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Grottenarbeiter

 

RITORNANDO DOVE GIA’ FUMMO…


col misero orgoglio di un tempo

che fu …

  1. Manzoni, Adelchi


La frase, di inequivocabile stile mussoliniano che ho usato come titolo per questo racconto, l’ho trascritta da un francobollo da 75 centesimi facente parte di una lunga serie (ben venti valori, fra Posta Ordinaria, Aerea ed Espressi) emessa negli anni Trenta e più precisamente il 27 ottobre 1932, per celebrare il decennale della Marcia su Roma. Su ognuno di questi francobolli, rappresentanti soggetti vari ed allegorici, venne stampata una frase ad effetto tratta dai discorsi del Duce. Sul 75 cent., per l’appunto, la frase in oggetto.

Se ho voluto intitolare così questo scritto non è stato certo per rivangare un passato ormai lontano, ma per trasmettere ai miei quattro lettori il mio stato d’animo altamente eccitato per aver potuto raggiungere quei luoghi tanto cari alla Commissione Grotte, ricordati sempre con amore e mestizia, non come un turista qualsiasi tenuto costantemente d’occhio dalle guide, ma come un individuo libero di agire, muoversi dove vuole “lungo il fiume e sull’acqua”, cantare, fumare e sacramentare – quando serve. Quei luoghi, il lettore attento e perspicace l’avrà già capito, sono le Grotte di San Canziano.

Percorrevo le grandi navate di quella grotta straordinaria a bordo di una barchetta spinta con due assicelle di legno, navigando sul mitico Timavo e raggiungevo così grandi laghi e spumeggianti cascate. Camminavo con una punta di inespresso e anacronistico orgoglio su sentieri vetusti a precipizio sul fiume, protetti da infide ringhiere corrose dalla ruggine e contorte dalle acque del Timavo alzatosi durante le piene. Estasiato dalla magnificenza del luogo i pensieri venivano proiettati in un lontano passato e con la fantasia vedevo fare il mio stesso percorso l’ultima squadra della Commissione Grotte che senza saperlo percorreva per l’ultima volta quei sentieri. Ecco il “nonno”, Bruno Boegan che apre il passo seguito dall’indimenticabile “Maestro” Carlo Finocchiaro, e poi Luciano Saverio Medeot, Bruno Gabrielli, Giulio Perotti, Silvio Polidori, Giorgio Coloni. Chissà, forse sul masso emergente dall’acqua dove sto seduto a fantasticare si è pure sistemato Giorgio per arrotolarsi una delle cento sigarette fumate al giorno.

Di questa generazione rimane ancora in vita solo Giulio Perotti, ora novantenne ma sempre sulla breccia: impareggiabile organizzatore di numerose spedizioni speleologiche nelle Grotte Vaporose del Monte Kronio di Sciacca (Sicilia) e autore di molti scritti e studi sulle grotte stesse. Gli altri personaggi citati non sono più tra noi, ci hanno lasciato da tempo, però sono sicuro che il loro spirito sia presente nelle vastità di questa grotta che hanno tanto amato.

Dopo tutta questa prosopopea credo sia giunto il momento di informare i lettori del perché di questo ritorno della Commissione Grotte in quel di San Canziano. Ed ecco i fatti. Tullio Bernabei, della società di Esplorazioni Geografiche “La Venta” ha pensato di realizzare un documentario sul Timavo dal titolo, piuttosto tenebroso ma appropriato, Il fiume della notte.

 

A questo punto entra in gioco la Srl “Fantastificio” di Giulio Kirchmayr, ingaggiata da Bernabei per la realizzazione pratica del documentario. Ovviamente la realizzazione del documentario deve essere preceduta da quella di un “promo” da sottoporre agli eventuali produttori che dovranno finanziare l’opera. Tale documentario dovrebbe illustrare le ricerche e le scoperte fattevi nell’arco di quasi due secoli. Dovranno quindi essere evidenziati i personaggi che si sono succeduti lungo questo lasso di tempo: gli antichi e moderni speleologi coadiuvati dai leggendari Grottenarbeiter, ovvero dai lavoratori delle grotte, anche questi antichi e moderni. Per gli speleologi odierni no sussistono problemi: le loro attrezzature e quelle dei Grottenarbeiter (che in pratica, oggi, sono le stesse persone) sono disponibili e più che confacenti per il documentario.

