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SPEDIZIONE HEKURAVE - ALBANIA 2009

 Un Progetto speleo per una speleologia rispettosa dell’ambiente umano e fisico

 Gli uomini della Commissione Grotte “E. Boegan” sono presenti nelle grotte dell’Albania sin dal 1993; nelle diverse spedizioni sono state esplorate e rilevate parecchie cavità in varie zone carsiche, del paese.  Notizie sulle stesse sono apparse su Atti e Memorie e su Alpi Giulie, mentre parte dei risultati raggiunti sono stati pubblicati sui numeri 34 (giu. 1996) e 55 (gen.-dic. 2008) della rivista Progressione. 

Fra la prima spedizione e l’ultima è stato purtroppo notato un notevole degrado ambientale prodotto proprio dal modello di consumismo occidentale introdotto verso la fine del secolo scorso, come pure dall’abbandono delle masserie più isolate, cosa quest’ultima che ha portato al disuso di stradine e sentieri montani. C’è quindi ora il reale pericolo che zone sino ad ieri sede di un ecosistema in cui l’uomo era perfettamente integrato possano essere oggetto di speculazione e vengono alterate o distrutte come già successo nel resto del mondo.

Dopo la spedizione dell’agosto 2009, i cui buoni risultati ottenuti saranno implementati  nella prossima spedizione del 2010, la Commissione ha ritenuto di disciplinare le future ricerche con un piano operativo dei  lavori, e renderlo organico con il  “Progetto Hekurave”. Questo progetto prevede una serie di fasi – alcune concomitanti, altre diluite nel tempo – che possono essere esplicitate nei seguenti punti:

-  Definizione dei limiti della zona interessata dalle nostre indagini, avvalendosi sia della cartografia disponibile, sia di sopralluoghi diretti, perlustrazione invernale con gli sci;

- individuazione, esplorazione, rilievo e documentazione fotografica delle grotte che vi si aprono;

- indagine geologico-strutturale della zona, da condurre attraverso la collaborazione con studiosi e docenti dell’università di Trieste e di Tirana;

- individuazione dei bacini di raccolta afferenti le varie risorgive, al fine di determinare i vari sistemi idrici, e di drenaggio profondi;

- iniziare le ricerche biologiche – entomologiche e spelo botaniche – al fine di conseguire una prima conoscenza dello status in materia;

- assunzione presso i locali di informazioni sull’eventuale presenza di miti e leggende relativi alle grotte e al fenomeno carsico in genere;

- documentazione dettagliata delle immagini, con l'ausilio di riprese fotografiche e video in alta definizione;

- possibilità attraverso tutti gli enti preposti in Albania e con l’aiuto e la consulenza di professionisti e dei enti e ministeri italiani (stanziamenti della comunità europea), sulla possibilità di creazione di una zona protetta o “parco” da destinare alla fruizione ambientale e naturalistica, a rispetto della flora della fauna e delle grotte, ed eventuale  recupero e salvaguardia della cultura attraverso  i manufatti rurali ancora esistenti (e purtroppo destinati a scomparire in pochi anni essendo in completo abbandono);

 Come specificato questa serie di lavori dovrebbe essere, nella visione che la Commissione ha dei suoi compiti speleologici  in Albania, propedeutica alla presentazione al Ministero albanese competente di una proposta per la costituzione di un parco alpino-speleologico, da noi ritenuto indispensabile per la salvaguardia dell’integrità delle bellezze naturali, epigee ed ipogee, di questo settore dell’Albania.

 LA SPEDIZIONE DEL 2009

 Premessa:

La Commissione Grotte E. Boegan ha individuato nei primi anni 90', questa importante area  carsica a nord/ovest di Scutari nel distretto di Bajiran Curri. Tra il 18 agosto e il 5 settembre si è svolta la 4°spedizione in zona, assieme ad un nutrito gruppo di colleghi speleologi e amici sloveni dei gruppi Dimnice di Capodistria, Luka Čeč di Postumia e del gruppo speleologico di Rakek.

Le ricerche sono iniziate in periodi politicamente difficili per il paese albanese, (vedi relazione Elio Padovan progressione 55). Gli speleologi della CGEB assieme al Prof. Boris Strati hanno avuto del filo da torcere per seguire e raggiungere le cavità, è a quei primi esploratori che indubbiamente va un ringraziamento per aver focalizzato un'area carsica di così importante valore, la vallata presso Curraji i Eperm è senza dubbio una delle aree  carsiche più remote e difficili da raggiungere del nostro continente. La cavità più importante che caratterizza l'area   è Shpella Zeze – Grotta Nera, questa cavità descritta nel numero precedente ha dato i maggiori risultati esplorativi durante i 15 giorni di spedizione. Assieme alla continuazione delle esplorazioni e dei rilievi topografici in Shpella Zeze sono state effettuate due vaste ricognizioni sugli altipiani posti tra il monte Boschit e  il monte Hekurave, gli ingressi di maggior altitudine sono stati individuati attorno ai 2.500 metri quota sul livello del mare. 

La spedizione è stata molto positiva, un periodo particolarmente secco ha facilitato le operazioni in “Zeze”, sono stati “by-passati” due sifoni e l'acqua in grotta era ai livelli minimi visti. Una violentissima corrente d'aria (paragonabile a quella presente  al tunnel EDF della Pier San Martin), ha forzato perpetuamente ogni angolo della grotta, costringendo la gente a calzare la balaclava nonostante le temperature non particolarmente rigide. Alla fine la lunghezza di Zeze è stata portata attorno ai 3 km e la grotta prosegue in  tre punti distinti.

