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LA MIA KRUBERA

 
 pubblicato su " PROGRESSIONE N 53 " anno 2006

 

PRIME IMPRESSIONI DI UN VIAGGIO NELL’ALDILA’ DELLA SPELEOLOGIA.

 

L’ABKAZIA

Ci troviamo in Abkazia, scampolo occidentale di Caucaso a ridosso del Mar Nero. Più che una regione separatista è a tutti gli effetti uno stato indipendente dalla Georgia, nazione contro la quale una decina di anni fa ha pagato un tributo di decine di migliaia di morti. Un conflitto non ancora sopito, soprattutto nella parte orientale dove si continua a sparare e a saltare sulle mine nella speranza di un’autonomia riconosciuta.

L’atteggiamento politico è filo-russo e il clima sociale aperto e tollerante ma ovunque troneggia un degrado pesante e la tristezza di un conflitto troppo recente per essere dimenticato, una malinconia in cui fermentano povertà ed una ancora acerba capacità di rinascita. E pensare che la costa dell’Abkazia ai tempi dell’URSS era definita la Montecarlo sovietica!

In montagna il paesaggio è mozzafiato, lunare ed affascinante: un manto verdeggiante squarciato dai grigi affioramenti calcarei, dai rari ghiaioni o dalle abbondanti lingue di neve scampate al disgelo. Fasce di pareti sane, doline perfette e sempre ben raccordate a estetici karren: tutto da manuale, la condizione ideale di un carsismo concentrato. Pochi buchi ma buoni, insomma.

Rivolgendosi ad ovest a perdita d’occhio si seguono le lunghe vallate che degradano nel Mar Nero, intravedendo la notte le luci tremolanti della costa.

Radunate sotto lo sguardo severo della vetta di Arabika (2490m) le due principali aree carsiche (Arabika appunto e Bzybskiy) dove si aprono quasi tutte le cavità più profonde dell’ex Unione Sovietica. Alcune sono tra le più profonde della terra: l’unica che passa i 2000 è a 50 metri dalla nostra tenda.

 

LA SPEDIZIONE

La spedizione a cui abbiamo partecipato è stata denominata Zazerkalye 2005, letteralmente “passaggio nello specchio magico”. Quello favoloso di Alice nel paese delle meraviglie, per intendersi…

A capo di questa immane organizzazione gestita dalla neonata associazione Cavex, uno dei suoi fondatori: il grandissimo (e non certo di statura) il moscovita Denis Provalov (37 anni), costretto assieme al compagno di sempre Oleg Klimchouk (30 anni), figlio del più famoso e soprattutto furbo Alexander, a gestirsi autonomamente le proprie esplorazioni.

Il vecchio geologo ucraino infatti, sfruttando le sue quarantennali conoscenze politiche, è da sempre il referente di ogni attività speleologica praticata nei paesi dell’ex blocco sovietico. Quella speleologia difficile ed isolata, basata su fatiche enormi poco o per nulla ripagate che però di colpo guizza prepotentemente alla ribalta (e quindi vendibilissima) proprio per il record di profondità.

Il volpone, prima impegnato in altri progetti, dimostra un improvviso interessamento a Voronja-Krubera solo nel 2003 e solo dopo la scoperta della regione post-sifone. Che fiuto!

Le incomprensioni con i ragazzi a cui tocca tirare sacchi e punte (compreso suo figlio) nascono l’anno scorso quando grazie all’ormai arcinoto articolo apparso su National Geographic papà Klim ha intascato la sommetta di 130.000 dollari. Niente male e soprattutto comodamente senza mai entrare in grotta!

Ovviamente sono solo delle malelingue quelle che sostengono che 30.000 dollari li ha utilizzati per assoldare molti bravi speleologi russi ed ucraini ed il resto per se… Mah, per adesso di certo resta il fatto che casa sua è stata immediatamente rifatta…

Per Denis invece, instancabile esploratore di ogni prosecuzione chiave di Voronja-Krubera compreso lo stretto sifone senza senso di -1440 che ha permesso appunto l’esplorazione dei rami più profondi, la beffa di non leggere nemmeno il proprio nome sul rilievo…

Anzi le sue spedizioni adesso non sono nemmeno ufficiali o regolari e quando lo scorso gennaio è caduto l’elicottero, papà Klim si è rammaricato che non ci fosse scappato il morto. E pensare che tra i passeggeri, di cui uno in condizioni gravissime, vi era anche suo figlio!

