home > l'attività > Estero > America > Mammouth Cave

MAMMOUTH CAVE: UNA STORIA AMERICANA

Pubblicato sul n. 17 di PROGRESIONE - Anno 1987

 

Correva l'anno millenovecentottanta e noi correvamo sulle strade dell'America. Guidan­do una vecchia ambulanza, riattata ad uso cam­per, io e Loretta, la mia compagna, ci lasciava­mo ogni giorno più indietro la costa atlantica facendo rotta verso il Pacifico. Ogni sera can­cellavamo un altro tratto di lnterstate e il nume­ro delle miglia percorse saliva. Non era un viag­gio di giorni e neppure di settimane, ma di lunghi mesi. Da vivere in totale libertà cercando di fissare nella mente e con l'obiettivo fotografi­co tutto ciò che c'era di stimolante ed interes­sante. Avrei arrampicato in Eldorado Canyon, cercato l'oro nell'Arkansas, saremmo discesi lungo il Canyon de Chelly nel territorio Navajo. Dico tutto questo per spiegare quale fosse la nostra disponibilità mentale e il nostro stato d'animo. Logico quindi che attraversando il Kentucky la nostra meta fosse la Mammouth cave, la grotta più lunga del mondo.

Il fine agosto in Kentucky fa ancora molto caldo e noi ci eravamo alternati tutto il giorno alla guida dando fondo alle riserve di Budweis­ser e Michelob, note birre locali. Volevamo arrivare alla grotta prima di sera e la giornata di guida fu un vero tour de force, stressante e stancante. Riuscimmo ad arrivare alla Mam­mouth prima del buio ed eccoci all'ingresso, intimiditi da cotanta maestosità, tenendoci per mano, al cospetto di questa nuova Mecca.

Novelli pellegrini, abituati alle dimensioni speleologiche di casa nostra, le centinaia di chilometri ipogei della Mammouth Cave incute­vano un reverenziale rispetto. Scoprimmo, leg­gendo un gigantesco tabellone, che esistevano cinque modi diversi per visitare la grotta.

Si partiva da un «wheel chair trail», ovvero un sentiero per handicappati da percorrere an­che con sedie a rotelle. Pensai positivamente al grado di civiltà americana e mi compiacqui per l'opportunità offerta anche ad un inabile di co­noscere il mondo sotterraneo. Nel contempo ringraziai Iddio di non trovarmi in quella condi­zione e passai oltre.

C'era poi un «easy going», cioè un andare facile. Immaginai grassi americani dalle gambe sottili e biancastre, con una pancia enorme a mala pena trattenuta da una cintura. Molto probabilmente con un grosso sigaro in bocca e cappellaccio in testa. Ricacciai inorridito que­sta immagine.

Passai al punto tre dove c'era un «norma!». Riandai alle nostre visite alla Gigante, a San Canziano, a Postumia e conclusi che per essere arrivati fino alle Mammouth Cave potevamo forse aspirare a qualcosa di più.

«Difficult» era l'opportunità successiva. Vi si descrivevano scenari da favola e giganteschi saloni sotterranei, il tutto per un prezzo abbor­dabile. Anche se questa mi sembrava una buo­na soluzione lasciai che l'occhio scendesse a scoprire quale era l'ultima proposta.

«Extreme» e un brivido scese in me. Sentii che scoppiava improvvisa la vecchia febbre speleologica e che ormai «ero in calore». Nel contempo vidi il prezzo, elevatissimo, e pensai che non ero solo ma in compagnia di una giova­ne donna e che era giusto condividere assieme l'esperienza americana. Il mio occhio risalì stan­camente al «difficult» ma la mente rimase fissa ed ammaliata dall'«extreme».

«Andiamo?». Loretta mi scosse dalle rifles­sioni. «Andiamo dove?». «Ma alla "extreme" naturalmente». L'avrei baciata e forse l'ho fat­to. «The most exciting experience in your life». L'esperienza più eccitante della tua vita. Andia­moci piano perchè con l'«extreme» non si scherza mica. Pianificai quindi il tutto propo­nendo alla mia compagna una giornata di asso­luto riposo per essere perfettamente in forma. Ci concedemmo solo una breve pagaiata con i nostri kajaks lungo un fiumiciattolo locale, una specie di Rio dei Gamberi, emissario di una cavità ed inghiottito da un'altra, percorso an­che da un piccolo battello a ruota. Osservando i turisti stipati che ci guardavano non potei fare a meno di pensare che noi eravamo di un'altra razza. Da «extreme» insomma. Così alla sera decidemmo di infrangere la regola spartana che regolava le nostre modestissime finanze e ci comprammo due grandi bistecche di carne. Per l'«extreme» bisogna essere forti. La notte, co­me spesso succede prima di grosse storie non riuscivo a prendere sonno e riandai con la men­te a momenti significativi della mia vita speleolo­gica. Ricordai la seconda metà degli anni ses­santa quando due vecchi gamei, Elio e Neme­ceck, avevano trovato in tre gamei più giovani di loro, Albero de Nadal, Spigheta e lo scriven­te, i degni compari per avventure domenicali nei più profondi abissi del Carso. Ripensai a quella volta, a metà degli anni settanta, quando risalendo dal vietatissimo inghiottitoio di Odoli­na, mi ritrovai ad attenderci sull'orlo del pozzo il graniciaro con la stella rossa.

