insegna l'esperienza, meglio un po' di caldo in più che rischiare l'ipotermia. La temperatura dell'acqua si aggira infatti attorno ai 4°C e non so per quanto tempo dovrò rimanere in ammollo. Sono pronto. Lazzy e Poldo mi aiutano ad indossare le bombole, fisso la sagola ad uno spit, ultimi controlli, saluti di rito e via nel liquido elemento.

Scendo sul fondo del laghetto, l'acqua è veramente limpidissima, noto immediatamente l'ingresso della galleria allagata, sul fondo bellissimi ciottoli bianchi, che mi serviranno a fissare ogni tanto la sagola guida; continuo spedito. Controllo degli strumenti: tutto O.K.; ad un certo punto inizio la breve risalita e vedo, sparsi in un paio di punti, i resti della sagola che ha guidato Kozel, è incredibile che siano ancora là dopo 33 anni di permanenza in acqua.

Riemergo, a fatica mi alzo in piedi e cammino, nell'acqua, per riprendere l'immersione dal punto in cui Kozel si era ritirato. Riparto, sono sul fondo della galleria, fisso la sagola e dopo aver percorso un tratto relativamente breve, inizio a risalire. Vedo sopra di me la schiuma della cascata che immaginavo di trovare, dato il frastuono che mi aveva accompagnato per tutta l'immersione.

Una volta in superficie tento di risalire la cascatina ma, visto il peso del materiale che indosso, non tolgo un ragno dal buco; di spogliarmi non se ne parla nemmeno, così fisso a fatica la sagola, faccio uno schizzo della galleria, che continua in salita, e torno indietro a malincuore (speravo di percorrere un tratto ben più lungo), rilevando il tratto appena percorso. Quando riemergo davanti agli amici le solite domande: come iera? Continua? Stropa? Pesci? Babe? Bira? A questo punto sistemiamo nuovamente l'attrezzatura nei sacchi e, dopo una breve colazione, ci muoviamo verso l'uscita speranzosi di incontrare gli amici del G.A.M., non ricordando i famosi detti: "chi di speranza vive, disperato muore oppure chi vive sperando, muore.. . grottando!

Infatti gli amici del Gruppo Alpinisti Mudande, distrutti nel fisico e nella psiche, dal primo giorno di grotta, non si fanno vivi e perciò ci arrangiamo da soli, felici come non mai. Superando mille peripezie raggiungiamo l'uscita dove ci aspettano Elio, Tony Kappa, Walter e Gianni Taxi; è tardi e fa buio. Telefoniamo a casa per far felici le mogli/mamme/fidanzate e iniziamo la discesa verso le macchine, con la mente ad un'abbondante cena che non faremo a causa dell'ora tarda; quindi rientro forzato a Trieste.

In sintesi il tratto esplorato conta una lunghezza di 25 metri per circa 3,5 di profondità; la galleria è relativamente larga (m 4 x m 4), non si riscontrano problemi per l'immersione. Pensiamo di ritornare quest'inverno, con attrezzatura più leggera per risalire la galleria. Arrivederci alla prossima avventura!

Hanno partecipato: per la C.G.E.B. Alberto Lazzarini Tony Klingendrath Manuela Vassallo Marina Belli per la G.G.S.G. Paolo Alberti Paolo Del Core Alberto Bizio Clarissa Brun per il G.A.M. Elio Padovan Fabio Pestotti Walter Inglessi Roberta Gianni Taxi Daniela Luciano Mllic per tutti,

                                                                                             Max Baxa