D’altronde non è da ieri che speleologia, denari e politica non vanno a braccetto.

 

IL METODO RUSSO

Difficile per noi europei comprendere il senso di una speleologia così vicina alle grandi spedizioni himalayane senza viverla da dentro. Proverò almeno a descriverne i contorni.

La zona carsica seria più vicina a Mosca è proprio il Caucaso distante 1500 km. Per un moscovita l’unica maniera di andare in grotta è andarci solo in occasione della spedizione annuale. Soprattutto per motivi economici. Quindi addio punte sabato su domenica, abbiocchi in autostrada, ecc… Se poi si tratta di alcuni dei buchi più ostici e profondi della terra la frittata è fatta: un grande assalto di decine di uomini per tonnellate di materiale, armo esplorazione e disarmo, il tutto in un mese e mezzo se non due (durata media delle spedizioni).

Tutto ciò risulta ancora difficile da comprendere se non viene messo a fuoco che la manodopera è abbondante con un’età media bassa, le motivazioni sono ancora incontaminate dal nostro modello di benessere e soprattutto regna un onnipresente senso di abnegazione e collaborazione. Dimenticavo anche la caccia al record di profondità che è una costante. Non solo francese, mi verrebbe da dire…

Dal punto di vista tecnico da almeno un decennio la speleologia russa si muove con materiali e tecniche ormai universali: non vi sono più cavi d’acciaio né bloccanti astrusi ma attrezzi e usi comuni.

Restano comunque dei controsensi. In Krubera ho notato l’assurdità di non utilizzare il trapano per armare preferendo gli spit tradizionali con il risultato spesso di vedere armi sempre sicuri (addirittura tutti gli spit doppiati!) ma poco aerei e molto bagnati… E sì che il trapano viene costantemente utilizzato per allargare strettoie!

Per quanto riguarda la progressione i russi sono delle macchine: cancellando il problema della punta classica da 24 ore come del campetto da tre giorni, questi entrano con tutto quel che serve: 3-4-5 sacchi per persona non conta perché al limite si fanno spole avanti-indietro trascinando davvero tonnellate di materiale. C’è chi vola davvero (Denis è stato campione del mondo di risalita su corda con il suo personale di 1 minuto e 50 secondi sui 100 m!) e c’è chi paga ma tutti, ma proprio tutti, sono tarati per permanenze medie di 15 giorni. Altrimenti quando andrebbero in grotta?

Dalla mia angolatura di speleo europeo, diciamo pure veloce, una permanenza del genere sarebbe assolutamente insopportabile, inutile e controproducente già dal 5 giorno…

Pensate che quando io e Giacomo siamo stati a -1400 la prima volta portando dei sacchi mortali abbiamo fatto scandalo per aver preferito uscire veloci (anche perché scarichi) piuttosto di fermarci al campo. Della serie c’è il campo e non lo usi? Pazzi questi italiani!

I vantaggi del metodo russo sono comunque evidenti qualora vi siano frane da passare (vi ricordo che i russi hanno svuotato frane da 100 metri di spessore!) o altri lavoracci immani dove il fattore manovalanza fa effettivamente la differenza. Non secondario il fatto che nel giro di una spedizione spesso le grotte vengono ribaltate come dei calzini mentre da noi qualche gruppo tiene in ballo una grotta per anni proporzionatamente in maniera ridicola…

Ecco un altro concetto: le grotte non appartengono a nessuno. Finita una spedizione ne inizia un’altra che godrà degli stessi diritti di operatività. Meditate gente, meditate.

Durante questa spedizione la topografia è stata rifatta ed il dislivello misurato barometricamente attraverso un tubo da 50 metri riempito d’acqua a cui è collegato un manometro di precisione. Due persone per una settimana per esempio hanno fatto solo questo. Non avevano certo elastici di badiniana memoria, anzi urlavano felici sotto cascata la loro cantilena di numeri…

Se ogni momento di questa speleologia è affascinante, quello che non ho digerito è la quantità di rifiuti che spesso restano in grotta. Troppi davvero.

