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UNA STORIA ACUSTICA

 

pubblicato su " PROGRESSIONE N 53 " anno 2006 

Ogni nuova scoperta speleologica ha la sua importanza per due motivi. Il primo naturalmente richiama all’aspetto esplorativo e si traduce poi in dati geografico-descrittivi, catastali, scientifici e, perché no, sportivi e turistici. Il secondo, di importanza non solo non trascurabile ma umana, quindi primaria, consiste nell’esplicazione di tutto ciò che, come esperienza interiore, accompagna questo evento.

Tanto per incominciare esiste un interesse che, emergendo da ignote altezze, spinge a cercare. Questo sentimento – impulso – è stato alla base non tanto della vera e propria scoperta dell’abisso verso la Vetta Grande, che era già noto, per lo meno nei suoi primi pozzi d’accesso, quanto della curiosità che emerse nelle anime di chi, non certo per primo, si trovò davanti ad uno stretto ed anonimo cunicolo interno.

Infatti ciò che attirò l’attenzione dei due visitatori, (lo scrivente e De Pretis) fu questa volta una strana percezione uditiva definibile come eco-rimbombo.

Sarà stata forse la sensibilità acuita con la frequentazione degli ambienti ipogei che fece giudicare “strano” il modo di restituire ogni rumore che veniva prodotto, persino lo sfregamento delle tute e degli attrezzi vari. Oltretutto il non facile allargamento di questo cunicolo, invece di portare scoraggiamento e conseguente rinuncia, non fece che aumentare la determinazione a proseguire.

Ci vollero parecchie uscite per venire a capo di questo enigma iniziale che venne finalmente risolto con la scoperta di un primo pozzo di 20 metri. E’ vero che ci fu anche il conforto di una leggera corrente d’aria, ma fu principalmente il rimbombo (non era una vera e propria eco) che incitò alla “lotta”. Naturalmente non finiva tutto lì; sul fondo di questo pozzo minuziose ricerche portarono al rinnovo del fenomeno, con caratteristiche diverse , proveniente questa volta da un’altra fessura.

La sensazione interessante fu che gridando al suo interno la fessura restituiva contemporaneamente qualcosa che ricordava in un primo momento la risonanza di un piccolo ambiente, ma accompagnata e sovrapposta all’impressione di una lontanissima eco, quasi al limite dell’immaginazione.

Il dilemma era: non c’è niente – c’è la Grotta Gigante.

I due summenzionati speleocuriosi, resi cattivi e spinti dal sentimento di impotenza a risolvere il problema a “latrati”, presero anche questa volta la decisione più dannosa: distruggere quella fessura e trasformarla in un passaggio agibile anche agli obesi. Venne così scoperto pochi metri più avanti, oltre ad una ulteriore fessura, il pozzo di 60 metri.

Per ritornare al discorso iniziale, ci fu la scoperta di un ultimo passaggio impraticabile sul fondo del pozzone. Quale fu questa volta la molla interiore che diede forza ai due incrollabili compari? Il senso del mistero? La sicurezza nelle proprie intuizione? No: si potrebbe dire così “Prima andiamo oltre, prima torniamo fuori (e non ci veniamo più…)”.

Spero di essere stato sufficientemente chiaro nello descrivere la gamma variegata di una esperienza speleologica moderna. Certo si potrebbe dire anche dell’altro, del lungo cammino di avvicinamento con tutto il materiale necessario, della gioia nel brandeggiare il trapano distesi sulla schiena su aguzzi frammenti pietrosi, delle fumose situazioni in cui anche i nostri antenati si erano trovati nelle trincee delle Prima Guerra Mondiale e tante altre piacevolezze.

Questo però accade all’interno delle grotte, ma siamo sicuri che fuori le cose vadano tanto meglio?

 Franco Florit