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Addio a Pepe Baldo

Pepe Baldo alla base del pozzo d'ingresso del "Boegan"

BALDO Giuseppe

Trieste 26 settembre 1937 – 19 giugno 2015

Un tempo, parlo della seconda metà del secolo scorso, ogni domenica il Carso era battuto da pittoreschi gruppi di giovani e giovanissimi che con grossi rotoli di scale e pesantissime matasse di corde (di Manila, diametro da 14 a 22-24 mm) davano l’assalto al mondo sotterraneo: allora le grotte conosciute e messe a Catasto erano soltanto un migliaio e si trovavano persino pozzi e caverne incontaminati, c’era veramente molto da scoprire ancora. Fra i giovani che allora percorrevano le strade polverose – solo quelle statali erano asfaltate – con appeso all’esterno dello zaino un elmetto militare c’era anche lui, Giuseppe Baldo, vent’anni, e per gli amici Peppe.

Peppe si avvicina al mondo della speleologia già vecchio – per quei giorni – aderendo ventenne al Gruppo Escursionisti Speleologi Triestini, allora diretto dal diciottenne Gianni Bertini e composto di ragazzi dai quindici anni in su. In quell’anno il Gruppo, entrato nell’ambito dell’Associazione Nazionale Dispersi e Caduti della Repubblica Sociale Italiana, si stava trasformando: grazie alla Presidente dell’Associazione aveva avuto ospitalità in una stanza nella sede di via Mazzini 15, qualche piccolo aiuto economico, una carta intestata con recapito postale, un timbro ed un gagliardetto ricamato, ma soprattutto la copertura formale: passava dal livello di “banda di grottisti” a quello di “gruppo”. Una cosa non da poco nella Trieste degli anni ’50 in cui frequentavano le grotte del Carso oltre una ventina fra società, gruppi e bande di speleo.

Nel GEST Baldo ha subito un ruolo amministrativo di rilievo, diventando dapprima magazziniere e poi economo del Gruppo: a lui si devono gli inventari del materiale posseduto, documenti che a distanza, ormai di quasi sessant’anni, ci informano sulla consistenza e capacità operativa del GEST.

Ma, pur essendo un grottista sin nel fondo dell’anima, il Gruppo gli va stretto. Pur essendo psicologicamente in linea con gli ideali del Gruppo – gli scavi nelle foibe alla ricerca di resti umani e le escursioni in grotta allo scopo di allenamento o di visita e rivisita delle più belle grotte del Carso – questi non gli bastano più.

Così, nell’autunno 1959, passa all’Alpina delle Giulie, pur rimanendo in ottimi rapporti di amicizia con i vecchi amici: infatti l’anno seguente parteciperà, portandovi per di più altri due soci della Commissione Grotte, alla spedizione al Bus de la Lum organizzata dal GEST per verificare la presenza sul fondo di resti di infoibati.

Entrato nella Commissione Grotte Boegan trova finalmente la possibilità di condurre un’attività esplorativa degna di questo nome. Con il gruppo di giovani della stessa opera con successo non solo sul Carso ma anche nel vicino Friuli (Pradis, Cansiglio) e nel sud dell’Italia ove prende parte alle prime due spedizioni sugli Alburni, spedizioni che a quell’epoca duravano due settimane (solo il viaggio di andata e ritorno portava via quattro giorni): basti pensare che il materiale veniva spedito oltre un mese prima via ferrovia ed era composto da due grossi bauli (uno fornito proprio da Peppe), una ventina di rotoli scale, sacchi con corde, pacchi con il materiale da campo, zaini personali.

Al termine della seconda spedizione sugli Alburni Peppe, assieme ad altri due consoci, scende in Calabria per partecipare alla spedizione dei piemontesi del G.S.P. alla Grotta del Bifurto: ha modo così di conoscere la speleologia “occidentale”, le scalette superleggere (che al ritorno verranno clonate e migliorate notevolmente da Mario Gherbaz). Nel frattempo aveva partecipato alla campagna esplorativa alla Preta che, organizzata dalla Commissione e dai Falchi di Verona, era riuscita a superare i limiti ritenuti invalicabili dalle spedizioni precedenti aprendo la via alle indagini che hanno portato la cavità alle dimensioni che oggi conosciamo.