 

Il regista Tullio Bernabei e la troupe al lavoro sopra la sesta cascata

 

 

 La cosa cambia d’aspetto quando dovranno entrare in scena gli attori che interpreteranno gli uomini degli abissi dell’Ottocento: logicamente non potranno presentarsi davanti alle videocamere vestiti con tute moderne, caschetti con luci Led. maniglie e discensori, ma dovranno truccarsi ed indossare costumi d’epoca, risalenti al 1884, anno in cui i primi esploratori avevano superato la famosa sesta cascata del Timavo nelle Grotte di San Canziano.

Posso dire un gran bene della triestina “Fantastificio” per la sua preparazione tecnica e per la serietà e competenza veramente encomiabili dei suoi dipendenti. La società stessa ha provveduto a noleggiare i costumi d’epoca e, dopo aver scritturato come attori i seguenti speleologi, si è dato il via alle riprese:

  • Louis Torelli, in veste di speleologo moderno

  • Roberto Prelli, “

  • Fabio Feresin, in veste di Grottenarbeiter ottocentesco

  • Mario Gherbaz, “

  • Mauro Sironich, “

  • Natale Bone, in qualità di 1° attore, 1° speleologo ottocentesco e attuale (tutti della CGEB), nonché Alberti del CSSG e Duilio Cobol del CAT, due speleosub che oltre alle varie incombenze loro affidate dovevano provvedere – non ripresi dalle videocamere – a disincagliare più volte la barchetta su cui navigavamo. Era doverosamente presente anche la speleologia locale con i ben noti

  • Franci Maleckar, 2° attore antico e mio “secondo” di barca,

  • Janko Brajnik, coadiutore nei vari lavori.

* * *

Le prime riprese in chiave moderna le abbiamo fatte nella Grotta presso il Casello Ferroviario di Fernetti, ovvero la nostra famigerata 87 VG, dove siamo già impegnati con 130 giornate di lavoro nella convinzione (o speranza) di poter raggiungere nuovamente l’alveo del Timavo incavernato. Mi è doveroso rivolgere un particolare complimento ad Alessandro Beltrame, direttore fotografico e videoperatore, che nella citata grotta, in condizioni estreme ha ripreso Louis, Roberto ed il sottoscritto mentre eravamo intenti a forzare una fessura (come da copione).

Quindi ci siamo recati nella Grotta Sottomonte, 2434 VG, per riprendere i nostri due attori, Feresin e Gherbaz, in veste di Grottenarbeiter del XIX secolo che per l’occasione indossavano costumi dell’epoca. Il loro compito consisteva nel dare una dimostrazione di come nei tempi passati si forzavano le strettoie quando l’uso della mazza e dello scalpello non dava risultati concreti. Impiegando il classico barramine hanno praticato un foro nella roccia ad una distanza acconcia dalla fessura da allargare (pure questa da copione) quindi, dopo aver intasato il foro stesso con della polvere nera, questa veniva innescata con una miccia artigianale. Il botto e la vampa sprigionatasi dalla modesta mina sono stati più che soddisfacenti per le riprese.

Il giorno dopo, nel pomeriggio, per non incrociarsi con i turisti, siamo andati nelle Grotte di San Canziano per continuare le riprese documentaristiche. Ci hanno accompagnato uno stuolo di tecnici, aiutanti e una enorme quantità di materiali che abbiamo provvisoriamente sistemato nella Caverna Schmidl, da dove, con un magnifico contro-luce, si sono iniziate le riprese. Logicamente prima di cominciare i lavori tutti gli attori hanno indossato da capo a piedi i costumi d’epoca; a me, inoltre, per completare l’opera venivano applicati due bei baffoni biondo-cenere che mi hanno reso ancor più vecchio di quello che sono.

