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L'AFRICA

Il villaggio a sud di Omar, Foto P.Pezzolato
Il corso superiore del fiume Web, Foto P.Pezzolato

ETIOPIA

Pubblicato sul n. 37 di PROGRESSIONE – anno 1997 

Tutte le illusioni ti crollano un po’ ad­dosso quando percepisci il classico odo­re d’escrementi umani e verdure marce che caratterizza le grandi città del terzo mondo. Sensazioni che nessun documentario ti saprebbe regalare, come la carezza di un lebbroso che in qualche modo cerca di attirare la tua attenzione con i suoi moncherini mentre, magari, stavi osser­vando pochi metri più in là il bimbo mu­tilato che ti chiedeva l’elemosina. Miseria e morte ovunque, ma basta varcare una siepe ben potata del giardi­no di qualche albergo da 20 dollari o più per entrare nell’eden artificiale dove, nel silenzio rassicurante di suntuosi saloni, incroci gli sguardi ossequiosi della servi­tù o i sorrisi equivoci delle bellezze color ebano che esercitano il mestiere più an­tico del mondo. Mosche, caldo, traffico e gas di scari­co girano attorno alla tua persona come in una giostra che gira vorticosamente stordendoti al suono indefinito generato dai mercanti ambulanti. Cammini sopra uno strato di immon­dizie mentre cerchi di uscire da questo labirinto, non più capitale del regno di Menelik ma maceria del socialismo deli­rante di Mengistu. Addis Abeba, ombra consunta dei fa­sti antichi ridotti a ricostruzioni pacchiane per turisti con videocamera che vogliono vivere di illusioni. Ma dov’è ‘Africa dei Livinstone, degli Stanley o, se vogliamo rimanere in ambi­to nazionale, di Gessi o Bottego? Non esiste più, ovvero esiste ancora dove non c’è la presenza umana..., vana speranza visto che le foreste non esisto­no quasi più, soppiantate da magri pa­scoli popolati da greggi scheletriche, ulti­ma fase prima della desertificazione totale. Villaggi un po’ ovunque abitati da gen­te denutrita avvolta in miseri stracci con in mano il kalashnikov o qualche mode­sto attrezzo agricolo; oramai le belve sono un vago e remoto ricordo relegato in qual­che parco nazionale dove si può fotografa­re ancora il simbolo d’Etiopia mentre ruggi­sce (a pagamento anche lui, oramai...). Animali esotici? Meglio vederli nei film di Tarzan o in qualche documentario, qua son rimasti solo quelli che hanno accetta­to di lavorare con l’uomo, vale a dire asini e dromedari. La Regina di Saba e Re Salomone sono forse solo una leggenda, ma certe rovine imponenti non possono raccontar­ci il falso e, in fin dei conti, ad Axum gli obelischi qualcuno li avrà pur costruiti. Comunque di tangibile sono rimaste le strade volute dagli italiani, senza le quali ci si muoverebbe ancora a dorso di mulo. Il continente dei misteri più arcani si sta trasformando in un’immensa bidonvil­le, con rare oasi di arrogante ricchezza, straziata dai continui conflitti e dalla mi­seria che qui si unisce, come in nessun’altra parte del mondo, con lo spettro della fame. Africa, continente dove la natura da sempre aveva imposto la sua legge più spietata, ma forse anche la più giusta, dove solo il più forte poteva sopravvivere, ma dove nessuno sapeva fino a quando sarebbe stato il più forte..., per cui (e così) il dubbio atroce faceva correre tutti i pre­datori e le loro prede come una ruota enorme ed inarrestabile durante i cicli delle stagioni. Ora purtroppo tutto sta scomparendo, lasciando il posto al de­serto voluto dagli uomini ed alla desola­zione, figlia della violenza che domina oramai tutto e tutti. Agonia di un continente incapace di reagire agli attacchi perpetuati dall’uomo bianco durante i secoli passati fino ai gior­ni nostri, questo uomo bianco che da sempre si è arrogato il diritto di rapinare, spogliare e schiavizzare nazioni intere in nome della sua civiltà”. Grazie all’ipocrisia policromatica dei documentari tutto sembra bello, ma pur-troppo è una facciata di comodo che scopri solamente quando arrivi laggiù e allora provi forse vergogna per il colore della tua pelle e gli sprechi che continue­rai a fare nella tua società opulenta al ri­torno dal viaggio. Se l’Asia era il purgatorio dell’umani­tà, a ragione si può considerare l’Africa il suo inferno, anche se poi, volgendo Io sguardo ed Est, ti accorgi che per trovar­lo non occorre andare molto lontano.

 L’ETIOPIA

Note introduttive

 INQUADRAMENTO TERRITORIALE

L’Etiopia giace ad occidente del cor­no d’Africa, in una posizione geografica particolare, né a Nord né a Sud del Saha­ra, proiettata verso l’Asia ma ciò nondi­meno parte integrante dell’Africa nera. Confina a Nord e ad Ovest con il Su­dan, a Sud con il Kenya, a Sud-Est con la Somalia e a Nord con L’Eritrea, da oggi provincia indipendente che si affaccia sul Mar Rosso. L’attuale territorio politico corrisponde sostanzialmente a quello dei regni fioriti in Etiopia fin dai primi secoli d.C.; ciò co­stituisce un caso quasi unico in Africa dove gli stati sono per lo più creazioni coloniali.

