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UN MENO 300 DEL CARSO TRIESTINO DEDICATO AD UN LEGGENDARIO PIONIERE DELLA SPELEOLOGIA TRIESTINA: L'ABISSO LUCA KRALJ

Fabio Forti, carsologo di fama, nel corso di una ennesima ricognizione nella “Valle sospesa” o “delle pirie” (imbuti in dialetto triestino), insolito aspetto morfologico di carsismo, nell’estate 2006 notò un modesto foro apertosi recentemente sul fondo di una delle depressioni – pirie – della valle. Le dimensioni erano di una trentina di centimetri ma una discreta aria in uscita e la presenza di un bordo roccioso giustificavano un’indagine.

A pochi metri di distanza, sul margine inferiore della depressione, da un altro piccolo foro tra sassi e terriccio fuoriusciva un debolissima corrente d’aria. A fine estate 2006 si affrontò lo scavo nel primo punto che risultò agibile per i primi due metri. Uno scavo insolito: lo strumento più idoneo per sbancare il tappo di terra compattissima fu un forcone a punte piatte. Seguendo il flusso d’aria si raggiunse la profondità di dieci metri ma la traccia eolica divenne quasi impercettibile e si decise di interrompere i lavori.

Un breve assaggio sull’altro pertugio mise in evidenza la vera parete che delimitava la depressione, con un immediato aumento dell’aria. In definitiva la parete del primo foro era solamente un affioramento roccioso tra il materiale di riempimento. Dopo circa quattro metri di approfondimento e altri tre in orizzontale, la prosecuzione era preclusa da una frana frontale composta da grossi massi dilavati e con una discreta aria in uscita da un punto distante circa un metro dalla parete di appoggio.

Esclusa l’opportunità di agire sul punto del maggiore flusso d’aria, costituito da grossi massi e terra, si decise di avanzare demolendo la parete su cui appoggiava la frana. Dopo un paio di metri il problema si risolse positivamente quando apparve la parete opposta e l’inizio di uno stretto meandro. Lavorando in sicurezza lo si allargò per cinque metri pervenendo a due pozzetti che, debitamente ampliati, portarono ad una spaziosa caverna. Da qui un cunicolo molto stretto permise di accedere ad un pozzo di una dozzina di metri, ampio e levigato. Alla sua base un’altra impegnativa strettoia con un saltino immetteva in una piccola caverna, sormontata da un alto camino, sul cui fondo roccioso un notevole flusso d’acqua scompariva in uno stretto meandro lungo circa tre metri.

Nella prima fase di allargamento il lancio di alcune pietre superò la strettoia cadendo per una profondità di 15 – 20 metri con una promettente eco. Si trattava di un ampio e levigato pozzo profondo tredici metri, fonte di un eco ingannevole, che aveva fatto presagire ambienti più vasti. Il fondo del pozzo chiudeva con un’ampia vasca sifonante, ma con la superficie dell’acqua perfettamente immobile. Durante la risalita, con grande intuito e fortuna, si intravide a quattro metri dal fondo un foro largo un palmo da cui usciva una sensibile corrente d’aria. Dopo impegnativi lavori si ottenne un passo d’uomo lungo tre metri che permise la discesa in un ampio pozzo laterale che terminava alla stessa quota del precedente (- 42).

Il fondo era costituito da un cumulo compatto di argilla alla cui base un canale di scolo convogliava l’acqua in un meandrino alto e stretto, transitabile per circa cinque metri, che si doveva percorrere immersi in un’argilla fluida fino ad una vasca i cui limiti non erano visibili causa la bassezza della volta. Opposto a questo stretto meandro d’uscita dell’acqua vi era quello d’ingresso, ampio e percorribile senza problemi per circa 25 metri, ma senza possibilità di ulteriore avanzamento. Il flusso d’aria indicava chiaramente che bisognava seguire il meandro d’uscita, ma il problema era veramente ostico ed ulteriori lavori sembrarono improponibili per cui ebbe inizio il disarmo della grotta.

