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SPEDIZIONE HEKURAVE SETTEMBRE 2011

Sul ponte di Lekbibaj, ultimo avamposto(foto S. Savio)

Pubblicato sul n. 58 di Progressione - Anno 2012

Partenza il giorno 2 settembre alle 15 del pomeriggio, buona scelta in quanto riusciamo ad arrivare al traghetto albanese alle 6 del mattino con circa un paio d'ore d'anticipo.

Note sul viaggio: partiamo in 5 sul solito furgone a noleggio alternandoci alla guida. Tutto bene compresa una buona cena alla fine dell'autostrada in zona di Spalato e con la solita eccezione della multa alle 3 del mattino, questa volta per sosta illecita su incrocio stradale a Budva, Montenegro, dove ci fermiamo per una pausa caffè (stendiamo un pietoso velo sull'autista)... per evitare la solita minaccia di portarci davanti al giudice il giorno dopo, e quindi perdere il traghetto, trattiamo "privatamente e con successo" con i poliziotti locali....

Ci imbarchiamo intorno alle 10 sul tra­ghetto Koman-Fierze, percorrendo un can­yon affascinante in una splendida giornata di sole.

Adriano al solito attacca bottone con un gruppo di italiani accompagnati dal parroco di Fierze che si rivela un'ottima fonte di in­formazioni nonché ci parla dei suoi progetti e degli ottimi rapporti con il nuovo console di Scutari (quello che ci conosceva è stato trasferito).

Durante il percorso osserviamo per la prima volta un elicottero in volo, argomen­to da approfondire per i ben noti motivi logistici.

Prima di andare a dormire alla solita stazione idroelettrica di Lekbibaj, ci rechia­mo a Bajram Curri dove ci fornisce gentile assistenza Eric, giovane americano di Los Angeles che presta servizio civile per due anni come insegnante d'inglese.

Facciamo anche una capatina nella valle di Dragobi, senza proseguire, per ragioni di tempo, fino a Valbona, ci fermiamo presso il bivio da cui si diparte il sentiero che porta sul gruppo delle Hekurave e, sebbene ancora in basso, ammiriamo la complessità e la ma­estosità del versante, che lascia intravedere le sue notevoli potenzialità carsiche.

In serata raggiungiamo l'amico Vilson, che ci accoglie con alcune birre e del buon formaggio fatto dalla sua famiglia.

Meandro ad 1 km dall'ingresso (foto S. Savio)

Ci accampiamo presso il fiume tra un certo movimento di gente locale - operai che lavorano all'ampliamento della centrale elettrica di Lekbibaj: gli ultimi se ne vanno a bordo di uno sgangherato fuoristrada e sono presto sostituiti da altri, provenienti chissà da dove, che con gran fracasso spostano una ruspa in avaria.

Incuranti di tutto (stanchezza assommata a qualche "sorsetto" di raki) ci addormen­tiamo stanchi morti.

Il 4 settembre all'alba arrivano i primi muli che vengono caricati dei nostri pesanti zaini e sacchi speleo.

La giornata è calda e solo le prime due ore di marcia si rivelano piacevoli, poi il caldo prende il sopravvento e ci trasciniamo per le restanti tre ore e mezzo. Lungo il tragitto notiamo presso un piccolo alpeggio abban­donato la devastazione fatta da uno o più orsi. Questi, attirati dagli alberi di susine e meli, ne avevano spezzati completamente i rami per poterne saccheggiare la frutta. L'abbondanza del pasto era sottolineata da cospicue deiezioni sparse intorno dapper­tutto e poi ancora lungo il sentiero.

Considerata la loro freschezza presu­miamo che la carovana sia stata costituita in testa da orsi, in centro da mussi e in coda da...

L'arrivo al campo è come al solito una festa, ci sembra di essere tornati a casa e attingiamo subito e con abbondanza alla fredda fonte di Zeze. Le ore serali vengono impiegate per allestire il campo.

Segue una cena in ambiente rilassato, ma l'atmosfera viene presto rovinata da uno sparo vicino, la cui eco rimbalza sulle pareti della valle. Andiamo a dormire un po' preoccupati... un altro sparo ci sveglia alle tre e mezzo della notte. La mattina presto Adriano e Louis partono in perlustrazione e incontrano Leon, giovane pastore che passa le notti a sparare ai cinghiali che vogliono devastare il suo campo (naturalmente senza prenderne mai uno).

Rinfrancati prepariamo i sacchi ed en­triamo in Zeze. Il portale maestoso, i primi imponenti saloni incutono rispetto...presto entriamo nei rami nuovi, superiamo in ar­rampicata delle paretine; qualche piccolo tiro di corda e finalmente entriamo nella parte esplorativa.

Un componente accusa un lieve males­sere ed esce accompagnato, gli altri pro­seguono in una galleria sempre più stretta e alla fine si devono arrendere di fronte ad un meandro strettissimo.

Progressione nel lungo laminatoio sabbioso (foto S. Savio)

Nel pomeriggio dello stesso giorno, men­tre gli altri sono ancora in Zeze ed usciranno solamente a notte inoltrata, Adriano contatta il pastore Leon che, chiuse le pecore in una casa per paura dell'orso, lo guida assieme a Louis sino ad una grotta nel conglomerato. Questa risulta a prima vista interessante in quanto si apre nel fianco del canalone che porta all'altipiano; viene esplorata e rilevata il giorno seguente, rivelandosi però di mo­desto sviluppo.