L'elicottero precipitato durante la spedizione invernale ( foto archivio M.Rivadossi)
LE CURIOSITA’

Tante le stranezze viste e vissute, abbastanza per scriverne un libro. Le enuncerò in un mero elenco di cose e persone senza commento, come delle key-words tutt’altro che secondarie di un’unica grande avventura.

In ordine di tempo: il guado come dei clandestini tenendosi per mano, gli scricchiolii terrificanti provenienti dalla carcassa dell’elicottero poiché il nevaio su cui poggia si ritira giorno per giorno, la bella ucraina capo-spedizione a 23 anni che porta 5 sacchi a -1400 profumandosi e rifacendosi il franch alle unghie ad ogni campo, la coperta d’amianto che funge da coperchio per il pentolone del tè, lo speleo abkasiano che si leva la gamba artificiale a -800, l’alluvione epocale e relativa piena mortale che ha sfiorato varie squadre in profondità, le corde ucraine che segano discensori e bloccanti in una sola uscita, il telefono speleo perennemente sintonizzato per un gioco di frequenze su radio Cecenia libera, i due massi giganteschi che si muovono sulla testa del p.150, i sacchi a pelo per tre, i 95 gradi alcolici dell’onnipresente Spirit, i sacchi da punta con le cipolle e la salsa di soia a -1900, la fluorescina con relativi te e pipì verdi per 3 giorni, ecc… Impossibile elencarle tutte!

L’ultima me l’ha detta ieri Rok per telefono: l’inglese Antony, attardatosi per aver imboccato un ramo cieco, è stato dimenticato a -700 nel corso di un parziale disarmo e recuperato 24 ore dopo.

Cosa vuoi, giorno più giorno meno, tanto era entrato 9 giorni prima…

In galleria a - 1800
LA GROTTA

E veniamo finalmente a Krubera che per i primi 700 metri potrebbe essere un abisso preso in prestito dalla Grigna: pozzoni bagnati, lineari (ma senza l’estetica dei marmi o del Canin) interrotti da brevi tratti di meandro. L’eccezione è il Sinusoide lungo 200 metri che porta da -500 a -600, un meandro che tutto sommato vuol bene all’uomo.

Sotto il campo di 700, in corrispondenza di un affluente, inizia un’umida sequenza di pozzi-cascata sullo stile fondo del Corchia che indisturbati giungono sino al salone di 1200. Loro saranno pure indisturbati, noi rincoglioniti dal fragore ma in attimo ci ritroviamo profondissimi.

Qui ci aspettano alcuni stretti passaggi spazzati da veri e propri nubifragi, alcuni parzialmente domati da fatalistici teli di pvc ma sempre posticini da bestemmia cattiva. Ricorderei per tutti l’uscita del P. 21 (l’ultimo pozzo attivo prima del campo di 1400) ed i relativi contorsionismi per non annegare…

Dopo aver goduto per una notte dell’accogliente ospitalità dell’accampamento di Sandy Beach ci aspetta Lui, il Sifone Bermuda. Ostacolo fisico e mentale per antonomasia.

Lo capiamo dagli abominevoli idrocostumi russi appesi, dalle micro-bombole sparse sul pavimento non direttamente dallo squallido meandro che lo precede. Poi, dietro l’angolo l’acqua lo allaga completamente. Scarichiamo l’aria dal collo, controlliamo maschera e zavorra. Ora respiriamo profondamente. E l’iperventilazione è consigliata se guardiamo i manometri: 20 bar in un litro fanno circa tre boccate… Ma tanto non devi respirare. E’solo per emergenza, mi ripete Denis.

Visibilità? Non sforziamoci di vedere qualcosa considerando che giusto 5 minuti prima è arrivata pure la fluorescina di una colorazione fatta a monte. Quando si dice la furbizia, eh? Immergiamoci senza timore in quel brodo fosforescente. Tirando la corda giusta delle tre, senza ingarbugliarsi nel cavo telefonico o in qualche spuntone, dopo 5-6 metri di budello entreremo nell’aldilà di Second Life.

