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TEMPO SOSPESO - SPELEOLOGIA NEL CARSO SLOVENO

 

Pubblicato sul n. 49 di PROGRESSIONE - anno 2003

“Ah, ah! Che bella vita! Faticar poco, divertirsi assai, e in tasca sempre avere qualche doblone... gran frutto della mia riputazione.”

Tratto da “Il barbiere di Siviglia”, dramma comico in due atti dalla commedia di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, musica di Gioachino Rossini. Atto I°, scena II°

Deh, sto Beaumarchais sì che l’aveva capita la bella vita, soldi e poche fatiche, lavorative s’intende. Mai capiti quelli che dicono “io senza lavoro non ci potrei sta­re!”, e ce ne sono tanti purtroppo. Ma noi che dalla vita vogliamo il meglio, passiamo sopra e tiriamo a campà, lavorando quel tanto che basta, obbligati chiaramente, per avere in tasca qualche doblone, mica per la gloria della ditta o del titolare. Chi lavora perché è celestialmente giusto e perché l’uomo “deve” lavorare, può smettere di leggere, non troverà nulla d’interessante in questo pezzo. E spesso l’attività speleologica riflette anche gli altri aspetti della vita, ne ho co­nosciuti quelli tristi assai che prendono le grotte come il lavoro (bisogna fare! biso­gna andare!) e non ne vengono fuori. Li vedete subito: agitati, finti entusiasti, blate­rano sempre che manca la gente, alterna­no periodi d’attività parossistica a periodi di sparizione totale. Ne nominerei uno che conosco, ma non ho voglia di fargli pubbli­cità gratuita. Ho divagato un po’ troppo mi sa, comunque volevo dire che ogni tanto bisognerebbe alternare punte esplorative magari poco appaganti, molto faticanti, e tornare ai quei giri speleologici puramente goderecci, quelli che magari si fanno agli inizi dell’attività speleologica. Io mi consi­dero fortunato visto che nel recente perio­do ho visto ed esplorato alcune cavità in territorio sloveno che mi hanno ridato quel­la sensazione di felicità e di stupore a ri­scoprire alcune gemme dell’ipogeo, nel sempre appagante Carso sloveno. Passato il periodo delle oramai classiche nella Valsecca di Castelnuovo, sia gli inghiottitoi a Nord che i relitti fossili a Sud della provin­ciale per Fiume (vi assicuro che c’è cosa vedere), toccati i fondi delle storiche e mitiche Bertarelli, Gariboldi-Montenero e Verco, per chi ha voglia di leggere Naše Jame, o andare a sbirciare il catasto sloveno, le opportunità di vedere delle nuove grotte possono essere pressoché infinite. E così, una ganga del CAT con la quale siamo amici oramai da anni, organizza con una certa cadenza delle gite goderecce nelle cavità slovene: niente sacchi pesanti, nien­te ansia esplorativa, niente baruffe per scen­dere un pozzo inesplorato, solo divertimen­to e fotografie, amicizia condivisa al buio. Con questo articolo volevo quindi con­dividere con i lettori di “Progressione” le splendide potenzialità del Carso sloveno a livello speleologico e presentare le grotte che abbiamo recentemente visitato.

