home > l'attività > Il Portale > 2007 > Introduzione alla Poloska Jama - un abisso quasi sconosciuto

INTRODUZIONE ALLA POLOSKA JAMA, UN ABISSO QUASI SCONOSCIUTO

 
 pubblicato su " PROGRESSIONE N 54 " anno 2007

In prima serata speleo per “Monte Analogo” al teatro Miela di Trieste abbracciai Rok. Erano diversi anni che non lo incontravo. Mi sono scalfite nella memoria le prime grotte assieme, cerano Maci e Riki e andavamo in certi inghiottitoi dell’Istria slovena e croata . Erano tempi di grandissimo entusiasmo e si stava formando un nuovo gruppo di punta… perduta una lacrima di nostalgia nel bicchiere della birreria “Spaten” e fisicamente assediati da una esuberante e vogliosa balcanica improvvisamente innamorata di Tanfo e Pota decidemmo di rivederci in grotta scegliendone una interessante e quasi sconosciuta agli speleo italiani, ma che a mio avviso merita invece un’ampia considerazione, soprattutto per le implicazioni storiche ed esplorative, contestuali al tempo, gli anni 60’ e 70’ in cui si svilupparono. Decidemmo per la Poloska Jama, ricordo che si può vedere pubblicata la topografia e la bibliografia della Poloska Jama sull’ultimo “Courbon” degli anni ottanta. Ringrazio Dean Ristia per aver mandato poi in redazione il suo pezzo che traduciamo per la rivista e per il nostro pubblico.

 

La cavità era nota ai pastori e montanari della zona sopra Tolmino (Idria) fin da tempi antichi, nei pressi esiste una grotta dedicata a Dante in ricordo di una sua visita in zona. Gli speleologi sloveni iniziarono le esplorazioni sistematiche negli anni 60’ quarant’anni dopo le esplorazioni storiche degli anni 20’, con la partecipazione più tardi di qualche speleo italiano e degli speleologi polacchi. E’ una risorgenza alpina fossile e dal 1964 attraverso l’ingresso classico ben visibile dal fondo valle, i primi esploratori dovettero affrontare un labirinto di condotte e gallerie impostate su varie faglie e fratture facenti emergere una certa difficoltà di orientamento e di superamento dei tratti verticali in risalita. Ecco il punto, alla Poloska Jama si affrontarono difficoltà nuovissime per l’epoca e dentro il massiccio entrò le pedula e lo scarpone di arrampicata, che magari qualcuno usava in Piemonte, ma sicuramente non a Trieste. Lo stivale in gomma “el trombin” (magari di tipo speciale: era la calzatura speleo unica ed incontestabile fino agli anni ottanta), in Canin serviva aderenza e la suola morbida riceveva consenso, e poi Comici aveva fatto tabula rasa di suole rigide. Quasi tutti gli speleo a Trieste erano arrampicatori preparati e se qualcuno usava in parete le suole rigide in palestra ed in grotta no. Lo stivale in gomma poi proteggeva dall’acqua gelida.

 

L’ATTRAVERSATA

 

In un sabato mattina di un maggio, prematuramente caldo siamo seduti al “Bistrò” centrale di Tolmin in Slovenia. Sono con Riki, arrivano Dean (enorme figura esplorativa vedi Mala Boka) e le due carine ragazze speleo, Jana e Ines e … Ci aspetta una bella scarpinata a raggiungere l’ingresso alto e poi l’attraversata per cinquecento metri abbondanti di dislivello e diversi chilometri di sviluppo, tempo medio 8-10 ore di grotta , se tutto va bene.

Lasciata l’automobile ed imbracciato il materiale speleo ci innalziamo per la dolce vallata verde ed ombrosa. Ma dura poco. Fa particolarmente caldo. La bocca d’uscita della grotta occhieggia a circa duecento metri sopra le nostre teste, la parete ed il cono detritico sottostante sono stati rimescolati dal recente terremoto. Giganteschi stacchi giallo ocra evidenziano le traiettorie dei crolli. Lasciamo il ruscelletto sulla destra, e si risale una ripida valle glaciale zigzagando tra i sfasciumi. Il sentiero s’inpenna, l’ombra lasciata da mezz’ora è un sogno passato. Sulla destra ci sovrasta il Miglavec dove gli inglesi di..Inglesi anno esplorato diversi abissi complessi profondi anche 900 metri. La traccia taglia a sinistra sfruttando una costa boscosa esonerata dai crolli recenti. La montagna è tranciata sinistramente, intere porzioni di bosco montano attorno ai 1000 – 1200 metri sono state scagliate in fondo valle.. Il paesaggio è grandissimo, per qualche verso sinistro ma impressionante. E’ una della aree più selvagge delle Alpi Giulie. Bisogna raggiungere un ripido canale e poi superare una cengia leggermente esposta. Siamo madidi di sudore ma ormai all’ombra dell’ultima cresta di roccia calcarea compatta, abbiamo lasciato sotto di noi gli sfasciumi ripidi ed insidiosi. Le ragazze come agili puledre galoppano, io e Riki seguiamo la scia sconvolti dal colore infernale. Dopo una breve arrampicata tra la parete della cresta affilata ed il ripiano sotto di noi una crepa segna l’inizio della nostra avventura. Le ragazze sono eccitate. Dean è un veterano della Poloska, è un grande esploratore di Mala Boka e di Renè e di moltissimi altri abissi importanti della Slovenia. Rok è star internazionale, guardo Riki e mi sgranocchio una barretta di cereali cercando di eliminare un certo malessere che viene dallo stomaco. L’ingesso è strettissimo ma grandioso, perché apre su un grande sistema. Gli sloveni per una scelta che condivido hanno lasciato tutti i passaggi integri. La buca da lettere dell’ingresso non è mai stata allargata anche se credo che in un’ oretta si potrebbe eliminare il disagio. Messa la testa nell’oblò si è investiti dalla polvere sollevata dal compagno che ti procede, ne assaggio un bocconcino, niente male, sbatto la sulla ruggine della pala di servizio, il passaggio si riempie in continuazione di pietrisco e polvere fine ed invadente, percui la pala dei primigeni scavatori rimane utile e perciò costantemente in servizio. In un attimo siamo tutti dentro, la circolazione d’aria è spaventosa. Ci attende una mini “Pier San Martin”.