L’adrenalina terrà lontano il gelo abissale solo per qualche istante poi i 3 gradi dell’acqua ci metteranno a dura prova per le prossime 2 ore: siamo in 4 e dobbiamo far passare ancora 8 sacchi, alcuni fumanti di carburo perchè evidentemente non chiusi a dovere. Ma come se lo immaginano l’inferno questi russi?

Prima di togliersi il gelido lattice ancora due pozzi spazzati dalle cascate. Il camerino è alla base del P.12 Everest in piena bufera…

Adesso lo si percepisce chiaramente: d’ora in avanti comanderà Lei, la Signora Voronja. Lo fa subito con un paio di fessure mistiche poi ci regala una splendida ma fradicia serie di cascate scavate nel calcare nero. Siamo in forra a -1600 e non abbiamo il neoprene!

Anche il campo di 1650 giunge come la manna, anche per noi che odiamo i campi.

Nemmeno il tempo di ustionarsi le labbra sorseggiando il meritato te verde alla fluorescina che il telefono gracchia qualcosa di terribile.

Non lo capiamo certo dal russo ma dall’espressione di Denis: è il gelo di ogni incidente speleologico.

L’impotenza di essere nella stessa grotta ma in un’altra dimensione ci azzera. La mente che elabora mille pensieri e tu resti li inchiodato a due giorni da ogni realtà.

Denis coordina i primi soccorsi che stanno muovendosi dall’esterno. Rok che è l’unico medico diventa dopo il ferito la più importante di 60 persone: no, il ferito non dev’essere spostato, scandisce. Il siberiano non lo sa ma gli sta offrendo la prima di cento birre…

La squadra più avanzata è appena rientrata al campo di 1900 dall’immersione che ha dato un nuovo fondo a -2040 ma sono senza cibo, benzina e carburo. Io e Giacomo ci sacrifichiamo volentieri. Lasciamo il fiume che romba nella forra imboccando a sinistra le micidiali condotte della Strada per il Sogno. Tre dita d’acqua da asciugare con le maniche per 150 metri da incubo. Poi bei pozzi fossili, marmittoni allagati e progressione da fulmine. Al campo raccogliamo indicazioni per il fondo sbiascicate da Oleg Klimchouk nel dormiveglia. Dovrebbe essere un’oretta con pochi bivi e un’unica strada armata se l’entusiasmo non confonde il mio little english… Nell’inerzia di quello che sarà il rientro ed il soccorso possiamo permetterci un piccolo lusso.

A canna scivoliamo per ripide condotte e bei pozzetti arrivando su quello più significativo: che sia il P. Millenium? Due tiri di corda per quaranta metri totali: nero attorno al nervoso stillicidio ma niente di particolare se non il fatto di superare a 10 metri da terra la mitica barriera dei 2000 metri. A Giacomo sopra di me lo urlerò bene…

Dopo un autoscatto d’obbligo ancora corde chiedendosi dove avrà pace quella sequenza infinita di grotta che stiamo seguendo da giorni. Intanto una calda sabbiosa condotta con i suoi chiari segni d’allagamento preannuncia la fine dei giochi. Dopo 100 m ci affacciamo sul Game Over. Scendo 10-12 metri fino ad entrare con i piedi nell’acqua del lago che lo occupa. Il fondo vero e sabbioso lo illumino 4-5 metri sotto. E’ davvero la fine del gioco, il silenzio tanto atteso.

Adesso siamo di nuovo nella realtà dell’incidente, nell’irrealtà di questo giallo che ci condanna ad essere più vicini e al tempo stesso i più lontani. Addirittura più di una squadretta che parte dall’Italia.

Autoscatto sotto il Pozzo Millenium, -2010
LA RISALITA

Dopo l’unico bivacco a 1400 in andata, Voronja per me è stata una punta praticamente ininterrotta di tre giorni senza dormire. Il ritmo in salita, deciso ma senza alcuna fretta inutile (diciamo alla scaramantica velocità che permette di ravanarsi i gioielli per evitare altre peggiorative sfighe…), l’ha imposto ovviamente l’incidente.

Quando dall’oltretomba sbarchiamo al campo di 1400 provo a forzarlo proponendo di tirare dritto ai miei tre compagni con il risultato di finire in una schiacciante minoranza… Non certo da eroe ma bagnato fino al midollo, vedendo la tenda strapiena con 11 persone al posto di 5, preferisco semplicemente uscire in continuità piuttosto che entrare ancora in tre in un sacco a pelo e passare una notte angosciante tipo nido di serpi.