 ORDINAMENTO DELLO STATO

L’Etiopia è una Repubblica dal 1975, periodo in cui le forze armate che aveva­no deposto e arrestato l’imperatore Hailé Sellasiè I abolirono la monarchia e dichia­rarono nulli tutti i titoli nobiliari. La guida e il controllo del Paese sono stati assunti da un consiglio militare (Derg) il cui pro­gramma si ispira a principi di progresso economico e sociale nel quadro del “so­cialismo etiopico”. Il territorio amministrativamente è costituito da 13 provincie a loro volta suddi­vise in altre 90 unità minori dette awrajas.

 POPOLAZIONE

Il Paese conta un’eterogenea popola­zione di circa 26 milioni di abitanti che convivono in condizioni sociali ed econo­miche tra loro molto contrastanti così come lo sono i costumi e i linguaggi ca­ratteristici dei vari gruppi etnici. Coesisto­no infatti numerose religioni: la più diffu­sa è però quella copta o cristiana monofisita, professata da 60% della po­polazione, segue la religione musulmana (30%) diffusa tra i Somali, i Dancali e da parte dei Galla. Si annoverano inoltre minoranze cat­toliche e di indigeni di religione ebraica, oltre ad un esiguo numero di animisti tra i negroidi delle regioni dì confine con il Sudan. Predomina quindi il ceppo numerica­mente più importante che fa capo alla cultura amharica: I’Amharico è il linguag­gio ufficiale anche se abbastanza diffuso risulta essere l’inglese. L’italiano, un tem­po variamente parlato, è compreso solo in certe zone.

 GEOGRAFIA

Il territorio dell’Etiopia, compreso tra il tropico del Cancro e l’Equatore, corrispon­de in gran parte alla vasta regione di acrocori ed elevati altipiani (parte integran­te, anzi più rappresentativa, dell’Africa Alta) posti tra la tozza penisola somala e la depressione dell’alto Nilo. Fatta ecce­zione per territori marginali come l’aridis­sima Dancalia (per altro quasi totalmente compresa nei confini dell’Eritrea) e gli altipiani dell’Ogadèn, che digradano già verso la Somalia orientale. L’Etiopia ha una sua ben definita unità geografica e può considerarsi sostanzial­mente costituita da una successione di altipiani di diversa estensione, elevati a volte migliaia di metri, spesso tipicamen­te tabulari, incisi profondamente da gran­diosi solchi di origine tettonica o compar­timentati da valloni, da gole incassate, forre e burroni. La parte settentrionale dell’altopiano è separata da quella meridionale da un’enorme e complicata frattura denomi­nata Fossa Galla, caratterizzata dalla pre­senza di una serie di laghi in parte crateri o intervulcanici. Questo grande solco, dopo aver attraversato diagonalmente l’al­topiano, si allarga progressivamente nel­la regione percorsa dal fiume Auasc dan­do origine alla vasta depressione della Dancalia. La frattura, con i suoi elevati ciglioni esterni, permette di distinguere l’altopia­no etiopico da quello galla-somalo, origi­nariamente unitari. I fiumi etiopici derivano i loro caratteri principali dall’orografia e dalle precipita­zioni ed hanno generalmente regime tor­rentizio. Una parte delle acque scorre ver­so il Nilo e quindi al Mediterraneo (Nilo Azzurro, Atbara); altre volgono verso il Mar Rosso e l’Oceano Indiano (Uebi Scebeli, Giuba), altre ancora si disperdono nelle sabbie o finiscono in bacini lacustri privi di comunicazione col mare.

 CLIMA

L’altopiano etiopico e in genere tutto il territorio al di sopra dei 2000 metri, ha notevolissima uniformità tecnica i cui ca­ratteri essenziali sono rappresentati da una media annua che si aggira intorno ai 1800 e da escursioni molto limitate tra temperature massime e minime. Nono­stante il prevalere degli stessi caratteri climatici su tutto il territorio, la configura­zione molto accidentata del rilievo, la pre­senza di valli che penetrano profondamen­te nell’altopiano, il regime dei venti e le condizioni banche introducono notevoli elementi di differenziazione regionale. La regione confinante con il Sudan per esempio presenta caratteri climatici tropi­cali mentre la fascia che confina con l’Eri­trea, tutta la Dancalia e parte dell’Ogadèn sono fra le regioni più calde ed aride del mondo, con temperature massime asso­lute di 5000 che unite alla scarsa ventila­zione e alla forte umidità rendono parti­colarmente invivibili questi luoghi. Un elemento climatico fondamentale della parte centrale più elevata è costitu­ito dalle abbondanti precipitazioni la cui intensità è determinata dalla diversa espo­sizione del Paese rispetto all’Oceano Indiano seguendo un meccanismo di tipo monsonico. Su quasi tutte le alte terre etiopiche esiste una sola stagione piovosa, però tradizionalmente suddivisa in due perio­di, “piccole piogge” e “grandi piogge”, anche se in realtà non vi è una netta di­stinzione. In generale le piogge cadono nel semestre che va da Aprile a Settem­bre con i picchi massimi concentrati nei mesi di Luglio e Agosto. Caratteristica delle piogge è quella di manifestarsi in forma temporalesca; fre­quente è la grandine.