L'altipiano delle Hekurave è stato raggiunto dal versante sud risalendo un ripido canale. La strada per niente evidente è stata percorsa con fatica e in un paio di volte sbagliato il percorso (assenza di sentieri), il gruppo di testa ha tribolato su scoscesi traversi sotto il peso dei sacchi. Sono stati esplorati e scesi una trentina di pozzi, tra i 20 e i 40 metri. Il paesaggio nel tratto esplorato si presenta molto frastagliato. A tratti attorno ai 2200 m di quota sono emergenti le dolomie. Sono presenti grandi accumuli di pietrischi. Assieme a fenomeni carsici superficiali piuttosto imponenti. Sono stati prelevati alcuni campioni di rocce e sabbie, sia sulle Hekurave che in Shpella Zeze, ora al vaglio presso il dipartimento del prof Cucchi, di Trieste, ricerche saranno fatte assieme ed in collaborazione con L'università di Tirana , Prof. Boris Strati, a cui vanno i miei personali ringraziamenti per l'aiuto e la collaborazione dati, anche nell'organizzazione di quest'ultima spedizione. Determinante il contributo fattivo dello studente in geo-informatica Arian Sulaj, nostro interprete su indicazione di Strati e validissimo e d entusiasta speleo. Nella prossima spedizione ci si riserva una descrizione più dettagliata per la parte geologica e morfologica. Ultimo ringraziamento ma non meno importante va al Console italiano  il  Dott. Stefano Marguccio per l'appoggio e gli importanti consigli avuti presso i i suoi uffici di Scutari.

Con la Commissione Grotte “E. Boegan” hanno partecipato: Louis Torelli (capospedizione), Riccardo Corazzi, Federico Deponte, Piero Gherbaz, Adriano Balzarelli e Fabrizio Pascotto.

Dalla Slovenia hanno partecipato: Rok Stopar (JD Dimnice), Ivo Sedmak (DZRJ Luka Cec), Marjan Vilhar (DZRJ Luka Cec), Izidor Santek Zupancic (DZRJ Luka Cec) e Mitja Mrsek (JD Rakek).

Alba tra le Alpi Albanesi (foto PIERO GHERBAZ)

Le esplorazioni in Sphella Zeze

Il periodo particolarmente secco ha facilitato le operazioni in Sphella Zeze, dove sono stati “by-passati” due sifoni mentre l'acqua nella grotta era ai livelli minimi constatati. Una violentissima corrente d'aria percorre incessantemente ogni angolo della grotta, alla fine dei lavori lo sviluppo spaziale di Zeze è stato portato a 3362 metri (a cui vanno aggiunti altri duecento percorsi ma non rilevati) e la grotta prosegue in tre punti distinti. La Shpella Zeze, risorgenza di troppo pieno che si presenta con un imponente ingresso, è il terzo e più importante sbocco, sinora individuato, delle acque raccolte sull'altipiano delle Hekurave. L'aria fredda che circola violentemente nelle gallerie scende velocemente dall’ampio ingresso lungo il canalone di accesso facendosi notare già a qualche centinaio di metri di distanza. La struttura di “Zeze” è abbastanza semplice: due grosse gallerie di cui la principale, che dopo un primo tratto a NNW prosegue in direzione NNE, è periodicamente interessata da forti piene del torrente ipogeo. Nella parte iniziale le dimensioni sono imponenti per una grotta alpina, il letto del fiume è composto da grossi ciottoli arrotondati mentre in certi punti, dove il flusso rallenta, sono presenti depositi sabbiosi a matrice piuttosto fine; lunghi tratti sono interessati da crolli. La grande siccità estiva del 2009 è stata determinante per il superamento di alcuni punti allagati che avevano precluso l’avanzata nelle spedizioni precedenti. Nelle esplorazioni del 2009 le cose si sono poi complicate, alcuni sifoni sono stati superati seguendo dei laminatoi in salita, dei veri e propri “bypass”, investiti per di più da un violento turbinio di aria mista a sabbia finissima, sabbia polverulenta depositata e appiccicata dappertutto; diverse risalite sono state attrezzate con il trapano. La galleria principale, dopo una deviazione a NNW, è chiusa dal 3° sifone; la grotta continua in alto, prima della deviazione dove è presente l'immancabile corrente d'aria. Dopo un tratto in salita e quindi in discesa in cui si dirige a NE prosegue in due diramazioni principali, ambedue internantisi verso ESE: ci si ferma per esaurimento delle attrezzature e purtroppo del tempo a disposizione, che viene usato per terminare la topografia e la documentazione fotografica.

La seconda galleria importante è quella fossile, che va decisamente verso ovest; in questo tratto della grotta sono presenti alcune notevoli formazioni calcitiche, la circolazione d'aria così caratteristica in questa cavità qui è più “lieve”, se è consentito usare questo termine. Anche qui un'attenta rivisitazione dei vari passaggi già documentati hanno dato ottimi risultati confermando la teoria ormai consolidata che nessuna grotta finisce. 


MARTEDÌ 18 AGOSTO

Fabrizio, Adriano e Piero partono verso le ore 18.00, ricevendo una sola copia delle chiavi della “Nubira a noleggio”: per questo provano a vedere se Castorama sul confine italo-sloveno fa duplicati, ma inutilmente. Escono allora dall’Italia cercando strade che attraversino la Slovenia evitando una multa per mancanza di “vignetta autostradale”. Alle 20,30 rifornimento in Croazia, ormai sotto Fiume. Dopo aver preso un paio di panini i tre cenano e lì, forse appoggiati su una seggiola, dimenticano un portamonete, con dentro circa 630 kuna. Se ne accorgono appena 40 km dopo, ma ormai è impossibile tornare indietro.

Quindi proseguono, Fabrizio alla guida, Piero con un forte senso di colpa che non lo fa dormire. Verso l’una e mezza Adriano ha preso il volante, ed entrano in Bosnia e, dopo un’altra oretta, si fermano a dormire in un parcheggio privato, Piero in macchina, gli altri due comodamente per terra.


