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GROTTE DI MONGOLIA

 
 pubblicato su " PROGRESSIONE N 54 " anno 2007

In lingua mongola una grotta si chiama “agui”. Così, nei circa vent’anni in cui ho frequentato questo paese e soprattutto nei sette anni che vi ho abitato in pianta stabile, molteplici volte mi sono trovato a chiedere: “Agui khan bain ve ?”.

Cioè: “Dov’è la grotta ? ”.

Quesito che nella maggiore parte dei casi, era quasi una domanda interiore, rivolta a me stesso, senza alcuna possibilità di risposta.

Questo per due motivi: il primo di tipo geografico, il secondo di tipo umano.

Motivo geografico: il terreno. Nel 99.9 % la terra mongola non si presta alla formazione di cavità naturali. Abbiamo granito a volontà, ma i calcari sono una rara preziosità.

Motivo di tipo umano: su un territorio grande circa sei volte l’ Italia, si conta in tutto una popolazione di 2.5 milioni di abitanti. La metà vive nella capitale. Molte volte quindi, volevo chiedere, ma non c’era nessuno a cui domandare e, soprattutto, nessuno in grado di rispondermi. Perché attorno era vuoto. Assolutamente tutto vuoto.

Ancora: subito dopo il cambiamento politico del 1990, trovare una carta geografica degna di questo nome era impresa disperata. All’inizio, anche la libertà di movimento personale era molto limitata e quindi “andar per grotte” non era proprio un’attività suggerita e raccomandata.

Adesso i tempi sono radicalmente cambiati: non c’è più alcuna limitazione al movimento (tranne ovviamente che per le poche zone militari e lungo tutta l’area di confine) e anche il maggiore negozio della capitale, l’Ikh Delguur, propone mappe abbastanza dettagliate. Sono carte, anche al 50.000, su cui con diversa approssimazione, compare spesso il simbolo della C rovesciata: ovvero grotta o meglio “agui”.

Presso la Baga gazriin Chuluu ( Foto Roberto Ive)

Giustamente, adesso, gli occhi curiosi di parecchi si stanno rivolgendo anche ai fenomeni sotterranei di questo paese che, non dimentichiamolo, potrebbe racchiudere nel suo perimetro, quello che è il mondo sotterraneo per eccellenza: cioè Shamballa.

Premetto che le mie ricerche non sono mai state fatte con professionale indagine speleologia, ma hanno sempre risposto solamente a quella disfunzione cromosomica che mi fa provare grande curiosità per il mondo sotterraneo e che mi perseguita dalla giovinezza. Perché scrivo dunque ? Per raccontare ciò che ho visto, per dare delle indicazioni di base e per suggerire dove forse, chissà, meriterebbe andare a curiosare (…certo non per Shamballa).

Tutto inizia a Ulaan Bataar, la capitale, che tradotto vuole dire “L’Eroe Rosso”. Chiunque arrivi dall’estero inizierà da qui. Sia che si arrivi con il treno, 5 giorni da Mosca o 36 ore da Pechino; sia che si arrivi con l’aereo, dall’ Europa i voli diretti sono con Aeroflot e MIAT, linee aeree mongole. Tutto però inizia sempre da Ulaan Bataar, la vecchia Urga, o come si chiamava ancora prima: Ikh Khuuraldai, cioè il luogo delle grandi adunate.

Se menzionerete “agui” a Ulaan Bataar, gli occhi dell’interlocutore/interlocutrice locale si focalizzeranno subito in direzione Sud, verso la montagna sacra di Bogd Uul (Uul in mongolo significa montagna). Non cadete nel tranello ! Vecchie leggende raccontano che durante il periodo della distruzione dei monasteri e delle sanguinose purghe anti-religiose (1935-1938), oggetti preziosi, libri sacri e altro materiale di valore fu nascosto in quelle “agui” . Bogd Uul però è un monte di granito. Lì, al massimo, fra qualche masso e l’altro, ci può essere qualche modesta spaccatura e fenditura...

A dire il vero, anche là, una grotta c’è: si chiama “Nogon Agui” (1). Nogon significa verde. Quindi la “Grotta Verde”. E’ sulla sinistra salendo la valle di Nukht, sulla strada che unisce l’aeroporto a UB , raggiungibile in 45 minuti di cammino dopo l’omonimo albergo. Si tratta di una cavernetta lungo una decina di metri, al riparo di un evidente affioramento roccioso. Deve il suo nome ad una immagine sacrale dipinta in verde. Non si intravedono prosecuzioni.