Dopo alcuni mesi ci fu un felice ed intuitivo ripensamento. Dato che nel meandro di uscita era stata constatata la corrente d’aria, bisognava renderlo agibile in modo di poter raggiungere la vasca d’acqua al fine di poter vedere le sue pareti ed individuare il punto di fuoriuscita dell’aria. Dopo duri lavori di sbancamento, ad un metro dalla vasca, la sorpresa: poco sopra il fondo del meandro si apriva uno stretto laminatoio, che si prolungava per circa tre metri al di sopra del meandrino allagato che partiva dalla vasca. La corrente d’aria proveniva da questo by-pass pulito ed asciutto. Dopo circa quattro metri di sbancamento durissimo il laminatoio con un saltino era collegato con il sottostante meandrino allagato. Una parte del materiale di risulta veniva gettato nella vasca e nel meandro, il resto trasportato in due tempi fino alla base dell’ultimo pozzetto. Ulteriori cinque metri del meandro allagato portarono ad un piccolo pozzo ben concrezionato di circa tre metri, con una notevole attività idrica ed una vasca sul fondo. Alla sua base la situazione era veramente proibitiva: l’acqua era profonda oltre un metro e mezzo e il meandro proseguiva molto stretto e solamente la presenza di alcune mensole calcitiche permetteva un buon equilibrio. Un solo lato positivo: non esisteva il problema di recupero del materiale di risulta, perché questo veniva utilizzato per innalzare il fondo del meandro allagato.

Demolendo fianchi e volta del meandro si avanzò di due metri, ma non avendo materiale sufficiente data la profondità dell’acqua, si mise in opera un ponte in legno lungo 1,5 metri che sfruttando le asperità laterali permetteva di proseguire i lavori di sbancamento stando carponi al di sopra del pelo dell’acqua. Ulteriori due metri di sbancamento portarono ad un piccolo slargo, sovrastato da un camino ben concrezionato alto circa 3 – 4 metri da cui proveniva un discreto flusso d’aria.

Il 2006 era passato e l’anno successivo ci vedeva affrontare il meandro che continuava nuovamente stretto e sifonava un metro più avanti, con l’acqua sempre più profonda. L’idea di allargare il camino fu subito abbandonata perché il materiale di risulta avrebbe presto ostruito il sottostante meandro e in caso di insuccesso non ci sarebbe stato più spazio per un avanzamento nello stesso.

Dopo aver sfondato la volta sifonante il flusso d’aria riapparve e nello stesso tempo cessò quello discendente dal camino. L’acqua era sempre profonda ed ogni tanto la sezione del meandro aumentava, per cui nei lavori di sbancamento si andava con mano pesante per ottenere più materiale. A circa otto metri dalla base del pozzetto il meandro si apriva su di una vasca larga due metri per tre, il cui termine era una volta con solo dieci centimetri liberi dal pelo dell’acqua; era passato un altro anno e nel 2008 la grotta si presentava sempre molto ostica.

Un’immersione con muta subacquea permise di capire che oltre la volta la vasca continuava con un soffitto più alto, ma – cosa più importante – avevamo capito su quale lato del meandro bisognava lavorare. Gli sbancamenti servirono a livellare questa vasca e ad affacciarsi alla seguente, di identiche dimensioni, al cui estremo partiva un meandro più largo e probabilmente superabile stando immersi e sfruttando gli appigli laterali. Un eco notevole e profondo confermò che si era prossimi ad una svolta decisiva. Una successiva immersione infatti permise di superare la parte iniziale del meandro, che dopo un paio di metri si alzava e la rottura di fragili croste calcitiche permetteva l’accesso ad un ampio ripiano concrezionato che finiva sull’orlo di un ampio pozzo, che risulterà profondo 33 metri, sormontato da un camino alto almeno una ventina di metri. Era l’ingresso ad un paleo-collettore di notevoli dimensioni, una prima e confortante vittoria, ma le difficoltà non erano finite.

