home > l'attività > Il Portale > 2008 > DISQUISIZIONI DI UNO SPELEOLOGO A PERDERE

Faceva un freddo cane quel sabato mattina a Fernetti. Freddo che acuiva ancor di più
il feroce mal di denti che mi tormentava. La voglia di scendere per la 132a volta in quella
malefica 87 VG “alla ricerca del Timavo perduto” non mi entusiasmava per niente. Dato che
eravamo soltanto in quattro e considerando il fatto che la mia non partecipazione ai lavori
ipogei avrebbe compromesso gli stessi, facendo buon viso a cattiva sorte mi sono deciso
di non lasciar soli a faticare gli amici. Per fortuna non dovevo spogliarmi all’addiaccio, ma
bensì nel nostro confortevole “container” situato nelle immediate vicinanze della grotta e
che viene usato come ripostiglio materiali e ricovero del personale. All’interno dello stesso
vi è pure una stufetta a gas che emana un delizioso tepore con cui si tenta di asciugare
il vestiario speleo, sempre umido e infangato.
Mi stavo giusto addobbando con la mia attrezzatura di “speleologo fai da te”, quando
l’amico Pino, senza tanti preamboli, mi fa mi dice: “ora che stai entrando negli …anta
[settanta, ndr], dovresti scrivere un articolo per Progressione in cui esterni il tuo modo
di pensare sugli speleologi e sulla speleologia”. Nell’udire tale richiesta, foriera di futuri
grattacapi scritturali, il mal di denti ha ripreso nuovamente vigore, nonostante la generosa
dose di polverine antidolorifiche che avevo ingurgitato. Mi sembra, però, che un tale
articolo (sempre su sua richiesta) l’avevo già scritto per la nostra rivista qualche anno fa
e, modestia a parte, mi aveva meritato il plauso della Redazione e dei lettori per il suo
contenuto, diciamo così, avvincente. Per non dovermi ripetere e annoiare i lettori, cosa
scrivo? Cosa accidenti scrivo?
Perché si accenda nella mia testa la lampadina di disneyana memoria sono ricorso
alla lettura sull’ultimo “Progressione” dell’articolo del nostro ineffabile Pino “Sogni, sale
della vita”. Ma, ahimè, il suo scritto altamente filosofeggiante poco si addice al mio modo
di pensare e scrivere. All’inizio della lettura mi era sembrato che l’articolo in questione
avesse a che vedere con la nostra rivista come i cavoli a merenda. Poi ho dovuto ricredermi,
in quanto l’autore nelle righe seguenti traccia la storia della Commissione, dei suoi
personaggi più illustri, dei loro sogni realizzati e di quelli infranti.
Cosa penso degli speleologi? Ne ho conosciuti tanti, tantissimi, nell’arco di tempo che
passa dagli anni Cinquanta ad oggi. Come tutte le altre persone di questo mondo (anche
gli speleologi sono persone! Non lo sapevate?) ci sono stati quelli simpatici e quelli no,
certi esperti in fatto di grotte, altri no, generosi e sinceri, altri no e così via. Ognuno di loro
ha scelto la speleologia per un suo secondo fine, vuoi per la passione per le grotte in se
stessa, vuoi per stare in compagnia, per i propri studi, per interessi più o meno palesi,
oppure per voglia di emergere e tentare la scalata al potere in seno alla società.
Dal mio punto di vista il termine con cui si definisce lo speleologo quale persona pseudo
scientifica che esplora il sottosuolo per rendere edotto e partecipe delle proprie scoperte
il pubblico non in grado di scendere sottoterra, è una panzana bella e buona.
Lo speleologo, o grottista, scende nelle cavità per il semplice piacere di farlo oppure,
come detto sopra, per propri precisi interessi e non certo per accrescere le conoscenze
dell’umanità, la quale nella stragrande maggioranza dei casi (l’ho detto e scritto un milione
di volte) delle grotte non importa un fico secco. Una delle tante dimostrazioni di
questo disinteresse per la speleologia la ho avuta subito dopo la scoperta del Timavo
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nella grotta Lazzaro Jerko: stavo seduto nel mio solito bar a bermi un caffè tenendo
d’occhio un quotidiano che riportava in evidenza un articolo sulla recente scoperta.