 FISIOGRA E/A

L’Africa orientale e l’Arabia sud-occi­dentale sono costituite da una grande zolla sollevata; durante i movimenti di in­nalzamento si verificarono immense fuo­riuscite di lava, che raggiunsero in qual­che punto Io spessore di 2000 m. Durante l’Oligocene ed il Miocene, il grande altopiano fu tagliato dal sistema di faglie della Rift Valley in tre grandi altipiani, l’arabico, l’etiopico e il somalo. I primi due sono separati dalle grandi de­pressioni del Mar Rosso e del Golfo di Aden. Fra gli altipiani somalo ed etiopico si estende la più grande depressione del mondo, cioè la Rift Valley, lungo la quale si è formata una serie di laghi.

 GEOLOGIA

In Etiopia il basamento è costituito da rocce granitiche e metamorfiche di età sconosciuta, ma che si vuole indicare come precambriana. Le rocce del basa­mento sono state intensamente piegate e fratturate prima della deposizione delle serie posteriori. Durante il Liassico la So­malia e una parte dell’Etiopia furono rico­perte dal mare. Dividendo dal punto di vista stratigra­fico l’Etiopia in 7 regioni si nota la pre­senza dei calcari nelle seguenti aree: 1) Tigrai, calcari del Precambriano superio­re e calcari di Antalò risalenti al Mesozoi­co; 2) Alpi Dancale, zona di catene mon­tuose tabulari dove i calcari costituiscono la massa principale il cui spessore rag­giunge varie centinaia di metri, I fossili presenti nella serie calcarea indicano il Giurassico; 3) Scioa, calcari di Antalò (Mesozoico); 4) Harar, la zona dell’Harar occupa la parte occidentale dell’altopia­no somalo con un’altitudine media di 1850 m. I calcari raggiungono 400 m di spes­sore, l’età va dal Sequaniano al Kimmeri­dgiano; 5) Ogadèn occidentale. Calcari con spessore massimo sui 200 m circa, età stimata: Genomaniano superiore -Turoniano inferiore. Sono segnalati anche gessi, con spessori attorno i 200 m ed età risalente al Cenomaniano; 6) Ogadèn orientale. Presenza di calcari eocenici; 7) Giuba, calcari del Dava con età variabili (in base alla stratigrafia) dal Lias fino al Kimmeridgiano. In conclusione le zone più promettenti sono senz’altro le “Alpi” Dancale e l’alto­piano dell’Harar, ma per motivi sia politici che logistici allo stato attuale sono molto difficilmente raggiungibili ed è pure diffi­cile stazionarvi in tranquillità per svolgere l’attività speleologica.

LA RICERCA SPELEOLOGICA IN ETIOPIA

 Sebbene essenzialmente di natura vulcanica, l’Etiopia presenta vari affiora­menti carbonatici per lo più localizzati nelle vaste aree montagnose del Paese (regioni di Mekele, Harrar, Fantale, Shalla e Baie).La zona potenzialmente più interessan­te pare sia localizzata 300 chilometri a sud-est di Addis Abeba nella regione di Baie, immediatamente a sud della Rift Valley. Caratterizzata da una serie di valli che incidono profondamente l’altopiano calcareo, quest’area risulta anche la me­glio indagata: vi si trovano infatti le più importanti cavità etiopiche quali Sof Omar (15 Km di sviluppo) e Achere Cave (3,5 Km), ma le conoscenze speleologiche sono ben lontane dell’essere complete. Le indagini esplorative, escludendo le spedizioni biospeleologiche (F. Di Zeltner, 1901), riguardano quasi esclusivamente le grotte di Sof Omar: la prima visita è del 1897, poi per conto di italiani nel 1913 e 1938, fino alla prima attraversata comple­ta, trattandosi la grotta di un traforo idro­geologico, ad opera dell’inglese Chapman nel 1966. La prima spedizione speleologica mo­dernamente intesa è del 1972 (British Speleological Expedition to Ethiopia) che appunto aggiorna lo sviluppo della grotta più importante e conosciuta del Paese a 15.100 m di sviluppo. Sof Omar diventa la grotta più lunga dell’intero continente africano, mentre l’esplorazione di alcune grotte verticali è a cura dell’Università di Addis Abeba (Enkoftu Mohu, -192 m). Successivamente le ricerche sono sta­te interrotte dalla guerra civile: i pochi ten­tativi condotti da russi (1983 - 1985), da svizzeri (1994) e altri, non hanno signifi­cativamente allargato le conoscenze spe­leologiche su questa ed altre interessanti aree che, per difficile accessibilità e gravi problemi logistici (in taluni casi proprio di sicurezza!), rimangono completamente sconosciute. In molte zone per esempio attendono di essere esplorati vasti altipiani dove il calcare (per lo più della formazione di Antalo) raggiunge i 1000 m di spessore lasciando intendere con chiarezza la pos­sibilità di rintracciare cavità anche molto profonde. È nell’ambito di un contributo alle conoscenze speleologiche di questa sin­golare terra che la Spedizione Nazionale Italiana Etiopia 1997 (prevista nel mese di marzo) cercherà di muoversi: una spele­ologia che ricorderà, probabilmente, le pri­me grandi campagne geografico-esplora­tive di inizio secolo che non le abitudinali discese sportive nei carsi alpini praticate con assiduità e ardimento da buona par­te dei partecipanti nejl’arco dell’anno. Una ricerca tutta da impostare, sicura­mente non facile, ricca di incognite ma speriamo anche di gradevoli sorprese da raccogliere nel sottosuolo, quando fuori, immergersi in un contesto naturalistico, storico ed etnografico simile, appare già un risultato decisamente affascinante.