Gradišnica Jama n° 86 catasto sloveno, sviluppo 345 m - profondità -227 m. Posi­zione indicativa: a Sud di Logatec È una bella mattinata invernale che ci vede spediti verso il paese di Logatec, anche se nda, per testare la tenuta dei nuovi pneumatici da neve, decide di por­tarci quanto più possibile vicini alla fuoriu­scita di strada, magari direttamente nella tana di qualche orso che ronfa in letargo. La carrareccia che si inoltra nel bosco ver­so la Gradisnica è sepolta nella neve, quin­di niente avvicinamento in auto ma a piedi con gli stracci e gli “ordegni” del caso. Meglio così, l’avvicinamento è una bellissi­ma passeggiata nel bosco, bosco costeg­giato dai cartelli che avvertono che ad una curva a caso potrebbe sbucare un orso ciccione ed affamato. Gli orsi per fortuna fanno finta di non vederci e noi possiamo arrivare sull’orlo del mostro con una certa tranquillità. La zona innevata e la nebbiolina che sale dalla bocca della voragine evocano epoche passate di pionieri del Carso, armo veloce e discesa stando at­tenti a non scivolare sulla neve e fiondare giù per il settantello che aspetta vorace. Il P70 d’accesso è una bella voragine stile Noè, innevata ha problemi di vertigine aspetterà fuori. Alla base si segue un’ampia china detritica e si arriva alla base di uno scivolo che a causa della discesa di masse d’aria fredda pe­sante si presenta ghiacciato. Alla base, essendo la grotta in regime di secca, l’ac­qua non c’è e noi camminiamo un bel po’ verso il sifone finale nella enorme Putičkova Dvorana, passando anche zone con trap­pole viet create nel fango grigio-verde, vere e proprie sabbie mobili, provare per crede­re. La cavità è in diretto contatto con le oscillazioni della falda del polje di Planina, quindi la caverna finale è soggetta a inon­dazioni in regime di piena; è stupefacente infatti osservare il rilievo e vedere qual è stato l’innalzamento massimo delle acque. Una corda è stata lasciata presumibilmente navigando con il canotto sulla volta della sala terminale, vederla ciondolare nel vuo­to in regimi di bassa dà l’idea di quanti metri cubi d’acqua passano lì dentro. At­tenzione all’armo del scivolo ghiacciato, noi ci siamo fidati di un chiodo agghiacciante di indefinita provenienza (edile? paleolitico? marziano?) che dà zero garanzie e di alcu­ni spit macinati dal ghiaccio, è vivamente consigliato in caso di visita portarsi una sacchetta d’armo e battere qualche spit. Materiale d’armo essenziale, una corda da 90 per il pozzo d’accesso, una da 35 per lo scivolo, una decina d’attacchi a spit per andare sicuri.

Sistema Logarcek n° 28 catasto sloveno, sviluppo 2654 m - profondità -83 m. Posi­zione indicativa: presso il paese di Laze, al margine orientale della piana di Planina È in un bosco di faggi che ci fermia­mo questa volta, la giornata è uggiosa e sempre Wanda posteggia nell’unica poz­za melmosa dello slargo della strada agricola, siamo in pieno disgelo. Plic, ploc, ci cambiamo. Quattro passi nel bosco dove per fortuna troviamo delle tracce di speleo che devono essere stati recentemente nella cavità, altrimenti era­vamo già a zonzo. Un pozzo d’accesso modesto stile Grotta Fornace e fondo una ventina abbondante di metri ci porta in un relitto di galleria disseminata di crolli. L’inizio non è entusiasmante, io sbaglio anche strada e mi ficco in una strettoia cieca, anche se sotto ci sta un pozzo rombante pieno d’acqua: no way baby, e torno indietro. Bisogna proprio sbattere contro il termine apparente della galleria, infilarsi in una frana e proseguire su am­bienti più comodi (Glavni Rov), l’Animale protesta invano per il fango (è diventato una fighetta...). Prendiamo il bivio presso il Dietzovo Okno e corriamo nel ramo Severni Rokav; un cunicoletto fangosissi­mo (tovno indvio mi...), che in regime idrico di massima sifona ed esclude il passaggio alla parte più bella della cavi­tà, per fortuna lo troviamo aperto e pro­seguiamo (trovando dell’arte povera: na-netti e cazzetti di varie fogge e misure fatti con il fango, gustosissimi!) in ecce­zionali gallerie freatiche, ampie e concrezionate, con buchi rotondi che si aprono ai lati a varie altezze (chissà se li hanno visti?). Arriviamo in una grandissima sala (Blatna Dvorana) stile fondo Trebiciano dove ci fermiamo, pessima idea quella di andare in grotta e poi prendere altri im­pegni a Trieste! Guardando bene il rilie­vo, vediamo che siamo appena all’inizio del ramo Skalni Rov quindi la strada da fare sarebbe ancora tanta. Logarcek, per chi non ha paura di infangarsi un po’, è una splendida cavità suborizzontale che presenta delle gallerie freatiche molto ampie e concrezionate, con poche neces­sità di mettere corde, ed un tratto finale che presenta quattro laghi in sequenza sino al fondo. Da un’occhiata veloce cheho dato credo che abbia anche delle notevoli possibilità esplorative, ma noi non eravamo lì per quello: bello sarebbe co­noscere lo stato delle esplorazioni*. È in previsione di ritornare a fare tutto il ramo Severni Rokav. Materiale d’armo (a me­moria, occhio quindi...) una corda di 30 e 5 attacchi a spit per il pozzo d’accesso, poi nulla, anche se avere dietro qualche cordino lungo e un paio di moschettoni senza piastrina male non farà.

