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GROTTA PRESSO IL CASELLO FERROVIARIO DI FERNETTI

31/12/2011! In questa data avevo concluso l’articolo per “Progressione 58” in cui è stato descritto il lavoro svolto nella sopra menzionata cavità nell’arco di un anno e passa. Diamine, come va veloce il tempo! Mentre mi accingo ad abbozzare questo scritto è già iniziato il mese di aprile 2013.

Speravo, con quest’ultimo racconto, di fornire ai lettori della CGEB ed altri, notizie sul nostro procedere verticalmente verso il Timavo sotterraneo non dico clamorose, ma almeno qualche novità stuzzicante, tale almeno da sbriciolare almeno in parte il mio innato pessimismo. Onore e vanto, per gli altri compagni di scavo, invece! Loro, al contrario di me, sono ottimisti nel vero senso della parola, visto che continuano imperterriti ed entusiasti a continuare gli onerosi lavori a suo tempo iniziati nonostante le molteplici difficoltà incontrate in questa malefica ed avara grotta che poco o nulla ci ha concesso.

Sono sette anni (dico sette!) durante i quali ci siamo impegnati con ben 325 uscite (dico trecentoventicinque!) in faraonici lavori di scavo, ampliamento di strettoie micidiali e la sistemazione sempre problematica del pietrame di risulta. Non parliamo poi di lavori inerenti ai vari spostamenti e le estensioni dell’impianto elettrico di illuminazione e quello per il trapano demolitore “Makita” che, grazie alle necessarie riparazioni eseguite da Glauco, dopo quasi 36 anni, continua a fare ancora il proprio dovere.

Un discorso a parte merita pure l’armamento di tutti i pozzi della cavità con scale fisse in ferro (costruite dal sempre impareggiabile Glauco), oggi attrezzata in tale maniera sino alla massima profondità raggiunta (123 m, cm più, cm meno).

Logicamente la messa in opera delle suddette scale non è stata un gioco da ragazzi, ma un lavoro piuttosto faticoso e in qualche caso pure pericoloso per l’incolumità degli speleologi (qualcuno è stato costretto a “marcare visita” per un paio di sabati a causa di strappi muscolari procuratisi durante l’alaggio dei pesanti spezzoni di scale).

Dovendo attrezzare con le scale fisse i vari pozzi e pozzetti da noi aperti (e in parte “costruiti”) lungo la famosa frattura alitante, individuata tempo addietro durante una piena timavica, si è dovuto disarmare tutti i pozzi della vecchia diramazione Sud 1a, recuperare le scale dismesse issandole sino alla base del P27 (q. -51), quindi da qui al trivio (q. –43) e poi calarle per i pozzi che portano a -90 del Ramo Nord (P3, P11, P5, P2, P8, P4, P2, P9, P3, tutti intervallati non da ripiani ma da strettoie),ad una ad una in varie riprese, sino al fondo testé raggiunto.

L’ingresso della grotta durante una recente piena (foto G. Savi)

I lavori di ampliamento della frattura citata poc’anzi, sono stati iniziati dopo aver provveduto a sistemare convenientemente i massi dietro ai quali si apriva. Il pietrame in esubero, e quello prodotto durante la fase di allargamento, veniva fatto precipitare nell’angustissimo pozzetto terminale del Ramo Nord (posto a quota -90 e terminante quasi a quota -100…); dopo averlo completamente riempito il materiale detritico veniva accatastato nella gallerietta per due terzi artificiale che portava al pozzetto stesso.

Man mano che i lavori di allargamento della centimetrica frattura continuavano e lo scavo lentamente si approfondiva, il pietrame dai detti lavori ottenuto veniva preso in consegna dal nostro insostituibile Pino, vero maestro nell’ergere muri di contenimento. Egli, dopo aver sfruttato ogni minimo anfratto disponibile, addossava le pietre contro le pareti dei pozzi dietro le scale fisse, per innalzarlo poi, pietra su pietra, per una buona decina di metri. Se un giorno riuscissimo a raggiungere il Timavo incavernato gran parte del merito verrà aggiudicato a lui. Senza la sua opera i lavori nella 87 VG si sarebbero da tempo interrotti. Sistemato in condizioni precarie, oppure appeso a una corda, il nostro uomo provvedeva a stivare le pietre di risulta che gli scavatori, secchio dopo secchio, gli mandavano su. Se il pietrame era troppo grosso a colpi di mazzetta lo riduceva nella misura ottimale voluta, incastrandolo poi negli interstizi del costruendo muro, rendendolo così molto più stabile. Un vero lavoro da certosino!

Come detto prima l’opera di allargamento procedeva alquanto lentamente a causa della presenza di un calcare estremamente tenace e compatto, quindi senza vene di frattura, poco fossilifero (qualche rara Rudista), intersecato in quel livello. Ad incoraggiare per il proseguimento dei lavori di ampliamento era sempre la frattura soffiante che però non accennava ad allargarsi, anzi, il pozzetto individuato con un fortunato lancio di pietre si apriva lateralmente ed alla fine della frattura in questione.