Un tale che mi conosce e sa che vado in grotta, ha preso il giornale e rivolto ad un
tizio a lui vicino disse: “Ehi, guarda un po' qua!” ci siamo, mi dissi, ora verranno da
me a chiedere ulteriori notizie in merito alla grotta e al Timavo. Ho avuto una grossa
delusione nel constatare che il tale, voleva soltanto deridere il tizio per la figuraccia
fatta dalla sua squadra di calcio. Altroché grotta Lazzaro Jerko e Timavo! Anche gli altri
avventori, sfogliando il giornale, non hanno mostrato alcun interesse per l’articolo in
questione. Eppure si trattava di una scoperta eccezionale per il nostro territorio e per
la speleologia, messa giustamente in evidenza dal giornalista. Già, per la speleologia e
forse per un ristrettissimo gruppo di persone estranee alla stessa. Per gli altri un fatto
senza importanza. Amareggiato ho lasciato il locale convincendomi sempre di più della
giustezza di quanto detto più sopra. Forse, se noi che andiamo in grotta, fossimo lautamente
pagati come lo sono gli sportivi professionisti, forse, le cose cambierebbero e
verremmo considerati un po' di più.
Dopo aver, un po' malinconicamente, descritto speleologi e speleologia, passerò a
dire qualcosa di me stesso, per informare chi non mi conosce a fondo, cosa vuol essere
il mio andare in grotta.
Sono capitato nella Commissione Grotte alla fine degli anni Cinquanta e qui sono invecchiato,
senza ripensamenti o rimpianti. Il mio motto di allora e di oggi era ed è: vado
in grotta quando, dove e con chi voglio, sempre però tenendo presenti gli interessi e gli
scopi della mia Società. Mi considero, nella CGEB a cui sono molto affezionato, soltanto
carne da cannone e, come mi definiscono gli amici, speleologo a perdere. Non sono certo
un “uomo politico”, la “politica” l’ho lasciata e la lascio fare a chi in grotta ci va poco o
niente. Mai ho pensato di intraprendere la succitata scalata al potere anche se devo dire,
con malcelato orgoglio, che a volte ho fatto parte del suo Consiglio Direttivo.
Non ho sogni infranti! L’attività speleologica in seno alla Commissione mi ha dato grandi
soddisfazioni; anche se su cento grotte aperte ed esplorate, novanta sono risultate una
schifezza, va bene lo stesso, fa tutto parte del gioco.
Nonostante questi miei poco lusinghieri punti di vista, penso di esser benvoluto da
tutti i soci della “Boegan”, infatti non sussistono nei miei riguardi malcelati dinieghi, da
parte dei vari gruppi che operano nella Società, a prender parte alla loro attività come
turista abbandonando temporaneamente i membri della mia vecchia, vecchissima, “Squadra
Scavi”.
Ultimamente (agosto 2008), dopo i duri lavori di scavo e allargamento da parte della
squadra diretta dall’amico Luciano Filipas io, praticamene a cose fatte, mi sono aggregato
a loro per visitare, sempre in veste di turista, il nuovo abisso dedicato al famoso “Grottenarbeiter”
Luca Kralj, protospeleologo che concluse la sua esistenza nel 1864, soffocato
dai fumi di una mina nella celeberrima “Grotta dei Morti”, 15 VG. Come sempre sono
stato ben accettato dal gruppo e penso di essere entrato nel Guiness dei primati (per
modo di dire) scendendo in questo abisso di 307 metri costituito in prevalenza da profondi
pozzi e malagevoli passaggi alla veneranda età – speleologicamente parlando – di quasi
sessantanove anni. È stata dura, devo ammetterlo! Spossato, ma con le mie gambe, ho
guadagnato l’uscita dove mi attendevano i compagni d’esplorazione per gratificarmi con
un lungo applauso.
Dopo la grotta Lazzaro Jerko, dove sono stato uno dei primi a bagnarsi nel Timavo
provando gioie e soddisfazioni immense, l’abisso Luca Kralj non mi ha dato di meno.
Bosco Natale Bone