Il rilievo di SOF OMAR

SOGNI E REALTA’ DI UNA SPEDIZIONE SPELEOLOGICA

 L’Etiopia è stata sempre descritta come una nazione dagli immensi altopia­ni da sempre abitati da fiere popolazioni guerriere che mai si arresero a coloro che vollero colonizzarle o alla natura sempre severa e spietata.

Un paese misterioso dove la storia dell’uomo è iniziata in tempi a dir poco biblici e dove le civiltà si sono alternate in un continuo ciclo di nascita, splendore e distruzione, lasciando spesso solo fram­menti incomprensibili anche agli archeo­logi più preparati. Fiumi maestosi come il Nilo Azzurro o il Web hanno inciso profondamente que­sti altopiani creando valli e canyons sco­scesi dove le grotte continuano ad esse­re gelosamente nascoste dagli uomini e dalla natura per cui all’europeo sono giun­te solamente notizie riguardanti fenomeni macroscopici più facilmente raggiungibi­li. Un esempio è proprio la Grotta di Sof Omar, nella regione del Baie, a un centi­naio di chilometri dal confine con la So­malia, un immenso traforo dove ai suo interno scorrono le acque del fiume Web unica fonte di approvvigionamento idrico per le tribù di quell’arido altopiano che lentamente degrada verso un deserto ancora più inospitale grazie anche al pas­sato conflitto tra somali ed etiopi. Le notizie dell’esistenza di Sof Omar colpirono Matteo che trasmise a tutti noi l’entusiasmo e il desiderio di scoprire qualcosa di analogo in una terra così mi­steriosa ma presente nella cultura dell’Ita­lia del ventennio che fu. Alcune fotografie di gallerie immense trovate su di un vecchio calendario fece­ro il resto ed i preparativi iniziarono fre­netici per organizzare la spedizione. Un bel salto nel buio perché l’Africa è rima­sta sempre la stessa e ciò che oggi èvalido o funziona l’indomani spesso di­venta inservibile, occorre quindi molto tempo e denaro per aprirsi la strada non tanto in un’improbabile jungla “alla Tar­zan”, ma casomai nella selva di ministeri che una burocrazia esosa ed ingorda di tangenti ha eretto precludendo apparen­temente tutto a tutti. I problemi logistici sono stati facilmen­te risolti e una consistente documentazio­ne a carattere geospeleologico è stata raccolta grazie ai tanti amici disseminati per l’italia; in più J.J. Bollanz era già sta­to in tempi recenti (1994) a far speleologia proprio a Sof Omar per cui si sapeva già a grandi linee quali erano le zone più promettenti e cosa avevano trovato le spedizioni speleologiche, soprattutto quel­le inglesi, sfruttando in parte il grande la­voro a carattere di rilevamento geologico operato dagli italiani durante l’occupazio­ne coloniale prima del secondo conflitto mondiale. Grazie a questa documentazio­ne abbiamo individuato quattro aree car­siche interessanti; una volta giunti in Ad­dis Abeba, avremmo valutato, in base ad una cartografia sicuramente più recente e alle indicazioni di alcuni professori uni­versitari, quali di esse sarebbero state alla nostra portata, soprattutto per quanto ri­guarda la possibilità di raggiungerle con i mezzi fuoristrada noleggiati sul posto. Eravamo ottimisti perché, se non al­tro, avremmo potuto constatare di perso­na le potenzialità speleoiogiche delle va­rie aree, per cui, conclusi i preparativi, il 12 marzo 1997 siamo partiti alla volta del­l’Etiopia per cercare di realizzare più che una spedizione una prospezione su vasta scala per individuare le zone dove poter operare in futuro. Purtroppo quando arrivammo scoprim­mo che le cose erano cambiate rispetto al passato ovvero che bisognava avere l’appoggio di un’Università, pagare note­voli quantità di denaro (alla fine le dispo­sizioni governative parlavano addirittura di 1600$ per una spedizione nel nostro tipo!), per ottenere i relativi permessi dal Ministero degli interni e della Cultura! Ma non bastava ancora! Infatti, otte­nuto il benestare delle autorità governati­ve nella capitale bisognava poi di volta in volta contattare i governatori delle regioni da visitare e in base alla situazione poli­tica attuale sperare in un consenso finale. Ad essere ottimisti oltre ai soldi avrem­mo perso minimo due settimane per giun­gere ad una soluzione senza comunque delle garanzie totali visto che ancora ades­so nel Tigrai o nell’Harrar ci sono stati segnalati episodi di banditismo e guerri­glia armata. Oltretutto con i mezzi di tra­sporto non esistono vie di mezzo, ovvero si utilizzano i bus pubblici (e così non si sa quando si parte e quando si arriva) oppure bisogna noleggiare un mezzo fuo­ristrada pagandolo, nella più rosea delle ipotesi, 100 dollari al giorno. Indubbia­mente era troppo sia per il nostro budget che per il mese a nostra disposizione anche perché non c’era la possibilità di ottenere le carte geografiche dall’istituto Cartografico Nazionale non essendo la nostra una spedizione ufficiale. Ogni per­sona interpellata poi ci dava un ulteriore ragguaglio negativo per cui si iniziava a capire che la situazione non era rosea. L’unica nota positiva rimaneva l’acco­glienza dei professori italiani ivi residenti ben contenti di conoscere dei connazio­nali con un aspetto tutt’altro che accade­mico... Rimaneva una soluzione soltanto, ovvero andare subito a Sof Omar, consi­derata ormai una grotta “turistica”, per la quale non occorreva pagare nessun bal­zello e bastava ottenere solamente il per­messo, sul posto, del “sultano” locale, essendo