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ABISSO POLIDORI, UNA BESTIA NERA DELLA NOSTRA STORIA

1961, con il camion militare verso l'abisso Polidori, si riconoscono: B. Boegan, Bone, Marini, Bortolin, Brandi, Vianello, Kozel, Coloni, Oio, Bojanovich, Vescovi, Toffolin (foto archivio CGEB)

Prima di rievocare come fu che la Com­missione Grotte andò sulle Alpi alla ricerca del grande abisso, è il caso di ricostruire qual'era agli inizi degli anni '50 il panora­ma del grottismo triestino, ed ho usato di proposito questo termine perchè all'epoca, ma anche in seguito, gli unici a poter esser definiti speleologi erano Walter Maucci e Carlo Finocchiaro, mentre tutti gli altri erano esploratori di varia capacità e basta.

Una categoria a parte era quella degli scavatori di caverne preistoriche, i quali avevano scarso interesse per le altre grot­te. A riavviare l'attività dopo la fine della guerra erano stati due nuovi gruppi sorti nel 1946, il CAT di Dino Brena e il GTS di Carlo Mosetti, capaci in breve tempo di compiere imprese di grande impegno in altre regioni italiane.

Il conflitto aveva privato quanto aveva lasciato lo zio Eugenio. Nel 1950 erano arrivati Fabio Forti e Tullio Tommasini, i cui rilievi targati GEI davano la misura di una superiore precisione ed accuratezza. La modesta attività era svolta da alcuni soci del disciolto gruppetto fondato da Marcello Delise e c'era Marino Vinello che con gente raccogliticcia visitava le più agevoli grotte classiche. Questo era quanto trovai nel 1953 nella sede di via Milano, che aveva la soffitta adibita a magazzino dei materiali d'anteguerra; lo gestiva con ottuse restrizioni Giorgio Coloni (Klun), per il quale non era­vamo che "gioventù de merda" e come tali eravamo trattati.

Quell'anno fu eletto presidente il Maestro e sotto la Sua lungimirante regia si cominciò ad operare in modo più costruttivo, anzitutto alla riqualificazione del Catasto.

Nel 1956 egli accolse la mia proposta di una campagna di ricerche nella zona del Monte Cavallo di Aviano, che però non diede i risultati sperati, ma ecco che alla fine dell'anno si verificò la svolta epocale che avrebbe dato alla Commissione una miglior quotazione in ambito esplorativo, se non l'egemonia del passato.

 A distanza di qualche mese si presenta­rono quattro giovanotti prestanti e smaniosi di far grandi cose e ritornò dal Venezuela Luciano Medeot, uno dei componenti della squadra di punta degli anni 35-40. Durante la lunga assenza la sua passione per il mondo sotterraneo in luogo da attenuarsi si era rinfocolata, per esplodere a Trieste con nuova intensità.

Lui sarebbe stato la mente pensante e non il braccio operativo, che avrebbe realizzato il suo sogno incompiuto, ovvero la scoperta de grande abisso che avrebbe rinverdito gli appassiti allori.

Non ci voleva molto per capire che si trattava della corsa al record di profondità che aveva pregiudicato la credibilità della speleologia giuliana e noi eravamo chia­mati ad esserne i protagonisti. Con arte sopraffina Ciano seppe trasfonderci il suo travolgente entusiasmo, facendo crescere in noi la fiducia nelle nostre potenzialità: lui era sempre con noi, in sede, nel convivio del venerdì, in trattoria e soprattutto fuori dalle grotte.

Nessuno prima lo aveva fatto o si era pensato di insegnarci qualche manovra o l'uso di certi strumenti. Affabulatore fasci­noso e a volte istrionico, Medeot, aveva una scorta di storie mirabolanti in cui non tutto doveva esser vero. E infatti a chi era rimasto un po' di senso critico sembrava impossibile che tante vicende fossero ac­cadute nei cinque anni della sua carriera grottistica.

Nel volgere di qualche mese, scendem­mo in tutti gli abissi più difficili e a quel punto Ciano proclamò che eravamo ormai pronti per affrontare qualsiasi impresa sotterranea. E intanto Lui con il suo accattivante savoir faire aveva finito per conquistare anche le nostre mamme, rassicurate dal fatto che i loro esuberanti figlioli erano tenuti d'occhio da una persona prudente ed assennata, nemmeno questo era vero.

ABISSO POLIDORI: CAMPAGNA 2011

Sulle verticali dell'abisso (foto L. Marini)

L'abisso Polidori ha forse rappresenta­to, nella storia della Commisione Grotte, la svolta più importante dal punto di vista esplorativo, perché ha posto delle proble­matiche climatiche e logistiche che nessuna altra cavità, fino a quel momento, aveva presentato.

Colpa le molteplici difficoltà, appena raggiunto il fondo, la grotta cadde presto nell'oblio e a parte saltuarie e poco velleitarie visite, nulla si è più fatto fino ad oggi.

Ma non tutte le storie hanno un lieto fine e non tutti i salmi finiscono in gloria, a turbare i placidi fanghi in cui era immerso il ricordo del Polidori ci ha pensato il socio Padovan, instillando nelle nostre tenere menti il dubbio che non tutto era stato visto e che, nella fretta di approdare ad altre spelonche, si era tralasciato di guardare nel posto forse più banale; alla base del pozzo d'ingresso si accede ad un meandro in discesa che, dopo alcuni metri, conduce all'imbocco della sequenza verticale che conduce al fondo, ma lì il meandro diventa galleria freatica e dopo una trentina di metri chiude su un tappo fangoso.

Sicuramente questa condotta, del diame­tro di circa due metri, non finisce in maniera così squallida, ma prosegue intasata da depo­siti argillosi digeriti dalla grotta nelle occasioni in cui il lago temporaneo esterno si riempie e sfiata i liquami negli ambienti sottostanti tramite degli assorbimenti alla base della parete in cui si trova l'ingresso della cavità.

Corrotti dalla bramosia della scoperta e sobbillati dal vecchio socio Marietto, ci troviamo in breve tempo ad arrancare su per la busatte, snocciolando ad alta voce l'antifonario e ripensando con angoscia alla carovana del '58 che affrontava la stessa sa­lita con fardelli degni del mitologico atlante.

Iniziato lo scavo l'impresa si rivela su­bito insidiosa: la melma alterna liquami a strati collosi di difficile estrazione, il tutto a temperature non propriamente da soffione boracifero.

Lo scavatore dopo alcuni minuti, avvolto dalla gelida fanghiglia, incomincia a risentire del freddo e dopo circa un'ora necessita di un cambio con un compagno più fresco e più caldo.

La granitica volontà non ci ha fatto de­sistere e grazie alla teleferica mirabilmente installata dai nostri tecnici lo scavo è pro­seguito privo d'intoppi ma senza ancora darci il premio che meritiamo per il nostro stacanovismo sotteraneo.

L'inverno ha momentaneamente interrotto la campagna di scavi ma la primavera rin­focolerà il fuoco sacro ed allo scioglimento delle nevi torneremo ad immergere i nostri corpi nelle torbide mote della Creta D'Aip e questa volta sarà la volta buona?

 Partecipanti dello scavo:

Ardetti Giuliano, Ardetti Igor, Ardetti Ilaria, Gherbaz Mario, Marini Eric, Prodan Stefano, Tizianel Antonella e lo scrivente.

                                                                                                  Lorenzo Marini

 

L'ingresso del Polidori (foto A. Tizianel)
La malga Casera d'Aip oggi (foto A. Tizianel)