Traversata in traghetto a Kotor (Cattaro)

MERCOLEDÌ 19 AGOSTO

Sveglia alle 5.30, dopo tre ore di sonno, e partenza per il nuovo confine; il primo gruppo entra in Montenegro alle 7.00. La costa, alla destra, alterna scenari favolosi, tra coste a picco terminanti in spiagge di sabbia e paesi arroccati su isole poco distanti dalla terraferma, ad altri di volgare sviluppo edilizio dei nuovi padroni russi che apportano freschi capitali di denaro e sconci villaggi alberghieri. A Cattaro si imbarcano in traghetto per un breve tratto di mare che porta dritti dall’altra parte di un fiordo, le cui acque celano ancora vecchie insenature e nascondigli di obsolete potenze navali. Arrivo verso le 10.00 al confine con l’Albania. Fabrizio, Adriano e Piero si addentrano nel paese alla volta di Tirana, incontrando centinaia di ex fortini o bunker e altrettanti di autolavaggi, i “LAVAZH”. Verso mezzogiorno entrano a Tirana ed avvolti da un’afa opprimente raggiungono il professore Boris Strati, il nostro amico e referente sul posto.

Boris accoglie il gruppo della C.G.E.B offrendo gentilmente una pizza, poi presenta lo studente in geologia Arian Sulaji, che farà da interprete accompagnandoci nel viaggio. Cambiati un po’ di soldi si riposano nell’ufficio di Boris. Alle 18.30 cercano ancora, ma senza esito, di duplicare le chiavi della Nubira, quindi stampano in eliografia una copia a dimensione reale (60X70 cm) della carta della zona in esplorazione. Più tardi in un bar nei pressi del “Cinema” c’è un incontro con un uomo di Lekbibaj, che aiuterà a trovare risorse e muli.

Dopo una chiacchierata tra l’interprete e l’uomo, alle 20.40 cena con specialità albanesi al ristorante “Emblema” e fine, naturalmente, con un “raki” artigianale.


GIOVEDÌ 20 AGOSTO

Sveglia alle 4.40, ed alle 5.00 caffè con Arian. Alle 5.30 partono da Tirana e, chiedendo informazioni ai locali (non c’è un minimo di segnaletica) percorrono una strada molto disagevole, fino ad un lago, e dopo un passo spettacolare, alle 8.45 un poliziotto li ferma nei pressi di un ponte, in coda ad altre macchine. Lentamente se ne accodano delle altre, poche sono passate oltre. Il nostro gruppo aspetta fino alle 9.45 poi passano e percorrono una strada malconcia in salita fino ad entrare in un tunnel. All’uscita di questo c’è il traghetto che aspetta i viaggiatori. Il vetusto natante, di origine cinese, naviga in un canyon fantastico, alimentato dall’acqua di numerosi immissari. Il viaggio sul fiume-lago dura circa tre ore. Dopo un attracco a dir poco spaventoso su un terrapieno di terra e pietrame sciolto, si imbocca una (l’unica) stradina, che porta a Lekbibaj. La pista piena di pietre sporgenti mette a dura prova il fondo della vettura. Alle 14.45 c’è un incontro con il sindaco di Lekbibaj, “Giovalin”. Dopodichè, bevuto qualcosa con Vilson il nostro mulattiere, si imbarcano su un camioncino caricato di tutto l’equipaggiamento (nel frattempo Fabrizio è andato a parcheggiare l’auto al sicuro). Dopo una ventina di minuti, arrivano i due fratelli di Vilson, i nostri mulattieri. I tre caricano i muli ed i cavalli all’inverosimile. Dopo una breve sosta dal loro padre si parte; poi, salgono 200 metri di quota e con tre quarti d’ora di cammino alle spalle, Vilson si rende conto che il sentiero non è più agibile per i muli: telefonato ad un vecchio conoscente della valle si riparte sulla traccia giusta e dopo ore di cammino (e consumata tutta l’acqua) arriva la notte. Fabrizio lamenta dolori e crampi. Alle 23.20 sosta obbligata e bivacco di fortuna su terreno pendente, tra spine e ortiche.


La strada per il traghetto
La diga prima del traghetto
La galleria
Il molo di imbarco del traghetto sul lago artificiale
Visione del fiordo
Il "pontile" di sbarco

VENERDÌ 21 AGOSTO

Dopo una notte di poco sonno e tante zanzare, ripartono alle 7.30; la strada migliora e due ore dopo la partenza arrivano al fiume. Verso le 10.00 il gruppo avanzato raggiunge, finalmente, il Campo Base. Il terreno del campo è pieno zeppo di alte erbacce. Adriano e Piero vanno alla casa del vecchio pastore conosciuto gli anni scorsi, e per strada trovano rete per telefonare. Ma il vecchio ha abbandonato la casa con tutti i suoi averi: arnie, strumenti da lavoro e recipienti in legno costruiti da sé. Dopo una lugubre e malinconica ispezione della casa, trovano una falce, che, arrivati al Campo Base, servirà per liberare il prato dalle erbacce. In poco tempo così è stato allestito il campo nella piana di Mulaj, presso le risorgenze di Zeze.

Alla sera, sono circa le 21.00, parte il secondo gruppo composto da Louis Torelli, Riccardo Corazzi (Riki), Federico de Ponte (Gino), e Rok Stopar. Su un'altro furgone parte da Postumia la componente slovena della spedizione con alcune ore di ritardo sulla tabella di marcia prestabilita. Assieme a Rok sono in cinque: Ivo, Mitjia, Isidor e Marijan. Stesse modalità di viaggio caratterizzano il loro tragitto; Louis, Riki, Federico e Rok faranno visita il giorno successivo al consolato italiano in Scutari.