tutta l’area in questione abitata da popolazioni mussulmane dalle origini somale. Dopo estenuanti trattative trovam­mo finalmente un fuoristrada decente ad un prezzo abbastanza buono rispetto la media dei noleggi, in più il conducente anche se giovane, conosceva la zona e le “piste” più convenienti. Cibo e carburo furono reperiti facilmen­te, per cui partimmo da Addis Abeba la mattina del 16 marzo, impiegando 2 gior­ni per giungere a Sof Omar, che non èsolo il nome della grotta, ma anche quel­lo del villaggio ivi costruito, della zona e dell’lman che in tempi coranici vi dimorò in eremitaggio all’interno della cavità, In epoche successive le popolazioni locali hanno trasformato l’ingresso superiore in una moschea naturale e luogo di pellegri­naggio per le popolazioni indigenti del cir­condario, una piccola “Mecca” insomma!AI calar del sole del secondo giorno di viaggio, con addosso la polvere di 500 km di sterrato e innumerevoli mosche, ci trovammo circondati da una cinquantina di persone dagli sguardi impenetrabili un po’ in divisa (ma quale?) o in abiti locali, ma quasi tutti con un bel Kalashnikov a tracolla pronto all’uso. Sorrisi sguardi se­veri e domande in un linguaggio a noi incomprensibile rendevano l’atmosfera a dir poco strana e a quel punto Matteo tirò fuori il due di briscola, ossia un bel ca­lendario ‘Speleo Projects” e due foto scat­tate allo Sceicco del villaggio, da J.J. BoI­lanz quando era qui un paio d’anni fa. Il gioco era fatto, tutti di colpo diventarono premurosi e gentili, aiutandoci a traspor­tare i materiali e portandoci dall’anziano patriarca che sorpreso da siffatti messag­geri ci accolse benevolmente offrendoci tutta la sua ospitalità, in un posto che è agli antipodi del lusso e proprio per que­sto di una bellezza mistica sconvolgente. Entrando nel canyon del Fiume Web siamo sprofondati nel medioevo perché tutto ciò che ci stava circondando appar­tiene al passato: le case, la gente, gli at­trezzi agricoli, le armi sono antiche e non ne avevamo viste prima di eguali. Siamo giunti così in un luogo di culto mussul­mano, che è anche l’unico posto dove la gente può approvvigionarsi d’acqua visto che tutto il circondano nella stagione sec­ca è una landa desertica. Un via vai con­tinuo di dromedari ed asini, gente di etnie diverse, anziani avvolti in tuniche bianche che si recano a pregare, incitati dal muez­zin, all’ingresso dell’antro immenso e sol­dati le cui armi però ti fanno capire che non sei più ai tempi di Maometto, ma nel ventesimo secolo dove i predoni somali possono ancora ritornare con il favore della notte. La grotta si presenta maestosa, con un portale d’ingresso largo una ventina di metri e altrettanti d’altezza con il fiume che entra lento e limaccioso saturo di ri­fiuti ed escrementi perché non funge solo da abbeveratoio per bipedi o quadrupedi ma anche da lavatoio con annessi i ser­vizi igienici. L’acqua è della consistenza di un minestrone di verdure modello rifu­gio e ogni tanto si nota il guizzo di qual­che creatura acquatica ma niente paura: i coccodrilli sono solo dall’altra parte del monte, a Holuca, qui non ci sono più perché troppo disturbati... Paese che vai, usanze e problemi che trovi: in Canin ci sono le valanghe e le piene, qui puoi in­contrare rettili mordaci, babbuini dispet­tosi o mandrie di dromedari imbizzarriti e mugghianti; quale sarà il male minore? Ma proseguiamo nel nostro viaggio ipo­geo che oggigiorno non ha più nulla di esplorativo essendo la grotta già stata esplorata, topografata, visitata e fotogra­fata da legioni di speleologi più o meno improvvisati provenienti da una quantità incredibile di nazioni, ma il fascino di que­ste gallerie immense rimane. Come pure è sempre un’emozione percorrerle men­tre la tua luce si perde in quelle volte gi­gantesche procedendo verso l’uscita caratterizzata da rapide e laghi silenziosi, concludendo il viaggio ipogeo degno di un racconto di Giulio Verne, arrivando in fine in una valle tra strette pareti e lussu­reggianti palmeti con delle piccole spiag­ge ghiaiose dove dimorano questi bene­detti coccodrilli che comunque a parte uno non si sono fatti vedere, ma forse erano in ferie chissà dove! Anche se era­vamo degli “infedeli” al ritorno ci attende­vano al villaggio invitandoci a un loro rito religioso al cui termine il lman ci benedi­va in nome di Allah! L’atmosfera di tolleranza e reciproco rispetto nonostante le religioni differenti era veramente commovente, facendoci capire come quella gente così povera era in realtà immensamente ricca e ci donava sensazioni veramente irripetibili! Rimanemmo laggiù fino al 22 marzo, quando si decise di rientrare nella capita­le dove vista la totale impossibilità di con­tinuare un lavoro sistematico a livello pro­spettivo, decidemmo di spostarci a Gondar, dopo esser passati per le casca­te del Nilo Azzurro. Poi andammo sul mas­siccio del Simien per scalare il Ras De­shen che con i suoi 4620 m è la quarta montagna d’Africa. Infine ci rimase ancora un pa di tem­po che dedicammo a trovare altri contatti nella comunità italiana in Addis Abeba e a cercare notizie per riuscire in futuro ad organizzare una spedizione in Dancalia, luogo ancora oggi ai confini dell’Univer­so, sperando sempre di riuscire ad an­darci, perché in Africa ciò che oggi è impossibile il giorno dopo diventa realiz­zabile: vince chi ha più pazienza....

