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Scavi alla 87 VG

Sono passati sette anni durante i quali ci siamo impegnati con ben 325 uscite in faraonici lavori di scavo, ampliamento di strettoie micidiali e la sempre problematica sistemazione del pietrame di risulta. Non parliamo poi di lavori inerenti ai vari spostamenti e le estensioni dell’impianto elettrico di illuminazione e di alimentazione del Makita. Un discorso a parte merita pure l’armamento di tutti i pozzi della cavità con scale fisse in ferro, oggi attrezzata in tale maniera sino alla massima profondità raggiunta (123 metri, cm più, cm meno).

Dovendo attrezzare con le scale fisse i vari pozzi e pozzetti da noi aperti (e in parte “costruiti”) lungo la famosa frattura alitante, individuata tempo addietro durante una piena timavica, si è dovuto disarmare tutti i pozzi della vecchia diramazione Sud, recuperare le scale dismesse issandole sino alla base del P. 27 (q. -51), quindi da qui al trivio (q. –43) e poi calarle per i pozzi che portano a quota -90 del Ramo Nord (p. 3, p.11, p. 5, p. 2, p. 8, p. 4, p. 2, p. 9, p. 3, tutti intervallati non da ripiani ma da strettoie). E questo ad una ad una, in varie riprese, sino al fondo testé raggiunto.

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Come detto prima l’opera di allargamento da -90 in poi è proceduta alquanto lentamente a causa della presenza di un calcare estremamente tenace e compatto, quindi senza vene di frattura, poco fossilifero (qualche rara Rudista). Ad incoraggiare il proseguimento dei lavori di ampliamento era sempre la frattura soffiante che però non ha mai accennato ad allargarsi.

Per rendere più agevole la discesa dei vari pozzetti sottostanti si è ritenuto opportuno allargarli doverosamente, anche in previsione della necessità di armarli con scale fisse.

Siamo così scesi per una trentina di metri tra passaggi a volte angusti, a volte spaziosi, in ambienti decisamente giovanili e, in qualche effimero caso, ringiovaniti. Le varietà delle forme di dissoluzione incontrate sono rappresentate da asperrime guglie, aguzzi spuntoni e lame strutturali, alcune crollate altre attaccate alla roccia madre in modo alquanto infido. Le fratture diaclasiche, anche ampiette, che si dipartono dai pozzetti, sono sempre ingombre di detriti e, a volte, nelle parti terminali risultano beanti e in comunicazione con l’ultimo pozzo che funge da collettore delle acque di infiltrazione e percolazione. Per non doverlo scendere direttamente data la presenza di asperità e lame incombenti, si è preferito aprire un passaggio nei pressi del suo fondo, in modo da potervi accedere lateralmente e senza problemi.

Alla base del pozzo in questione, sempre più stretto (fine del fuso…) abbiamo reso transitabile un altro pozzetto, angusto, il cui fondo è inciso da un meandrino serpeggiante largo alcuni centimetri e profondo altrettanto che finisce in una strettoia da cui, durante una delle ultime piene del Timavo (prima decade di maggio), spirava una forte corrente d’aria.

In attesa di fornire ulteriori notizie vi anticipiamo il rilievo del nuovo ramo.

                                                                                                  Bosco Natale Bone