Una galleria inclinata intervallata da salti ci spara verso il basso, bello! Serie di pozzi veloci ed un meandro. Quando lo vedo chiedo a Rok: ma c’è pure un meandro? E lui si infila dentro silenzioso, e tutti dietro. Il caninesco meandro (maldido !) ci molla dopo centocinquanta metri credo. Sbuchiamo in una salina piccolina fa molto freddino. I nostri ciceroni ci raccontano che esattamente in questo ombelichino della montagna diversi anni fa un gruppo si “smarriti definitivamente” incapaci di reagire, rimasero incastrati fino all’arrivo dei soccorritori, moltissime ore dopo. La prosecuzione non è evidentissima un abbassamento sotto ad un masso porta ad un salto, (c..zzo noi l’avremmo trovata!) ; (ci attacchiamo ad una cordina piuttsto vecchina e malandata, pure semi trancaiata), la ripariamo con un nodo. Il tratto seguente è veramente peperino. Seguo Riki, vedo dei led e qualche carburo allontanarsi verticalmente sotto le mie ormai anticate “Trezeta” in goretex. E la corda? Evidentemente sono rimasto “ancorato” a degli schemi esplorativi e di progressione antiquati, le corde sono degli strumenti non sempre necessari di questi tempi. Penso.. Ma non le abbiamo introdotte noi a metà settanta? Le superstatik? Roba vecchia .. adesso se ne fà anche a meno. “Gasati come cavalli pazzi” dietro le “fortissime” scivoliamo dentro ai pozzi, vere e proprie strutture verticali, uno è una fessura umida e molto stretta, sgonfiamo i polmoni e giù nel nulla. La circolazione d’aria si fa rabbiosa. Belle strutture inclinate condotte compatte ci trasportano in ambienti più ampi. La bruna aspetta sotto un salto, la risalita è un bel quarto + quinto - senza corda ..la vedo perplessa, e allora approfitto, le faccio “assistenza”. Risollevati gli animi, ci infiliamo in enorme un specchio di faglia, siamo verso la zona del campo, la parte delle gallerie mediane. Entriamo nel nodo cruciale della grotta, continuo a pensare ai primi che fecero TUTTO AL CONTRARIO. Dalla zona del campo si snoda il ramo del fondo e la grotta è alquanto complicata, stile piccolo pireneo. Le nostre guide ci mostrano da dove si prosegue. Meno male che loro la strada la conoscono e via tutti dentro nel budello fino a qualche attimo fa invisibile che sembra tanto scavato artificialmente o perlomeno allargato a misura umana. Si riprende un’altra galleria inclinata l’altimetro però parla ancora di qualche centinaio di metri da superare.. sembra di aver sceso di più ma questo capita in grotte così, si perde il “dislivello”…Il gruppetto si riunisce di nuovo. Davanti si restringe a destra si risale e chiude. Dean non ricorda bene, Rok và a sinistra, lo seguo, ma non sembra buona, ci sono un sacco di segni di gente che ha ravanato come noi. In realtà siamo su delle condotte alte che in qualche maniera (lo scoprirò poi dai rilievi si raccordano alla via d’uscita). Passiamo un’ora a sudare. Non allarmati ma sudati, le bionde e more sono diventate silenziose… finchè riesplorati contovoglia alcuni rami secondari Riki e Jana (la mora) cadono in una crepa sotto il pavimento, la Poloska ci richiama all’ordine..avanti march..!! Un improvvisa ritorno di memoria investe tutti, me compreso che son li per la prima volta, e vediamo spalancarci sotto ai piedi la via principale al fondo valle, la crepa è profonda due metri ed è l’inizio del chilometro che ci separa dai crolli esterni. Il tratto che percorriamo è fossile, percorriamo quei tratti di gallerie di discrete dimensioni che sicuramente eccitarono i primi esploratori portandoli al cuore della montagna. Le ultime centinaia di metri sono spettacolari, si legge la morfologia e l’escavazione dell’acqua, i suoi depositi fini e grossolani, e poi siamo usciti. Era da un po’ che non attraversavo. E’ sempre un’altra cosa uscire dalla pancia della montagna che non riemergere sempre dalla sua testa. Ci raduniamo all’uscita ed una calorosa stretta di mano ci accoglia fraternamente.

LOUIS TORELLI