Delusi ? Allora andiamo a Taliin Agui (2) presso la montagna sacra di Shilin Bogd nei pressi di Dariganga, Sukhbaatar Aimag (Aimag vuole dire regione). Questa dovrebbe essere la cavità più estesa di tutto il paese. Ho sentito due versioni: 300 metri e 700 metri di sviluppo. La grotta si apre in zona vulcanica, quindi terreno di lava consolidata. L’ingresso è di piccole dimensioni, facilmente scendibile senza alcun attrezzo. Dà accesso ad una sala con numerose testimonianze sacrali (…immagini buddiste, offerte in denaro, piccoli cumuli di pietre, etc…). Al momento della mia visita, il fondo era occupato da un piccolo lago ghiacciato. Nonostante certa scuola esplorativa italiana insegni ad essere spesso generosi con la cordella metrica, neppure con una cordella fatta di chewing-gum posso immaginare la lunghezza proposta ! Quindi: o la prosecuzione, al tempo della visita, in giugno, era chiusa dal ghiaccio, oppure c’è un errore di uno zero in più…

Vogliamo toglierci le illusioni ? La guida Lonely Planet, versione italiana curata da EDT, parla di una grande cavità con un lago sotterraneo presso Baga Gazriin Chuluu (3), Mandalgovi Aimag. Più correttamente: la prima edizione della guida, solo in lingua inglese, a firma di Robert Storey, non descrive questa grotta.

Adesso invece, nella quarta edizione curata da Michael Kohn, in un tempo in cui è assolutamente lecito curiosare e indagare a proprio piacimento, c’è la segnalazione di questa grande cavità. Che è inesistente ! Semplicemente non c’è. Baga Gazriin Chuluu è un affioramento di granito. La cavità (posizione GPS: N 46 12 719 E 106 01 693) è artificiale ! Si tratta di uno scavo, lungo 15 metri e profondo 5. E’ rappresentato da una piccola galleria a gomito, intervallata da un saltino di 2 metri, usata un tempo dai monaci per raccogliere l’acqua piovana. L’ingresso di questa cavità artificiale è stato visto anche, in occasioni diverse, dai soci della CGEB Antonio Alberti e Umberto Tognolli. Non c’è nessun lago all’interno.

Deve il suo nome ad un immagine ... (Foto Roberto Ive)
Ingresso della Hevee Boscoiyn Agui (Foto Roberto Ive)

Sempre in Gobi, non lontano da Tsogt Ovoo, sulla pista che unisce Mandalgovi a Dalanzadgad, c’è Hevee Boscoiyn Agui (4) (Posizione GPS: N 44 35 656 E 105 47 529). Si tratta di una piccola galleria, lunga una cinquantina di metri, che attraversa un calanco nel gesso. Presumibilmente, con forti piogge, diventa un canale sotterraneo di deflusso per le acque. Non merita una visita.

Restiamo in deserto. Andiamo a Sainshand, Dornogobi Aimag, e scendiamo fino ai resti del monastero distrutto di Khamarhyin Hiid (Hiid in mongolo è monastero) (5), creato dalla volontà e dalla bella mente del lama Danzan Rajaa, il maggiore poeta mistico del paese che, così almeno si dice, nacque in una notte di luna piena dell’anno 1803. In precedenza, ho tirato le orecchie a Michael Kohn. Khon però può essere perdonato in quanto l’autore di un bel libro (solo in inglese) titolato “Lama of the Gobi”. Raccontando del monastero di Khamarhyin, egli scrive che: “…in quel tempo, i lama di Khamaryn Hiid sedevano nelle grotte per giorni e settimane. Durante la meditazione, mandavano il sangue a circolare nella mente e questo dava loro la lucidità di pensiero…”. E prosegue: “…ma poche persone potevano passare questa prova. Se morivano nelle grotte, le loro ossa venivano lasciate là. Queste ossa aggiungevano potere spirituale alle grotte”.

Sono andato a curiosare: si tratta in buona parte non di vere grotte, ma di ripari sotto roccia, piccoli antri che a malapena raggiungono i cinque metri di sviluppo. Personalmente sono rimasto molto più impressionato dalla estrema modestia delle dimensioni di questi ripari che dal numero di giorni, 108 per l’esattezza, (…108 è numero sacro nel buddismo) che contraddistinguevano l’eremitaggio sotterraneo dei monaci. Comunque: molto interessante in termini religiosi, ma speleologicamente zero.

Restiamo a Est e saliamo nella regione di Hentii.

Qui, a pochi passi dal confine con la Repubblica di Buriazia c’è Galtai Agui (6), considerata, con i suoi 72 metri di verticale, la più profonda del paese. Io ho tentato due volte di andarci, ma senza fortuna. La prima volta sono stato fermato dalla polizia a Dadal, l’ultimo centro abitato. Gli uomini in divisa mi fatto provare l’ebbrezza di una giornata completa passata in loro compagnia senza una chiara imputazione. La seconda volta, subito dopo Dadal, causa la piena del fiume che interrompe la pista, non sono riuscito a guadare oltre e me ne sono ritornato con la convinzione che gli spiriti non mi vogliono là.

Su questa cavità, in internet, nel sito www.mandalatour.mn, un certo dr. E.Avirmed racconta di una visita invernale, con temperatura esterna di meno 32 e un laghetto con pesci ciechi sul fondo. Mah: confesso una certa perpessità…Però la grotta c’è di sicuro.