Iscrizioni all’ingresso di Sof Omar. Foto P. Pezzolato
Shakehole collapse un P 100 in mezzo alla savana. Foto P. Pezzolato

DIARIO DI SPEDIZIONE

12 marzo Trieste-Milano;
13 marzo Milano-Francoforte-Addis Aa¬beba;
14 marzo Addis Abeba, contatti, orga¬nizzazione logistica, ricerca mezzo Fuori Strada;
15 marzo Addis Abeba, preparativi per Sof Omar, ricerca permessi, Università;
16 marzo Partenza per Sof Omar: Addis Abeba-Dodola 290 km di ster¬rato “buono’, 11 ore di jeep;
17 marzo Dodola-Sof Omar, 240 km di strade non meno peggiori;
18 marzo Sof Omar, risalito il fiume Web a monte, prospezione nella“Dry WaIley” ed a “Smake Hole”;
19 marzo Sof Omar, ricognizione, contatti con le autorità locali, foto nella grotta
20 marzo Sof Omar, punta “fotografica”.
21 marzo Sof Omar, arrampicate sulle pareti d’entrata della grotta;
22 marzo ritorno verso Addis Abeba: Sof Omar-Shashemene 14 ore di jeep;
23 marzo Shashemene-Sof Omar 6 ore di jeep;
24 marzo Addis Abeba, impossibilitati a proseguire l’attività speleolo¬gica decidiamo di spostarci nel Tigrai per salire il Ras Des Shen, la quarta montagna d’Africa e la vetta più alta d’Etiopia;
25 marzo Addis Abeba-Dangla, 440 km, 12 ore di jeep, strada in parte asfaltata;
26 marzo Dangla-Gondar, 430 km, 14 ore di jeep, strada discreta, ma rompiamo 2 ammortizzatori e foriamo 2 volte;
27 marzo Gondar-Debarek Shankaber Camp, 190 km di sterrati “di screti”, reperimento di una guida e pagamento per l’en¬trata al Parco nazionale del Si¬mien;
28 marzo Shankaber Camp-Chénèk, 5 ore e mezza di cammino;
29 marzo Chènék Camp-Ambikwa Camp, 6 ore di cammino;
30 marzo Ambikwa Camp-Rasdeshen e ritorno, 7 ore e mezza di cam¬mino;
31 marzo Ambikwa Camp-Chénék Camp, 4 ore e mezza di cammino;
01 aprile Chènék Camp Geech Camp, 4 ore a cavallo;
02 aprile Geech Camp-Shankaber Camp-Debarek, 2 ore a caval¬lo, poi in camion;
03 aprile Debarek-Gondar, 4 ore e mezza di bus pubblico;
04 aprile Gondar-Bardar-Addis Abeba, 2 ore di volo, 6 ore di attesa
05 aprile Addis Abeba, visita ai musei;
06 aprile Addis Abeba, visita all’Università, contatti;
07 aprile partenza da Addis Abeba per Francoforte;
08 aprile arrivo a Francoforte e continuazione volo per Milano.
Sof Omar. L’ingresso del ramo non allagato, foto P. Pezzolato
Sof Omar. Passaggi su cenge sopra il canyon d’uscita, foto P. Pezzolato