 

 

Le riprese con le videocamere hanno avuto inizio nella Caverna Schmidl, sotto gli sguardi stupiti dei turisti che stavano transitando, per proseguire poi lungo il greto del fiume e sul fiume stesso. Per la navigazione avevamo a disposizione due barchette dal fondo piatto che unite assieme formavano un natante abbastanza solido e comodo. Come remi, per essere in armonia col passato, due assicelle di legno.

I nostri due Grottenarbeiter, Feresin e Sironich, dopo aver calato le barchette lungo l’erta rocciosa che collega la Caverna Schmidl con il corso del Timavo, davano inizio ai lavori di assemblaggio dei due scafi, il tutto sotto l’obiettivo della videocamera. Mi sono avvicinato a loro per dare una mano a trasportare e unire assieme le due barchette, anche perché Feresin si era acciaccato un piede scivolando in una buca. Ad un tratto la voce imperiosa del direttore di scena:

- Stoooop! Bosco, che cosa fai lì?

- Ma sto dando una mano a Feresin e Sironich, queste due barchette pesano come corazzate - ho risposto

- Tu, come da copione, sei primo attore e primo speleologo. Il tuo compito è di dare ordini e controllare che tutto questo si svolga nel migliore dei modi!... Azione!!

Pronta la sarcastica risposta di Feresin - La prossima volta svolgerò io il ruolo del primo attore e non quella del Grottenarbeiter.

Così, navigando sul fiume e illuminando il fantastico percorso con torce al magnesio, abbiamo raggiunto un lago sulle quali sponde sono proseguite le riprese. Per esigenze di trasporto la barchetta veniva nuovamente divisa e i due scafi sistemati sul vecchio sentiero scavato nella roccia, che conduce verso la non tanto lontana sesta cascata, punto clou delle riprese e conclusione del “promo”.

 

In navigazione verso la sesta cascata

 

Dopo esserci rifocillati con una buona cenetta era d’obbligo fare una bella cantata, intonata dalla potente voce di Mario Gherbaz. Ancora una volta, forse l’ultima, le note dell’”Inno dei grottisti” tornavano ad echeggiare tra le maestose navate di questa superba grotta. L’indomani, raggiunto un punto favorevole lungo il disusato sentiero, Gherbaz, vero maestro d’armo, srotolava una classica scala di corda con grossi pioli di legno, del tutto simile a quella usata nel 1884 dai primi esploratori fissandone un capo, mentre l’altro – una ventina di metri più sotto – con un tonfo si immergeva nelle spumeggianti acque del Timavo, ai piedi della celebre sesta cascata.

Assemblata nuovamente la barchetta, non senza qualche difficoltà, questa veniva calata nel fiume.

Raggiunta la stessa calandoci lungo la scala io e il mio secondo Franci ci siamo lasciati trasportare dalla corrente del fiume per una ventina di metri, ovvero fino al termine della corda che era fissata a poppa e trattenuta all’altro capo dai Grottenarbeiter. Eravamo così entrati in un ambiente fantastico; se fossi stato da solo avrei sciolto il nodo della corda che teneva ancorata la barchetta e mi sarei nuovamente abbandonato alla corrente per raggiungere i due sub che felici sguazzavano nell’acqua a qualche bracciata da me.

Con queste ultime scene si è conclusa questa prima fase documentaristica. Ora non rimaneva che trasportare l’ingente quantità di materiale fino alla cabinovia. Io, dato che il mio ruolo di primo attore e speleologo si era esaurito, mi sono caricato sulle spalle un pesantissimo rotolo di cavo e con quello ho raggiunto ansimando l’uscita.

Voglio ringraziare GianoSironich, Antonella Gherbaz e suo figlio Piero per tutto l’aiuto prestato.

 

 

 

Se in questo scritto ho dimenticato o sbagliato qualcosa ne chiedo scusa ai diretti interessati e ai miei soliti quattro lettori, il vostro

Bosco Natale Bone