Spostiamoci al centro, nella regione di Bayan Khongor. Qui c’è la caverna preistorica di Tsagaan Agui (7) (Posizione GPS: N 44 42 686 E 101 10 187). La cavità, orizzontale ed abitata fin dal neolitico, si addentra nel monte per una quarantina di metri. Il suo nome Tsagaan, che in mongolo significa “bianco”, è dovuto ai cristalli che un tempo ne caratterizzavano alcune parti, ma che ora sono stati rimossi a martellate. La grotta si apre in un luogo quanto mai inusuale: una landa piatta e desertica incisa da alcuni canali. Maggiori descrizioni a riguardo sono anche nel mio libro “Gobi”.

Nel centro della Mongolia, nei pressi della cascata del fiume Orkhon e del piccolo centro abitato di Bat Olzii Somon, c’è Tov Hiid (8). Tov, in lingua mongola significa “Centrale” e Hiid “Monastero”. Quindi: il Monastero Centrale. Si tratta di un piccolo eremo che sorge in una posizione incantevole: un grande blocco roccioso (…una specie di appenninica Pietra di Bismantova in scala ridotta…) che si alza isolato per una quarantina di metri dal bosco sottostante. Qui le cavità sono due. La prima è una piccola cavernetta usata da Zanabazar .

Chi era Zanabazar ? Egli fu il primo Bogd Khan, colui che unificò potere spirituale a potere temporale, l’inventore della scrittura mongola antica e del Soyombo, il simbolo del paese che vediamo anche oggi riprodotto sulla bandiera nazionale, sui documenti, sulla carta moneta… Il monaco andava in questa cavernetta a ritirarsi e a meditare.

L’ altra grottina è invece un cunicolo leggermente discendente e consunto dall’uso. E’ tradizione infatti lasciarsi scivolare dentro, a testa in giù, roteare nel modesto slargo terminale e poi, sgomitando e spingendo, riuscire “a nuova vita”. Nuova vita proprio: così facendo si riemerge, come da tradizione buddista, dall’utero materno di madre terra.

A occidente, nella lontana regione di Khovd, c’è Tsenkheriin Agui (9) (posizione GPS: N 47 20 831 E 91 57 185). Si tratta della cavità, o meglio del sistema di cavità, più interessante fra quelle da me visitate. Ingressi diversi, localizzati una cinquantina di metri di dislivello sopra un piccolo corso d’acqua, danno accesso a due caverne di grandi dimensioni, famose per i loro dipinti del neolitico, le cui riproduzioni sono visibili al Museo della Storia a Ulaan Bataar. Una serie di cunicoli in frana, potrebbero riservare qualche sorpresa e qualche prosecuzione. La visita alle caverne non è piacevolissima, in quanto il loro suolo è colmo di finissima polvere mista a sterco di uccelli. Di questa grotta, identificata con il nome inglese di “Blue Caves”, c’è traccia in internet nelle numerose immagini fotografiche scattate da Jim Birchall.

Le grotte di Terkhiin Tsagaan Nur (10). Questa è un’area vulcanica, nella regione di Arkhangai, più precisamente alla base del cono vulcanico spento di Horgo. Ho visitato due sprofondamenti (…simili alla nostra “Verde” carsica. Il maggiore con verticale di 10 metri e brevi condotte di entrata e di uscita. Si tratta di grotte laviche in cui il pozzo d’ingresso è derivato dal crollo del soffitto della condotta lavica. In zona, ho visitato anche altri due brevi cunicoli (…sulla ventina di metri) infestati da fango e pipistrelli. Su internet è pubblicata una foto, scattata nel 2000, dell’ingresso della cavità a pozzo. L’immagine è a firma del polacco Andrej Wojton. Per completezza, si segnala che queste grotte sono state obbiettivo di un documentario “ad hoc” realizzato dalla televisione tedesca e finalizzato ad illustrarne la fauna ipogea.

Una sera, mentre sorseggiavo una birra alla Khan Brau, un amico tedesco mi ha raccontato di una cavità soffiante presso Hovsgol. Da una attenta verifica, questa segnalazione riguarda la grotta di Dayan Deerkiin, (11) distante 715 chilometri dalla capitale, lunga 200 metri, con tre ingressi e usata, in tempi antichi, come luogo sacrale.

In precedenza ho accennato alle nuove carte. Una, in particolare, quella del lago di Hovsgol, indica parecchi simboli di cavità, soprattutto a sinistra della strada che unisce il capoluogo di Moron al lago. Ho visitato alcune di queste grottine, ma quelle viste sono solo ripari sotto roccia lunghi pochi metri.

Però… Se qualcuno mi chiedesse dove andare a cercare, suggerirei che la regione di Hovsgol è il posto giusto. Non solo in basso, nel fondovalle, ma anche in alto, sulle montagne a occidente del lago. Lì c’è un po’ di calcare. Forse (?) qualcosa di interessante, là si potrebbe trovare.

Roberto IVE