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VENEZUELA '97 NELLA TERRA DEL GUACHARO INTRODUZIONE

Continuamos (Foto M.Fabi)

 

INTRODUZIONE

 Da anni si intravedevano le terre venezuelane come meta eplorativa per la CGEB; qualche contatto, qualche rivista, tanta voglia ... forse pochi gli intenzionati. Gli impegni, il lavoro, e gli imprevisti che il destino ci riserva, hanno prolungato fino a quest'anno tale obiettivo che, finalmente, si è fatto realtà sottoforma di perlustrazione e ricognizione sulle future possibilità esplorative. Cause di forza maggiore fermano Spartaco e Jumbo, rimanendo così in due. Adriano ed io i prescelti, incominciando già ad inizio 1996 la trafila di lettere, fax, ed informazioni varie che ci avrebbero permesso di preparare quanto meglio possibile questa prima spedizione in Venezuela.

Con l'aiuto di alcuni soci della Società Venezuelana di Speleologia, che dall'altra parte dell'oceano ci informavano delle possibili mete e dei lavori di collaborazione che si potevano intraprendere, si incominciava, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, a concretizzare un piano abbastanza preciso su ciò che si doveva fare, sulle zone prescelte e su tutto ciò che questo comporta. È scontato il fatto che tali programmi non sono facili da valutare senza tastarli di persona, ovvero senza conoscere il paese, le problematiche, le metodologie, le cavità, gli abitanti locali, etcc.; ed era proprio questo il nostro obiettivo, cercando di raccogliere più informazioni possibili e, maturi di tale esperienza, valutare una futura spedizione nel 1998.

È Franco Urbani ad attenderci, verso la fine di gennaio, a Caracas, con il quale, assieme a Raffael Carretio e Joris Lagarde, si discute sul da fare. La panoramica speleo-esporativa, considerando ciò che è stato fatto, gli inconvenienti di certe zone ed i mezzi a disposizione, ci porta a focalizzare le nostre attenzioni sulla zona di Caripe presso Maturin a Est dalla capitale. Territorio direi alquanto selvaggio con un fascino che ci colpisce ancor prima di vederlo come del resto ogni attimo di questa avventura.

Cosi, dopo qualche giorno di sosta con visita alla Grotta "Riccardo Suluaga", cavità molto interessante situata non lontano da Caracas, assieme a Raffael partiamo alla volta di Maturin e poi Caripe e poi su, abbandonando sempre più l'asfalto, le comodità e tutto ciò che il modernismo ci condiziona ogni giorno, verso la "Fila de las Cuevas&quo

 BREVE INTRODUZIONE ALLA ZONA

 La Fila de las Cuevas è una regione montagnosa e selvaggia situata a Nord-Est del paese nello stato di MONAGAS. Caratterizzata da una fitta vegetazione che spesso raggiunge i 50 m di altezza, presenta una carsificazione condizionata dalla litologia, dalla struttura, dalla pluviometria e dal rilievo della regione. Remota e quasi sconosciuta, la zona si presenta con grandi dirupi, faraglioni rocciosi, valli chiuse e depressioni carsiche che si perdono in una cartografia 1:25.000 e sulle foto interpretazioni influenzate dalle cime degli alberi. Di difficile accesso, è attraversata solo in parte da piccoli sentieri impervi e fangosi ovvero da tracce che i discendenti degli indigeni si aprono nella foresta e dove solo loro possono ritrovarsi. Per raggiungerla, da Yucuqual, ultimo caposaldo con strada percorribile, sono necessari generalmente 1-2 giorni ed altrettanti per recarsi alle cavità più lontane aiutati dai muli, ma solo nella prima parte di tragitto.

Il massiccio, alquanto scosceso, è costituito soprattutto da calcari della Formazione Querecual (Tardo Cretaceo), nei quali si aprono le cavità strutturate sostanzialmente in 5 sistemi idrologici. Quasi tutte si presentano sotto forma di abissi e smaltitoi attivi delle fratture epigee. Le abbondanti precipitazioni generano torrenti sotterranei spesso Soggetti a brusche variazioni di portata totalizzando, in media, un getto d' acqua complessivo di circa 1000 lt/sec. Abitate da una popolazione di circa 20.000 m (Steatornis Caripensis), possiedono un ecosistema di grande biomassa e diversità.

Le prime esplorazioni risalgono al 1867 da parte del naturalista tedesco A. Goering e vengono riprese appena negli anni '60 con la locale Società di Speleologia. Nel complesso sono stati esplorati 2.000 m di pozzi e 14 km di gallerie con 3 risorgive, 17 abissi e 4 caverne. Più di una dozzina di cavità supera i - 100 m di dislivello e 5 di queste sorpassano i -200 m, con la Sma del Cacao che, con in suoi -260 m, rappresenta la più profonda del massiccio. (La storia delle esplorazioni e gli studi effettuati sono riassunti in un esaudiente lavoro di Carlos Galàn)

CONTINUAMOS ...