Non ha la stella rossa ma una impressio­nante serie di medaglie, nastrini, decorazioni, eccetera, la nostra guida alla Mammouth Cave. Ci saluta con un allegro «hallo, foxes!» che tradotto letteralmente vuol dire: «ciao, volpi!» e che a loro americani piacerà, ma che a me dà fastidio. A giudicare dalle decorazioni, la nostra guida deve essere per ló meno un generale speleologico: sarà certo così perchè per con­durci all'«extreme»... Resto allucinato quando vedo i nostri compagni di avventura. Credo il più giovane abbia sui sessantacinque anni. Due indossano sandali, uno calza uno splendido berrettino con l'unghia parasole, tipo squadra di baseball. C'è una bellissima settantenne con capelli cotonati e bigodini in testa. La guida ci dà indicazioni fondamentali: non avere paura del buio e non perderci. Ci ribadisce il concetto che sarà la più grande ed eccitante avventura della nostra vita. Ci ricorda che staremo nella cavità circa sei ore, se tutto andrà bene... Un brivido di terrore passa fra la folla. All'ingresso un ulteriore avvertimento. Siamo ancora in tempo a rinunciare perchè oltre la porta... Un assistente guida, certamente un sergente o giù di lì a giudicare dalla scarsità di decorazioni, ci conta dandoci una pacca d'incoraggiamento sulla spalla. Spero di essere fra quelli che ver­ranno ricontati vivi all'uscita. L'ingresso delu­de, la prima parte pure, camminiamo da mez­z'ora. Taccio. Una sosta. «Breakfast hall». CD-me per incanto ognuno tira fuori la propria merendina. «Voi non mangiate?». «Abbiamo già fatto colazione abbondante prima». «Ma è questa la breakfast hall, il luogo consigliato per la colazione, non avete letto il depliant?». Ascol­to infastidito e taccio. Finalmente si riprende a camminare. Grotta brutta tipo miniera, un cro­stone di concrezione che farebbe inorgoglire qualunque grotticina carsica manda in visibilio i nostri compagni. Gridolini d'eccitazione men­tre i «beautiful, wonderfull» si sprecano. Mi nascondo per la vergogna in una nicchia della roccia. Han fatto saltare con la dinamite una barriera di roccia per mettere in comunicazio­ne due rami della cavità. La gente è entusiasta: mi chiedo se si accorgono di attraversare un vano artificiale. Eccoci nuovamente nella galle­ria naturale, ma han pensato bene di asfaltare il fondo per non sporcarsi le scarpe. Ripenso con nostalgia al bel fondo fangoso della Grotta del­l'Orso: in paragone quella sì che è avventura! La guida sta raccontando storie allucinanti in continuità. Meglio far finta di niente sperando che il tutto termini presto. Ma ecco una grossa novità: «lunch room»: la sala da pranzo. Ti pareval. Osservo i tavolini e le sedie e mi chiedo cosa faremo adesso. Improvvisamente si ac­cendono altre luci, un sipario di roccia lascia scoprire un ascensore nascosto, escono una serie di ragazzine con cuffietta e sgargianti tuti­ne gialle: il self-service è pronto!. La gente si incolonna con i vassoi e giù tutti ad abbuffarsi. Per non essere giudicati degli asociali, acqui­stiamo due thè. La nostra mossa non è sfuggita ad una vecchina che corre a sedersi al nostro tavolo chiedendoci se stiamo male. Lascio a Loretta il compito di curare le pubbliche rela­zioni mentre rifletto sul contorto significato di «Extreme». La visita continua e poi finalmente si è fuori all'aria aperta. La gente è esaltata ed aspetta con ansia la consegna dei diplomi che testimoniano la visita appena effettuata. Assieme a Loretta cerco di svignarmela e fuggire via. Ma la solita vecchina ci blocca. «Beautiful, excí­ting, the most beautiful cave of the States, the most beautiful cave of the world». Bella, ecci­tante, la più bella grotta degli States, la più bella grotta del mondo. Mi blocco. No, questo nonio PUÒ dire. «NO». Non dico altro ma il mio sguar­do lascia a capire senza dubbi tutto ciò che penso. La vecchina mi osserva, sa che non siamo americani, sa del nostro silenzio e del nostro comportamento apparentemente curio­so. Non riesce a trattenersi e la parola le viene fuori con una spontaneità e naturalezza totale. «Comunist, you are comunist». Mi caccio le mani bene in fondo alle tasche, ripensando divertito a certe mie vivaci ed in­quiete esperienze di gioventù.

Addio Mammouth Cave, Grotta americana.

                                                                                                      Roberto lue