home > l'attività > Estero > Spagna > 2005 - Maiorca, sole e buio mediterraneo

Maiorca, sole e buio mediterraneo

 

pubblicato su " PROGRESSIONE N 52 " anno 2005

E insomma c’è questo mio amico d’infanzia, che gli ho fatto anche da testimone al suo matrimonio (pensate che ho dovuto entrare in chiesa…) che si è in sostanza rotto le balle dell’Italia savoiarda, burocratizzata, lenta e corrotta e per dementi televisivi e fondata sulla scoreggia drammatica partigiano-lavorativa - e ancora tutto quello che a voi piace tanto - ed ha preso la baracca che aveva a Trieste (un rinomato ristorante di ricerca e sperimentazione culinaria) ed è volato a Maiorca, Spagna ciccini, dove con gli stessi mezzi ha avuto e continua ad avere riconoscimenti quanto basta, soldi quanto basta e serenità che avanzerà ancora per tanti anni a venire. Dato ciò, da due anni sono puntualmente invitato in Estate a passare da quelle parti, dove senza presunzione, credo di aver capito la formula del successo e della felicità della popolazione maiorchina: clima rilassato e amichevole, sereno, ospitale e il lavoro inteso come mezzo per arrivare ad un capitale che soddisfi la persona e la famiglia e sviluppi al meglio lo stato sociale di tutti. Insomma, mentre noi assomigliamo sempre più ad un formicaio impazzito, loro con la pazienza e operosità delle tortore costruiscono il nido personale al riparo dalle sventure della vita. L’isola, bisogna pur dirlo, è meta di turisti scoppiati. Voli ciarter (lo so benissimo che non si scrive così, ma la parola esprime meglio il significato di che razza di gente trasporta….) sbattono sulla pista dell’ aeroporto masse di inglesi che escono per la prima volta dalle brume e piogge dei Lands; loro, spaesati e straniti di vedere il Sole, non sanno fare di meglio di quello che fanno a casa loro, distruggersi di “bumba” da mane a sera. Chi potrà mai capirli? Ah, comunque anche tanti tedeschi pensionati (le proprietà immobiliari dell’isola sono al 35% di capitale tedesco) che hanno la mia simpatia perché saranno tutti ex Luftwaffe o ex Wehrmacht. Italiani pochi per mia fortuna, ma sempre riconoscibili a grandi distanze, soprattutto lombardi e romani, urli e arroganza, eccoli serviti. Parleremo di grotte o no? L’isola è ampia e molto carsificata. Tutta la catena montuosa a Ovest dell’ isola è costellata da una serie di altipiani (Serra de Tramontana, Serra de Alfabia e Serra de Sa Cama) che presentano estesi fenomeni carsici tipici dei carsi d’alta quota, anche se non si elevano in media al disopra dei 1000 metri s.l.m. Anche in altre zone però, calcari molto antichi sono stati erosi e lavorati dalle acque meteoriche e dal fenomeno dell’erosione marina della costa. E veniamo finalmente alle mie visite ipogee, che si sono svolte per mancanza di tempo, conoscenza e materiali solo nelle grotte turisticamente attrezzate. Sono bravi e competitivi i maiorchini, valorizzano in modo esemplare quello che non hanno: noi invece, incapaci, arruffoni e sbruffoni, con piccoli interessi di bottega, riusciamo a far decadere e perdere di valore/interesse gli eccezionali fenomeni carsici nostrani. Insomma, sbarco in aeroporto e prendo l’auto a noleggio, punto per 45 minuti in pieno Nord per raggiungere da Palma la località di Son Servera, costa Nord-Ovest di Maiorca. Già durante questo tragitto, cartelli indicatori di 8x15 in giallo e come sfondo un mare di fiamme mi invitano numerosi a visitare la Coves del Drach; bene, mi dico, guarda che bella pubblicità e che con precise e frequenti indicazioni stradali. Al primo giorno di pioggia punto quindi alla visita di questa grotta, tra l’altro a solo mezz’ora d’automobile verso Porto Cristo. Arrivo ed è subito stupore: giardini curatissimi con fontane d’acqua a go-go e altissimi pali con svariate bandiere delle nazioni mondiali fanno da cornice ad un viale alberato lungo 300 metri che mena al parcheggio, molto ampio e ahimè già zeppo di auto e pullman: io che odio la gente sono servito. Biglietto 7.50€ e andiamo in fila, io e Anna. La grotta si apre ad uno sputo dal mare ed ha un lago sotterraneo, leggo nel depliant che mi hanno dato. Entriamo, scendiamo in una dolina crollata con caverna-riparo stile Grotta Caterina. Un interstrato piombato giù e molto concrezionato scende dolcemente sino al lago, l’ambiente è ampio. Arriviamo sul bordo del lago e mi sembra di ritornare ragazzino quando nei cinema all’aperto proiettavano i film di Rin Tin Tin e Stanlio e Ollio: un sacco di “careghe” in legno ove le guide ci invitano a sedersi. Aspetta e aspetta che arrivino tutti (siamo in 80 