Carico della spedizione a Lekbibaj
Sul vecchio sentiero verso Qerec
Muli e cavalli in difficoltà
A 3 ore di marcia dal campo
Sistemazione dei carichi
Guado sul sentiero abbandonato
Presso i resti del vecchio mulino
Piana del campo base
Campo base e la Valle dei Turchi

SABATO 22 AGOSTO

La mattina, dopo un tè, il primo gruppo si muove alla volta ed alla ricerca di Shpella Zeze. Trovato il giusto sentiero entrano per una prima ricognizione; dopo alcuni saliscendi decidono di lasciare alcuni ometti di pietra per agevolare il ritorno durante il quale visitano i rami alti passando alcune strettoie e trovando un pozzo che prosegue con una galleria raggiungibile con un piccolo “traverso”. Quindi raggiungono una galleria, da cui proviene molta aria, interrotta da un laghetto già visto in precedenza da Adriano ma allora non superato per la mancanza del canotto: si proseguirà non appena il secondo gruppo lo avrà portato al Campo; successivamente danno un’occhiata ad un altro rametto che porta ad una sala con alcune stalagmiti lunghe e strette. Tornati all'uscita fanno il punto con il GPS, poi cena.

Nel frattempo il resto del gruppo è ancora in viaggio sbrigando le formalità di frontiera ed il pomeriggio come anticipato sono a Scutari dal console italiano, dott. Stefano Marguccio, che si dimostra molto interessato sulla nostra spedizione; premuroso nei nostri confronti ci consiglia alcune modalità operative di tener conto; prima di congedarsi gli lasciamo in omaggio alcune copie delle nostre ultime pubblicazioni speleologiche, poi ancora una snervante attesa presso un assicuratore per poi prendere la pittoresca strada che conduce al ferry per Fierze.


Ingresso Shpella Zeze
Bocca fossile principale
Vista dall'ingresso verso la valle di Qerec Mulaj
Rami nuovi, III sifone

DOMENICA 23 AGOSTO

La mattina Piero e Adriano vanno a verificare la condizioni della “strada dei Turchi”, che proseguendo verso nord del gruppo montuoso che si erge a ovest del Campo, dovrebbe portare a “Curraj i Eperm”. Partono seguendo il letto del fiume, ma ben presto si trovano costretti ad addentrarsi nel folto dei “prati” (fitti grovigli di steli alti non meno di un metro) per potersi alzare in quota, e quindi superare la parete di roccia che si era parata davanti a loro, e che nella stagione delle piogge deve sfoggiare una fragorosa cascata di più di 40 metri. Finalmente sulla destra orografica trovano il sentiero, abbastanza agibile, e aggirano così l’ostacolo presso un affluente ora asciutto ma che solitamente confluisce nella cascata; sul posto trovano diverse pietre, anche di notevoli dimensioni, spostate o rovesciate ed ipotizzano (teoria poi confermata) possano essere opera di un orso alla ricerca di vermi ed insetti sul terriccio fresco e umido. Proseguono quindi il cammino lungo quella che un tempo doveva essere una mulattiera ben conservata e preziosa, e poi ancora lungo il limitare del bosco, finché risalgono il letto di un torrente fino ad un bosco di faggi (una probabile miniera di funghi se solo avesse piovuto); localizzano col GPS quel punto raggiunto poi decidono di ritornare al campo. Sul sentiero poco visibile lasciano diversi segnali ed individuano il bivio per Curraj i Eperm che viene pure marcato. Poco prima della cascata, il sentiero era interrotto da diversi tronchi pesanti posti di traverso da una grossa slavina: da qui i muli non avrebbero potuto passare. Alla fine, giunti a “Querec-Mulaj”, si sono persi quasi in vista della strada del Campo, dove più tardi li attenderà la cena, preparata da Fabrizio.

A quell’ora il secondo e più nutrito gruppo di speleo, Louis, Riki, Fede, Rok, Ivo, Mitjia, Isi e Marjian, dopo la risalita del fiordo sino a Fierze, raggiungono nei pressi Lekbibaji, l’amico Vilson, il capo mulattiere studente in legge a Tirana, nella cui casa saranno ospitati. Grande serata, con cena tipica, suonata di mandolino albanese, prove di forza con i fratelli minori, fumata e bevuta con il nonno, sorrisi alla mamma e partita finale a scacchi (massacro) con il padre. La brigata dorme ormai molto poco da tre giorni e all’alba ci saranno 10 cavalli per trasportare quasi una tonnellata di materiale ed un giorno di cammino al Campo Base.


Parte della spedizione ospite a Lekbibaj a casa della guda Vilson e famiglia
Sfida a scacchi: ospiti pesantemente sconfitti...

LUNEDÌ 24 AGOSTO

La mattina presto il gruppo al campo base studia carta e GPS e, dopo un’ora abbondante, riesce a decifrare il sistema di orientamento; Piero realizza su un cartoncino una scala grafica con i valori in “gradi e primi” di longitudine e latitudine. Più tardi scendono a sud, per visitare una casa che, all’andata, avevano visto abitata: c’è una famiglia molto numerosa, e con gran difficoltà (manca Arian, l’interprete, rimasto al Campo), riescono ad ottenere latte, miele, formaggio e raki. Poi mentre Fabrizio raggiunge Arian al campo, Piero e Adriano, guidati dal padre e dal figlio maggiore della casa appena visitata, vanno a visitare le grotte conosciute dai locali, dei semplici ripari sottoroccia, senz'altro originati da piccoli crolli. Successivamente assistono alla pesca delle trote nel fiume, proseguita anche sotto una fitta pioggia cominciata alle 13.00 e durata un'oretta: vengono pescati almeno due chili e mezzo di pesce. Quando il cucchiaino di pesca finisce incastrato sotto una pietra, come più volte è accaduto, manda il figlio (vestito) a lanciarsi nell’acqua gelida per recuperarlo. Tornati alla casa sono “costretti” a mangiare con loro le trote fritte, buonissime. Quando finalmente tornano al Campo ci sono già tutti: i due gruppi sono ricongiunti. Fabrizio e Arian preparano una tazza di “tè di monte” che mette tutti di un ottimo umore, è il nostro tè speciale che cresce spontaneo in questa valle alpina. Il figlio maggiore del pastore, che ha accompagnato Piero e Adriano al Campo, torna a casa non appena smette di piovere. La sera attorno al fuoco, assieme agli amici sloveni inizia la programmazione dell’attività della spedizione per i giorni a venire.