Mi pare superfluo dire che l’ingresso del pozzetto di cui sopra era intransitabile e pertanto si sono resi necessari i soliti lavori di sbancamento, piuttosto onerosi, con la continua problematica della sistemazione del pietrame estratto che veniva ammassato provvisoriamente in maniera poco ortodossa sullo scivolo roccioso che portava al pozzetto stesso. Finalmente l’addetto alla “demolizione carbonatica” (ovviamente, Glauco) riusciva ad infilarsi nel pertugio ampliato e quindi a lavorare più comodamente. Per fortuna una parete del pozzetto, poco sotto l’ingresso, presentava una frattura in cui è stato possibile sistemare il materiale provvisoriamente accatastato sullo scivolo (con grande gioia del Pino che finalmente poté scendere dalla sommità del P9 su cui era relegato da un paio di mesi).

Mentre a colpi di mazzuolo si frantumavano le pietre più grosse, al fine di sistemarle nella provvidenziale e “benemerita” frattura, da questa si spandevano degli accenti di rimbombo dovuti al martellamento. Rimbombi che facevano sperare nella presenza di ambienti più spaziosi. Considerato che la cavità proseguiva però sotto di noi, non abbiamo approfondito le indagini sulla provenienza dei rimbombi, convinti che avrebbero interessato le vacuità sottostanti e non ancora raggiunte.

Per rendere più agevole la discesa dei vari pozzetti sottostanti si è ritenuto opportuno allargarli doverosamente, anche in previsione della necessità di armarli con scale fisse.

Siamo così scesi per una ventina di metri tra passaggi a volte angusti, a volte spaziosi, in ambienti decisamente giovanili e, in qualche effimero caso, ringiovaniti. Le varietà delle forme di dissoluzione colà incontrate sono rappresentate da asperrime guglie, aguzzi spuntoni e lame strutturali, alcune crollate altre attaccate alla roccia madre in modo alquanto infido. Le fratture diaclasiche, anche ampiette, che si dipartono dai pozzetti, sono sempre ingombre di detriti e, a volte, nelle parti terminali risultano beanti e in comunicazione con l’ultimo pozzo che funge da collettore delle acque di infiltrazione e percolazione. Per non dover scendere lungo il detto pozzo, ricco di asperità e lame incombenti, si è preferito aprire un passaggio nelle vicinanze del suo fondo, in modo da potervi accedere lateralmente e senza problemi.

Alla base del pozzo in questione, sempre più stretto (fine del fuso…) con duri lavori si è reso transitabile un altro pozzetto, abbastanza angusto, sui tre metri di profondità. Estratto il materiale detritico precipitatovi durante i lavori di allargamento del suo ingresso, è venuta alla luce una superficie rocciosa a forma di goccia, interamente percorsa da un meandrino serpeggiante largo alcun centimetri e profondo altrettanti. L’esile filo d’aria che spira dal vertice della “goccia” non dà affidamento poiché potrebbe essere soltanto una caduta dell’aria stessa dalle fessure poste più in alto di questo sito veramente terminale. Si dovrà attendere qualche piena timavica per appurare se in quel repulsivo luogo raggiunto vi sia la possibilità di scoprire un eventuale proseguimento. Ma si hanno seri dubbi in proposito: quella parte della grotta termina inesorabilmente lì! Bisognerà cercare un’altra via per conseguire il nostro scopo, che a volte ci sembra vicino, mentre altre abissalmente lontano.

Vado convincendomi che la 87 VG sia imparentata con, o subisca l’influenza di Nemesi, la dea greca della vendetta: per ogni minima conquista che otteniamo, lei si vendica di conseguenza. Un altro chiaro esempio: se durante i lavori di ampliamento sapevamo dove scavare ma non sapevamo dove mettere le pietre, ora sappiamo dove metterle ma non dove scavare.

Forse queste mie pessimistiche elucubrazioni sono un po’ premature perché un punto dove iniziare i lavori di sbancamento lo abbiamo già trovato ed è ubicato una decina di metri più in alto del fondo appena raggiunto. Si tratta di un meandro, non ancora agibile, nel quale lanciando delle grida si ha la sensazione che oltre il restringimento esistano vani più spaziosi. I rimbombi delle grida sono sicuramente in relazione con quelli osservati nel corso dei lavori di sistemazione del pietrame nella “benemerita” frattura. Con un briciolo di fortuna si potrà bypassare il vertice del pozzo collettore e pervenire in ambienti ancora sconosciuti e meno ostici di quelli sino ad ora aperti ed esplorati.

Voglio chiudere qui questa mia relazione sui lavori effettuati nella 87 VG durante l’anno passato ed i primi mesi di quello in corso, tenendo come sempre un po’ in “suspance” i lettori che si interessano delle opere svolte dai vecchi (ormai senza virgolette…) della intramontabile “Squadra Scavi”.

                                                                                                  Bosco Natale Bone