Purtroppo l’attività di rivenditore di giornali nel negozio del padre lo costringe a lavorare anche tutte le domeniche e le feste comandate per cui le giornate libere da dedicare alle grotte sono sempre meno. Ciò nonostante riesce ad esplicare una notevole attività esplorativa: nel 1962 partecipa agli scavi al Piccolo Fernetti, 3914 VG, cavità che viene portata dai 60 metri iniziali a 164 attuali e dedicata quindi alla memoria del giovane speleologo della consorella XXX Ottobre Mauro Colognatti, stroncato ancora giovane da un male incurabile. L’anno seguente è presente alla prima spedizione all’abisso Boegan, 555 Fr, in cui scende il pozzo iniziale sperimentando per primo l’argano costruito da Enrico Davanzo. Scende quindi nelle grotte di La Val, 340 Fr, in un’esplorazione condotta da Carlo Finocchiaro (ed in cui, durante la risalita, viene colpito alla testa da una grossa pietra smossa dal compagno che lo precedeva: dopo un attimo di smarrimento un sorso di grappa dalla fiaschetta del Maestro lo mette in grado di riprendere la salita), nell’ingh. di Fontana Rugat e in molte altre grotte del Friuli.

Il periodo 1964-1970 la frequentazione delle grotte subisce una contrazione, pur rimanendo di un certo livello: oltre a scendere per allenarsi (sulle scalette…) in grotte come la Noè, 90 VG, è presente agli scavi alla Grotta Soffiante di Monrupino, 1145 VG, alla prima esplorazione della Grotta dell’Uragano, 556 Fr, alla spedizione della Pasqua 1966 al Gortani, 585 Fr. In quegli anni, in cui riesce a trovare pure il tempo per dare una mano ai corsi di speleologia, inizia a dedicarsi pure all’attività speleosubacquea, attività che lo vede impegnato, sia come speleosub che come supporter, in cavità del Carso e del Friuli: Grotta del Lago, 4583 VG, Fontanon di Piani, 160 Fr, Goriuda, 1 Fr, Risorgiva dell’Acqua Nera, 683 Fr.

Spirito dinamico ed esuberante non si limita però a lavorare sul campo, ma dà il suo contributo anche a livello organizzativo: eletto nel Direttivo della Commissione Grotte nel 1968, viene riconfermato pure l’anno seguente. Nel 1968 è nominato membro del Comitato per il Museo Speleologico di Borgo Grotta Gigante, Comitato in cui rimarrà sino al 1972; nello stesso anno è chiamato a far parte del Comitato Pubblicazioni della S.A.G.

L’apporto maggiore che darà alla Società è nella gestione di Alpi Giulie, la rivista della S.A.G, nella cui redazione viene chiamato nel 1968 dall’allora Direttore Responsabile Carlo Finocchiaro. La massima fiducia dimostrata dal “Maestro” al nuovo Redattore sarà abbondantemente ripagata: Alpi Giulie si trasforma da dignitoso bollettino sezionale a egregia rivista di cultura alpina, tornando agli splendori dei primi decenni del secolo. E’ una trasformazione che coinvolge non soltanto nella forma (che Baldo curava personalmente, provando e riprovando l’impaginazione nella sua edicola) ma anche e soprattutto nei contenuti.

Nel 1973 esce l’annata 67 di Alpi Giulie, relativa il 1972, l’ultima di una Rivista da lui seguita e migliorata lungo un quinquennio: ormai gli impegni di lavoro e famigliari non gli lasciano più spazio per altre attività. Quando lascia l’Alpina e la speleologia lascia molti rilievi di grotte del Carso, del Friuli e degli Alburni da lui realizzati o a cui ha collaborato e due dozzine di scritti, fra cui un’apprezzata monografia sulla letteratura speleologica nel Friuli Venezia Giulia.

Tornerà ancora una volta in grotta, cinquantanovenne e fisicamente provato dal male che gli riduceva di molto la capacità di movimento, nel 1996, portatovi dai vecchi amici Franco Gherbaz e Mario Battiston: una piccola serata conviviale nella Grotta di Fünferberg, 5846 VG, in Val Rosandra, ove incontrerà amici che non vedeva da anni. Il 2 maggio 2015 viene ricoverato d’urgenza all’ospedale di Cattinara ove viene operato per occlusione intestinale. L’operazione allo stomaco è andata bene, ma successive infezioni e complicazioni hanno avuto alfine ragione: la sera del 19 ci ha lasciato per l’ultimo viaggio.

Pino Guidi