Il giorno successivo la squadra si divide in due: Lucio e Riki si dedicano al ramo fossile di Zeze, terminando la sua esplora­zione (scesi due piccoli pozzi) e chiudendo la topografia di tale settore.

Louis, Spartaco e Adriano affrontano 5 ore di strada detta "dei Turchi " ed entrano in una grotta nel conglomerato scoperta l'anno prima da Louis e Riki, rilevando circa 100 metri di sviluppo e scendendo un pozzo

di 15 metri; poi devono desistere dall'e­splorazione per motivi di tempo. Dopo un rapidissimo giro in quota iniziano la discesa verso il campo e nei pressi delle "stane" (baite locali) ubicate in un pianoro sotto­stante, viene trovato un imbocco soffiante con evidenti segni di riempimento artificiale, probabilmente effettuato dai pastori per la sicurezza di animali. Il punto viene segnato a GPS proponendoci di effettuare una ri­cognizione durante la prossima campagna. Giovedì doppia salita a Zeze, la prima per effettuare delle riprese video e la se­conda, effettuata da Adriano e Spartaco, per raggiungere con una arrampicata mista libera-artificiale una finestra nel terzo salone della grotta, che si rivela bypassante con il secondo. Nelle grotta-risorgiva sopra il campo, Riki, Lucio e Spartaco tentano sen­za successo la disostruzione della strettoia oltre la quale, in periodi di piogge, si sente rombare l'acqua.

Giovedi notte e Venerdì all'alba smon­tiamo il campo e verso le 12 partiamo dal campo con la solita faticosa marcia che si conclude con un elettrizzante bagno nelle gelide acque del torrente che costeggia la strada da Fierze a Puke, alle sera tutti a casa di Vilson e salutarci, poi tiriamo dritti verso il traghetto: un autoarticolato stile "bilico" per autovetture è bloccato sull'unica strada non asfaltata che conduce da Lekbibaj alla civiltà occidentale. Con scene e personaggi drammatici e clowneschi che sembrano usci­ti direttamente da un film neosocialista degli anni ‘70, riusciamo a passare e proseguire.

Questa volta decidiamo di non prendere il traghetto e la scelta si rivela azzeccata

in quanto, evitando l'attesa obbligatoria dell'unica partenza giornaliera, considerato anche il notevole miglioramento del fondo stradale, alla medesima ora in cui saremmo sbarcati dal traghetto, ci troviamo già in un baretto a Ragusa. Pranzo finale a Segna e ritorno a casa, senza traffico.

RIFLESSIONI A E SPUNTI PER LE FUTURE ESPLORAZIONI DEL GRUPPO HEKURAVE

Shpella Zeze si sta rivelando una grotta tosta, che, dopo i primi evidenti risultati, offre una seria resistenza ad ulteriori progressi per diverse ragioni:

•   distanza del ramo da esplorare dall'ingresso

•   progressivo restringimento dei meandri

•   pericolo di piene e conseguente sifonamento di vari ambienti

•   ambiente freddo e battuto d'aria gelida.


Tutti questi aspetti nel loro insieme ren­dono consigliabile un'organizzazione analoga a quella adottata nelle grandi grotte del Canin (creazione di campi interni, squadra appoggio-ricambio, cavo telefonico, ecc.)

Peraltro questa attività di punta deve essere affiancata in primis da un rilievo topografico completo e accurato delle zone remote.

Le carte topografiche in nostro possesso, realizzate dai militari cinesi alla fine degli anni '70, sono incomplete e non aggiornate e sembra che attualmente, almeno per le zone di nostro interesse, non ci sia topografia più recente e dettagliata, se non immagini commerciali satellitari ad altissimo costo.

Peraltro nessuna carta può sostituire la ricognizione diretta ed è necessario per­correre i sentieri che portano all'altopiano sia da Dragobi che da Teth, per accertare i tempi di percorrenza, il grado di difficoltà e - importante per la logistica - la percorribilità da parte di animali da soma. Nel contempo è opportuno effettuare una battuta delle zone più promettenti, segnalando la posizione mediante GPS di eventuali ingressi di cavità. È fondamentale a nostro avviso trovare un ingresso alto di questo imponente sistema, Shpella Zeze, che con ogni probabilità è strutturato in forma di traversata ingresso alto-ingresso basso.

Da ricordare inoltre che alcune promet­tenti grotte attendono esplorazioni: Perr Boshit una conferma del suo potenziale, e la Grotta Mark il completamento dell'esplo­razione da parte dei faentini.

Considerati i dislivelli, l'assenza di sentieri e la mancanza di acqua - ad eccezione dei rari pozzi con neve ancora da individuare - si tratta di un programma ambizioso che richiederà un impegno costante di uomini e tempo, a nostro parere giustificato dal potenziale di questo settore carsico.

Ci proponiamo di formare un gruppo per attuare il programma suesposto: invitiamo tutti i componenti del nostro sodalizio interes­sati a mettersi in contatto con Lucio Comello.

C'è tanto da fare per tutti e a tutti i livelli.

                                                                          Adriano Balzarelli e Lucio Comello