La via nel bosco dei faggi
Particolari di incisioni seguite come segnavia

MARTEDÌ 25 AGOSTO

All’alba, Louis, Mitja e Rok partito per il sentiero dei Turchi; lo scopo è quello di individuare la “Shpella Boshit”, una grotta attiva esplorata nelle precedenti spedizioni C.G.E.B. e poi persa di vista. Individuano facilmente le tracce e segnali di Piero e Adri, poi capiscono di aver raggiunto il punto massimo d’inoltro avvenuto qualche giorno prima, il già descritto “bosco dei faggi”. Louis, complice anche la sua esperienza lavorativa nelle foreste del Mozambico, individua sulla sinistra orografica del punto massimo raggiunto, il passaggio al sentiero “storico” (dei turchi). Il bosco diventa rado composto in prevalenza da faggi secolari e da altre essenze fra cui noccioli e carpini. La strada non è evidente, ma aiutano moltissimo le incisioni sulle cortecce: scritte e graffiti, segni, e messaggi semplici o d’amore, incisioni di nomi assieme a coltelli ed aquile campeggiano ad altezza d’uomo, le date leggibili arrivano prevalentemente fra la fine degli anni ‘80 e gli inizi ’90; queste incisioni segnalano la via dando al bosco una vita pregna di nostalgia, rievocando emozioni rustiche assopite nell’oblio di una natura forte, preponderante e decisa.

Bivacco presso gli "stane" Perr. Boshit

Usciti dal fitto del bosco, lasciano dei segni, ometti di pietra e simili; superano un pozzo nel calcare, sui bordi le prime fragoline di monte, buon segno. La quota raggiunta è circa 1500 metri s.l.m. e davanti si stagliano le balze rocciose del monte Boshit; la zona è amena, non c’è traccia di passaggio umano, almeno negli ultimi 15 anni. Il gruppo in avanscoperta è indeciso: la mappa non è chiara e nella restituzione grafica dei particolari sembra molto approssimativa. Optano per salire ancora, complice il diradarsi della vegetazione e la visione di spalti calcarei incontaminati dalla presenza umana, e soprattutto da quella speleologica. Alla fine raggiungono una spalla erbosa a circa duemila metri, sul lato ovest del M.te Boshit. La valle sprofonda e si vedono i ruderi delle malghe abbandonate che devono raggiungere. Hanno sbagliato strada ma comunque dopo aver visto qualche ingresso a pozzo scendono fino ad una traccia che li porterà sulla via giusta. Intorno alle 18.00, raggiunte le malghe sui fianchi della vallata che sale da “Curraj i Eperm” e più su fino al canalone “perr. Boshit”. Poi informano via radio Fabrizio al campo che si sistemeranno in qualche maniera per la notte anche senza cibo e sacco pelo, vista l’impossibilità di rientrare in tempo e soprattutto perché la grotta non è stata ancora individuata.

Un’ altro nutrito gruppo nel frattempo entra nella spella Zeze; Piero, Riki e Arian vanno al laghetto del ramo fossile, e con il canotto passano raggiungendo l’altra sponda, a circa una dozzina di metri dalla partenza. Il ramo in esplorazione si sviluppa per circa 80 metri congiungendosi poi con la galleria fossile principale: Arian è rimasto indietro, sono passati Adriano Piero e Riki. Nel frattempo Marjan, Ivo e Gino sono andati a vedere il ramo vecchio, il semi-attivo, dove forzano la frana posta al limite del ramo nord-est: il passaggio è una temutissima strettoia, che però permette di scoprire le vere dimensioni di Zeze ed il cui risultato sarà determinante per il prosieguo delle esplorazioni. Alla sera verrà ascoltato con entusiasmo il racconto dei pionieri, che dopo aver esplorato qualche centinaio di metri di nuove e bellissime gallerie decidono di tornare al campo.


La prima parte di Shpella Zeze
Nuovi rami, condotta forzata
Nuovi rami, depositi di sabbia
Nuovi rami, antico collettore

