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CAMPAGNA DI SCAVI NELLA 87 VG ALIAS GROTTA PRESSO IL CASELLO FERROVIARIO DI FERNETTI

 

pubblicato su " PROGRESSIONE N 53 " anno 2006 

“Benché profondo appena m 8,5, ha un interesse speciale per gli strani e caratteristici fenomeni che si riscontrano in esso durante l’epoca di piogge torrenziali. E’ accertato che si odono allora rumori chiari e distinti di un corso d’acqua sotterraneo e nello stesso tempo si osserva lo sprigionarsi di forti correnti d’aria. L’orifizio di questo pozzo si aperse improvvisamente nel 1894. Presso di esso si trovano altre fessure strettissime, dalle quali si odono rumori e si sprigionano correnti d’aria nelle epoche di piogge. Venne più volte visitata dalla S.A.G. che tentò finora invano di trovare qualche via che conducesse a maggior profondità. (nota n 1)

Ecco un amabile e subdolo invito rivolto a noi della vetusta “Squadra Scavi” di intraprendere uno dei nostri faraonici lavori di scavo. In questo caso, però, il premio messo in palio non è la solita cavernetta o il pozzo eroso, bensì la possibilità di intercettare nuovamente il corso sotterraneo del mitico Timavo che ormai, tanto tanto più mitico non è, dopo la scoperta dello stesso nella grotta di “Lazzaro Jerko”, e i brillanti risultati ottenuti dagli speleologi sloveni in parecchie cavità poste oltre confine.

Che il Timavo , o qualche suo ramo, scorra nelle profondità vicine allo “zero” marino della 87 VG, ci siamo persuasi con la ben nota formula “scientifica”: se due più due fa quattro, quattro più quattro fa otto! Il che vuol dire: il nostro buco si trova a circa metà percorso tra la timavica Grotta di Trebiciano e l’altra timavica di Lazzaro Jerko; se le due cavità in questione soffiano, anche la nostra soffia, e se al contrario aspirano, anche la nostra fa la stessa cosa.

In base a queste deduzioni da grandi cervelli e senza minimamente tener di conto il dislivello terra terra abissale da superare, abbiamo impostato un cantiere di lavoro che più cantiere non si può. A differenza delle centinaia di altre volte nelle quali per effettuare uno scavo si usava la classica corda con secchio, in quest’ultimo caso ci siamo attrezzati più industrialmente: prima di iniziare i lavori abbiamo innanzitutto, per motivi di sicurezza (ma và?!), cintato l’ingresso della grotta. Sull’imbocco della stessa – quattro metri per tre – si è costruita una solida armatura con tubi Innocenti ed un adeguato tavolato; quindi è stata sistemata una robusta capriata metallica provvista di rotaia su cui scorrerà un argano elettrico dotato di 30 metri di cavetto (sottile) d’acciaio, che verrà usato per issare in superficie con un bidone metallico da 70 litri, opportunamente rinforzato con longheroni, decine e decine di metri cubi di materiale lapideo, crostoni calcitici, rifiuti urbani (pochi, in verità) e tanta, tanta fanghiglia tenace e appiccicosa. Ma proseguiamo con ordine!

Dato che la grotta da espugnare è ubicata nel comprensorio dell’Autoporto di Fernetti, l’amico, consocio e compagno di scavi Roberto prelli, che è un’autorità nel detto comprensorio, ha provveduto al rilascio dei vari permessi e nulla osta sui lavori da eseguire. Oltre a questo a fatto sistemare a pochi metri dal buco un confortevole prefabbricato in cui ricoverare materiali e speleologi infreddoliti dagli inevitabili maltempi. Il nostro uomo ha anche provveduto alla copertura della capriata con un capace telone impermeabile, al fine di proteggere gli operatori esterni dagli atmosferili.

Così, armati di tutto punto abbiamo cominciato a vuotare la cavità dal pietrame che la ostruiva a tre metri di profondità. Il materiale veniva issato in superficie con il famoso contenitore da litri 70 tramite l’argano elettrico, funzionante grazie ad un generatore di corrente (non chiedetemi i dati tecnici), quindi trasferito su di una carriola che veniva vuotata lungo il declivio di una vicina dolinetta, oggi riempita per un terzo.

Dopo quattro o cinque giornate di lavoro di rimozione di massi e crostoni calcitici siamo giunti alla fatidica profondità di metri 8,50, già raggiunta dai primi esploratori alla fine del diciannovesimo secolo. Nulla da segnalare!

Ancora un paio di giornate lavorative e finalmente tutto il materiale pietroso è stato rimosso e, ovviamente, issato in superficie. Il pavimento sul quale poggiavano i detriti, divenuto perfettamente orizzontale, era costituito da un banco di terriccio a volte piuttosto compatto a volte friabile, nel quale, proseguendo lo scavo, si alternavano di tanto in tanto, i soliti crostoni calcitici e pietrame a spigoli vivi.

L’ambiente in cui quel momento ci muovevamo era alquanto spazioso, ben concrezionato e, con gli occhi di poi, di difficile interpretazione morfologica. Già, ma allora non lo sapevamo che la grotta, praticamente ed inesorabilmente, finiva lì.