SOF OMAR - DESCRIZIONE

Sof Omar è la grotta d’Etiopia con maggior sviluppo raggiungendo quasi 20 km di passaggi quasi sempre orizzontali. La cavità è stata generata dal Fiume Web, che tuttora scorre al suo interno, le cui sorgenti sono a più di 4300 m d’alti­tudine sulle montagne del Baie a più di 120 km dalla grotta. li corso d’acqua dopo aver attraversato delle piane basaltiche si incanala in un largo canyon dove affiora­no i calcari per arrivare al villaggio di Sof Omar ed entrare nel fianco della monta­gna con un caratteristico portale (20 m x 20 m) chiamato dai locali Ayiew MaGo. Dopo un percorso sotterraneo di circa 3 km il fiume ricompare in superficie dan­do origine a un’altro canyon suggestivo. La “risorgenza” viene chiamata Holuca. Nei pressi del villaggio sono stanziali i babbuini mentre ogni giorno i dromedari vengono portati all’abbeverata sul greto del Web. La zona di Holuca invece non e antropizzata per cui non è difficile trovare coccodrilli di piccola taglia e pitoni. Sof Omar da cui prende nome il villaggio, la grotta e la zona stessa era un santo ere­mita vissuto dopo Maometto, anche lui di fede islamica le cui gesta sono descritte anche in una sura del corano. La zona e la grotta sono considerate luoghi sacri dalle popolazioni locali quasi totalmente musulmane, ma non intransigenti o, almeno per ora, integraliste. Ritornando alla descrizione morfologi­ca va ricordato che la cavità ha 42 entra­te ed è caratterizzata oltre dal ramo “atti­vo” dove scorre il Web da gallerie che arrivano a 20 m x 30 m di sezione e da un sistema superiore di gallerie “fossili” anche esse di notevoli dimensioni spesso caratterizzate da serie di colonne naturali di incomparabile bellezza generate dalla possente opera erosiva del fiume. Nella stagione delle piogge la grotta è quasi totalmente inagibile perchè allagata. All’interno stanziano grandi colonie di pipi­strelli e notevoli quantità d’insetti e pesci. Un tempo il pozzo di Shakehole era in comunicazione con Sof Omar, ma poi, a detta dei locali, ulteriori crolli hanno oc­cluso il collegamento. Altre piccole cavità senza particolare interesse si trovano lungo il canyon infe­riore del Fiume Web.

 LOGISTICA - SPEDIZIONE

 Per fare un discorso completo penso sia meglio dividere in argomenti specifici tutto l’insieme.

 ALIMENTAZIONE

Essendo un paese africano con note­voli problemi igienici dovuti soprattutto al caldo abbiamo optato per un alimentazio­ne a base di cibi liofilizzati integrati con pasta o riso trovati in loco. L’acqua è stata sempre filtrata e pota­bilizzata con prodotti tipo Micropur o Mi­crodin ed è stata utilizzata non solo per bere o cucinare ma anche per il lavaggio di tutte le stoviglie; essenziali si sono di­mostrati i bidoncini stagni per contenere cibi e pentolame vario preservandoli da contatti indesiderati con sabbia, insetti o animali in genere.

importanti anche i carboidrati e i com­plessi vitaminici, quest’ultimi assimilati in gran quantità sotto forma di bevande per combattere la disidratazione. Per quanto riguarda i fornelli abbiamo optato per dei robusti Coleman a benzi­na, parchi nei consumi e molto pratici. Utile un set di piccoli contenitori di plasti­ca per riporre sale, zucchero, spezie, aglio e altri cibi sfusi.

 TENDE

Abbiamo usato due tende dalla forma classica, con zanzariere e sottotelo in cotone.

 CARBURO

Il carburo è stato reperito abbastanza facilmente ad Addis Abeba.

 MEDICINALI

Quelli di normale utilizzo speditivo con particolare cura ai farmaci per problemi gastrointestinali, punture di varia natura e insolazioni. A riguardo bisogna tener con­to che Labello o creme solari varie per gli insetti in genere sono un forte richiamo per cui è meglio stare sempre vestiti ma­gari con abiti leggeri, forniti di cappello a falde larghe e occhiali da sole (per l’ester­no, ovvio!) anche perché le popolazioni locali non sono abituate a efebici giovin­celli in pantaloncini e maglietta scollata, a voi le ovvie deduzioni. Va ricordato che il consumo di acqua al dì è di circa 20 litri (tra bere, cucina e pulizie varie). Lista materiale collettivo (escluso il cibo) 2 tende da due posti; 3 bidoncini stagni da 50 litri; 2 taniche da 10 litri più i imbutino;1 fornello Coleman più 3 litri di benzina; 2 pentole con relativi coperchi; stoviglie varie e detersivi, scatolette varie ermetiche, carta igienica, spago sforzino, nylon grandi in foglio, sacchi di nylon grandi, un filtro a pompa per acqua con i ricambi; farmacia completa;  reintegratori salmi e carboidrati.