MERCOLEDÌ 26 AGOSTO

All’alba il trio del Boshit si muove. La notte è trascorsa bene sotto un cielo di stelle nel totale abbraccio della montagna; con il fuoco ravvivato tutta notte anche il freddo è stato tenuto lontano. Colazione con lamponi e fragole poi, ancora alla ricerca della grotta perduta di Boshit. Purtroppo dopo alcune ore di vana ricerca, forse troppo spostati sui quadranti vicino a Thet, tornano sui propri passi dopo aver raggiunto salendo (anche in arrampicata) per circa 400 metri una cavità, che purtroppo chiude subito, posta in cima ad un canalone. Delusi, stanchi ed amareggiati per le molte ore trascorse in battuta senza risultati di rilievo, decidono di tornare al campo. I dettagli conosciuti della zona sono troppo pochi, per muoversi e cercare una grotta in un’area così vasta. Si torna ovviamente alla Shpella Zeze: Ivo, Gino, Marjan, Isi e Adriano si dirigono in “punta” al punto massimo raggiunto il giorno precedente, mentre Piero e Riki, armati di laser, strumenti, carta e penna, rilevano, una battuta dopo l’altra, tutto il pezzo esplorato il giorno precedente. Le mani gelano, l’aria di Zeze è così violenta che bisogna usare la “balaclava”, ti gela in poco tempo il capo, disturbando l’udito la gola ed il naso. Quindi i rilevatori incontrano Rok e Mitja, che arrivati verso le 13.00 dal Boshit dopo un breve spuntino decidono di entrare in Zeze. Al “caldo” i rilevatori si cambiano e scendono lungo il sentiero – individuato presto, stavolta – ed raggiungendo il Campo Base ove trovano il gruppo di ricerca di Boshit e Fabrizio ai fornelli che sta preparando un'abbondante pasta al sugo. La fame è tanta, durante il pasto, alle 22.00 si sentono le grida di giubilo arrivare in lontananza da Zeze: Gino, Ivo, Marjian, Isi e Adri tornano al Campo ove raccontano con entusiasmo di 1000 o più metri esplorati; il morale è alle stelle, Zeze continua alla “grande”, la nostra “Pierre San Martin”, comincia a svelarsi. Piero la sera si sente male, causa il freddo patito, una congestione allo stomaco lo tormenta, ma vomitato completamente il contenuto dello stomaco torna nuovo come un angioletto pulito.


Forrone nel nuovo tratto a Zeze
Explo livelli inferiori
A 500mt dall'ingresso di Zeze
Galleria verso i nuovi tratti esplorati
Sala interna
Pozzo ai livelli inferiori freatici
Alla ricerca della via verso il m.te Hekurave
Bonifica di vecchi sentieri
Fauna intatta...
L'unica sorgente di alta quota

GIOVEDÌ 27 AGOSTO

Alle 9.00 circa, Adriano, Arian, Louis, Rok e Mitjia salgono alla volta dell’altopiano dell’Hekurave: li attendono circa 1500 metri di dislivello per raggiungere l’altipiano, dove ancora nessuna corda è stata protagonista. L’incognita comunque resta l’acqua, una grande siccità caratterizza il versante. O si ritrova la sorgente a quota 1.900 o si resta disidratati, neve non ce ne. La prima parte della salita inizia bene, imboccato il canalone giusto piuttosto stretto e pericoloso e viene individuato, a sinistra, il sentiero ormai scomparso tra i noccioli. Louis con la sega a serramanico, già sperimentata al Boshit, apre la strada, il sentiero è bello, qualche tratto è scavato nella roccia come quello dei “Turchi”. Si sale bene fino al primo quinto, poi iniziano i problemi. Alla prima biforcazione Adriano, tra i primi conoscitori dell’altipiano, consiglia di optare a sinistra ma è sbagliato: dopo alcune ore si perdono al limitare del bosco, con zaini pesanti ed consumato più della metà dell’acqua. Per buona sorte scesi da circa 1700 a circa 1400 tra i rami piuttosto fitti trovano una traccia di raccordo; pulitola e dopo aver disturbato una grossa vipera, scavalcano una cresta rocciosa che porta direttamente ad un alpeggio abbandonato e con evidenti segni di frequentazione di un orso.

Il posto è bucolico: Louis vede il prosieguo, ma Rok convince tutti ad andare a sinistra, sbagliando. Risalito un ripido versante roccioso per cinquecento metri il gruppo si trova esposto e troppo ad ovest. Un lungo traverso dopo aver consultato il GPS li riporterà nel canalone corretto, al cui termine trovano, ormai verso sera la sorgente; una pozza stagnante in una nicchia scavata nella roccia, ed alcune vasche scavate nel tronco abbandonate dai pastori di epoche dimenticate, indicheranno la strada giusta. All’imbrunire, installate le tende, prendono i primi approcci con il “Plateau delle Hekurave”. Il collegamento radio con il campo è buono, Riki conferma che all’alba parte il gruppo sloveno alla volta del campo alto.


VENERDÌ 28 AGOSTO

Alle sei e mezza, caricati i pesanti sacchi si muovono Ivo, Isi e Marjan; Louis decide di scendere per accompagnare Arian, ma soprattutto per segnalare la strada giusta ai tre sloveni, che incontrerà “all’alpeggio dell’orso”. Quindi, salutato Arian, risalirà in qualche ora con loro al campo attraverso il passaggio della sorgente ormai individuata. Arian raggiunge il campo verso le 12.00. Nel frattempo Adri, Rok, e Mitjia individuano ed esplorano una serie di pozzi tra quota 2100 e quota 2300.

L’area è vasta e un gran solitudine regna in questa montagna; da una prima analisi gli affioramenti calcarei si intercalano con le dolomie, sarà necessaria un’indagine geo-strutturale più approfondita.

La cima del M.te Hekurave
Conche carsiche alpine
Carsismo a 2100 slm
Valli chiuse a 2300 slm
Valli chiuse a 1900 slm
Campi solcati

Piero, Riki, e Gino sono invece in Zeze a rilevare il resto del ramo nuovo, ma Riki, arrivato alla frana, sta male e deve uscire. Piero e Gino proseguono, rilevando la grande galleria fossile ed esplorando un cunicolo in salita scavato nel marmo scuro; risalgono per diverse decine di metri con un turbinio di sabbia bianchissima e finissima trasportata e depositata dappertutto dalla violenta e continua corrente d’aria di Zeze. Rilevano lo stretto passaggio ventoso, il peggiore di tutti; il cunicolo inizia con un pozzetto da scendere in corda e termina con un altro da risalire; qui, l'intensa corrente d'aria spara fastidiosamente addosso tutta la sabbia che si tocca e che finisce negli occhi. Al limite della precedente esplorazione, proseguono lungo uno stretto meandro per altri 150-200 metri, quindi tornano indietro sgranocchiando qualcosa. Dopo diverse ore, con il buio, sono al portale di Zeze e arrivano al Campo Base nella tarda serata, distrutti dal freddo preso nel cunicolo delle tempeste di sabbia, dove il carburo – benedetto sia – li ha risparmiati da quel gelo che una comoda luce led non avrebbe saputo combattere. Nella sera anche il Campo Base risplende sotto la calda illuminazione dei caschi ad acetilene.