In due ore circa scheggio a -700 ma se poi non entro in tenda ad asciugarmi con due fornelli accesi sotto la pancia probabilmente crepo. No tuta in pvc? Ahi-ahi-ahi! Un paio d’ore e riparto completamente rinato.

Mollo il sacco con trapano e batterie al bivio a -230, appena sopra l’imbocco del fetida fessura verticale della Non Kujbyshevskaja Series, 300 metri di meandro di cui 200 larghi 20 cm. Una corda e una piattina telefonica scendono verso il rumore familiare del mio Ryobi riportandomi alla realtà dell’incidente che ero riuscito a separare durante la risalita. Saranno i primi metri di una disostruzione infinita, penso.

Solo alla base del pozzo d’ingresso incontro le prime anime che a giudicare dall’abbigliamento fiammante e dalla progressione impacciata anche in Abkasia dovrebbero corrispondere a quelle dei soccorritori.

Fuori giovedì 21 sono fuori a metà mattina in un campo brulicante di gente: mi dicono che il ragazzo è tranquillo, che ha ripreso la sensibilità alle gambe, che dorme e soprattutto che dovrà continuare a farlo per vari giorni dimenticandosi delle fratture alle vertebre e alle tibie. Dovrà farlo sfidando quel maledetto infinito meandro che lo separa dal sole accecante, dal profumo dei fiori.

Una calma quasi da routine regna comunque tra chi si appresta ad entrare tra decine di grassi tubolari e le sgasate di prova degli altri 2 trapani a motore, gli unici di tutta la Russia.

Alla sera escono anche Denis, Rok e Giacomo. Siamo tutti nell’impotenza dell’attesa, nell’apparente normalità di tutto ciò che è esterno.

Domani io e Giacomo saremo costretti a rientrare verso Sochi dopo aver valutato che richiedere il prolungamento del visto russo mentre operiamo illegalmente in Georgia non è assolutamente consigliabile… Per di più siamo su tutte le tv russe ed abkaziane!

La sera sotto il familiare tendone ci sarà pure lo spazio per un ultimo brindisi quasi irriverente innaffiando le speranze di un buon soccorso con dell’ottima wodka.

Lasceremo il nostro mitico Rok (con la scadenza visa fortunatamente lontana) che da domani coccolerà il ragazzo siberiano per 5 lunghi giorni. Forse solo per quelle cento birre promesse…

 

IL RIENTRO

Venerdì 22 lasciamo il campo con un groppo alla gola. Un ultimo sguardo ai pascoli stregati e ai cavalli alati di Arabika prima di uscire dallo specchio magico.

La cruda realtà si materializza subito in ciò che resta di una pista alluvionata di 30 km fino al Mar Nero. Le montagne russe le avevo provate, mi mancavano giusto quelle abkaziane: un frullato di 20 uomini e altrettanti zaini per 5-6 ore a bordo del famigerato camion 6x6. Sobbalzi tra polvere, fango e cigolii che vi garantisco farebbero sfigurare Overland e Camel Trophy vari. Chi tenta di fare uno foto o togliersi una felpa rischia grosso: accecato da un ramo o peggio disperso in un canale accanto ad una delle numerose carcasse d’auto.

Dalla calura della costa di Granitza, assieme a tre greci e a tre polacchi, siamo stati prelevati dal solito losco figuro armeno che a bordo di una Uaz ci ha condotti al guado. Al tramonto dall’altra parte del confine ci aspetta un altro sgherro armato di pistola che non si è dimenticato di chiedermi (ma perché poi l’hanno data proprio a me?) la busta contenente svariate migliaia di rubli. Poi su di corsa, 3-400 metri di dislivello nei rovi prima di un’allucinante corsa in auto dove la fretta e la circospezione del tipo non si sono assopite nemmeno davanti all’ultimo dei tanti frontali rischiati…

Notte a Sochi nel solito allevamento di zecche presso il decadente Istituto di Geografia.