 PROBLEMI BUROCRA TICI ORGANIZZATIVI

Sia ben chiara una cosa, in Etiopia la burocrazia ereditata dalla dittatura sociali­sta di Mengistu è sopravvissuta al nuovo corso politico per cui organizzare qualsiasi spedizione diventa problematico e molto dispendioso. Altresì bisogna tenere conto che le regole ora in vigore sicuramente tra sei mesi saranno cambiate e così via. Una cosa è sicura, bisogna comun­que pagare, e molto, senza tener conto delle quantità di tempo da dedicare a di­stricarsi nell’oceano di Ministeri che biso­gna visitare. Ovvio che vale la regola ferrea per cui nessuno sa le competenze dell’altro Mini­stero o a chi rivolgersi per ottenere qual­che fantomatico permesso. Ammesso di esser riusciti ad ottenere tutto in Addis Abeba, bisogna poi fare i conti con i funzionari ed il governatore della regione che si vuole visitare e là bi­sogna ottenere altri permessi, pagando ovviamente, più qualche accompagnato­re locale al seguito. Così dopo tante atte­se, permessi, pagamenti, si accede alla fase locale, ovvero la realtà rurale, i capi villaggio, i sultani e chiunque abbia un minimo di autorità magari su di un bran­co di pecore, ma tutti dichiareranno qual­cosa e le conversazioni diventeranno un obbligo per non irritare queste popolazio­ni spesso tutt’altro che pacifiche. Qualsiasi spedizione deve avere un appoggio ufficiale tramite un’Università, vi­sto che la speleologia è considerata mate­ria di studio; poi bisogna contattare l’Am­basciata etiope a Roma per presentare il progetto della spedizione e il relativo bud­get comprensivo di tutto. All’arrivo in Etio­pia le autorità locali pretenderanno il 10% di tale budget come tassa d’ingresso o se vogliamo come balzello doganale. Tramite l’Ambasciata etiope in Roma, si dovrà contattare il Ministero della Cul­tura e quello dell’Agricoltura che vaghe ranno il progetto, il tutto va presentato almeno un anno prima della partenza! Fare tutto in Addis Abeba è impensa­bile sotto ogni punto di vista! Senza i permessi non si può fare nulla che esca dalle normali “ rotte” turistiche pena l’arresto! Da notizie sembra che adesso chiedano 1600$ per ogni spedi­zione che entri per motivi di studio in Etio­pia con qualsiasi motivazione! Questi sono i presupposti per cui an­che una prospezione diventa molto dispendiosa sotto ogni punto di vista.

 PROSPETTIVE E CONCLUSIONI

 La cosa migliore sarebbe attendere lo stabilizzarsi delle varie situazioni etnico-politiche delle regioni etiopi e una regola­rizzazione dell’attuale burocrazia per riu­scire a fare una prospezione completa nelle zone più interessanti ovvero le Alpi” Dancale e il massiccio dell’Harrar questo per rendersi conto degli enormi problemi logistici di quelle aree dove non esistono strade e posti per reperire l’acqua. I costi sono tuttora molto alti sotto tutti i punti di vista e il cercare di abbatterli compor­terebbe enormi quantità di tempo per tro­vare una soluzione decente. Un appoggio locale è indispensabile e a questo di può far capo alla facoltà di Geologia dell’Università di Addis Abeba, ma senza permessi ufficiali anche loro non possono aiutare nel reperire carte geo­grafiche o geologiche! Certo le “Alpi” Dancale sono un mi­raggio allettante dove la speleologia avrà sicuramente grosse soddisfazioni, ma so­lamente grazie ad una organizzazione molto complessa e con notevoli fonti che dovrà operare per diversi anni prima di raggiungere qualche risultato.

 BIBLIOGRAFIA CONSULTATA

 The transactions of the cave research group of Great Britain

CAVES OF ETHIOPIA - Volume 15 - Number 3 September 1973

ETIOPIA CLUB GUIDE - COLLANA PAESI - Au­tore Andrea Semplic

THE CAVER’S MAGAZINE DESCENT - August!

September 1996 - N. 131

THE BULLETTIN SOUTH AFRICAN SPELAEO­LOGICAL ASSOCIA TION - VOLUME 32 - 1991

ATTI 90 CONGRESSO INTERNAZIONALE DI SPELEOLOGIA - SPAGNA 1986 - VOLUME Il

FABRIZIO POMPILY - CARLO CAVANNA - (ETIO­PIA) LA SPEDIZIONE MAREMMANA IN ETIOPIA

100 ANNI DOPO VITTORIO BOTTEGO

G.   DAINELLI - O. MARINELLI - “DI ALCUNE GROTTE DELLA COLONIA ERITREA”

ESTRATTO DAL “MONDO SOTTERRANEO”

1909 BOLLETTINO DEL CIRCOLO SPELEOLO­GICO E IDROLOGICO - UDINE

GROTTAN - ORGAN FOR SVERIGES SPELEOLOG FORBUND - N. 2 MAGGIO 1974 ARG 9

ATLAS OF THE GREAT CAVES OF THE WORLD PAUL COURBON & CO. - 1989

E.N.l.   ENCICLOPEDIA DEL PETROLIO - ETIOPIA

GUIDE TO ETHIOPIA - PHILIP BRIGGS

 RINGRAZIAMENTI:

Prof. Antonio RUSSO Prof. Antonio ALBERTI Prof. Franco CUCCHI Pro f.ssa Paola PAGNINI Prof. Claudio VERNIER Michele SI VELLI (Biblioteca SSI BOLOGNA) PESTALOZZI CHILDREN’S FOUNDATION ADDIS ABEBA MR. WORKNEH DENEKEW J.Jeacques BOLANZ

PATROCINIO:

S.S.I.; C.A.I.; C.G.E.B. TRIESTE

SPONSOR:

LONGONI SPONSOR; CISALFA; COMMISSIO­NE GROTTE “EUGENIO BOEGAN”-TRIESTE

INDIRIZZI UTILI:

Ambasciata Italiana in Addis Abeba PO BOX 3301 N.T.O. National Tourist Organization Car Rent Sultan Mohammed PO BOX 40356 Addis Abeba

Buffet De La Gare Addis Abeba (Hotel)

ELENCO PARTECIPANTI:

Paolo Pezzolato (Comm. Grotte “E. Boegan”) Matteo Rivadossi, Luca Tan foglio e Giacomo Rossetti (Gruppo Grotte Brescia “C. Allegretti”) Paolo Pezzolato

Rilievo SOF OMAR (sezione)