*Al momento di andare in stampa, apprendo che la scorsa estate gli speleo sloveni hanno trovato nuove prosecuzioni per quasi 3 km di sviluppo ...eh, eh, avevo visto bene!

Sistema Logarcek (Foto L.Vidmar)
Markov Spodmol (Foto L.Vidmar)

Markov Spodmol n° 878 catasto slove­no, sviluppo 878 m - profondità -61 m. Posizione indicativa: al margine meridio­nale della piana di Sajevce, nei pressi del paese omonimo Prendete un libro qualsiasi che parla di carsismo ipogeo, bruciatelo e poi andate a vedere questa grotta: benvenuti alla gloria speleologica e dei fenomeni carsici ipogei. Io esagero come sempre, però veramente, aldilà del suo fascino straordinario, chi ha navigato in questa grotta se ne innamore­rà. E di conseguenza qui bisogna entrare in silenzio e in punta di piedi, come e più che in altre cavità. Numericamente non è nulla di tale, un kilometro scarso di svilup­po, meno sessanta, ma signori! Che dote! Che ambienti! Che perle! Che fenomeni! È un’inghiottitoio sub-orizzontale che presen­ta dei tratti in alcuni casi similari alla Krizna, infatti alcuni passaggi della cavità sono al­lagati e quindi da affrontare con le mute o con i canotti, o buttandosi dentro (indovi­nate noi cosa abbiamo scelto, in Giugno, pur avendo le mute nei sacchi....). Alterna forre allagate a tratti di vasche colme d’ac­qua, caverne spaziose con tanto di fiume e sabbia ai lati, gallerie pazzescamente intar­siate da scallops da manuale di carsismo, depositi di concrezioni di prim’ordine. Ades­so che ci penso sono quasi pentito e gelo­so di aver scritto di questa grotta (vicino c’è anche la Vodna Jama, altra perla acquatica), non vorrei aprire una corsa alla visita. Non pubblico il rilevo, tiè! A parte le cazzate, guai se qualcuno entra in questa cattedrale e sporca e rovina dopo aver let­to questo: i miei sono inviti a conoscere le perle sotterranee della natura, entrare in silenzio e uscire in punta di piedi, compor­tandosi da uomini e non da speleologi ubriaconi e menefreghisti. Armo a memo­ria, come sempre: poca roba, una corda da 30 e una da 20, 10 attacchi a spit, 2 cordini. Attenzione che sotto il primo poz­zo, in regime idrico intenso, il passaggio alle gallerie può sifonare, quindi aspettare grosse precipitazioni per poi sguazzare nell’acqua può essere controproducente e creare le condizioni per una visita parziale di poche centinaia di metri: o peggio rima­nere bloccati dall’altra parte a meditare a lungo sulla vita e le grotte. Altri giri sono stati poi fatti alla Najdena (semplicemente mostruoso) dove io non c’ero, e al Ponor Polne Lune, di cui magari scriverò sul prossimo numero. Un ringraziamento particolare e dove­roso va a Wanda e Vidi per le foto, e a Marco Bognolo per l’essenziale reperi­mento dei rilievi, delle mappe e dei dati catastali della grotte descritte.

Attori principali desunti dalle stalle d’alle­vamento di Lipizza: Riccardo “Wanda” Ostoich - CAT - Ober-stallmeister (capostalla) Andrea “Pak” Polsini - CAT - Controlor (controllore) Moreno “Morenottero” Tommasini - CAT - Unterbeamte (impiegato subalterno) Daniele “Nano” Contelli - CAT - Caplan (cappellano) Luca “Vidi” Vidmar - CAT - Pferdeartzte (veterinario) Andrea “Animal” Sbisà - Gestutknechte (addetto) Barbara Perdan - SAG - Gestutknechte (addetto) e il narratore Riccardo Corazzi - CGEB -Gestutmeister (capo allevamento, con modestia)

                                                         Riccardo Corazzi