Notte al Campo Base

SABATO 29 AGOSTO

La giornata inizia con il sole, ma le previsione meteorologiche provenienti dall'Italia non sono buone. Dal pomeriggio sono previste piogge e temporali. Il gruppo in quota, si muove su due fronti: Ivo, Adri e Mitjia puntano e raggiungono il limite in quota dell’ Hekurave dove trovano a 2500 metri di quota due pozzi di 30 metri da scendere; Marjian e Isi invece perlustrano un'area molto vasta ad ovest del plateau, compresa tra il limite di “sella Drockes” ed il versante ovest dell’ Hekurave, mentre Louis e Rok si concentrano sull'area intravista il giorno precedente, e più precisamente tra l’ Hekurave e la punta “Alshines”, dove vengono scesi e segnati diversi pozzi con la siglatura H (Hekurave) a progressione numerica consequenziale. In quota il sentiero antico è abbastanza visibile ed in certi tratti è ben conservato. A metà pomeriggio il tempo volge al peggio, costringendo tutti ad un rapido rientro ed al disagio delle tendine di alta quota. Al Campo Base, Gino e Arian decidono di fare una traversata da un canalone all’altro a sud est di Zeze; salgono quindi fino quota 1700; Riki, invece, ha convinto Fabrizio a farsi accompagnare in Shpella Zeze per effettuare, con il suo aiuto, una poligonale di verifica del vecchio “ramo basso”, dall’ingresso al primo punto del rilievo del nuovo ramo. Più tardi anche il campo baase viene raggiunto dal cattivo tempo con pioggia e vento.


Campo leggero avanzato a 1900 slm
Uno dei nuovi pozzi scoperti in alta quota
Pozzo di 20mt occluso al fondo
Cresta calcarea verso il Boshit
Zone d'assorbimento a 2000 slm
Bacini carsici verso Sella Drockes

DOMENICA 30 AGOSTO

Rok e Louis risalgono ancora a setacciare la sella “Drockes”, il tempo non è buono, molta nuvolaglia già al mattino sale dal versante nord da “Dragobi”; nonostante ciò scoprono nei pressi della sella una serie di doline in quota estremamente interessanti, con alcuni punti di assorbimento e l'inizio di cavità. Purtroppo il tempo meteorologico peggiora, così decidono, di scendere al “Base”, anche perché desiderano esplorare in Zeze e le giornate operative cominciano a scarseggiare. Fanno ritorno nella nebbia, e quindi dopo un piccolo pasto con Gino ed Arian, danno un’occhiata alla sorgente perenne che dà da bere al Campo Base, trovando le due grotte già viste nelle spedizioni precedenti di cui la più bassa sempre attiva e quella mediana di regime. Nella prima tentano una breve disostruzione in direzione del rumoreggiare del fiume nascosto alcuni metri più in là da grossi massi di frana. Nella seconda, dopo averla scovata nell'intrico della vegetazione sotto-parete scoprono una continuazione non prima di aver traversato un lago (ex sifone) con l'acqua fino alla vita. Il gruppo degli sloveni, è invece bloccato al campo alto. Lassù le condizione meteo sono peggiori, e costringono gli speleo in tendina.


LUNEDÌ 31 AGOSTO

Si ritenta la ricerca della grotta Boshit. Partono Adriano, Riki e Piero. Il percorso è comodo e veloce fino al bosco dei faggi (un’ora e 10’), quindi scelgono di salire un canalone e da là valicare avanti, passando attraverso la massima pendenza nel bosco, una cresta; dopo grandi fatiche intercettano il sentiero giusto, quello dei “grandi pini”. Dopo molte ore di cammino raggiungono le malghe abbandonate, in albanese “stane”, unico punto certo di riferimento della valle. Piantano la tendina nei pressi del bivacco di fortuna, quello fatto da Louis, Rok e Mitjia la settimana precedente. In Shpella Zeze entrano Gino, Louis e Rok decisi a esplorare e rilevare più gallerie possibili. Giunti nel limite massimo esplorativo, optano per scendere un pozzo-condotta e vedere se è possibile individuare le zone di scorrimento dell'acqua. Il pozzo invece, fortemente inclinato, porta ad un tratto orizzontale che prosegue con una ulteriore risalita terminante all'inizio di una galleria a sezione rettangolare e con il soffitto in lamine di scisto in cui proseguono per alcune centinaia di metri topografando i tratti percorsi. La corrente d'aria è impetuosa. Ad un bivio si fermano. A destra la galleria sale, ma il trapano è andato; a sinistra si intrufolano in una condotta disagevole dove l'aria è particolarmente “vivace”. Ovviamente dopo un centinaio di metri non rilevati questa parte prosegue ancora. Decidono così di rientrare per completare lungo il percorso la documentazione fotografica lasciata a metà per lo slancio esplorativo. Dall’altopiano le notizie sulle esplorazioni non sono buone: sull’ Hekurave gli sloveni rimasti scendono diversi pozzi tra cui i due posti a quota 2500 e quelli visti presso punta “Alshines”. Molto materiale lapideo sciolto sembra occludere qualsiasi prosecuzione anche se alcuni pozzi con aria fan sperare. Si capisce che il massiccio sarà duro a “mollare”.