Sabato pomeriggio all’aeroporto l’ultimo atto della commedia: tre poliziotti addetti al controllo passaporti prelevano Giacomo costringendolo in uno sgabuzzino. La scusa ufficiale per chiedere denaro in Russia è sempre quella di qualche fantomatica irregolarità ma il nostro riesce con la sua solita disarmante tranquillità a fare una gran brutta figura anche al più robusto ed arrabbiato.

Scampati al volo interno a bordo di un Ilyushin a pezzi (gomme sotto le tele, perdite di olio idraulico, rumori raccapriccianti, ecc…) finalmente la cena meritatissima in Piazza Rossa con amici greci e moscoviti.

 

 

CONCLUSIONI

Ho conosciuto Denis, Oleg, Skler e alcuni dei loro compagni qualche anno fa in occasione di una delle tante fredde spedizioni invernali sul Kanin quando soffiava una bora da 200 km orari (170 a Trieste!). Loro non si spiegavano come fossi salito a piedi da Bovez per quasi 2000 metri di piste, sceso e risalito dal fondo di Skalaria per poi scendere a valle e guidare 400 km fino a casa senza dormire. Io non mi spiegavo cosa ci facessero da 15 giorni a -900 in frana polverizzando la roccia con rudimentali lance termiche e immobilizzando le parti instabili con il poliuretano espanso.

Nacque ovviamente una stima reciproca con le solite promesse di future punte comuni.

Poi continuammo a tenerci in contatto attraverso Rok che ha sempre ricevuto aggiornamenti precisi sulle esplorazioni in Arabika, sui vari record che ogni anno si rincorrono fino all’ultimo, messo a segno dagli ucraini, che passa i 2000.

A gennaio 2005 incontro Denis in Italia e non posso non raccogliere al volo il suo ennesimo invito.

Sono entusiasta ma titubante: pochi giorni a disposizione, problemi di permessi, un sacco di gente che avrebbe voluto esplorare sul fondo, l’incognita di trovarsi in due italiani in un mega-campo di russi. Ma tutto è filato per il meglio. Al campo come in grotta siamo stati trattati come degli ospiti d’eccezione.

E’ vero, a colazione abbiamo rischiato varie volte di vomitare nei pentoloni da 5 kg di maccheroni stracotti conditi con carne in scatola e maionese acida ma abbiamo anche divorato buona parte dei 20 kg di provole che ogni giorno qualcuno si caricava sulla schiena camminando un’ora dall’ultima malga. Sotto il tendone sbatacchiato dal vento, nell’infinito passamano di tazze bollenti di tè o di buona zuppa d’orzo non ci è mai mancato di sorridere e di far sorridere.

Non potevo crederci. Sessanta persone e mai una situazione poco digeribile. E si che ai campi succede e come!

La grotta ci ha poi regalato un viaggio meraviglioso con la nemmeno troppo magra consolazione di aver toccato il fondo più ambito del mondo. Certo resta il rammarico di non aver potuto verificare le facili prosecuzioni adocchiate durante la visita lampo al fondo ma anche il sospiro di sollievo per il positivo risultato del soccorso. Peccato per i ragazzi! Ci tenevano tanto che Potto risalisse quel camino a -2000! Era uno degli obiettivi della spedizione anche se per me è già stato un grande orgoglio riconoscere il mio nome in cirillico sul programma.

Inoltre laggiù occhieggiano maliziose finestre e finestrine che possono farti fare molta strada anche se onestamente credo che sia impossibile scendere sotto l’attuale fondo.

Spero che Denis e compagni a metà Agosto riescano a recuperare qualcosa della spedizione bruscamente conclusa dall’incidente, eventualmente a tornare veloci al fondo per continuare le esplorazioni e a disarmare la grotta.

Il viaggio in Abkazia è stata un’avventura sociale ed umana totale a tal punto da ridimensionare le dimensioni metriche della profonda Krubera. E’ stato immergersi in un liquido contesto di esperienze speleologiche senza tempo né frontiere ed uscire imbibiti di mille piacevolissimi momenti per sempre. Pochi giorni che ti cambiano la vita e non solo quella speleologica.

Come al solito ho parlato troppo. Il resto proverò a raccontarlo con il filmato che monterò con il grande Giacomo, anche questa volta il compagno giusto.

Non importa se all’inferno o in paradiso.

 Matteo Rivadossi 

Ingressiìo sifone Bermuda