circa), poi silenzio e via le luci. Una guida con microfono e in 4 lingua raffazzonate ( indovinate che lingua mancava tra le 4…da qui capisci che l’Italia non la caca nessuno..) spiega due robette sulla cavità, roba insignificante almeno per me, ma con piacere scopro che tale grotta fu discesa per primo dal signor E.A. Martel. E siamo al clou: dal nero pesto dell’ambiente senza luci (inizio a ritrovarmi…) piano piano arriva una barchetta in legno illuminato con a bordo quattro musici che iniziano a suonare un motivetto romantico e triste, devo dire che è molto suggestivo. Vanno su e giù, applausi, si riaccendono le luci e andiamo avanti. La maggior parte della gente fa la fila per attendere la barca e attraversare così il lago (dimenticavo, in sostanza il lago è nient’altro che un braccio di mare che entra nella cavità, come al Bue Marino), io le file non le sopporto e vado avanti seguendo il sentierino in parete che costeggia il liquido elemento, fine del lago, china detritica e siamo fuori. In sostanza la cavità non è niente di che, bravi a valorizzarla con la storia dei musici. Già che ci sono, torno verso Nord e vado a vedere in zona Canyamel la Cuevas de Artà. Si apre a picco sul mare sotto una parete calcarea alta 100 metri, un magnifico posto creato sembra appositamente per una grotta turistica. Bar e biglietteria improvvisati, via arrangiarsi è l’arte dei virtuosi, biglietto 9€ e si aspetta di entrare alle 16.00. Arrivano le 16, poi le 16.15 e ancora le 16.30 ma ancora nulla, che accade? Troppa gente ancora in grotta? Un malore ad un turista? E’ saltata la luce? Una guida ha avuto un crisi isterica? Sono traboccati i cessi? Ma no! Le guide stanno giocando una tirata e mortale partita ad una specie di dama locale e finchè non finiscono non si entra. Li capisco e condivido la scelta e con me gli altri turisti (pochi per fortuna, una decina in tutto) che non brontolano. Alla fine entriamo da un varco artificiale e siamo subito in una caverna con spesse e numerose colonne, l’ambiente è ampio e emozionante, sembra di stare in un bosco di stalattiti e stalagmiti: la visita prosegue su vani di giuste dimensioni, né troppo vasti né troppo angusti. Ad un certo punto del tragitto, la guida (che parla spagnolo e inglese) avverte che si sta per entrare in una zona chiamata “Inferno”: sguardi preoccupati corrono tra i visitatori. Il nome invece è giustificato dal fatto che si entra in una caverna non ampia dove le luci d’illuminazione invece di essere bianche sono rosse, deglutisco per non dire qualcosa a voce alta e ci fermiamo su di un ballatoio dove un breve gioco di luci associate alla musica di Bach creano un simpatico momento diversivo, simpatico perché dura poco. Dopo l’Inferno e il Purgatorio ( perché si fanno le scale in salita, mi trattengo ancora….) arriva il Paradiso, l’uscita chiaramente, ove una caverna bucata sul fianco fa entrare una pioggia di luce di un splendido sole settembrino mediterraneo. L’uscita quindi accecante termina con una lunga scalinata in pietra in discesa, dove si arriva nuovamente a picco sul mare. Bella cavità questa, da vedere anche per il luogo dove si apre: peccato solo che le illuminazioni di anni e anni fa fatte con fanaloni a carburo abbiano lasciato segni evidentissimi sulle concrezioni, danni resi ancora più evidenti dal contrasto cromatico tra il bianco candido della calcite della grotta con il nero pece del nerofumo del carburo. Passano giorni di splendide e radiose giornate tra spiagge e feste in campagna, al primo ed unico ritorno di pioggia, altra grotta e bidone in agguato. Siamo sempre nella zona di Porto Cristo, vicino alla Coves del Drach e come in questa l’arrivo si presenta in modo imperiale: vialone con bandiere delle Nazioni, tutto molto curato, poca gente per fortuna ma forse perché sono le 17 e parte l’ultimo giro: biglietto correndo (12 euro, speriamo bene, con poco più si visita S.Canziano…) e scendiamo le scale per entrare nella Cuevas Des Halms , non vedo forme carsiche ma fa niente, arriviamo e trovo il gruppo, 20 persone circa. L’ingresso è da cabaret: banconatina di calcare marcio dove hanno installato una porta blindata di caveau di banca (non scherzo, roba da film) con tanto di manovella stile compartimento stagno U-Boote a proteggere “le meraviglie del sotterraneo” abla la guida, sarà mi dico, ma l’ingresso è deludente. Fatti 10 metri in una gallerietta mezza artificiale (il caldo è rognoso, più caldo dentro di fuori..) ci si ferma, la guida inizia con un repertorio di fanfaluche come non ne sentivo da anni (mi ricorda quella nostra