Alla base di questo stupendo pozzo, perfettamente levigato e privo di cumulo detritico, la progressione era data da una sequenza di meandrini e pozzetti con notevole attività idrica, che terminava su un’altra strettoia lunga circa tre metri oltre la quale echeggiava un altro pozzo di grandi dimensioni e con forte ruscellamento. Un veloce lavoro di allargamento permise la discesa di questo pozzo che dopo un altro salto di quattro metri portava ad una strettoia da dove giungeva il flusso dell’aria e dove l’acqua scompariva in un vano sottostante.

Forzato questo passaggio si giunse ad una caverna dalla cui base partiva un meandro, articolato, in lieve salita, dove s’infiltrava l’acqua. Un altro meandro in arrivo si trovava a due metri dal pavimento della caverna e fu superato senza troppa difficoltà pervenendo dopo circa 15 metri ad un ampio ambiente sormontato da un camino alto almeno 15 metri. Sul fondo un consistente rivolo d’acqua scompariva in fessure impenetrabili in direzione della caverna precedente. Una diramazione laterale portava ad un ulteriore vano, sormontato da un piccolo camino, con alla base un altro apporto idrico convergente nella stessa direzione del precedente; la grotta ora aveva superato i cento metri di profondità.

Come previsto, la via da affrontare era il meandro in lieve salita alla base dell’ultimo pozzo di cinque metri. Si trattò di un’operazione meno difficile del previsto, poiché si trattava di eliminare grossi spuntoni rocciosi e calcitici, che ben presto portò ad una piccola finestra concrezionata dalla quale proveniva un’entusiasmante eco. Forzato il pertugio si pervenne in una piccola stanza alla cui base una fessura verticale lunga 50 centimetri per 30 costituiva l’accesso ancora impraticabile del grande pozzo sottostante. L’eco era impressionante e il lancio di pietre faceva stimare una verticale di almeno 50 metri; i primi di luglio 2008 il pozzo, profondo 59 metri, venne sceso raggiungendo i 170 metri di profondità.

La base di questa superba verticale, priva di cumulo di detriti (come i precedenti pozzi) e solcata da profonde erosioni dovute all’intensa attività idrica, è seguita da un breve meandro che finisce con una stretta fessura verticale. Superato, con duro lavoro di sbancamento, anche quest’ostacolo dovemmo superare una successione di quattro piccoli pozzi che portano al P. 29 al cui fondo ci attendeva una ventina di metri di stretto meandro, chiuso da un’impegnativa strettoia oltre la quale si sentiva il rumore di un forte ruscellamento. Il problema venne risolto bypassando la strettoia forzando la parte alta e fossile del meandro, pervenendo così all’imbocco del P. 53, un pozzone ben concrezionato sul cui fondo ci attendeva un laghetto.

Gli ambienti successivi, stretti e meandriformi, richiesero brevi lavori di allargamento per poter giungere ad un’altra grande verticale, l’ultima dell’abisso Kralj, un P. 54 interessato da copioso stillicidio: la grotta ora è profonda 280 metri. Sul suo fondo, seguendo lo scorrimento dell’acqua e soprattutto il flusso d’aria in uscita, superato un deposito argilloso si entra in una caverna sul cui fondo è stato necessario asportare pietre e fango per aprire l’accesso ad un pozzo di sette metri.

Alla base di quest’ultimo pozzo un’ennesima disostruzione ha permesso l’accesso ad una stretta condotta che dopo tre metri si esaurisce con fessure impenetrabili che segnano, per ora, la fine dell’abisso: –307, il terzo del Carso triestino, dopo la Grotta Skilan (-384) e l’Abisso di Trebiciano (-350).

Una discreta corrente d’aria in uscita, l’evidente assorbimento idrico e gli ostacoli fin qui superati impongono di non desistere da ulteriori ricerche: mancano 41 metri per raggiungere il livello di base, e chissà che le sorprese non siano finite.

Luciano Filipas, Gianluca de Petris