A Caripe approfittiamo di contattare le autorità competenti, cosa necessaria per le attività da svolgere. Alla grotta turistica "Cueva del Guàcharo" incontriamo il rappresentante Inparques, istituzione fondamentale sotto l'aspetto ambientale, e il sovraintendente della grotta stessa che gestisce in qualche modo l'aspetto di ricerca in tutta l'area. Entrambi appoggiano, o almeno autorizzano, la nostra iniziativa e, con quest'ultimo (Ing. Leopoldo Pereira), discutiamo su vari particolari tecnici cogliendo l'occasione per acquisire ulteriori informazioni dalle sue passate esperienze in zona. Molto bene, ci consola il fatto che, almeno in un punto, si è in passato riusciti ad atterrare con l'elicottero, elemento che si rivelerà alquanto fondamentale.

È tempo di andare, sotto ad una pioggia direi tropicale, per mezzo di un furgone fino a "Yucucual" dove lo sterrato si ferma davanti a qualche casa e al grande manto verde che ci aspetta misterioso e solcato solo da un piccolo sentiero dove, a causa del fango viscido e pesante, dell'umidità e della temperatura, i nostri passi sembrano molto più stancanti di quelli abituali in terra pre-alpina. Gli occhi si perdono nel paesaggio; ad ogni istante ai nutrono di nuovi colori ed immagini che si susseguono come le salite e le discese, i fiumiciattoli da guadare, i momenti di sole e la pioggia che mantiene ben umidi vestiti e pelle.

Mata de Mango: caposaldo per i pochi abitanti di queste valli che, e non è facile a spiegare, vivono sparsi in questa loro grande oasi coltivando e cacciando con una logica alquanto incomprensibile per chi, da 8240 km di distanza, si avventura da queste parti. I contatti con loro sono fondamentali sia per la logistica, ma soprattutto perchè sono loro i veri conoscitori di queste grotte, fonte di riparo e caccia al guacharo. Sono da escludere le battute di zona secondo la nostra metrica, in un ambiente che, grazie alla sua flora (ed alla sue fauna), non offre, almeno per noi, ne grandi orientamenti e neppure quella sicurezza alla quale siamo abituati. Ciononostante provo una strana sensazione di tranquillità che mi permette di affrontare, con una certa soddisfazione, gli imprevisti e non, forse spinto anche da quella carica accumulatasi in quei lunghi mesi di attesa e preparazione. È inutile che mi soffermi a descrivere quelle sensazioni e quei momenti: sarebbe troppo patetico e tutti sappiamo quanto personali e poco trasmissibili siano quelle righe stentate e dettate da una mente che mira e riempire un foglio, ma che pensa a tutt'altro.

Domingo Maita, vecchio saggio e miglior conoscitore di quelle impervie colline, contribuisce volentieri, con la sua semplice, e per tale apprezzabile ospitalità, ad illustrarci nuove grotte ed ad accompagnarci in alcune già conosciute e, sotto l'aspetto speleologico, storiche. È la volta infatti di Cueva Grande e Cueva Clara. La nostra attrezzatura, per bizzarri motivi, non è la più tradizionale, ed esploriamo per lo più immersi in un'acqua dalle tetre sfumature, circa 1,5 km di gallerie quasi sempre contornate dai guacheri e dalle loro grida. Ma anche i passaggi semisifonanti a stile libero, forti di un vestiario elementare come una maglietta, un paio di pantaloni e della nostra carburo (almeno quella non si lascia mai) rendono emozionante ed unico questo mondo ipogeo. Anche il serpente corallo collabora in tutto ciò: ce lo ritroviamo tra piedi e mani scendendo per il ripido dirupo di pietre ed alberi che costituisce il grande ingresso della Cueva Clara (2° in Venezuela per dimensioni).

Quello che ci circonda ricorda abbastanza spesso che non questa è la nostra casa: i nostri corpi sono meta della miriade di insetti, bevande e cibo non sono spesso ben accetti al nostro interno, ed anche i vampiri, tra realtà e leggenda, approfittano del mio rosso d'annata (solo dopo qualche mese ho potuto tranquilizzarmi ed archiviarla nel cassetto delle cose buone ... o forse no?). Per tutto questo, il cosiddetto svezzamento tropicale ci accompagna negli ultimi giorni di permanenza e con lui vomito, febbre, etc .... Quanto si desidera un tè o una minestra in certi momenti, ma ad attenderci a Mata de Mango, dopo un sentiero che sembrava quattro volte più lungo dell'andata, C'è giorno di festa, anzi sera di festa, con un buon caffè forte (nostran), rum ed altri miscugli superalcoolici dai quali, per il solito discorso dell'ospitalità, è difficile sottrarsi (o passa o ti stronca). Stiamo ritornando sui nostri passi, o quasi, quelli che, secondo i tempi e le attese del caso, ci riporteranno alla capitale, ai nostri indumenti puliti ed asciutti, e poi, dopo ulteriori interessanti microavventure, a casa.