guida femmina che afferma(va?) che a Postumia scorre il Timavo….): si parla del miracolo delle concrezioni, del miracolo dell’acqua che scioglie il calcare, del miracolo dei crolli, insomma tutto un trailer di potenze sovrannaturali e divine; se non bastasse, ho attaccata a me una bambina tedesca che piangerà per tutto il percorso, e visto il momento mistico, saranno proprio i santi, sotto altre forme, perlopiu bestiali, che verranno da me chiamati più e più volte a farci compagnia durante il tragitto. Vorrei già andare avanti e uscire ma Anna mi dice di “no far el solito mona!”, andiamo avanti e il ritmo del giro è “lentissimo quasi fermo”, perché in sostanza non c’è niente da vedere. Ancora ambienti piccoli e caldo, i soliti spaghetti che fanno sbudellare i tedeschi (Zuper!! Uahh!!) ed ad uno slargo fermi tutti: anche qui arriva la barchetta con 2 musici, anche qui luci d’illuminazione colorate di verde e rosso. Per ravvivare la visita, mi auguro che con la barca battano il fondo roccioso e colino a picco, almeno avrei pagato per vedere questo show fuori programma e invece niente. La guida che parla in 4 lingue, gustosissime re-interpretazioni di inglese, francese e tedesco, un pastone di cui non si capisce nulla, con solennità afferma che siamo sul “mare di Venezia”, non si capisce perché poi. Io di per me ne ho a sufficienza e tiro dritto, mi hanno rapinato di 12 euro e voglio uscire, il tipo mi dice qualcosa in spagnolo e gli rispondo che “esta bien” e vado avanti, in 1 minuto sono fuori e mi maledico da solo. Ecco, in confronto qualsiasi grottina carsica butterebbe il petto in fuori se paragonata a questa gallerietta di 70 metri turistica, ove chiedono 12 euro per nulla, veramente per nulla ma è giusto così: come dicevo prima, valorizzano e capitalizzano il nulla, bravi loro e idioti noi. Come potrete facilmente capire, ero decisamente saturato dopo questo bidone, ero finito (ma è quasi inevitabile) nella cerchia dei brillantini e lustrini per turisti, lo spennamento più brutale e la presa in giro con il sorriso, dovevo vendicarmi! Io mischiato con il popolbruto, non si era mai visto! Decisi allora di dirigermi sulle montagne, a meditare la vendetta contro i turisti ed a ritrovare la pace perduta. E mai come questa volta scelta fu più saggia. Giusto sulla cartina, reperita sull’isola, c’era segnata una grottina, non si capiva se attrezzata turisticamente o meno, tra Campanet e Bujer, vicino a Sa Pobla, alla base di stupende pareti calcaree stile Velebit. Indicazioni quasi nulle per arrivarci, paesini sperduti e vari sbagli di strada, i segnali erano tutti a mio favore! Proseguo ed arrivo, siamo in pedemontana, vegetazione rigogliosa e tanti “musseti” per strada, che a me stanno tanto simpatici. Il posto è piccolo ma curato come non ho mai visto, parcheggio pulitissimo e giardino d’accesso senza erbacce e senza immondizia a terra, due giardinieri all’opera tra i gatti che ronfano sotto il sole. Anche la biglietteria merita plauso, piccola ma funzionale, ben arredata e strutturata, con in vendita cose interessanti e non paccotiglia di scarto di magazzino cinese. Mi dirigo all’ingresso e la guida è una cicciona bionda giovane….si rivelerà gioviale, preparata e gran camminatrice. Si entra e anche qui subito una bella sala, concrezionatissima e con un percorso intelligente, illuminazione perfetta e nessuna cazzata di luci colorate, musiche e barchini vari. La guida spiega con cognizione di causa la storia e la morfologia della cavità, senza sparate, in spagnolo e in un ottimo inglese, poi lascia i turisti girovagare in giro a loro piacimento e tutti ritornano poi all’ovile in un'altra sala meno concrezionata ma più grande…..penso io a cosa accadrebbe a lasciare i turisti a navigare da soli in Grotta Gigante.. Altre informazioni e con un altro giro circolare siamo fuori dopo un’oretta. Bello e interessante, senza prendere nessuno per il culo. Siamo alle solite, in Carso di grotte così ne abbiamo a decine, ma non sembra interessare a nessuno. Lascio la mancia, compro la maglietta del posto e piano piano, con una luce al tramonto, ritorno verso la costa: nella piana di Binissalem sfilano i trattori carichi di uva “Manto Negro”, prossima alla vinificazione, mi vien voglia ragazzi, compro due fiasche e a casa con una grigliata faccio gorgheggiare il vino in ampi calici, riflessi cupi rubino, archetti grassi sui bordi, degusto, persistente al palato, note speziate di pepe e liquirizia con un coro finale di frutti maturi a bacca rossa, tannini in piena, che cazzo, questa è vita….

 Riccardo Corazzi