MARTEDÌ 1° SETTEMBRE

Intanto Riki, Piero e Adri cercano nel canalone “perr Boshit” la grotta perduta, senza alcun risultato se non quello di sapere dove la grotta non si trova, quindi verificata la loro posizione con il GPS e dato un'occhiata ai tempi da percorrere ed alle provviste in esaurimento, decidono che la nuova posizione stimata della grotta è troppo distante da raggiungere in giornata, e iniziano quindi a raggiungere il fiume nella vallata opposta. Sul percorso individuano una grottina mentre una maestosa aquila dall'aspetto aggraziato si avvicina fino ad essere a nemmeno dieci metri sopra le teste del gruppo. Dal fiume raggiungono “Curraj i Eperm”, e da lì valicano per “Querec”, che viene raggiunta dopo diverse ore di percorso. Il gruppo del Campo Base si è dedicato alle risorgive di Querec, effettuando alcuni scavi e visitandole entrambe. Ivo, Mitja e Marjan scendono invece dalla montagna chiudendo per ora il periodo del Campo avanzato.


MERCOLEDÌ 2 SETTEMBRE

Rok, Ivo, Marjan e Adriano sono entrati in Zeze per rilevare tutto ciò che restava, e controllare il meandro finale. Nel pomeriggio Riki e Piero topografano una delle due grotte sopra il Campo Base, dove passano il lago interno bagnandosi fino alle costole (Riki in ciabatte e Piero in stivali in gomma); al termine di una piccola risalita la grotta chiude in strettoia. All'uscita viene effettuata una breve arrampicata presso la parete sopra l'ingresso di quest'ultima cavità e si ricontrolla un breve meandro che chiude. E' quello ben visibile dal Campo Base. Louis, Gino, Isi, Mitja e Arian hanno invece controllato i rami vecchi (fossili) alti a Zeze ed hanno scattato alcune fotografie. Al ritorno, informano con grandissimo entusiasmo che in testa alla galleria fossile principale c’è una forte corrente d'aria, proveniente da un pertugio presso un laghetto e che hanno tentato di disostruire, ma che senza attrezzatura idonea il lavoro è lungo. Dalle parole di Gino, in quel punto Zeze prosegue alla grande come una nuova “Savi”. Magari! Nella serata, si è fatta festa, ed hanno bevuto tutti, eccetto Mitja (aveva festeggiato da solo il giorno precedente) e Piero. Gino, dopo aver svuotato la bottiglia di raki, ha cominciato a comportarsi in maniera particolare, e presto è stato evidente che si era preso una “bala” bella e buona, e la situazione di conseguenza degenera. Dopo aver sfidato Ivo a tirarsi a vicenda con le dita e dopo aver ripetutamente saltato oltre al falò con Riki e Isi, Gino crolla a terra rantolando, in mutande. Poi dopo aver ululato nella notte il nome di Mitja innumerevoli volte, che se ne stava in disparte a dormire sulla amaca, si spegne da solo come un “pupo” amorevolmente assistito dai suoi speleoamici.


Foto di fine spedizione - partecipanti e portatori locali

GIOVEDÌ 3 SETTEMBRE

E’ purtroppo la mattina del rientro, preparati tutti gli sacchi e zaini, vengono regalate a Poli, il pastore che forniva i viveri freschi, arrivato verso le 8 al Campo con la figlia, le rimanenze delle vettovaglie e qualche medicina su consiglio di Rok. Alle ore 9.00 arrivano i muli ed i cavalli accompagnati da Vilson e altri stallieri, passa più di un’ora per caricare la decina di animali, la carovana, dopo le foto di gruppo di rito si muove verso le 11,30. Louis rimane in coda e con commozione si saluta con Poli ed i suoi figli promettendo di rivedersi il prossimo anno. Dopo una camminata sopportabile, gli ultimi della “carovana” giungono alle 17.00 a Lekbibaj, dove qualcuno fa il bagno nell'acqua fredda del fiume presso le cabine idroelettriche. Ormai al buio ci prepariamo un antipasto di risotto in busta aspettando il capretto che Vilson ed i suoi familiari stanno arrostendo per noi. Quindi attorno alla mezzanotte salutiamo tutti gli amici albanesi e la famiglia di Vilson ed anche con loro ci auguriamo una sicura ripetizione dell’esperienza il prossimo anno. L’imbarcadero viene raggiunto dopo i soliti tornanti a strapiombo sul fiume e dopo aver liberato la strada da una frana caduta nel punto più esposto. La notte viene passata all’addiaccio.


VENERDÌ 4 SETTEMBRE

Alla partenza, all’alba, si salutano gli amici e colleghi di Postumia e Capodistria che scelgono, per il loro ritorno, la strada del Kosovo. All’imbarcadero alcuni locali scaricano da piccole barche animali come buoi o capre, per il mercato di Scutari. Percorsa la strada fino a Scutari senza grandi intoppi si prendono bibite e caffè, e quindi si saluta nuovamente commossi Arian che si è dimostrato un buon speleo e soprattutto un buon amico che terremo caro. Superati i vari confini, sulla via del ritorno grandi massicci senza soluzione di continuità, nell’intreccio delle valli e delle “enclavi” socio-politiche, accompagnano nel sogno e nella stanchezza della guida. La gigantesca spada di calcestruzzo della costruenda autostrada affonda, nei pressi del litorale balcanico e più giù verso quella valle alpina albanese, sospesa e dimenticata, abbandonata dagli uomini, e che ci ha ospitati per due meravigliose speleo settimane.


SABATO 5 SETTEMBRE

Ad un’ora imprecisata del mattino, è risalito tutto il bacino adriatico. Hello Trieste.

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Trieste settembre 2009

Il capo spedizione Louis Torelli, dal diario di viaggio di Piero Gherbaz (anni 15)

Fabrizio e Piero sulla strada del ritorno