Come al solito succede lavorando in una cavità per carpirne qualche altro proseguimento, capita di trovare nel migliore dei casi, l’esatto contrario di quello che si sperava di ottenere e, nel peggiore dei casi – i più frequenti – un bel nulla. Questo è dovuto al fatto che nelle grotte del nostro Carso cercare di interpretare la loro morfologia presente è di per sé abbastanza arduo, per quella passata poi, impossibile. Gli ipogei, nei quali ci piace razzolare, come tutti ben sanno, sono resti, macerie, relitti di complessi sotterranei che in epoche primordiali, quando fiumi e torrenti scorrevano lungo le loro navate, erano sicuramente imponenti. Se noi osserviamo, tanto per fare un esempio, le mura diroccate di un castello, con un po’ di acume e fantasia potremmo ricostruirlo con la mente e dargli pressoché il suo aspetto originale. Questo non possiamo certo farlo osservando il relitto di una cavità! Non c’è scienza né acume che permettono di ricostruire nel dettaglio quello che c’era prima del miserando vuoto rimasto, soltanto la fantasia è in grado di farlo. Su questa, però, non si può certo fare affidamento.

Quando con lo scavo siamo pervenuti al pavimento terroso un campanello d’allarme si è messo a trillare nella mia testa, suggerendomi di mollare tutto: se c’è terra, non c’è drenaggio, se non c’è drenaggio ciò vuol dire che nelle vicinanze non esistono passaggi agibili umanamente. I fatti mi hanno dato ragione.

Terminata questa breve disquisizione riprendo a commentare ai lettori sugli scavi effettuati nel pavimento terroso, i quali si sono protratti fino al raggiungimento di una presunta base rocciosa. Detta base non era altro che un grosso monolite calcareo di forma cilindrica, pesante varie tonnellate, che si era staccato da una parete (si vede chiaramente la superficie di distacco), andando poi ad adagiarsi sul fondo primigenio del pozzo, per essere infine ricoperto dal terriccio infiltratosi nella grottina che con il tempo si è poi compattato.

A ridosso della parete prospiciente il monolite si era intanto aperto un foro a volte soffiante oppure aspirante, che dava accesso a un pozzettino di m 1,50, molto angusto e per due terzi occluso da concrezioni. Tra alcuni interstizi si è percepito un debole flusso d’aria ascendente che dava adito a nebulose speranze di prosecuzione.

Con un martello pneumatico abbiamo demolito le pareti del pozzettino e quelle limitrofe, poi con lo scavo ci siamo portati sotto il famoso monolite ed indi in profondità.

Dopo altre dieci giornate impiegate a rimuovere un eterogeneo materiale “franoso”… Ho voluto mettere tra le virgolette la parola “franoso” per evidenziare il fatto che il materiale che manipolavamo a destra e a manca, sotto e sopra, era divenuto appunto tale; nel nostro caso non bisogna affatto tener conto della solita frase “si scava nel cuore di una frana…”: dove scavavamo il materiale non è mai franato! Se ne stava lì tranquillo, dalla notte dei tempi, da quando si è formato sul fondo di un mare cretacico in attesa che noi andassimo a stuzzicarlo. Dopo altre dieci giornate di lavoro, dicevo, ad una distanza in verticale di sette metri dal monolite, si è raggiunto un fondo roccioso interessato longitudinalmente da una frattura non agibile, che indica il punto embrionale della sovrastante cavità ancora in fase di formazione. Con un lavoro di disostruzione e poi per un breve tratto di ampliamento, la frattura in questione è stata resa agibile, permettendoci così di scendere nella stessa per metri 3,80, fino a porre piede su un modesto ripiano ricoperto da sfasciumi e dall’immancabile argilla. Oltre il ripiano – sorpresa – si apriva l’ingresso ampietto e ben concrezionato di un pozzo.

Il pozzo in questione, un P. 30 di forma fusoide, presenta forme concrezionari solamente nei primissimi tratti, poi, più in basso, queste risultano essere asportate dalla roccia madre dai fenomeni di ringiovanimento, rendendo in tal modo il pozzo piuttosto infido per la presenza di lame e pietrame instabile. Verso le quote di fondo il pozzo si restringe notevolmente, assumendo un aspetto nettamente giovanile. La parte terminale, alquanto angusta, è costituita da detriti di ogni dimensione dai quali proviene un discreto flusso d’aria che, per il momento, ci indica l’unica via da seguire. Un fortunato lancio di sassi tra gli interstizi pietrosi, ci ha fatto individuare un ulteriore pozzo sottostante, valutato sulla ventina di metri di profondità.

Il problema più rimarchevole non è certo dato dall’apertura di quest’altro pozzo, ma bensì come molte volte accade, è la sistemazione del materiale di risulta: dovendo issarlo lungo le pareti del P. 30, che come ho accennato non sono il massimo della stabilità, il lavoro in sé stesso diverrebbe piuttosto aleatorio.

Con queste righe concludo il resoconto rendendo noto ai lettori che poter scendere alla quota di m -55 (circa) dal livello di campagna, si sono rese necessarie ben trentatré giornate lavorative con la presenza di almeno cinque persone. Al contrario dei miei compagni di scavo non mi faccio soverchie illusioni (d’esplorazione) per il prossimo futuro. Le mie illusioni si sono infrante a quota -9, quando si è raggiunto quel malefico fondo di terra battuta.

Bosco Natale Bone

 

1 Tratto dal “Duemila Grotte” di Bertarelli – Boegan, Milano 1926, pag. 360; questi i dati catastali di allora: quota ingresso m 323, profondità m 8,5, rilevatore Umberto Sottocorona, 8/12/1897.